Il Maestro di Favino e il tennis metafora della vita

Ora che abbiamo in Jannik Sinner un campione nel quale possiamo riconoscerci checché ne dicano i rosiconi Schützen e Novak Djokovic, tutti abbiamo anche un figlio o un nipote che vorremmo proiettare ai vertici delle classifiche mondiali. Grazie alle soddisfazioni che regala, il tennis inizia a competere con il calcio come nuovo sport nazionale (giovedì su Rai 1 la Nazionale di Rino Gattuso ha totalizzato 5,6 milioni di telespettatori mentre sommando Rai 2 e Sky Sport, il match di Musetti – non di Sinner – contro Alcaraz ha superato i 3,5 milioni). Così, dopo esser stati Ct della Nazionale ora stiamo diventando tutti coach di tennis. Tuttavia, in Il Maestro, interpretato dall’ottimo Pierfrancesco Favino, Andrea Di Stefano (erano insieme anche in L’ultima notte di Amore) raffredda le illusioni perché non avalla nessuna facile aspirazione di gloria. Anzi.

A fine anni Ottanta, mentre imperversano Ivan Lendl e John McEnroe, i telefoni vanno a gettone e si indossano pantaloncini ascellari, il papà, ingegnere della Sip, destina energie e risorse economiche al progetto di trasformare in un campione il figlio tredicenne (il bravissimo Tiziano Menichelli). Niente sbruffonate e gioco d’attacco, «quello lo lasciamo ai figli dei ricchi», ma ore di allenamento serale con il padre dietro il «drago lanciapalle» a dettare i tempi delle rincorse a fondocampo. La strategia funziona a livello dei tornei regionali, ma ora che si avvicinano l’estate e il circuito nazionale, c’è un cambio di programma. Cancellate le vacanze nel solito villaggio turistico (pure con campi da tennis), con disappunto della parte femminile della famiglia, i risparmi vengono investiti nell’ingaggio di un maestro accompagnatore che vanta un ottavo di finale agli Internazionali di Roma. Il curriculum del campione mancato però omette altre caratteristiche non secondarie ma incombenti. Le consegne dell’inflessibile padre al maestro riempiono il borsello a tracolla: quaderni con regole di allenamenti e di comunicazione durante i match, sacchetto di gettoni per le telefonate quotidiane di aggiornamento sui risultati, contanti per il pagamento del maestro e degli alberghi nelle località delle competizioni.

Si parte per la consacrazione dei sogni. Ma già a bordo della Jaguar parecchio fané di Favino iniziano le prime divergenze sul giocatore preferito, l’imperturbabile Lendl per il ragazzo e lo sregolato Guillermo Vilas per l’allenatore, e sugli approcci all’universo femminile. «Le ragazze non mi interessano», replica l’adolescente alle proposte di intraprendenza dell’adulto, che recupera con un «bravo, ti volevo testare». In realtà, dovendo mantenere nella disciplina l’allievo, l’insegnante prova a liberarsi delle trasgressioni che lo rendono irrisolto e malinconico. Il ragazzo è disorientato e comincia a inanellare sconfitte con conseguente dramma famigliare. Inevitabile che il conflitto tra il rigore del padre e la cialtroneria del maestro deflagri non solo sulla racchetta dell’adolescente. Il quale, reggendo a situazioni ben più grandi di lui, si rivela il più adulto di tutti.

Curato nei dettagli di costume, ben sceneggiato da Ludovica Rampoldi con il regista, Il Maestro metabolizza Open di André Agassi e J.R. Moehringer, Challengers di Luca Guadagnino e persino Il sorpasso. Ma a ben guardare, non è né un film on the road, né un film sul tennis, né una commedia brillante – caso mai dolceamara. Pur, come detto, ambientato negli anni Ottanta, parla del presente e di tanti aspetti che ci sono famigliari. Dei padri invadenti e oppressivi (che oggi aggrediscono gli arbitri di calcio nei campetti), dei genitori che vogliono fare i coach (quanti ne vediamo nei team dei top ten), degli atleti che non hanno vinto quanto potevano perché convinti che bastasse il talento e delle sconfitte che fanno maturare.

Insomma, un film che parla di noi.

 

