Amelio accoglie i migranti con una favola buonista

Il primo film italiano di questa 83ª Mostra del cinema di Venezia s’intitola Nessun dolore, è fuori concorso ed è diretto da Gianni Amelio, l’autore che già oltre trent’anni fa, con Lamerica, premiato qui al Lido con l’Osella d’oro per la miglior regia, fu tra i primi a riflettere sull’emergenza immigrazione. Davide, interpretato da Alessandro Borghi, è un trentenne, molto buono, forse troppo, che vende libri usati, mentre Elsa, Valeria Golino, è una docente democratica. Domanda retorica: con due protagonisti così (per inciso, i due attori rispuntano in coppia in Serpenti, nella sezione Venezia Spotlight) che storia può nascere? Invece, siamo davanti a un film emblematico di tutta la Mostra: il fenomeno dell’immigrazione si affronta con i sentimenti o con la politica? Un film anche importante, nella sua povertà e nella sua ricchezza. La povertà è quella dei contenuti, talmente basati su cliché che si sa già un minuto prima cosa capiterà. La ricchezza, invece, è quella del cast produttivo. Oltre a RaiCinema che coproduce e distribuisce (come quasi tutte le opere italiane in programma), gli altri produttori sono la Kavac film di Marco Bellocchio e Simone Gattoni, la Our films di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, e la Be Water film di Mattia Guerra. Insomma, l’élite dell’Italcinema. Infine, l’ultima ricchezza è quella dei fondi del ministero della Cultura all’opera di interesse nazionale.

Dicevamo della storia. Davide ha un chiosco di libri vicino al Vaticano e cammina dentro giacconi di velluto che avvolgono spalle gravate dal peso del mondo. Elsa indossa basco e sciarpa in tono, da habitué dei salotti colti e lo rifornisce dei libri già letti che traboccano dagli scaffali. Proprio la passione per i libri li rende complici, ma la loro affinità viene ostacolata dagli imprevisti. Il più fastidioso dei quali è un bambino nordafricano che prende improvvisamente a seguire ovunque Davide. Quando finalmente sembra sia riuscito a liberarsene, il bambino viene travolto da un motociclista. Superata la crisi di panico, adesso è il senso di colpa a presentare il conto. Nel pronto soccorso dove attende notizie, Davide assiste al maltrattamento di un’immigrata incinta che decide di ospitare per la notte. Ma dopo aver appreso che il bambino è morto, tornando a casa sempre più lacerato dalla colpa, la trova piena di parenti e amici dell’ospite. Anche se i nordafricani aumentano ogni giorno e s’impossessano di tutto, Davide trasforma l’invasione indesiderata in un modo per espiare il proprio errore. Non avrà ripensamenti nemmeno quando, insospettiti dal via vai, gli inquilini del palazzo lo denunciano facendolo finire in galera per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Si è scritto che i registi italiani presenti alla Mostra hanno scelto, in prevalenza, di riflettere sui sentimenti e le tematiche legate ai rapporti interpersonali, dentro e fuori della famiglia, mentre i cineasti internazionali sembrano più propensi a cimentarsi con le crisi della politica. Con questo film, Amelio tenta una sintesi, affrontando in modo intimista un’emergenza epocale. Nel senso di colpa di Davide si può intravedere quello dell’Occidente, predatore e colonialista. E, di fronte all’invasione della casa, la scelta di dormire nel chiosco può simboleggiare la debolezza dell’Europa disposta alla «sottomissione».

È l’impalcatura del buonismo, ultimo surrogato del progressismo travestito da accoglienza incondizionata, anche se messa a dura prova. Come ha argomentato l’altra sera George Clooney ricevendo il Leone d’oro alla carriera, «le storie sono sempre pericolose per chi specula sulla paura». E infatti recita l’esergo del film: «La storia che raccontiamo non è ancora realmente accaduta». Suona come una minaccia, ma a volte, raccontare storie di fantasia può aiutare a dimenticare e a non misurarsi con ciò che accade quotidianamente nelle nostre periferie e riempie le cronache dei media (oltre alle carceri).

Sebbene Amelio ricordi di essersi interrogato già un trentennio fa sul fenomeno migratorio, oggi «il problema dei problemi chiama in causa l’attuale presidente degli Stati Uniti visto che ha dettato un comportamento suicida oltre che fratricida perché l’America è stata per decenni un punto di accoglienza di tutti i popoli, simbolo della democrazia, mentre ora è tutto il contrario. Da noi», ha proseguito, «con gli ultimi ingressi dal Marocco, in Europa il problema dei problemi non va affrontato dai singoli paesi come la Spagna o l’Italia, ma da un’Europa che funzioni, coesa e non coatta (come, invece, gli scappa detto). Qualche giorno fa Michele Serra ha scritto che per l’accoglienza basta il cuore, ma per l’inserimento serve la politica. Ecco, speriamo che l’Europa si svegli. Se dico a mio nipote o a mio figlio che andrà tutto bene, colgo in loro un senso di incredulità». Alla fine, sollecitato ancora sul mondo prigioniero della paura, il regista ha ammesso che tutto è peggiorato: «Non solo a proposito dell’accoglienza, ma anche per l’inaridimento umano in generale e per l’incapacità di molti ad aprirsi, a condividere i sentimenti e il pane, chiusi come sono nel proprio particulare. Ma per fortuna», ha concluso, non senza una certa contraddizione con il suo film, «le persone che mi circondano me le scelgo io, le altre non le voglio vedere. Anche quando vado a votare…».

 

 

La Verità, 4 settembre 2026

Al Lido il film sul Sun che smonta il «ranuccismo»

