L’«altra tv» di Iannacone vince con le storie comuni

Se non fosse che ogni definizione risulta sempre riduttiva, la sua si potrebbe chiamarla TeleIannacone perché la televisione che da oltre un decennio Domenico Iannacone propone ha caratteristiche uniche. Una televisione altra. Tutta il contrario di quella maggioritaria. Una televisione lenta, una televisione dell’ascolto. Che non teme i silenzi e frequenta situazioni esistenziali di confine.

Da un paio di settimane è iniziata la sesta stagione di Che ci faccio qui, quattro episodi in tutto perché questa tv ha anche il pregio di non essere invasiva o compiaciuta. Dopo il primo, dedicato a un hospice in provincia di Campobasso e alle cure palliative per persone cui è stata diagnosticata una malattia terminale, intitolato Quel che resta dei giorni (4% di share, circa 700.000 spettatori), la seconda puntata, Tutta la vita che ho, centrata su una famiglia con un bambino affetto dalla sindrome di Cockaine, una rarissima malattia degenerativa di invecchiamento precoce, gli ascolti sono quasi raddoppiati: 7,6% e 1,2 milioni di telespettatori.

Giornalista e autore con natali nelle colline del Sannio degli anni Sessanta, Iannacone ha sempre lavorato a Rai 3, all’inizio come inviato e autore di Ballarò e Presadiretta. Poi, dal 2013, scrivendo e conducendo in proprio I dieci comandamenti, reportage dai margini che rivisitavano laicamente le tavole della legge. Dal 2019 ha inaugurato questa nuova serie con un titolo che, senza il punto interrogativo del libro di viaggi di Bruce Chatwin, adotta un modo di raccontare ancora più asciutto del primo ciclo.

Dal 2013, epoca Mario Monti, quando al vertice della Rai c’era Luigi Gubitosi, prima dell’avvento del renziano Antonio Campo Dall’Orto e poi, passando per Mario Orfeo e Carlo Fuortes, nominato da Mario Draghi, fino alla governance attuale con Giampaolo Rossi, Iannacone è sempre andato in onda con i suoi documentari senza mai alimentare polemiche. Nessuno dei direttori di Rai 3 e ora della divisione Approfondimenti ha eccepito sull’imprescindibilità dei suoi programmi. Che, in compenso, hanno collezionato un discreto numero di premi nella categoria tv d’autore.

Il fatto da rilevare è, dunque, che abbiamo una televisione che si tiene distante dalla «narrazione» e dallo «storytelling». Una tv avulsa da ogni forma di polarizzazione. Sempre con una certa dose di tatto, si potrebbe definirla televisione dell’incontro. Televisione antropologica, usando un parolone. Andando sul concreto, televisione lontana dalla politica e vicina alla persona. Iannacone ascolta e osserva molto. E si potrebbe dire che realizza la preziosa avvertenza di Alexis Carrell, biologo e Nobel per la medicina nel 1912, nel suo Riflessioni sulla condotta della vita: «Tanta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità; poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore». Molto pertinente per un autore di documentari. Che, in realtà, la critica chiama docu-reality. Cioè, documentari che seguono da vicino i protagonisti nello svolgersi della vita quotidiana, con le sue incombenze e le sue urgenze. Dal punto di vista dei telespettatori si potrebbe dire che è un racconto consapevole del fatto che la vita è misteriosa. E ha a che fare con il destino. Succedono dei fatti, a volte tremendi, che ci interrogano, che ci interpellano. E si può rispondere in modi diversi. In un certo senso, certi fatti, o avvenimenti, sono divisivi. Si accettano o si rifiutano. Quando è stata confermata la diagnosi di Robertino che prevede per lui una vita molto breve, papà Alessio non ce l’ha fatta e, per oltre un anno, si è allontanato dalla famiglia. Non voleva affezionarsi a quel piccolo che se ne sarebbe andato troppo presto. Ha vissuto da amici, dai genitori, «sapevo che era una scelta sbagliata…». Mamma Giada, invece, già presentiva come sarebbero andate le cose e ha puntato sull’irripetibilità di ciò che stava accadendo, impegnandosi a dare una vita degna al bambino, alla figlia più grande e a sé stessa. Ora tutto si è ricomposto e, insieme a lei, il papà, la nonna e la bisnonna, tutti circondano di affetto e di mille attenzioni il piccolo.