La Verità, 15 novembre 2025

Sorrentino usa la grazia per parlare di eutanasia

La grazia è un film toccato dalla grazia. Uscito come una fucilata dalla testa e dalla penna di Paolo Sorrentino. Un film che sa divertire e anche commuovere, inaspettatamente. Un film con personaggi ad alta definizione e dialoghi di elevata densità. Un film con momenti strazianti e struggenti. E con scene memorabili come la rovinosa caduta del vecchio presidente del Portogallo investito da un diluvio nel cortile del Quirinale durante la visita al suo omologo italiano. Certo, non è un film perfetto, con qualche eccesso, qualche passaggio pleonastico e qualche inevitabile ridondanza recitativa. Per esempio, in Toni Servillo che interpreta un presidente della Repubblica tra Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. E che, non a caso, in conferenza stampa sottolinea «l’importanza di un rilancio narrativo, il regalo di un personaggio totalmente nuovo, che ci ha evitato di adagiarci sul già fatto». Un film, infine, e questo è forse il suo pregio maggiore, che riesce a trattare in modo leggero un tema pesante come l’eutanasia, sul quale è difficile procedere per certezze assolute, tanto più per un artista come Sorrentino.
Mariano De Santis è un grande giurista ed ex magistrato, autore di un codice di procedura penale di 2046 pagine, divenuto presidente della Repubblica. È un uomo ancora innamorato della moglie Aurora, morta alla vigilia dell’elezione e, ora che sta per iniziare il semestre bianco durante il quale i suoi poteri si riducono, la nostalgia di lei non gli dà tregua in un Quirinale, sempre più «luogo di solitudine». Una solitudine acuita dal tradimento di quarant’anni addietro, con chi egli non ha mai saputo. Dopo di allora, anche se marito e moglie hanno continuato ad amarsi, De Santis è rimasto fermo a quel tradimento. Così, ora lo vediamo avvolto nelle sue malinconie e nell’indecisionismo dal quale tenta di smuoverlo la figlia Dorotea, una bravissima Anna Ferzetti, anche lei raffinata giurista. Le responsabilità incombono, soprattutto De Santis è invitato a firmare la legge sull’eutanasia. Per la quale, da Presidente democratico cristiano, non può non confrontarsi con il Papa; un Papa nero con lunghi rasta grigi, raccolti in una coda di cavallo, interpretato da Rufin Don Zeyenouin, che, dopo aver detto che le domande contano più delle risposte, come un contraddittorio Bergoglio, lo esorta a non firmare la legge. «Non sei mai stato capace di leggerezza», lo rimprovera la vulcanica amica storica (una formidabile Milvia Marigliano) confermando il soprannome di «cemento armato» che si porta dietro. «Sono l’uomo più noioso che conosco», dice lui di sé stesso. Tutto il colore e l’estrosità della vita erano nella moglie che non c’è più. Fortunatamente, la figlia gli impedisce di perdersi nelle malinconie e lo incalza con i faldoni delle istanze di grazia. Quella di una donna che ha ucciso il marito violento e torturatore («era un malato psichico terminale, l’ho liberato dalla sua schiavitù, la mia è stata una forma di eutanasia»), e quella presentata dai cittadini di Moncalieri per un professore amato dai suoi alunni che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. E soprattutto con il testo sull’eutanasia di fronte al quale è come paralizzato. «La domanda finale è solo una», stringe Dorotea, «di chi sono i nostri giorni?».
«Mi sono ispirato al Decalogo di Krzysztof Kiesloski, un autore che procede per dilemmi morali», spiega il regista nell’affollata conferenza stampa. «Lo spunto mi è venuto dalla cronaca quando ho saputo che Sergio Mattarella aveva concesso la grazia a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. I dilemmi morali sono un ottimo motore narrativo. Da lì, mi sono soffermato sul presidente della Repubblica e sul suo potere di concedere la grazia. Che, oltre a essere uno strumento giuridico, può essere anche un atteggiamento verso il mondo e la vita. Ho immaginato questo Presidente come una persona innamorata della moglie, ma poi anche della figlia e del diritto. Penso che la costante ricerca delle certezze porti a frequentare il dubbio come, secondo me, dovrebbero fare i politici fino a trasformarlo in una decisione etica e responsabile». Neanche Sorrentino, però, ha certezze granitiche: «La riflessione sull’eutanasia non è un’alternativa tra il bene e il male, ma più spesso è una domanda su quale sia il male minore. Tra la domanda semplice su di chi sono i nostri giorni e la risposta altrettanto semplice che dice che sono nostri, c’è il muro della vita».
Altro tema classico del cinema sorrentiniano, anche quest’opera si sofferma sullo scorrere del tempo e la trasmissione di valori tra generazioni. Fino a un certo punto della vita sono i genitori a insegnare, ma poi tocca ai figli condurre i genitori, riflette De Santis quando scioglie i dubbi sul testo della controversa legge: «I nostri giorni sono nostri». Insomma, il protagonista è un Mattarella che alla fine si avvicina molto a Napolitano, come confermerebbero le sue origini partenopee? Servillo: «Non c’è il riferimento a un unico personaggio che ha ricoperto il ruolo di Capo dello Stato. Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani». Già. Ma un presidente democristiano sa che i nostri giorni non sono nostri perché non veniamo al mondo per nostro volere, ma ci troviamo fatti.
Alla fine, il produttore di Freemantle, Andrea Scrosati, regala una notizia: «Sorrentino mi ha fatto leggere questa sceneggiatura quattro anni fa, ma poi ha voluto realizzare Parthenope. Ora quello che ho visto sullo schermo è ancora meglio di quella sceneggiatura». Quando arriverà nelle sale, il 15 gennaio, il film potrebbe alimentare il dibattito sull’eutanasia? «Me lo auspico, ma non so se il cinema abbia ancora questo potere», ammette il regista. Di sicuro, quella data lo escluderebbe dalla corsa agli Oscar. Ma forse la conquista di un grande premio alla Mostra potrebbe suggerire di anticiparne l’uscita.

 

La Verità, 28 agosto 2025

Al Lido i proPal cercano di allargare i consensi

Alla ricerca della visibilità, del consenso, dell’applauso facile. Il collettivo attori e registi militanti è in servizio permanente effettivo, da un appello all’altro. E pazienza se spesso e volentieri la mira è sbagliata. Dopo l’intemerata di Elio Germano sui finanziamenti ministeriali rivelatosi un boomerang per il salotto buono del cinema, alla vigilia della 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica che si apre stasera con la proiezione di La grazia di Paolo Sorrentino, tiene banco la richiesta di revocare l’invito a Gal Gadot e Gerard Butler, un’attrice e un attore colpevoli di essere filo israeliani e di sostenere l’azione di Netanyahu. Venice4Palestine (V4P), la sigla nella quale si sono aggregati artisti e associazioni, ne ha fatto esplicita richiesta in un appello e in una successiva lettera aperta indirizzati ai vertici della Biennale di Venezia.

La politica viene prima dell’arte. Gaza viene prima di La grazia. Curioso che siano attori e registi a promuovere il ribaltamento delle priorità. Il direttore della Mostra Alberto Barbera ha espresso la sua contrarietà a ogni forma di censura: «Non è certamente vietando a degli artisti di partecipare a un evento che si risolvono i conflitti. Non ci sarà nessun ritiro di invito». Altrettanto chiara la replica del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco: «Io non chiudo, io apro. Anche in tempo di guerra intellettuali e artisti devono incontrarsi e discutere».

A conferma che il battage allestito da V4P è propaganda, c’è il fatto che, prima che la lettera giungesse a destinazione, i due attori avevano rinunciato ad accompagnare alla Mostra In the hand of Dante, il film sulla Divina commedia diretto da Julian Schnabel, il visionario regista newyorchese di famiglia ebrea che il 3 settembre riceverà in Sala grande il premio Cartier Glory to the filmaker 2025. Girato in Italia, il film vanta un cast che, oltre ai due attori scomunicati, annovera tra gli altri Al Pacino, Martin Scorsese, John Malkovich e i nostri Sabrina Impacciatore e Claudio Santamaria. Loro potranno sfilare, Gal Gadot e Gerard Butler no. Ex miss Israele ed ex Wonder woman, Gadot è colpevole di aver prestato servizio militare obbligatorio nel Paese dove vive dal 2005, divenendo istruttrice di combattimento e poi di aver posato per un servizio fotografico dell’esercito intitolato «le soldatesse più sexy del mondo». Non importa che abbia un nonno sopravvissuto ad Auschwitz e che nei giorni scorsi si sia unita alle famiglie degli ostaggi nelle mani di Hamas per chiederne il rilascio al fine di accelerare i negoziati. Scozzese di 55 anni, cresciuto in una famiglia cattolica e protagonista di film d’azione, Butler ha promosso con Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro e Larry King raccolte fondi in favore dell’esercito israeliano che sta occupando la Striscia di Gaza. Chissà come sarebbe andata se De Niro avesse voluto sfilare al Lido. I democratici firmatari dell’appello, paradossalmente sostenuto anche dalla rete di Artisti #NoBavaglio, vogliono sbarrare il Lido a Gadot e Butler. Certo, non è esattamente come recita un sarcastico post su X: «Nessun boicottaggio pro Pal degli attori italiani potrà mai battere quello del pubblico verso i loro film». Ma la ricerca di consenso e di plauso dai media rimuove tante contradizioni e forse ambisce a quella visibilità che non sempre la loro arte garantisce.