L’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica si è aperta con un film che è un pugno allo stomaco di Sigfrido Ranucci e del ranuccismo. Un film che smonta il giornalismo come missione etica, che si prefigge di indottrinare e migliorare le persone. S’intitola Ink (inchiostro), è diretto da Danny Boyle, regista britannico di Trainspotting e di The Millionaire, quest’ultimo premiato con l’Oscar. Un regista pop, provocatore e di grande impatto com’è questo suo film che quando arriverà nelle sale farà discutere e potrà avere un discreto successo. È tratto dall’opera teatrale di James Graham, che qui firma come sceneggiatore, e narra la vera storia del Sun, il tabloid acquistato da Rupert Murdoch che sul finire dei Sessanta rivoluzionò il giornalismo anglosassone diventando il quotidiano più venduto nel mondo anglofono. «Il 1969, l’anno in cui l’uomo ha messo piede sulla Luna per la prima volta», si legge nelle note del regista, «è anche l’anno in cui Rupert Murdoch e Larry Lamb hanno lanciato un quotidiano destinato a cambiare il mondo in modo ancora più radicale. Ben prima di Fox News, del clickbait e di Truth Social; decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, questi due uomini hanno dato vita a un nuovo tabloid che, contro ogni previsione, è diventato il giornale più venduto al mondo». Boyle fa interpretare il «pecoraio australiano» da Guy Pearce, australiano a sua volta, in una gara di pragmatismo con «il suo agnellino» Larry Lamb, il direttore con la mascella squadrata impersonato da Jack O’Connell. È una guerra contro le regole dell’informazione paludata e i conformismi della city londinese dove dominano il Daily Mirror e il Telegraph, testate «che trasudano supponenza e autocompiacimento», convinte di dover inoculare la buona morale nei lettori. Ci si entusiasma, soprattutto all’inizio, per la rivalsa degli outsider, i perdenti che ora incalzano la concorrenza puntando sugli scandali, il gossip e lo sport.

Insieme a questo Ink, La ragazza con la Leica di Alina Marazzi (sezione Orizzonti) che racconta la vita di Gerda Taro, fotoreporter e compagna di Robert Capa, ha completato una giornata incentrata sull’informazione. Un tema molto caro anche a George Clooney che alla Mostra del 2005 presentò da regista e interprete Good night, and good luck e che ieri, nel corso della serata inaugurale, è stato premiato con il Leone d’oro alla carriera.

Particolarmente stimolanti, alcuni spunti del film di Boyle avranno fatto fischiare le orecchie agli «inviati di Report», ai fautori del giornalismo a tesi e ai «conduttori unici delle coscienze» che amministrano i talk show delle nostre tv. Per il regista britannico la disintermediazione, il ridimensionamento del giornalista-guru che monta, smonta e smista «la verità», inizia al Sun. Lo mostra la scena della riunione di redazione in cui Lamb interroga i suoi collaboratori: quali sono le vostre passioni reali, che cosa vi entusiasma davvero, a cosa pensate quando siete da soli? «Io guardo la televisione», rivela la reporter più sagace, interpretata da Claire Foy. Io lo sport, io vado in discoteca al pub e a ballare, a me interessano le donne e il sesso, a me il denaro, sono le altre risposte. Poi, certo, anche tra questi «reietti», scarti degli altri giornali, c’è chi dice di pensare «alla traduzione dal francese delle opere minori di Émile Zola». Ma a Lamb basta per sovvertire la gerarchia delle notizie: basta con il Guatemala e quello che succede a Washington… Il «giornalismo a specchio» sostituisce quello «fatto da una finestra», e il grafico delle vendite prende a salire vertiginosamente, prima accorciando il distacco dal Mirror, poi…

«Sì, il film parla di una storia di più di cinquant’anni fa, ma è una storia che c’entra con il presente e con il modo di informarci di oggi», ha osservato Boyle nell’incontro con i media. «Quell’epopea è entusiasmante perché Murdoch era straniero, non piaceva all’establishment britannico e si scontrava con forti pregiudizi. Anche noi siamo prigionieri di una certa narrazione sul suo conto. Ma quello in quegli anni l’abbiamo visto ribaltare le regole di un sistema monolitico e molto paternalista guidato dai giornali tradizionali». «Con il Sun è finito il giornalismo che si preoccupava di informare ed educare», ha sintetizzato lo sceneggiatore. Poi, certo, la strada imboccata si portava dietro altri pericoli. Ancora Boyle: «Siamo saliti su uno scivolo che ci ha portati in un luogo oscuro, un posto dove tutto può succedere, come ci mostra il personaggio di Jack O’Connell che a me ricorda Al Pacino del Padrino». Un uomo senza scrupoli, che supera lo stesso Murdoch nella gara di cinismo quando, per battere definitivamente il concorrente, prima rompe il tabù del nudo di donna in prima pagina, poi sceglie di cavalcare sul giornale il rapimento della moglie del vicepresidente del gruppo editoriale. Il sorpasso sulla concorrenza si realizza, ma il prezzo è molto alto. Troppo anche per Murdoch, uomo d’affari sì, ma anche editore che amava il giornalismo e seppe porsi dei limiti.

 

La Verità, 3 settembre 2026

L’Italcinema in Mostra scommette sui sentimenti

Da zero a otto nel rapido volgere di una stagione. Sono i film italiani invitati ai Festival: zero erano quelli richiesti in febbraio alla Berlinale e in maggio a Cannes, otto quelli in concorso e fuori concorso (senza contare quelli delle «sezioni minori»), alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia che inizia oggi con Ink di Danny Boyle, sul miracolo editoriale del Sun, e con la consegna del Leone d’oro alla carriera a George Clooney. Cioè: in primavera le principali rassegne europee hanno ritenuto di ignorare il nostro cinema, mentre a fine estate la Biennale ha iscritto alla competizione cinque film italiani, un quarto del totale dei concorrenti per il Leone d’oro. Inevitabile chiedersi: il cinema italiano è improvvisamente rinato, (sempre che prima fosse davvero defunto)? L’83ª edizione sarà il riscatto dei registi, produttori e attori del Belpaese? O, proseguendo con i quesiti, la rassegna veneziana è diventata troppo provinciale o, perlomeno, particolarmente attenta ai codici dell’ospitalità domestica? Alla presentazione del cartellone a fine luglio, il direttore artistico Alberto Barbera aveva attribuito la differenza di atteggiamento dei festival verso l’Italcinema a una questione di tempistiche produttive. Con la sola eccezione di Succederà questa notte di Nanni Moretti, gli altri film non erano pronti e la difficoltà della Mostra non è stata trovare i titoli giusti, ma esser costretti a rifiutarne alcuni per mancanza di spazio. Perciò, se di reale rinascita si tratta lo sapremo solo al termine della manifestazione, il 13 settembre. Nel frattempo, possiamo provare a capire cosa ci aspetta leggendo tra le righe delle sinossi e a cogliere qualche convergenza, da verificare con la visione delle opere.