Con la sua fronte increspata di rughe di curiosità e di immedesimazione, Iannacone si tiene un passo indietro. E proprio questa distanza aiuta a porre le domande giuste. Anche quando si ha di fronte una donna alla quale, poco dopo la morte del padre, è stato diagnosticato un cancro, ora è al quarto stadio. Molto più che un ospedale, l’hospice è una nuova casa, una nuova famiglia, dove anche i parenti del malato sono accompagnati dall’équipe di terapeuti. A tutti il giornalista chiede come cambia la percezione del tempo dopo che si apprende la notizia di una grave patologia. E quale idea abbiano queste persone del destino. Dio ci sussurra con la bellezza e ci grida con il dolore, dice Clive Staples Lewis. Ma Iannacone mantiene un profilo laico, senza attribuire a quel destino tratti divini. E va bene così. Malgrado pure a lui, conduttore schivo e riservato, capiti, dialogando con una maestra dell’asilo, di accomodarsi sulla parola-manifesto «inclusione» per promuovere la scuola pubblica, capace di accogliere anche un bimbo difficile come Robertino. Pazienza, neanche Iannacone è perfetto.

 

La Verità, 27 giugno 2026

Toh, si rivede Ronaldinho, ma la serie è già extralarge

Oggi avremo conferma della possibilità di aggiungere un quarto episodio alla docuserie Ronaldinho l’inimitabile, da qualche settimana visibile su Netflix. A 46 anni il fuoriclasse di Porto Alegre tornerà a giocare in Italia, in Serie C, nell’ambizioso Ravenna di Ignazio Cipriani, rampollo della celebre dinastia veneziana che, insieme con Ariedo Braida, ex manager del Milan berlusconiano, e all’allenatore Andrea Mandorlini, ha allestito una squadra che già quest’anno ha sfiorato la promozione in B. Dopo «Avevo un sogno», «Il migliore del mondo» e «Chi ha detto che ero finito?», il quarto capitolo potrebbe intitolarsi «La passione non muore», ma va detto che già i primi tre risultano un tantino dilatati e ridondanti. Questi biopic servono alle piattaforme per provare ad ampliare il pubblico degli abbonati coinvolgendo le community di fan e tifosi delle diverse star sportive. Sono principalmente operazioni di marketing che privilegiano i tratti leggendari dei protagonisti, spesso sfumando quelli più controversi.

Fessura tra i dentoni e occhi sgranati, Ronaldo de Assis Moreira detto Ronaldinho è stato uno dei calciatori più talentosi di sempre e risparmiamoci le classifiche. Dal Grêmio, la squadra di Porto Alegre dove già militava il fratello Roberto Assis, poi suo agente, al Paris Saint-Germain e al Barcellona, passando per il Milan prima di tornare in Brasile al Flamengo e all’Atletico Mineiro, nei primi vent’anni del secolo Ronaldinho ha vinto tutto quello che si poteva vincere sia a livello individuale che di squadra, in Europa, in Sudamerica e con la Seleçao. «Forse lui è stato più importante per me di quanto io lo sia stato per lui», dice Lionel Messi, presentando il compagno che lo accolse giovanissimo nello spogliatoio del Barcellona e gli servì l’assist per il primo gol in blaugrana. È uno dei tanti gioielli tecnici che deliziano i cultori e si alternano ai pochi momenti opachi della vita di questo campione votato all’allegria e alla spensieratezza, anche quelle della vita notturna. Eccessi che irritavano i tifosi e i dirigenti delle varie società e dai quali tentava di proteggerlo il fratello-manager. Come in occasione dello strano arresto avvenuto in Paraguay dove entrambi erano andati esibendo documenti falsi. Una vicenda presto chiarita e di cui Roberto Assis si è assunto piena responsabilità. «Mi abituai a essere un campione fin da giovane e questo mi viziò», ammette lui stesso. Facendo anche onesta autocritica per l’assenza, a causa di una partita, nel giorno della nascita dell’unico figlio.

Bentornato in Italia, Ronaldinho. Sperando che non sia solo un colpo di coda della saudade.