Lunedì sul Foglio, Pupi Avati ha ricostruito da par suo la rinascita dell’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici) illudendoci, come recitava il titolo, che «alla fine poté più il cinema della politica». Purtroppo, l’attivismo di Venice4Palestine ha smentito rapidamente l’illusione. I firmatari dell’appello – tra i quali Kean Loach, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Mario Martone, Gabriele Muccino, Valeria Golino, Jasmine Trinca, Laura Morante, Alba e Alice Rohrwacher, Beppe e Toni Servillo, Serena Dandini, Fiorella Mannoia e Roger Waters (fino a 1500 adesioni) – hanno chiesto alla Biennale «di esporsi con azioni e posizioni chiare e che si impegni a interrompere le partnership con qualunque organizzazione che sostiene il governo israeliano, direttamente o indirettamente». Già in luglio, in vista di possibili contestazioni, alla presentazione del programma era stata sottolineata la significativa partecipazione al concorso di The voice of Hind Rajab della regista Kaouther Ben Hania, film sulla bambina che, intrappolata in un’auto in mezzo ai parenti uccisi durante l’invasione dell’esercito israeliano di Gaza del gennaio 2024, chiede aiuto, invano, ai soccorritori. Ora V4P vuole che una sua delegazione sfili sul tappeto rosso con la bandiera palestinese e annuncia una manifestazione al Lido per sabato.

«La Biennale di Venezia e la Mostra del cinema sono sempre stati nella loro storia luoghi di confronto aperti e sensibili a tutte le questioni più urgenti della società e del mondo», hanno replicato dall’istituzione veneziana. Non basta. Attori e registi pretendono la condanna «del genocidio» e il ritiro degli inviti. Proprio come avvenuto qualche settimana fa a Valery Gergiev, il direttore d’orchestra in odore di putinismo, prima invitato per dirigere un concerto alla Reggia di Caserta e poi scaricato a furor di proteste dem. O come successo in questi giorni a Woody Allen, caduto sotto gli strali del governo ucraino per aver elogiato il cinema russo durante la Settimana internazionale del cinema di Mosca: «Credo fermamente che Putin abbia torto, ma l’arte va tenuta fuori», ha respinto le accuse il cineasta americano.

Quando si antepone l’ideologia all’arte o si confonde l’appartenenza a un popolo con l’adesione acritica al suo governo gli effetti possono essere nefasti. «Cosa c’entra Netanyahu col divieto di ospitare un artista israeliano? Allora non si dovrebbe invitare nessun iraniano per Khamenei, o nessun artista cinese per le tensioni tra Pechino e Taiwan», ha osservato Andrée Ruth Shammah, regista e direttrice del Teatro Franco Parenti di Milano, manifestando la sua amarezza per la presenza di tanti amici nelle file dei censori.

Dal palco dei David di Donatello, prima di innescare la controproducente polemica sui finanziamenti al cinema Elio Germano disse che «un palestinese ha la stessa dignità di un israeliano». Oggi si deve dire che vale anche il contrario.

 

La Verità, 27 agosto 2025

Una manina ripulisce la carriera truffa di Kaufmann

Un curriculum fasullo che qualcuno sta provando a cancellare. Una carrierona inesistente, servita per accaparrarsi denaro pubblico, che adesso si tenta di sverniciare. Altro che lo scandalo di certe lauree inventate e scoperte tardi. I titoli professionali di Francis Kaufmann sono una recita da premio Oscar. Un’opera da genio del male degno di grandi festival internazionali. Una pantomima da Academy awards. Peccato che nessuno se ne fosse accorto. Nessuno che avesse detto Kaufmann chi? Nemmeno nei felpati uffici del ministero della Cultura. Nemmeno coloro che, stando al curriculum, avrebbero dovuto essere compagni di set del grande cineasta, ora inquisito per l’omicidio della piccola Andromeda e di Anastasia Trofimova.
È una millantazione kolossal, la sua. Un piano minuziosissimo che lo ha fatto apparire collaboratore di Paolo Sorrentino, in Youth – La giovinezza. Presente nel cast tecnico di Heaven, regia di Tom Tykwer su sceneggiatura di Krzysztof Kieslowski (con Cate Blanchett e Remo Girone). Produttore esecutivo di Ridley Scott in Tutti i soldi del mondo e in Ore 15,17: attacco al treno di Clint Eastwood. Al fianco di Beyoncé e Idris Elba nel thriller Obsessed. Sceneggiatore e produttore di 3 metros sobre el cielo, adattamento spagnolo del romanzo di Federico Moccia. Una super carriera cinematografica, dunque.

Oggi, però, la notizia è un’altra, ancora più stravagante. «Se non fosse una tragedia sarebbe una commedia perfetta», ha detto Sergio Castellitto, commentando la bizzarria dei finanziamenti ministeriali a un film mai girato, per giunta da un presunto criminale. La notizia di oggi trasforma la tragicommedia in un thriller. Nelle ultime ore, qualcuno sta cancellando le tracce di questa carrierona. Una manina sta nascondendo i falsi titoli professionali con i quali lo Zelig dei set ha inventato il suo profilo da cineasta. Mentre Kaufmann è nelle carceri greche in attesa di estradizione per il duplice omicidio di Villa Pamphili, parecchio lavoro attende la polizia postale per smascherare l’azione di questa manina. A rivelarlo è Franco Bechis, il direttore della testata online Open, già autore dello scoop che qualche giorno fa ha rivelato il finanziamento di 863.000 euro ottenuti dal film Stelle della notte mai realizzato dal sedicente regista americano che si firmava Rexal Ford. Fondi pubblici ottenuti grazie all’assegnazione priva di controlli e di verifiche disposta dalla legislazione del tax credit attuata dal ministero della Cultura ai tempi di Dario Franceschini.
L’invidiabile carriera di Kaufmann nel cinema era stata messa a punto nella versione professionale del sito Imdb, una specie di Bibbia dell’industria cinematografica, di proprietà di Amazon. Lì, Rexal Ford, uno dei nominativi con cui il finto regista si era accreditato, compariva, insieme a Matteo Capozzi, attivo sui profili social, e a Michael Sterling, firmatario delle lettere di presentazione, come direttore esecutivo della fantomatica Tintagel films Llc, la società di produzione che non ha sede a Malta, bensì a Canterbury, in Gran Bretagna. Anche questo, però, risulta falso perché nessuna azienda con quel nome compare nel registro delle imprese del Regno unito. Tuttavia, il piano era studiato nei minimi dettagli. Con una sofisticata tecnica di hackeraggio, i nomi dei tre direttori della Tintagel erano stati inseriti nelle schede dei film citati e presentati come credenziali negli uffici giusti. Ma il falso è kolossal perché negli sterminati titoli di coda originali dei film ai quali Kaufmann millantava la partecipazione, dove si elencano anche i nomi degli elettricisti e dei fonici, né Rexal Ford né Matteo Capozzi né Michael Sterling comparivano mai.