Complessivamente, restando alla rappresentanza italiana, si nota la tendenza a concentrarsi sui sentimenti, sui rapporti interpersonali dentro e fuori le famiglie o nell’impatto con qualche ospite inaspettato. In un certo senso, la chiave la offre proprio Moretti col suo film tratto da Legami di Eskhol Nevo: evita i temi politici e narra i diversi rapporti tra gli inquilini di un condominio in cui le persone si sfiorano, si incontrano e si confrontano, attraversate dal desiderio, elemento sorprendente che anima o spegne le relazioni. C’è da scommettere che il recupero della politica, in panchina nel film, avverrà nell’incontro con i giornalisti visto il ritorno a Venezia del controverso regista romano a 37 anni dalla polemica per Palombella rossa, allora proposto solo nella Settimana della critica. Anche Edoardo De Angelis attinge a un romanzo, Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini, in cui un ragazzo lascia Napoli per motivi di lavoro trasferendosi a Milano dove, in occasione delle festività natalizie, lo raggiunge l’invadente madre (Vanessa Scalera). In L’estranea di Paolo Strippoli, un’altra madre possessiva è interpretata da Jasmine Trinca che, nella speranza di ricucire il rapporto con la figlia, piomba nella sua casa per rivelarle un segreto sempre tenuto nascosto. Al centro di Echo chamber di Andrea Pallaoro, tratto dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, c’è la tormentata storia d’amore tra una fisioterapista e un produttore cinematografico con problemi di droga. In Scherzetto, il film fuori concorso di Mario Martone, l’equilibrio di un nonno artista e solitario (Toni Servillo) è messo a repentaglio dal nipotino di cui deve improvvisamente occuparsi. Un altro equilibrio che va in frantumi per l’avvento di un altro bambino è quello del protagonista di Nessun dolore di Gianni Amelio (in programma domani), un uomo (Alessandro Borghi) che ha una bancarella di libri vicino al Vaticano. Ma il fatto che il bambino sia Nordafricano innesca un apologo sul senso di colpa e il dovere dell’accoglienza. Se ne parlerà, sebbene sia fuori concorso. L’ultimo film italiano che, invece, compete per il Leone d’oro è Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis che narra di un medico che dopo esser sfuggito al destino dei desaparecidos, torna in Argentina per testimoniare contro il regime militare. Non casualmente programmato alla fine della rassegna, il più politico dei lungometraggi italiani, conferma la preferenza per le riflessioni private dei nostri cineasti. Mentre sono invece i loro colleghi stranieri a cimentarsi con i temi più strettamente politici. Come si vedrà con l’atteso Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor, i due registi israeliani già premi Oscar 2025 con No other land, che hanno filmato «l’uccisione di massa di palestinesi a Gaza programmata da Israele». Oppure con Dau, del regista dissidente russo Il’ja Chrzanovskij, osteggiato dal governo ucraino e, infine, con Musk, il lungo documentario di Alex Gibney sull’imprenditore-inventore americano.

In chiusura, tornando all’Italcinema, tutti i film in concorso e i principali fuori sono prodotti o coprodotti da RaiCinema e attori come Jasmine Trinca, Valerio Mastandrea, Adriano Giannini, Alessandro Borghi e Valeria Golino sono presenti in due opere. Il circoletto è sempre vivo e «lotta insieme a noi».

 

La Verità, 2 settembre 2026

Nolan, più coraggioso con Omero che con Hollywood

Tra i tanti, forse il colpo di genio più riuscito di Christopher Nolan è portare in scena proprio Omero, l’autore primigenio, l’iniziatore della letteratura e della classicità. L’amore, la guerra, la fuga, il ritorno a casa, la vendetta. Insomma, l’avventura della vita. Il rapper Travis Scott percuote con un martello il marmo e annuncia i capisaldi della trama: «Un viso… una flotta… una città… un uomo… un inganno». Inizia il corpo a corpo tra il grande regista e il sommo ispiratore. Ci vuole una gran dose di coraggio, quasi d’incoscienza, per misurarsi con la pietra miliare. E già qui va riconosciuta la grandezza di Nolan, cineasta prodigo di grandi opere, l’ultima Oppenheimer e prima Dunkirk e prima… E, venendo a quest’ultima, va detto che di filmone si tratta, dalle parti del capolavoro, pur con qualche cedimento di cui parleremo.

Dunque, il coraggio di confrontarsi con Omero e di tentare una riduzione cinematografica dell’Odissea. Riduzione, inevitabilmente. Sebbene l’opera – in tecnologia Imax 70mm, godibile in pochi schermi e comunque solo grandi o enormi – duri 173 minuti che corrono veloci. L’Odissea di Nolan è un kolossal d’azione con un cast superlativo: Matt Damon è un variegato Odisseo (nome originale di Ulisse), Tom Holland è il figlio Telemaco, Anne Hathaway è Penelope, Robert Pattinson è il perfido Antinoo, Charlize Theron la splendida Calypso, Zendaya è Athena, Samantha Morton una respingente maga Circe. Perfette anche le figure minori. Cast superlativo, ma in parte condizionante perché avendo puntato sulla familiarità degli interpreti con il grande pubblico, si sono scelti attori e attrici notissimi e già identificati con grandi saghe – Jason Bourne, Spider Man, Il Diavolo veste Prada, Twilight, Dune – che affiorano qua e là nella recitazione. La grandezza del kolossal la completano il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, con penombre e scorci dark, e il direttore delle musiche Ludwig Göransson che è ricorso agli strumenti dell’epoca, il gong e la lira.

Con un budget da 250 milioni di dollari più 125 di promozione, l’obiettivo è il grande blockbuster, l’incasso record, soprattutto la messe di candidature all’Oscar. E quindi, signori, ecco spiegati la Elena di Troia nera di Lupita Nyong’o, l’Athena mulatta di Zendaya e l’invenzione registica di Sinone, soldatino di guardia al cavallo di Troia, interpretato dal transgender Elliot Page. C’è chi esulta per il rigurgito d’ideologia woke a dispetto di quella Maga e ognuno è libero di scegliere come suicidarsi. Tuttavia, detto che Elena di Troia compare sì e no cinque minuti e che una dea può pure essere meticcia, proviamo a immaginare che forza avrebbe avuto questa Odissea se avesse tenuto la schiena dritta anche di fronte ai protocolli dell’Academy di Los Angeles. Forse un autore come Nolan faceva ben sperare. Invece, pazienza. Più facile essere coraggiosi con Omero che con i codicilli di Hollywood? O il cinismo delle major calcola l’uso promozionale anche delle polemiche sul politicamente corretto?

Potente, travolgente, coinvolgente, questa Odissea ha comunque tanti meriti. Aver riportato al centro del dibattito la letteratura fondante dell’Occidente, innanzitutto. E poi, dopo tanti intimismi e nichilismi anche della cinematografia nostrana, tornare a farci pensare in grande. Odisseo è il generale di Agamennone e con uno stratagemma organizza il sacco di Troia. Il cavallo, regalo della dea Athena come pegno di pace, spunta obliquo nel bagnasciuga e centinaia di comparse lo trascinano dentro le mura. Il raggiro è compiuto e l’esercito greco incendia, distrugge e semina morte. Una strage che Odisseo attua per obbedienza, ma che si porterà dentro per il resto della vita raminga. E anche dopo, una volta tornato in patria. Nolan governa con grande maestria i piani narrativi, i flashback e i racconti nel racconto. Gli intrighi di Itaca, dove Penelope fa e disfa il telaio, assediata dai pretendenti che vogliono prendere il posto del marito e dove «la legge di Zeus» che accoglie i deboli è stata dimenticata. Le confidenze a Calypso che ammalia il profugo con i fiori di loto. Il suo vagare travagliatissimo, al cospetto del mostruoso Polifemo, dal confronto con il quale il regista espunge l’inganno di «il mio nome è Nessuno». Poi Odisseo che fugge dai Lestrigoni, giganteschi guerrieri dentro spaventose corazze. I suoi soldati che sono trasformati in maiali da Circe, che patiscono la seduzione del canto delle sirene e muoiono tra i gorghi e le belve di Scilla e Cariddi. Tra i tanti agguati di un Mediterraneo infernale, regno delle vendette di Poseidone, il peggiore tormento dell’eroe viene dai rimproveri della sua ciurma che gli rinfaccia di non aver dato adeguata sepoltura ai compagni morti. Li onoreremo salvandoci, ribatte più volte Odisseo, echeggiando l’evangelico «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti». Ma il suo è un pragmatismo solo apparente perché il senso di colpa gli attraversa l’anima, scavandola di rimorso per le troppe morti, le brutalità e le sofferenze provocate. Un tormento che sembra avvicinarlo fin quasi al pentimento. E che infonde a tutto il racconto un retrogusto pacifista, una nausea della guerra. Tornato finalmente a casa, l’eroe dovrà ritrovare oltre agli affetti agognati nuove energie per combattere un’altra battaglia, ancora più impegnativa. Quella contro «la fine della nostra civiltà».

 

La Verità, 22 luglio 2026

Sossai nichilista. I David? Citofonare Castellitto

Ripensandoci, aveva proprio ragione Sergio Castellitto. I David di Donatello? «Da demolire», aveva detto, testuale, con proverbiale schiettezza. Non tanto e non solo per i comizietti, come ha giustamente notato Francesco Borgonovo su queste pagine, che hanno contrappuntato l’estenuante serata condotta da un incontenibile Flavio Insinna. Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente. L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.

 

La Verità, 10 maggio 2026

Bellocchio mostra l’orrore delle toghe anti Tortora

Orrore giudiziario. Obbrobrio etico. Matrice satura, inscalfibile, di una certa magistratura. È il caso Enzo Tortora, il peccato originale delle toghe italiane. Orrore e non errore, come ha precisato in questi giorni Raffaele Della Valle, storico avvocato del conduttore di Portobello, protagonista dell’omonima serie tv diretta da Marco Bellocchio, da ieri interamente disponibile su Hbo Max, la prestigiosa piattaforma dello storytelling appena atterrata in Italia (produttori Our Films, Kavac Film, Arte, Rai Fiction, The Apartment, sceneggiatori lo stesso Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore). Sei episodi di un’ora ciascuno, interpretati da un cast straordinario, forgiato dall’autore di Buongiorno, notte ed Esterno notte, serie tv tratte da altrettanti film. Ripulito della visionarietà che appesantiva i precedenti lavori, Portobello è un’opera molto riuscita, che rispetta la storia del grande caso italiano, Quando l’Italia perse la faccia, per dirla ancora con Della Valle, e hai voglia a tenerti distante dall’atavico e più che mai attuale dissidio tra politica e magistratura. Il caso Tortora fu lo sfondo non solo emotivo sul quale l’8 e 9 novembre 1987 si votò per il referendum che ampliò la responsabilità civile dei giudici (80% di Sì, ma rimasto lettera morta). E ora, a 39 anni dal ritorno in onda, il 20 febbraio 1987, dopo l’assoluzione del conduttore con il celebre «dove eravamo rimasti», questo «orrore» approda sulle nostre televisioni alla vigilia di un’altra, catalizzante, consultazione referendaria. Intervistato da Marco Damilano su Rai 3, Bellocchio ha ammesso che la serie sarà tirata per la giacchetta dagli schieramenti in campo nel referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma, dopo aver premesso che non avrebbe rivelato come voterà, ha auspicato che serva a discutere «nel merito della riforma, oltre le polarizzazioni».

Intanto, l’opera parla abbondantemente da sola. Il caso Tortora fu un obbrobrio etico perché conseguenza di una mentalità e di un modus operandi. Anzi, forse di un’antropologia. L’arroganza produce sciatteria, la presunzione determina superficialità (quanti esempi anche in altri campi). Bastano pochi appigli per suffragare un’accusa e avvalorare una condanna. Solo che, così facendo, si nuota inconsapevolmente nella bolla di un teorema, senza avvertire il bisogno di trovare conferme alle delazioni.

Dalla vertiginosa ascesa fino ai 28 milioni di telespettatori, ipnotizzati dal pappagallo del «mercatino del venerdì» che regalò enorme popolarità a Tortora, alle calunnie di una schiera di pentiti che lo fecero arrestare il 17 giugno 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, fino alla tardiva assoluzione dopo la candidatura all’Europarlamento con il Pr di Marco Pannella, al breve ritorno in onda prima della morte 11 mesi dopo, per raccontare la solitudine dell’uomo di fronte al Leviatano, Bellocchio scolpisce tre nuclei protagonisti della storia: Tortora e la sua famiglia di donne, la batteria dei pentiti e accusatori e il manipolo di magistrati inquirenti.

In ottima forma a 86 anni, frenati certi rigurgiti ideologici, dirige con maestria Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista, riproposto nelle posture e nelle inflessioni genovesi, Barbora Bobulova nelle vesti della sorella Anna, Romana Maggiora Vergano in quelle dell’amante Francesca Scopelliti, Lino Musella, il camorrista dissociato e allucinato Giovanni Pandico, Giovanni Buselli nella parte di Gianni Melluso detto «il bello», altro accusatore impenitente, poi Massimiliano Rossi che fa Pasquale Barra, 66 assassinii mandato da Raffaele Cutolo, Alessandro Preziosi, il giudice istruttore Giorgio Fontana, Fausto Russo Alesi, il pubblico ministero Diego Marmo, Salvatore D’Onofrio, il giudice a latere dell’appello Michele Morello, Paolo Pierobon, l’avvocato Alberto Dall’Ora e Davide Mancini lo stesso Della Valle, mentre solo Tommaso Ragno, Marco Pannella, appare un filo fuori fuoco.