Ora, nella notte tra il 24 e il 25 giugno le 48 collaborazioni eccellenti a film e lungometraggi si sono dimezzate. «Una manina evidentemente collegata alla rete di Kaufmann», scrive Bechis, «è intervenuta e ha modificato la scheda della Tintagel Films su Imdb pro. Rexal Ford è rimasto tra i direttori, ma nella sua scheda sono state cancellate la metà delle produzioni che erano indicate fino al giorno prima. Sparita la partecipazione da produttore esecutivo nella versione spagnola di Tre metri sopra il cielo. Ripulite le schede originali dei film che così non erano più hackerate». La stessa ripulitura è stata realizzata sul profilo di Matteo Capozzi, «sparito del tutto con tutti i film cui avrebbe partecipato. Cancellata la sua scheda, sparita ogni traccia».
È un lavoro di ripulitura sofisticato in corso d’opera. Le partecipazioni diminuivano col passare delle ore, cancellate una ad una, certosinamente. È stato fatto un hackeraggio al contrario, opposto a quello che in fase di costruzione della falsa carriera aveva infilato i diversi avatar di Kaufmann nelle opere da esibire. Un’operazione che svela l’esistenza di una rete tuttora attiva, in possesso di strumenti raffinati, complice della persona che, secondo gli indizi in possesso degli inquirenti, avrebbe ucciso la propria compagna e la propria figlioletta.
Secondo Pupi Avati, maestro di tutti i generi cinematografici, la tragicommedia con elementi thriller ha, purtroppo, anche amari risvolti horror: «Occorreva che un mostro uccidesse la propria figlia e la propria compagna perché i grandi media si occupassero del disastro in cui si trova il cinema italiano. Che fu grande fino a quando i politici non lo ritennero cosa propria».

 

La Verità, 26 giugno 2025

Macron arruola anche Cannes a difesa di Zelensky

Arruolata anche la Croisette. Spedita al fronte. Schierata sulla linea di confine della guerra in Ucraina con tutta la grandeur, l’allure e il glamour di star e starlette, sebbene quest’anno meno svestite del solito. Il 78º Festival di Cannes si è aperto nei giorni della trattativa tra Volodymyr Zelensky e la delegazione russa con la mediazione logistica della Turchia e quella diplomatica dell’amministrazione Trump e, con raro zelo temporale, la direzione della più importante manifestazione francese ha colorato di giallo e azzurro un’intera giornata. Quattro film, meglio, tre documentari e un lungometraggio in concorso, dedicati all’Ucraina. Uno schieramento massiccio, senza possibilità di equivoci, «con un evidente significato politico che», annota la solitamente asettica Ansa, «non può essere sganciato dall’impegno del presidente francese Macron per il gruppo dei Volenterosi».
Il presidente ucraino è, invece, il protagonista di due documentari mostrati nella sala intitolata al prestigioso critico Jean Bazin. Un reportage firmato da Bernard-Henry Lévy e Marc Roussel, girato sui fronti dell’Ucraina orientale, dal significativo titolo Notre guerre, dove lo si vede riluttante nei giorni che precedono la visita alla Casa bianca. Ma è soprattutto Zelensky, 135 minuti di biopic firmati da Yves Jeuland, Ariane Chemin e Lisa Vapné, autori e giornalisti francesi, a irradiare di luci prive d’ombra l’ascesa dell’ex comico nato a Kyvryj Rih e diventato nella realtà il personaggio inscenato nella finzione della serie Servitore del popolo.
Assai bizzarro è il fatto che, per mostrare questa sorta di agiografia, Cannes abbia derogato alla consuetudine di proporre solo opere inedite. Le due parti del documentario sono infatti da giorni visibili su Arte.tv, la piattaforma culturale che in homepage martella la sua vocazione «europea per gli europei». Et Volodia devint Zelensky, è il titolo originale, prende le mosse dalla celebrazione per i 33 anni dell’indipendenza ucraina, il 24 agosto 2024, quando la guerra è in corso da due anni e mezzo.
Chi è Volodymyr Zelensky, si chiedono gli autori. Un nazionalista, una marionetta, un saltimbanco o un eroe che porta sulle spalle il destino di un popolo intero? «Questa è la storia di un sovietico che sognava il mondo dello spettacolo». Oppure, «è la storia di un comico che ha interpretato così bene il presidente da diventarlo sul serio». Si riparte da Kyvryj Rih, nell’Ucriana ancora sovietica, patria del protagonista, la città del ferro dove, se a qualcuno fosse sfuggito il filo rosso sotterraneo, basta poco per apprendere che «il suo acciaio è servito per costruire la Torre Eiffel». Sul palco del cortile di casa il giovane Volodia e i suoi amici iniziano a esibirsi con piccole storie, canzoni, gag. Volevano diventare star della televisione. Le maestre dei ragazzi raccontano che la Gioventù comunista li addestra come «pionieri». «Ma noi non volevamo essere uomini sovietici», sottolinea l’amico Denys. La scuola propone corsi di matematica, dibattiti, gare di danza. Volodia eccelle in tutto. A 28 anni partecipa a Ballando con le stelle e vince. Fonda il gruppo Kvartal 95 per partecipare al varietà umoristico Kvn. Il produttore Alexandre Rodniasky ricorda la prima volta che lo vide: «Era divertente, carismatico, estremamente svelto, un vero leader». Ma dal 2003 al Cremlino c’è un nuovo inquilino, Vladimir Putin, e una band di Kiev non può spuntarla sui ragazzi di Mosca. Così, il giovane Zelensky torna in Ucraina, nel frattempo divenuta indipendente, dove il successo è inarrestabile.
Altra citazione strategica, la seconda parte del documentario si apre con l’intervento di Zelensky all’inaugurazione del Festival di Cannes. È il 17 maggio 2022, l’invasione di Putin è iniziata da tre mesi e il presidente ucraino evoca Charlie Chaplin nel Grande dittatore. «Zelensky non è il nuovo Chaplin», concedono gli autori, «ma la sua storia è altrettanto romanzesca».
Il 2014 è l’anno dei cambiamenti. Zelensky non partecipa alla rivolta della piazza Maidan, ma quando Putin annette la Crimea gli risponde sul filo della satira e poi va nel Donbass per tenere alto il morale delle truppe al confine (lui che il servizio militare è riuscito a evitarlo). Con gli amici di sempre, scrive la sceneggiatura della serie Servitore del popolo in cui interpreta Goloborodko, un insegnante che diventa presidente dell’Ucraina. La finzione irrompe nella realtà. La serie, diffusa dalla rete tv 1+1 del magnate e suo futuro sponsor elettorale Ihor Kolomoisky, ha grande successo. Un amico deposita il marchio del partito Servitore del popolo. Il 31 dicembre 2018 a mezzanotte lui rompe gli indugi in diretta tv annunciando la sua candidatura dal backstage di uno show. Dopo l’annuncio, riprende a cantare fra le ballerine. Gli autori della serie sono gli organizzatori della campagna elettorale. La confusione e la sovrapposizione tra i due ruoli, i due linguaggi e i due copioni è voluta. Zelensky è un Beppe Grillo che ce l’ha fatta.
A completare la spedizione cinematografica embedded, a Cannes si sono visti anche 2000 metri da Andriivka del regista premio Oscar Mstyslav Chernov che, camminando a fianco dei soldati ucraini ne documenta l’avanzata per liberare il villaggio di Andriivka, e Two prosecutors, in concorso, del regista ucraino Sergej Loznitsa, dedicato all’orrore delle purghe staliniane.
La diplomazia culturale della Croisette è stata organizzata nei minimi dettagli.