Tre piccole comunità di persone dipinte con grande padronanza di strumenti, dalla fotografia alle scelte linguistiche, dalle inquadrature alle pillole di filmati dell’epoca nel backstage del programma Rai, laboratorio di mezza televisione dei decenni a venire. Soprattutto, tratteggiate da alcune trovate geniali dentro un racconto imperdibile. L’introspezione di Tortora, signore mite e colto che votava Partito liberale, ma in tv esaltava la provincia italiana e per questo inviso agli intellettuali engagé («Cosa c’è che non va nei buoni sentimenti?», chiede alla giornalista che glieli rinfaccia). Il suo autocontrollo quando dal vertice del successo precipita nell’inferno del carcere. La scena potente dell’ora d’aria, rapato a zero, sulle note di Jesahel dei Delirium del genovese Ivano Fossati, molto evocativa sebbene antecedente di 12 anni. Il dialogo telefonico con la madre, appena giunto agli arresti domiciliari dopo mesi di frustrazione: «Perché proprio a me, tra cinque miliardi di esseri umani sulla terra?»; «Enzo, non ti montare la testa. Mangia e riposa. Io continuerò a pregare per te anche se sei un miscredente»; «Hai ragione, mamma. Tu sai sempre riportarmi con i piedi per terra». I ritratti ad alta definizione dei pentiti cutoliani ed ex cutoliani, interpretati da bravissimi caratteristi. Il confronto al dibattimento come un derby dei belli della criminalità tra Melluso e Renato Vallanzasca. Meno profilati sembrano i magistrati, anche se abbozzati con sagaci tocchi di regia. Il pm Lucio Di Pietro (Gennaro Apicella) sempre schermato da occhiali da sole fumé e Diego Marmo che si accarezza i capelli con un pettine tascabile e sparisce durante l’arringa della difesa. Il resto lo fanno gli incubi dello stesso Tortora, le toghe mascherate da Pulcinella, come lui li appellava nei suoi scritti, e il gigantesco castello di carte che lo ritraggono presunto colpevole. Dopo la condanna, i cronisti festeggiano a cena con canti e brindisi, «ce lo siamo tolto dai c…».

Il fatto che i magistrati del processo di primo grado fecero tutti carriera e che non la fece, invece, Morello, il giudice dell’appello che cercò i riscontri probatori delle rivelazioni fino a far assolvere Tortora, dimostra che non si trattò solo di un errore. Ma dell’azione di una casta protetta da un sistema, per dirla con Luca Palamara e Alessandro Sallusti, basato sulle correnti e sulle reciprocità della categoria. «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato», recita l’incipit di Il processo di Franz Kafka. Ma qualcun altro, molti altri, potenti, decisero di credere pedissequamente a quelle calunnie. Forse ce n’è abbastanza per non scartare a priori l’idea del test psicoattitudinale per chi si accinge a una professione tanto delicata.

 

La Verità, 21 febbraio 2026

 

 

 

Hollywood schiera anche un horror contro Trump

Qualche sera fa, senza saperne niente, ho visto su Sky cinema I peccatori, Sinners in originale, «un film scritto diretto e co-prodotto da Ryan Coogler» (Wikipedia), autore di cui ignoravo la precedente produzione (Prossima fermata Fruitvale station, sulla storia di un ragazzo ucciso dalla polizia a Oakland a Capodanno 2009, Creed – Nato per uccidere, uno spin off di Rocky e Black panther I e II). L’unica cosa che sapevo era che con 16 candidature agli Oscar, da miglior film a miglior regia fino a sonoro ed effetti visivi, questo suo quinto lungometraggio ha stracciato tutti i record, distanziando opere come Eva contro Eva, Titanic e La La Land che ne hanno avute 14, mentre Ben Hur si fermò a 12. Con questi numeri era ovvio che la curiosità fosse un filo acuminata e dunque fate pure la tara all’eccesso critico, resistente anche ai super incassi mondiali (360 milioni di dollari, mentre in Italia ha raccolto solo 1,3 milioni di euro). Va aggiunto che il numero delle categorie per le quali un’opera può concorrere, da quest’anno, con l’aggiunta del miglior casting, è di 24. Perciò, tolte quelle dalle quali si autoesclude in partenza non essendo né un cortometraggio né un film d’animazione né un documentario, praticamente I peccatori è in lizza per tutte le statuette in palio. Curioso, no? Guardandolo, è inevitabile chiedersi perché l’Academy of motion picture arts and sciences (Ampas), 10.000 fra produttori registi attori sceneggiatori eccetera, abbia nominato così massicciamente al premio più ambito della cinematografia mondiale un film di genere e di un genere insolito per le preferenze hollywoodiane.
Siamo nel 1932, in piena epoca proibizionista, e i due gemelli monozigoti neri Stake e Smoke, interpretati entrambi da Michael B. Jordan (attore feticcio di Coogler), tornano nel delta del Mississippi dopo anni di intensi traffici a Chicago. Acquistano da un suprematista bianco un’ex segheria che riempiono con il carico di alcol rubato nientemeno che ad Al Capone e lo trasformano in un juke joint dove la comunità nera potrà suonare, ballare e ubriacarsi. Per la serata inaugurale raccattano dalla piantagione di cotone il cugino Sammy (Miles Caton e il vero Buddy Guy), un talento alla chitarra, strapagano il virtuoso dell’armonica Delta Slim (Delroy Lindo), convincono la cantante Pearline (Jayme Lawson) e una coppia di cinesi che si occupa del cibo. Mentre la festa decolla sulle note del blues e sull’eros delle danze, tre bianchi che canticchiano filastrocche irlandesi pretendono di entrare per unirsi alla bolgia sebbene il locale sia per soli colored. Il rifiuto prepara lo scontro finale. «Se continui a ballare con il diavolo, un giorno il diavolo ti seguirà fino a casa», aveva messo in guardia Sammy, il padre pastore. Dietro i loro modi gentili, i tre bianchi sono vampiri del Ku Klux Klan e si può intuire la piega che prende tutta la faccenda, nonostante le fatture della sciamana, moglie di Smoke (Wunmi Musaku), e l’alba imminente.
I peccatori è un horror antirazzista, potente e suadente, che mescola musical e politica, e ha nella perversione dei bianchi l’emblema del male e nella sensualità della musica nera l’elemento antisegregazionista e redentivo. Un film di buona fattura, senza troppe sofisticherie autoriali. Ma mentre il ricordo va rapidamente a Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez, George Clooney Quentin Tarantino e Salma Hayek nel cast, rimane il mistero delle famose 16 nomination, arrivate, secondo Mariarosa Mancuso sul Foglio, «a dispetto dei critici italiani».
Sul Corriere della Sera, Paolo Mereghetti ha recensito con tre stellette e mezza su cinque il film di Coogler che «compie il salto di qualità inventando l’horror intertemporale, erotico, solidaristico: tutti uniti contro il demonio (e le discriminazioni razziali)… La ricerca spasmodica del brivido, della spettacolarizzazione compiaciuta e l’inevitabile retorica dello zombie qua e là distraggono Coogler, che però riesce a tenere in pugno la storia anche nelle sequenze più spigolose e splatter, quando il film assume una dimensione lunare, funesta, spaesata. Da fumetto cimiteriale». Su Dagospia, Marco Giusti è, come sempre, molto diretto: «Ma che bel film che è I Peccatori… Totalmente anti-cattolico, anti-trumpiano, anti-muskiano, si avvia a diventare un caso in America», aveva preconizzato all’esordio nelle sale, aprile 2025, quando Donald Trump regnava da soli quattro mesi. Più militante il commento alle candidature: «Faranno storia le 16 nominations per Sinners, il numero più alto mai raggiunto da un film, inoltre da un film horror e da un film quasi interamente interpretato, scritto e diretto da neri. Vincerle sarà un’altra cosa. Ma per Sinners queste 16 nominations sono già una vittoria». Adesso, il demonio contro cui coalizzarsi è ben più evidente perciò, comunque vada, sarà un successo. Perché il caso ci sia tutto lo spiega Piera Detassis, papessa della critica nostrana, cogliendo la metafora dell’«infezione bianca, il veleno nel morso, la soluzione finale di una comunità segregata. Sembra l’Ice e questo Mississippi è lo specchio di un’America profonda tendenza Maga, e Hollywood, benché sottosopra, come sempre vede lungo».