 

La Verità, 17 maggio 2025

Il dissing Germano-Giuli e le questioni di grana

Altolà, un ministro non può attaccare un cittadino. Non può farlo sebbene quello stesso cittadino abbia usato espressioni insultanti nei confronti del ministro stesso. E lo abbia fatto pubblicamente, nella più istituzionale delle sedi, il Quirinale, davanti al Presidente delle Repubblica. È la morale discendente dalle ultime dichiarazioni di Elio Germano, il più militante e il più premiato – no, non c’è un nesso – degli attori italiani. L’ultimo capitolo del dissing tra l’artista insignito del David di Donatello, il sesto della carriera, per l’interpretazione dell’ex segretario comunista nel film Berlinguer – La grande ambizione, e il ministro della Cultura Alessandro Giuli registra l’ennesima dichiarazione di Germano: «È inquietante che un ministro attacchi un cittadino, facendone nome e cognome», ha scandito a un evento organizzato dal quotidiano Domani. Invece, dal canto suo, il cittadino gode di licenza d’insulto e d’insindacabile libertà di sfregio. Ha potuto constatarlo chi ha seguito qualche giorno fa la cerimonia per la consegna dei David svoltasi al Quirinale alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, dove tutto è iniziato (7 statuette su 14 candidature per Vermiglio di Maura Delpero, zero premi su 15 nomination per Parthenope di Paolo Sorrentino, assente per un malessere).
Presentato da Geppi Cucciari come «l’unico ministro i cui interventi possono essere ascoltati al contrario, e a volte migliorano. Ora c’è il momento più atteso da Google translate, la parola al ministro», Giuli aveva parlato della «precarietà e della confusione del settore», sottolineando che «il disegno correttivo del tax credit aveva recepito le richieste di chi ha bisogno di chiarezza e trasparenza» e che «ora il settore deve essere riconfigurato». Subito dopo aveva preso la parola l’attore premiato nei panni di Berlinguer. «Fatico a seguire il ministro Giuli. Sentirci dire che le cose vanno bene è fastidioso», aveva premesso, sprezzante, Germano, prima di perdere il controllo. «Invece di piazzare i loro uomini nei posti chiave, come i clan, si preoccupassero di fare il bene della nostra comunità, mettendo le persone competenti nei posti giusti». Insomma, il ministro si comporta come un mafioso, mentre per far adeguatamente il suo mestiere dovrebbe promuovere le persone che piacciono a noi. In serata, su Rai 1, altra tirata sui «movimenti operaio, studentesco e femminista», la Costituzione e l’uguaglianza tra palestinesi e israeliani.

Era prevedibile che, a stretto giro, arrivasse la replica del ministro. «La sinistra pensava che la cultura fosse roba loro. Avevano intellettuali e li hanno persi, si sono poi affidati agli influencer, ora gli sono rimasti i comici», ha osservato Giuli a un convegno di Fdi. «C’è una minoranza rumorosa che si impadronisce perfino dei più alti luoghi delle istituzioni italiane, il Quirinale, per cianciare in solitudine, isolati. Mi riferisco a Elio Germano».

Già, forse non era necessario specificare nome e cognome. Fin dai tempi di La nostra vita, regia di Daniele Luchetti, premiato al Festival di Cannes 2010 come miglior attore, l’abitudine di Germano al proclama militante sul red carpet è cosa nota. Non c’è suo riconoscimento che non sia incorniciato in qualche predicozzo civile. Come quest’anno, è accaduto anche nel 2023, in sodalizio con Michele Riondino, entrambi premiati per le loro interpretazioni in Palazzina Laf (regia dello stesso Riondino). Dal Giovane favoloso in poi, il kolossal di Mario Martone del 2014 in cui Germano era Giacomo Leopardi e Riondino il fedele amico Antonio Ranieri, i due intrecciano interpretazioni e lotte politiche, recitazione e militanza. Anche ieri, intervistato da Repubblica, Riondino ha difeso il compagno, accusando l’«attivismo istituzionale contro un attore, rappresentante della cultura italiana». Germano, non il ministro.

Ciak e bandiere rosse. Primi piani e retorica comunista. Niente di nuovo davanti alle cineprese, verrebbe da dire. Il cinema va così da decenni, almeno in Italia. Sennonché qualcosa si vorrebbe cambiare. Ma ai circoli intellettuali che da sempre lo governano non sta bene. E, dunque, giù le mani dal nostro giocattolo. Questa compagnia di giro, questa cinematografia ideologizzata, è abituata da decenni ad avere tutto. Senza controlli né verifiche. I soliti registi, i soliti attori, spesso i soliti film, con i soliti finanziamenti pubblici che garantivano la produzione e l’uscita nelle sale. Che spesso e malvolentieri rimanevano desolatamente deserte. La coppia formata da Luchetti regista e Germano attore protagonista l’abbiamo ritrovata all’opera in Confidenza (anno 2024): 6 milioni e mezzo di budget, quasi tre di fondi ministeriali e 1,5 di incasso al botteghino. Con l’arrivo del «governo delle destre» questi automatismi si sono inceppati. Il bel mondo della settima arte è indispettito. Contrariato. Offeso. Come si può non lasciare mano libera al genio, alla poesia, al grande cinema? Se le sale chiudono è colpa del governo, dicono fingendo di crederci. Fino al prossimo premio. E al prossimo proclama.

 

La Verità, 13 maggio 2025

Biancaneve woke e senza nani costa cara alla Disney

Un capolavoro di revisionismo cinematografico. Una summa di wokismo per i bambini del pianeta. Infine, un discreto flop al botteghino, accompagnato da uno tsunami di polemiche. È il remake di Biancaneve targato Disney; senza i sette nani nel titolo e vedremo perché. Un kolossal con attori in carne e ossa, firmato da Marc Webb e costato 270 milioni di dollari. Addirittura 350 per il New York Times, a causa dei rinvii per il Covid e degli scioperi degli studi contro l’avvento dell’intelligenza artificiale.

Chissà che cosa staranno facendo i fratelli Jakob Ludwig Karl e Wilhelm Karl Grimm nelle loro tombe nel cimitero vecchio di San Matteo a Berlino. È noto invece il pessimo umore che turba i manager del marchio di Topolino per i modesti incassi del primo weekend di programmazione. Appena 43 milioni negli Stati Uniti e 44 nel resto del mondo (oltre 2 milioni di euro in Italia) che fanno 87 in totale: molti meno dei 100 previsti dalle stime al ribasso della produzione. Così, ora, nella major già provata dai tagli di personale – 7.000 lavoratori licenziati nel 2023 soprattutto per i flop delle opere «impegnate», più altre centinaia nel 2024 (nei parchi a tema, Espn, Disney Entertainment e Pixar) – si è scatenata la ricerca dei colpevoli.

Lungi dal mettere in discussione il politicamente corretto che stravolge uno dei maggiori classici della letteratura per l’infanzia, il capro espiatorio è stato trovato nell’attrice protagonista, la colombiana Rachel Zegler, colpevole di aver postato critiche alla fiaba originale, espressioni anti-Trump e pro Palestina. «Ho lasciato che le mie emozioni prendessero il sopravvento», ha ammesso lei, scusandosi. Ma ciò non è bastato a frenare le contestazioni di Gal Gadot, l’attrice israeliana che interpreta Grimilde. Insomma, mamme e bambini di mezzo mondo avrebbero risposto tiepidamente perché le interpreti di Biancaneve e della regina cattiva sono schierate su fronti opposti nella guerra in Medio Oriente. Un discreto alibi per i vertici Disney.