Tutto chiaro, no? Da che parte stia l’Academy è noto. Non sempre la massiccia semina delle candidature si tramuta in un raccolto altrettanto copioso. Ma stavolta qualcosa fa pensare che la notte dei The winner is… una certa proporzione sarà rispettata.

 

La Verità, 4 febbraio 2026

Sorrentino-Servillo e una grazia che sa di politica

Dicendolo in napoletano, la fregatura per Paolo Sorrentino e Toni Servillo, la seconda o, forse, la prima coppia del cinema italiano per longevità e creatività (l’altra, molto competitiva, è quella formata da Gennaro Nunziante e Luca Medici/Checco Zalone) è che il Leone d’oro della Mostra di Venezia a un film sull’eutanasia l’aveva già preso l’anno prima Pedro Almodóvar con La stanza accanto. Inopportuno darne un altro quest’anno a un’opera sullo stesso tema. La grazia, da oggi in 500 sale cinematografiche, è un grande film con qualche difettuccio, uscito come un proiettile dalla testa e dalla penna del regista premio Oscar, autore unico anche della sceneggiatura, scritta già qualche anno fa e portata sul set solo nella primavera scorsa. Non ci fosse stato quel premio dell’anno prima, forse sarebbe emerso dal Lido con qualcosa più della Coppa Volpi per Servillo che, diciamolo, è bravo, certo, ma ormai, come in certe sussiegose interviste, tipo quella al Venerdì di Repubblica intitolata: «Che fai? Penso», più che interpretare recita – o celebra – sé stesso. Dietro l’ottima resa, a volte i lunghi e collaudati sodalizi hanno come effetto collaterale quello di non riuscire a fugare un retrogusto di déjà vu. Senza l’Almodóvar dell’anno prima, forse La grazia avrebbe potuto aggiudicarsi il Leone d’oro, e magari sarebbe approdato alle sale in tempo utile per competere per l’Oscar al miglior film straniero al posto del pur interessante Familia, già escluso dalla shortlist.
Tuttavia, un’opera così è sempre grasso che cola per il cinema italiano e per il dibattito sui grandi temi di attualità che il cineasta Sorrentino ha sempre il pregio di affrontare. Ad Aldo Cazzullo che lo ha intervistato ha detto che non era sua intenzione riportare l’eutanasia al centro dell’attenzione come invece suggerisce Avvenire, ma se il film «facesse da volano alla riapertura della discussione» ne sarebbe «orgoglioso». Alla Mostra di Venezia, invece, scegliendo il sottotono, ha ammesso di auspicare che il suo lavoro possa alimentare la riflessione sul tema, «ma non so se il cinema abbia ancora questo potere». Dubbio più che legittimo, sebbene per esempio il fresco primato assoluto d’incassi di Buen camino dimostri che ce l’ha, soprattutto quando è accompagnato dalla grazia della leggerezza, della semplicità e della capacità di parlare a tutti come ha la commedia firmata da Gennaro Nunziante e Luca Medici.
Restando nell’alveo del cinema intellettualmente più ambizioso – non dico d’autore perché anche Nunziante lo è alla grande – i precedenti in materia di eutanasia, oltre al citato Almodóvar sono numerosi e altisonanti, dal Denys Arcand di Le invasioni barbariche al Clint Eastwood di Million dollar baby, dal Marco Bellocchio di La bella addormentata sul caso di Eluana Englaro (sempre con Servillo) al François Ozon di È andato tutto bene. Questo per dire che il grande cinema è da sempre massicciamente schierato in favore dello staccare la spina e che le eccezioni come, per esempio, Brado di Kim Rossi Stuart, non godono delle stesse attenzioni.
La grazia di Sorrentino, si diceva, è un grande film con qualche difettuccio (un balletto pleonastico, qualche indugio autocompiaciuto) e momenti memorabili (la sfilata sul piazzale del Quirinale del presidente portoghese, le intemperanze dell’amica di De Santis interpretata da Milvia Marigliano, l’agonia del cavallo nelle scuderie del Quirinale). Soprattutto ha un’idea furba nella definizione del protagonista. Chi è davvero l’enigmatico Mariano De Santis, ritagliato sulle rughe di Servillo, il capo dello Stato ribattezzato «Cemento armato» che, giunto nell’ultimo semestre del settennato deve ugualmente firmare la legge sul fine vita e pronunciarsi sulle istanze di grazia di due detenuti? «Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani», è il vago identikit tracciato da Servillo al Lido quando l’hanno interrogato sull’identità del suo personaggio. Tagliando corto, è un misto di Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano (molto meno individuabili i tratti del tradizionalista Oscar Luigi Scalfaro). In sintesi, De Santis è un Mattarano, o un Napolitella. Forse più il primo del secondo perché, pur essendo democristiano di appartenenza, alla fine, davanti al dilemma morale scelto come innesco narrativo, si comporta come un presidente di sinistra o post-comunista. Davanti alla figlia, l’ottima Anna Ferzetti, pure lei fine giurista, che lo sollecita a esaminare il dossier sull’eutanasia con la domanda «di chi sono i nostri giorni?», lui si arrovella nel dubbio amletico: «Se firmo sono un assassino, se non firmo sono un torturatore». Opposto «al narcisismo» e alla tendenza «a mostrare i muscoli» come denuncia Servillo, i nostri politici dovrebbero coltivare il dubbio. Non tutti però soddisfano l’attore protagonista perché se in materia si fanno «due passi avanti e tre indietro» allora no, non va bene, spiega nelle numerose interviste, dando alla campagna promozionale un tratto di opposizione antigovernativa. Insieme alla grazia come istituto giuridico concessa dal capo dello Stato a uno dei detenuti che ne fanno richiesta, il dubbio etico-filosofico è l’atteggiamento auspicato dal titolo: «La grazia è la bellezza del dubbio», dice il Papa con rasta e scooter (Rufin Doh Zeyenouin) a De Santis. Il quale, incalzato dalla figlia, lo risolve concludendo che «i nostri giorni sono nostri», distanziandosi dal titubante presidente democristiano interpretato fino a quel momento. Insomma, comportandosi più da Napolitano che da Mattarella.
Perché un uomo che abbia una formazione cattolica sa che non è così. Che i nostri giorni non sono nostri anche solo per il fatto che veniamo al mondo senza deciderlo. Ci troviamo fatti. E, se così è, non può essere nella legge di natura disfarci. E sa anche che, fra le tante, esiste la grazia divina che «trae bellezza dalle cose brutte» (Grace, U2). Che, però, non è contemplata nel copione di Sorrentino.