Parecchi critici hanno, invece, idee diverse. Soprattutto le hanno gli spettatori che si sono espressi su Imdb (Internet movie database), la piattaforma che misura le valutazioni di film, serie e videogame, attribuendo a Biancaneve una classificazione di 2,0/10 che, al momento, è in assoluto la peggiore a livello mondiale dell’ultimo decennio.

È giustificata una stroncatura tanto spietata? Purtroppo sì. La più intoccabile delle favole raccontata in forma di musical a metà tra il femminismo a buon mercato di Paola Cortellesi – «Biancaneve era la colf dei sette nani» – e il revisionismo da Metoo di Roberto Barbolini – «Il principe azzurro è un molestatore» – non può che aizzare la rivolta.

La prima storpiatura si ha sull’origine del nome. Mentre nella versione dei fratelli Grimm la mamma desidera una bambina con pelle candida come neve e labbra rosse come il sangue, qui il nome deriva dalla tempesta invernale che accompagna la sua venuta al mondo. L’escamotage è perfetto per dare alla protagonista interpretata da un’attrice latinoamericana, una carnagione, seppur lievemente, ambrata. Con tanti saluti al suo candore e all’idea di purezza.

La seconda trovata è l’abolizione del principe azzurro, in odore di prevaricazione e mascolinità tossica in quanto protagonista del bacio che la riporta in vita. Al suo posto troviamo tal Jonathan, capitano del popolo del bosco, ovviamente multietnico e inclusivo. Una sorta di Robin Hood che ruba dalle dispense del castello per sfamarsi insieme ai poveri. Tra una fuga dalle segrete e una difesa di Biancaneve dalle guardie, sboccia il sentimento che si compirà in quel bacio, ora sì giustificato e paritariamente condiviso.

Condivisi sono anche i lavori domestici nel rifugio dei sette nani. Qui non è lei a svolgerli in cambio dell’ospitalità e del cibo. Ma, tramutata in una specie di Mary Poppins, istruisce i padroni di casa su come rigovernarla danzando e fischiettando malgrado siano reduci dalla giornata in miniera. Più che una situazione fiabesca, una forzatura. Ancor peggio la decisione della Disney di ricorrere alla computer grafica per rappresentarli. Le proteste degli attori affetti da nanismo non si sono fate attendere: «Ci avete discriminato. Se non possiamo neanche interpretare i sette nani che cosa facciamo?», ha dichiarato Choon Tan, artista e culturista londinese. «La decisione di utilizzare l’intelligenza artificiale è piuttosto stupida», gli ha fatto eco l’attore australiano Black Johnston. «Ci sono un sacco di attori nani che muoiono dalla voglia di interpretare ruoli come questi. Io ho sempre sognato di fare Cucciolo, uno dei personaggi più adorabili. Penso che la Disney abbia ceduto alla pressione del politicamente corretto». Insomma, l’idea di «evitare di rafforzare gli stereotipi» anche cancellando i sette nani dal titolo, si è rivelata un boomerang.

Ultima gigantesca correzione ai fratelli Grimm è il finale di tutta la storia. Anziché andarsene felice e contenta con Jonathan, Biancaneve torna al castello per spodestare la regina cattiva e ripristinare l’ordine. Ma nel sermone che fa improvvisamente ricordare ai sudditi multietnici quanto stavano bene prima, sorprendentemente non parla di inclusività e resilienza, ma ci va molto vicino.

Sembrava che i massicci licenziamenti degli ultimi due anni dovuti ai flop di kolossal come Strange world e Wish avessero convinto la Walt Disney company ad abbandonare le storie intonate alla cultura woke. Invece, con questa Biancaneve, uno dei pochi marchi ad aver respinto l’invito dell’amministrazione americana a disdire l’adesione ai codici Dei (Diversità equità inclusione), ha voluto ribadire la sua linea progressista e corretta.

Alla prossima fake fable.

 

La Verità, 29 marzo 2025

Preoccupati e boomer, al cinema ritornano i papà

Cinema e televisione si accendono sui padri. S’interrogano sul loro ruolo e sulle loro responsabilità. Niente padri-amici e nemmeno vecchi e inflessibili patriarchi, grazie a Dio. Era ora, verrebbe da dire, e pazienza se Dario Franceschini che fantastica sul matronimico avrà un mancamento. La tendenza è significativa perché cresce lontano dalle fumisterie ideologiche del cosiddetto patriarcato che, secondo studiosi autorevoli come Luca Ricolfi, oggi esiste solo nelle comunità di immigrati (mentre al cinema lo abbiamo visto di recente in Vermiglio di Maura Delpero, un film su un paesino montano alla fine della Seconda guerra mondiale).
No, film e serie tv ci propongono un approccio diverso, più psicologico, determinato da problematiche educative che fanno i conti con i deragliamenti esistenziali di adolescenti e ragazzi. E ci presentano genitori che fanno mestieri tradizionali, tranvieri, ferrovieri, idraulici; padri sorpassati dalla contemporaneità e sprovvisti delle chiavi d’ingresso in territori stranieri: dipendenze dall’alcol e dalle droghe, militanze estreme e violente, manipolazioni della rete e ricatti dei social. Sono genitori lacerati dal nichilismo dei figli, ai quali riescono a contrapporre poco se non, forse, una presenza. Un «esserci» che, comunque, è già qualcosa. Del resto, quello del padre e della madre è un mestiere che nessuno insegna.
Premiato come miglior attore all’ultima Mostra di Venezia, in Noi e loro di Delphine e Muriel Coulin, ora nelle sale, Vincent Lindon incarna la preoccupazione di Pierre, un ferroviere vedovo alle prese con due figli, uno studioso e positivo, l’altro, irrequieto e oppositivo. Siamo in un paesino della Lorena che ruota attorno al liceo scientifico e alla squadra di calcio, ma mentre il primo ragazzo entra alla Sorbona e si trasferisce a Parigi, il secondo si lega ai gruppi violenti di estrema destra. È la sua pagina Facebook a svelare la militanza pericolosa, fatta di slogan xenofobi e palestre di skinheads scalmanati. Inevitabile che il conflitto con il padre, una vita da sindacalista, avveleni la quotidianità domestica. «Mi sento tradito», accusa il genitore che, tuttavia, non riesce a fare breccia nell’oltranzismo cieco del figlio. Fino all’epilogo in cui deve ammettere la resa.
Il titolo scelto dalla distribuzione italiana di I Wonder (cita un’espressione del padre: «Quando si comincia a dire noi e loro… non può che finire male») per tradurre l’originale Jouer avec le feu, sottolinea le tonalità politiche del racconto. È simbolica la scena in cui il padre-ferroviere avanza di notte sui binari con una torcia che illumina il buio. I suoi ideali di giustizia sociale non valgono più per il figlio esagitato. Un film che fa pensare chi si rivede nei panni di quel genitore: il confine tra pressione e lassismo è sottile. Nota a margine: prima o poi qualcuno narrerà di un padre cattolico con un ragazzo che si perde nei centri sociali dell’estrema sinistra?
Nelle sale dal 10 aprile, La casa degli sguardi, diretto e interpretato da Luca Zingaretti, racconta la vicenda di Marco, un giovane che si esprime felicemente in poesia, ma è così sensibile al dolore che lo circonda da anestetizzarsi ricorrendo all’alcol. Segnato anche dalla morte della madre e dalla fine di un importante rapporto affettivo, la rovina incombe. Non c’è altro appiglio che il lavoro in una cooperativa di pulizie all’ospedale Bambin Gesù di Roma, a contatto con la sofferenza dei bambini malati di tumore. «Sei sicuro che sia il posto giusto per me?», chiede al padre, tranviere, anche lui privo di certezze. Ci penseranno i colleghi di lavoro, con la loro umanità, un misto di cinismo e tenerezza, ad aiutarlo a contenere la deriva. Ancor più, risulteranno determinanti la pazienza e l’amore del papà che, pur senza fare l’amico né fornire risposte preconfezionate, sceglie semplicemente di esserci.
Per fare di questo rapporto il cuore narrativo del suo debutto da regista, Zingaretti ha scelto di espungere le figure della madre e delle suore che assistono i bambini, invece centrali nell’omonimo romanzo autobiografico di Daniele Mencarelli al quale si è «liberamente» ispirato.
Al centro dei quattro episodi di Adolescence, la serie creata per Netflix da Jack Thorne e Stephen Graham, c’è invece l’universo virtuale degli adolescenti di oggi, territorio vergine per i loro genitori. I quali, nella modesta casa di un sobborgo britannico, precipitano in un incubo quando la squadra di polizia vi irrompe all’alba per arrestare il figlio tredicenne. La sera prima è stata uccisa con sette coltellate una sua compagna di scuola e tutti gli indizi conducono a quel timido adolescente che vive barricato nella sua cameretta. È lì dentro, protagonista di una vita virtuale, che ha accumulato la rabbia per l’esclusione e il rifiuto da parte delle coetanee che lo bullizzano fino a scatenarne la vendetta, tutt’altro che virtuale. «Ma lui era in camera sua, vero? Pensavamo che fosse al sicuro… Che male poteva fare lì dentro?», s’interroga il padre, interpretato dallo stesso Graham, annientato dall’incredulità e dal dolore.
È un racconto angosciante, che pone più domande che risposte. Ma fotografa alla perfezione l’impreparazione e l’impotenza degli adulti davanti alla pervasività manipolatoria dei social media e alla spietatezza di certe community, basate su selezioni, reputazione e soprusi. Una tossicità e una spietatezza che ritroviamo spesso nelle notizie dei telegiornali.

 

La Verità, 27 marzo 2025

Leone, il maschilismo ha fatto anche cose buone

Fortuna che le neofemministe non guardano i western. Altrimenti, sai che bordello (è proprio il caso di dirlo). Maschilismo e machismo in tutte le sfumature di tossicità. Niente patriarcato, invece. Perché nessuno dei protagonisti è un padre e, anzi, l’unico che lo è finisce presto lungo disteso prima di essere serrato in una bara come la sua stessa prole. Insomma, una vera sorpresa, illuminante delle diverse accezioni tra le varie forme di mascolinità di cui tanto cianciamo oggidì. E pure con scorrettissimo colpo di scena finale. Motivo per cui l’autore del western in questione e, molto secondariamente, io stesso che ne parlo, ci attireremo gli anatemi, postumi nel suo caso, delle femministe e deI bel mondo arcobaleno.
Insomma, l’altra sera dopo l’ennesima libagione poco controllata, ho seguito uno dei consigli di Marco Giusti su Dagospia e ho rivisto su Rai Movie C’era una volta il west di Sergio Leone, anno domini 1968. Dopo la Trilogia del dollaro, è il primo film della Trilogia del tempo (con Giù la testa e C’era una volta in America). Opera con cast tecnico e artistico superbi. Il soggetto, per dire, fu scritto da Leone con Bernardo Bertolucci e Dario Argento, all’epoca ancora critico cinematografico di Paese sera. Bertolucci, invece, aveva visto Il buono, il brutto, il cattivo in un cinema di Roma allo spettacolo delle tre del pomeriggio e proprio lì aveva incontrato gli altri due. Qualche giorno dopo, il regista gli aveva telefonato per chiedergli se gli fosse piaciuto il film. Bertolucci disse che sì, gli era piaciuto e, alle insistenze di Leone sulle motivazioni, si era soffermato sulle riprese dei culi dei cavalli. «In generale», argomentò, «nei western sia italiani che tedeschi, i cavalli venivano ripresi frontalmente e di fianco. Ma quando li filmi tu mostri sempre i didietro; un coro di didietro. Sono pochi i registi che riprendono il retro, che è meno retorico e romantico. Uno è John Ford. L’altro sei tu». Nacque così la collaborazione fra i due. La sceneggiatura invece la scrisse Sergio Donati, già autore dei precedenti western di Leone.
Tralasciando gli antefatti del set, l’altra sera volevo soprattutto rivedere quel cast di attori. Henry Fonda, il preferito dal regista, per la prima volta nella parte del cattivo Frank (doppiato da Nando Gazzolo), con spolverino fino ai piedi e i suoi occhi azzurri (si era presentato con lenti a contatto marrone e barba scura, ma Leone glieli tolse entrambi, sicuro che il celeste originale gli avrebbe dato un’aria più spietata). Charles Bronson nei panni di Armonica, volto meticcio, sguardo da buono e modi da duro che, sebbene non sia quello di Clint Eastwood com’era nei desideri del grande cineasta, regge i primi piani di Fonda. Jason Robards nel ruolo di Cheyenne, il terzo della situazione (attore più volte citato da Quentin Tarantino che al western italico si è abbeverato). Lui è innamorato di Jill McBain (Claudia Cardinale), l’ex prostituta in procinto di diventare la seconda moglie di Brett McBain, con il quale avrebbe dovuto costruire una stazione ferroviaria perché proprio lì si trova la falda che può alimentare le locomotive a vapore, se non fosse arrivata dopo la strage perpetrata da Frank su mandato di Morton (Gabriele Ferzetti), il boss storpio che vive nel vagone di un treno. Volevo riascoltare la colonna sonora di Ennio Morricone, con le note taglienti dell’armonica. Rivedere le lentezze che qualche critico imputò al regista consacrato dalla precedente trilogia. Riassaporare i dialoghi scarni e pieni di sottotesti, ma subalterni ai primissimi piani dei volti e ai campi lunghi sulla cittadina immaginaria di Sweetwater. Volevo gustarmi due ore e mezzo di quell’epica primordiale: il sopruso violento, il riscatto della bella che per sopravvivere si lascia prendere dall’assassino del marito, la vendetta del giusto.
Quello che non mi aspettavo era l’azzardo maschilista di Leone. Il grande paradosso machista, rimosso per quanto all’epoca era considerato nell’ordine delle cose. Nessuna critica riguardò il passaggio, tutt’altro che marginale, che sto per enucleare. Sebbene non incassò quanto Il buono, il brutto, il cattivo, C’era una volta il west è classificato come capolavoro del genere, comparendo in tutte le classifiche dei migliori film del XXº secolo. Schiere di registi, oltre a Tarantino, Martin Scorsese, George Lucas e John Carpenter, ne sottolinearono l’influenza sul loro cinema. Il passaggio spericolato, la sorpresa che farebbe sclerare le neofemministe se solo riuscissero a vedere film così, Leone lo fa interpretare a Cheyenne, non a caso il più sentimentale dei tre uomini. Siamo verso la fine della storia, i cowboy lavorano alacremente per costruire la stazione e il binario per collegare il territorio. Cheyenne sorseggia il caffè preparato dalla bella vedova dal passato turbolento: «Mia madre lo faceva così, caldo, forte, buono», commenta. Poi si rivolge a lei: «Se fossi in te porterei da bere a quei ragazzi. Tu non immagini quanta gioia mette in corpo a un uomo una donna come te. Anche solo vederla. E se qualcuno di loro ti tocca il sedere, tu fai finta di niente. Lasciali fare». Dice proprio così. E, poco dopo, prima di salutarla, compie lui stesso il gesto insolente, ripetendo: «Fai finta di niente».
Eravamo nel 1968. Per educarci, mia madre ci ripeteva: «Le donne non si toccano nemmeno con un fiore». Ma quello era un film western, apoteosi di mascolinità tossica, secondo la vulgata corretta odierna. Sempre visto oggi, Jason Robards sembra mortificare quell’ex prostituta mentre, in realtà, ne esalta il potere: «Non immagini quanta gioia mette in corpo a un uomo una donna come te». Un paradosso sottile che a qualcuno può sembrare azzardato. Soprattutto, un passaggio da non decontestualizzare. Il maschilismo ha fatto anche cose buone.