 

La Verità, 15 gennaio 2026

Checco Zalone s’inventa il religiosamente scorretto

A volte la trovata geniale ce l’abbiamo talmente davanti agli occhi che non riusciamo a vederla. Chissà che cosa s’inventerà stavolta Luca Medici, in arte Checco Zalone, che a cinque anni da Tolo Tolo in cui si era auto diretto, torna al cinema con la regia del fedele Gennaro Nunziante (cinque film su sei in coppia)? Invece, a volte non serve lambiccarsi il cervello, basta guardarsi attorno per vedere chi sono gli adulti, o presunti tali, di oggi. E chi sono i ragazzi e che cosa cercano davvero.
Realizzato da Indiana production con Medusa, in collaborazione con Mzl e Netflix e con il contributo degli investimenti del ministero della Cultura, Buen camino esce il 25 dicembre in mille copie, destinate ad aumentare dopo la prima settimana di programmazione. Rispetto a Tolo Tolo che s’infilava nella difficile tematica dell’immigrazione stentando a trovare una chiave originale (pur sempre 48 milioni al botteghino), Buen camino è incentrato sul rapporto tra un padre e una figlia che, d’istinto, potrebbe risultare «una cosa un po’ ruffiana», ammette Checco. In realtà, è una storia semplice che tocca temi complessi con leggerezza, facendo ridere tra scorrettezze e le iperboli classiche della coppia Zalone-Nunziante. L’attesa è notevole, anche dopo le accuse di Pietro Valsecchi, ex produttore del comico pugliese, intervistato qualche giorno fa dal Corriere della Sera: «Luca era diventato ossessivo… voleva essere accettato dall’intellighenzia di sinistra, che non l’aveva mai capito». Che cosa replica? «Gli voglio bene», è la lapidaria risposta.
Mentre nella megavilla in Sardegna, tra piramidi faraoniche e piscine hollywoodiane fervono i preparativi per la festa dei 50 anni di Eugenio Zalone, ignorante produttore brianzolo di divani, si scopre che l’unica figlia Cristal (Letizia Arnò), così in omaggio alle bollicine francesi, è scomparsa, ribelle alla ricchezza e alla vacuità strabordanti. È l’ex moglie (una Martina Colombari con lunghi capelli grigi) a strappare il padre dallo yacht e dalle sinuosità della nuova fiamma venticinquenne, costringendolo alla ricerca dell’adolescente. Niente di più improbabile. Il papà, tutto tatuaggi e carte di credito, non sa nulla della ragazzina ma, per vincere la sfida con il compagno dell’ex moglie, un regista palestinese («l’unico che occupa territori fuori dal Medio Oriente, gaza mia»), si attrezza all’impresa impossibile. La dritta giusta arriva dall’amica del cuore di Cristal e così eccolo pedinarla su una delle sue tante Ferrari nel Cammino di Santiago de Compostela. Determinata a proseguire la sua ricerca di autenticità, l’adolescente trascina il padre recalcitrante su sentieri assolati e dentro spartani ostelli. 800 chilometri a piedi, tra scomodità e imprevisti. In realtà, l’imprevisto più grande è il cambiamento delle persone.
Buen camino è una storia leggera e profonda, disseminata di battute che strappano risate improvvise e che potrà piacere anche a sinistra per la critica alla ricchezza più ostentata e kitsch. Un film «famigliare», lo definisce Zalone. E con qualche cenno biografico, ammette, citando le sue figlie adolescenti «che passano la vita sul cellulare e sui social». «Siamo partiti dalla definizione del personaggio di Checco», racconta Nunziante. «È un ricco, è dio ma non alla ricerca di Dio, perché la ricchezza si sostituisce a Dio. Così, il luogo più stridente per lui è il Cammino di Santiago. Un posto religioso, ma non solo e non di moda perché dopo la pandemia il Cammino è calato molto».
La storia scaturisce dal contrasto fra il personaggio di Checco e la ricerca della figlia. «Cristal si ribella alla ricchezza. Quello che manda in tilt noi adulti è quando i nostri ragazzi rifiutano quello che siamo. Allora ci accorgiamo che quello che possediamo non serve a nulla», ragiona il regista. La questione della paternità è centrale. «Da tempo riflettiamo sulla società senza padri. Il primo motivo è che non sappiamo più chi è l’uomo, di conseguenza non possiamo sapere chi è il padre. Il personaggio di Checco è partito che era già padre ma non lo sapeva e torna che lo è. Diventa quello che è ma non sapeva di essere. Questo è il nostro cinema. Se l’uomo rimane lo stesso fino alla fine, siamo nel cinema americano. I finali del cinema europeo cercano di andare incontro all’uomo e di aiutarlo a crescere». Zalone è curioso della reazione del pubblico giovane: «Un po’ mi spaventa. Mia figlia non l’ho mai vista attenta a un contenuto che dura più di 40 secondi e questo è un film tradizionale, di 90 minuti». Qualcuno lo stuzzica sulle battute scorrette come quella su Gaza. «Credo che anziché lamentarsi del politicamente corretto, la risposta migliore sia essere scorretti con intelligenza». Interessante anche sapere che rapporto hanno Zalone e Nunziante con la spiritualità. «A 17 anni non vivevo questa ricerca. Volevo fare il pianista, ma poi è emerso il comico. Ho sentito tanti racconti, chissà, un giorno non escludo di farlo sul serio questo Cammino, negli ostelli», ipotizza il comico. «Non so se spiritualità sia la parola giusta, ma sì, avevo la percezione che la vita non finisse nella vita», argomenta Nunziante. «Se perde la dimensione metafisica l’uomo impoverisce. Si finisce a parlare del sociale e il sociale ha rotto le scatole. Veniamo da decenni di derisione della condizione cristiana in una società in cui l’elemento prevalente è stato il marxismo. Mi piace misurarmi con l’ignoto, il comico fa questo e la commedia non dà risposte. Nel dubbio si cresce e davanti a un dubbio la commedia ne crea un altro. Chi fornisce risposte rasenta la volgarità».

 

La Verità, 23 dicembre 2025

La speranza che allevia il peso delle giovani madri

L’effetto speciale è la forza della realtà e della vita. Niente fronzoli, niente algoritmi, niente ideologie. Giovani madri è un film che sembra un documentario e racconta la vicenda – già dire «storia», saprebbe di artificio – di cinque ragazze madri minorenni. Non ci sono discorsi o insistenze pedagogiche. Solo gesti, sguardi e silenzi. E dialoghi secchi come fucilate. Non c’è nemmeno la colonna sonora, come d’abitudine nel cinema dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, autori anche della sceneggiatura, premiata all’ultimo Festival di Cannes. Distribuito da Bim in collaborazione con Lucky Red, il film, 105 minuti in tutto, è uscito il 20 novembre, accolto dagli elogi di gran parte della critica. Certamente non scalerà il botteghino, ma merita che se ne parli perché è un film diverso. Che ci introduce in una maison maternelle con operatrici laiche che aiutano ad avere figli dopo che il termine per abortire è superato. E non è merito da poco, visto che finora il cinema d’autore e da festival (Magdalene, Leone d’oro alla Mostra di Venezia nel 2002 e Philomena, miglior sceneggiatura sempre a Venezia nel 2013) ha indugiato sugli istituti di suore che, soprattutto in Irlanda, maltrattavano le ragazze madri, per costringerle ad abbandonare i neonati in favore di ricche adozioni.
In questo film, però, non si cerca la denuncia, ma di indagare la fragilità del rapporto fra tre generazioni di genitori e figli. Senza tuttavia cedere alla sociologia. «Cerchiamo sempre di rimanere sulla persona, non vogliamo mai rappresentare un “gruppo sociale”», hanno sottolineato di recente i registi. «Il nostro obiettivo è che i personaggi esistano come individui, come esseri umani, ovviamente in dialogo con lo spettatore». Che qui partecipa da subito a uno scambio intenso. Nella prima scena Jessica parla al cellulare mentre aspetta una persona alla fermata del bus. Incinta di qualche mese, si avvicina a una signora sconosciuta per chiederle se è lì per incontrare una ragazza di nome Jessica. Subito dopo scopriamo che è stata abbandonata alla nascita e che ora si sente tradita dall’appuntamento mancato. Poi la vediamo chiamare un’infermiera perché non sente battere il cuore del feto. Con il suo neonato dentro la carrozzella, Perla, una teenager di colore, va ad aspettare il compagno che esce finalmente di galera, ma si mostra disinteressato all’idea di costruire un futuro insieme. Tornata a casa, l’operatrice la esorta alla sua responsabilità: «Il tuo bambino piange, lo prendi in braccio?». «Piango anche io», replica Perla. «Ha fame», insiste la donna. «Anche io ho fame», ribatte lei.
Il domino del disamore e della solitudine produce anaffettività verso i piccoli, i più indifesi della catena. Ma queste adolescenti strette dentro una sproporzione esistenziale e psicologica rivendicano il diritto a essere ascoltate e amate. E a vivere la loro età. Ancora figlie, sono già madri o si accingono a diventarlo senza che nessuno abbia insegnato loro cosa voglia dire. Mentre provano a capirlo, cercando il loro posto nel mondo, devono maneggiare biberon, pannolini, carrozzine. Senza un sostegno di madri, padri o nonni. Salvo quello, discreto, di infermiere e operatrici che suggeriscono e consigliano. Ariane ha una madre alcolizzata con un compagno violento: «Se c’è lui noi non entriamo», dice la ragazza davanti alla soglia di casa della donna. Che tenta di riguadagnare la fiducia dopo troppe promesse disattese. Vuole coccolare la piccolina per dissuadere la figlia a darla in adozione: «La tengo io». Ma da fuori arriva una voce maschile… Julie è un’ex tossicodipendente che, con il suo ragazzo, pure lui con un passato di strada, prova a credere in un futuro ancora fragile. Bisogna recuperare un equilibrio per svezzare la loro bambina, l’unica «cosa vera» in una vita di bugie. Naïma, che ha trovato lavoro alla stazione dei treni e con il suo bimbo si trasferirà in una casa lì vicino, è il motivo di una festicciola con le compagne. Intanto, Jessica ritrova finalmente la madre… Quell’enorme sproporzione può essere alleviata anche da una poesia di Apollinaire, da un abbraccio improvviso o da una lettera alla figlia, da aprire quando compirà 18 anni.
A Repubblica che ha chiesto loro quale sia «la funzione del regista politico oggi», i fratelli Dardenne hanno risposto: «Una singola lacrima che cade da un volto aggiunge più umanità e spiritualità nella mente di uno spettatore di quanto non faccia un film di protesta sociale o una manifestazione di piazza. Dobbiamo chiederci cosa ci rende più umani quando usciamo dal cinema».

 

La Verità, 22 novembre 2025