 

La Verità, 29 dicembre 2024

Sulla via dell’Oscar a Vermiglio c’è Emilia Pérez

La critica cinematografica italiana è gasata perché, selezione dopo selezione, Vermiglio di Maura Delpero continua la sua marcia verso la Notte degli Oscar del 2 marzo. Nei resoconti gli evviva e i cori di plauso si sprecano. Sebbene rimangano ancora un paio di ostacoli da superare, l’ambita statuetta sembra già cosa nostra. In un certo senso è lo stesso film visto l’anno scorso con Io capitano di Matteo Garrone. Qualche giorno fa l’opera che rappresenta l’Italia nella categoria «miglior film internazionale» è entrata nella shortlist dei 15 candidati che verranno ridotti a cinque il 17 gennaio prossimo. L’ottimismo della stampa specializzata è suffragato dall’ingresso nel sestetto che concorrerà ai Golden Globes del 5 gennaio. I quali, sebbene non sempre trovino puntuale conferma, sono comunque una significativa anticipazione delle preferenze dell’Academy. Motivo per cui molti addetti ai lavori considerano sicuro l’ingresso di Vermiglio nella fatidica cinquina finale. In fondo, non c’è che da aspettare restando, possibilmente, con i piedi per terra. Anche perché, sempre pochi giorni fa, un altro premio molto bramato, gli European film awards, è sfuggito al lungometraggio di Delpero sconfitto da Emilia Pérez, osannato musical diretto da Jacques Audiard che ha ottenuto riconoscimenti in cinque, diverse, categorie. Ovviamente, Emilia Pérez, già Premio della giuria a Cannes, quando gran parte dei critici lo riteneva meritevole della Palma d’oro, è anch’esso nella lista dei 15 e tutto fa pensare che entrerà da favorito nell’ambita cinquina.
Nei cinema americani Vermiglio uscirà il giorno di Natale e l’accoglienza sarà interpretata come indicatore in vista della successiva scrematura. La storia raccontata nel film è quella di una famiglia, i nonni della regista, di un villaggio della Val di Sole alla fine della Seconda guerra mondiale, dove l’arrivo di un disertore incrina gli equilibri della piccola comunità e i sentimenti di una delle figlie dell’austero maestro del paese, uomo egoista e temuto anche tra le mura domestiche. Il contrasto tra il candore della neve e certi segreti dei componenti della famiglia è la metafora di un piccolo mondo immobile dietro il quale si nascondono solitudini e turbamenti. Presentando il cartellone dell’81esima Mostra di Venezia il direttore Alberto Barbera ha accostato Vermiglio all’opera di Ermanno Olmi e ha parlato di «vera e propria reincarnazione». Il riferimento, che la regista ha condiviso, entusiasta, è all’Albero degli zoccoli, e non solo perché ampie parti recitate in dialetto necessitano di sottotitoli. In realtà, al di là della cornice estetica e delle affinità formali, Vermiglio è spruzzato da pennellate molto mainstream. Mentre la primogenita resta incinta del disertore, la secondogenita manifesta inclinazioni omosessuali e, con lo scorrere delle stagioni, ritratte dalla splendida fotografia, il padre si rivela sempre più padrone, stimolando i primi accenni di resistenza della moglie e l’allontanarsi dei figli. Soprattutto, a differenza della cinematografia del maestro bergamasco, in questo declino rurale non c’è quasi traccia di fede e devozione religiosa, e il fatto suona piuttosto strano, considerando i tempi e i luoghi in cui è ambientata la storia. Così, in un certo senso, può suonare attenuante di questa «dimenticanza» o sottovalutazione, la confessione rilasciata da Delpero al momento della consegna del Leone d’argento a Venezia: «Racconto la mia famiglia in un tempo che non ho conosciuto».
L’Italia dei piccoli borghi, la vita rurale con le sue abitudini, le storie d’amore frustrate sono elementi che solitamente piacciono ai giurati dell’Academy. In occasione degli Efa, però, la regista ha lamentato il taglio dei fondi ministeriali che, in aggiunta a quelli dei produttori e alle sponsorizzazioni private, avrebbero dovuto appoggiare la partecipazione alla corsa: «Siamo Davide contro Golia», ha sintetizzato. L’amministratore delegato di Rai Cinema Paolo Del Brocco ha aggiustato il tiro parlando di un problema burocratico relativo al passaggio di consegne tra l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e l’attuale, Alessandro Giuli. Ora l’ingresso nella penultima selezione dovrebbe sollecitare lo sblocco dei finanziamenti del ministero della Cultura. Tuttavia, non è affatto detto che bastino per giungere all’esito per cui tifa la critica nostrana. Quella internazionale, che pesa assai di più, è schierata per il film di Audiard che narra la storia di un narcotrafficante messicano, il quale, in crisi d’identità di genere, con l’aiuto di una zelante avvocato, inizia, nonostante moglie e figli, il percorso di transizione per rifarsi una vita e riparare le azioni efferate compiute da malvivente. Allo scopo, sulle note di una colorita colonna sonora, il trans e il suo avvocato fondano una ong…
Energia e innovazioni registiche a parte, il musical trans ha tinte arcobaleno più marcate del nostro Vermiglio. Perciò, considerati i protocolli dei saggi di Hollywood, se è possibile che il lavoro di Delpero superi un’altra selezione, sulla vittoria finale non è il caso di farsi eccessive illusioni. Io capitano insegna.

 

La Verità, 22 dicembre 2024