 

La Verità, 23 giugno 2026

Jamie Vardy e una storia di riscatto senza melassa

In queste serate mondiali durante le quali si ascoltano storie di riscatto nel Sud del globo o dalla povertà del Continente nero fa, a suo modo, da controcanto la biografia di un bad boy raccontata nel docufilm di Netflix Untold UK: Jamie Vardy. Spesso questi biopic enfatizzano i tratti eroici del protagonista al fine di soddisfare i fan. Qui si sceglie un profilo più cronistico della parabola del calciatore di Sheffield, vincitore della Premier League 2016 con il Leicester City di Claudio Ranieri, quando i bookmaker davano 5000 sterline contro una di puntata per la vittoria finale. E quando Vardy stabilì il record di 13 gol segnati in partite consecutive e approdò alla Nazionale, sempre con il suo animo da dilettante e lo slang di periferia. Che il docufim mantiene senza edulcorare le parolacce, in un ritratto schietto come gli occhi di Jamie che guarda nella telecamera rispondendo alla domanda: se dovessi definirti con una sola parola, quale sarebbe? I compagni di squadra e di bisboccia dicono «velocità», «grinta», «amico», «pazzo» mentre lui chiede una birra e spara: «cazzone». Alcolista, rissoso, inquieto, la sua è la storia del «più grande underdog di tutti i tempi». E qui, per la verità, la spia della retorica lampeggia. Sta di fatto che, scartato a 16 anni dalle giovanili della squadra della sua città perché troppo basso, entra in fabbrica per 30 sterline a settimana e si accontenta di giocare nella settima divisione inglese. I gol arrivano a raffica, come le sbronze al pub. Ci pensano gli «Inbetweeners», i compagni di bevute, a tenerlo in carreggiata finché qualcuno lo segnala a un procuratore che s’innamora del suo talento, fiuto del gol e freddezza sotto porta. Jamie ha già 21 anni e sembra tardi per sfondare. Invece, la scalata è vertiginosa. Non che le intemperanze cessino, dentro e fuori dal campo, ma ci pensa la moglie Rebekah a dargli stabilità. Quando arriva al Leicester di anni ne ha 25. Dopo la salvezza conquistata grazie ai suoi gol, la società licenza l’allenatore e chiama a sorpresa Claudio Ranieri. Ma i contraccolpi non sono finiti. Prima l’accusa di razzismo per l’appellativo «giap» rivolto a un ragazzo durante una rissa in birreria, poi la drammatica scoperta che il padre biologico non è il genitore con cui è cresciuto.
Quest’anno, Vardy, nonostante gli infortuni, ha giocato nella Cremonese, retrocessa in B, e nel primo episodio del suo podcast ha detto che la Serie A è «lenta e difensiva». Opinione più che rispettabile. La tempra non mente. E nemmeno il talento, se ben indirizzato.

 

La Verità, 18 giugno 2026

Cacciari ci provoca sulle tracce di Karl Kraus

Può essere solo una tivù di testimonianza quella che al sabato sera diffonde una Lectio magistralis di Massimo Cacciari, in piedi davanti a un leggio, un megaschermo alle spalle, tra scaffali e scrivanie della biblioteca della Biennale di Venezia. È lì che la Videa di Sandro Parenzo ha ripreso qualche giorno prima e rimontato con la regia di Ranuccio Sodi l’evento promosso dal presidente dell’istituzione veneziana Pietrangelo Buttafuoco e trasmesso da Nove, il canale di Discovery+. Massimo Cacciari racconta “Gli ultimi giorni dell’umanità”, il capolavoro pacifista pubblicato da Karl Kraus nel 1922, mandato in onda alle 22 (non alle 21.30 come previsto) contro la serata speciale per Padre Pio su Rai 1 e le prime partite dei Mondiali, non poteva che essere tivù testimonianza, evento isolato, un unicum dedicato ad Angelo Guglielmi. Come una rarità è seguire Cacciari in una veste costruttiva, fuori dai panni, per altro spesso necessari, dell’irascibile bastian contrario. Perciò, non fanno testo gli ascolti minimi (182.000 spettatori, 1,35% di share) di questa ora e mezza di racconto impegnativo, con brani letti/recitati da Paola De Crescenzo e Massimo Venturiello, tratti da Friedrich Nietzsche, Fëdor Dostoevskij e papa Benedetto XV, variamente concordi, ognuno con la propria voce, nel prevedere, anticipare, allarmare per la catastrofe incombente: la Grande guerra.

L’Europa è il continente della civiltà, la patria del progresso, ma anche degli Stati assoluti, con i loro eserciti e apparati. In questa Europa avviene un «mutamento di stato» etico, estetico, morale che poi, con la Seconda guerra mondiale, conseguenza della Prima, trascinerà nella catastrofe il mondo intero. Con l’espandersi del capitalismo si allargano le diseguaglianze e crescono le ambizioni di potenza delle nazioni fino a cementare varie forme di statolatria. Nella sua Fiaccola, la rivista di riferimento della cultura mitteleuropea, il viennese Kraus raccoglie l’allarme di quelle voci sull’abisso e denuncia il conformismo dell’epoca. Ma è una lezione attualissima, piena di analogie e spunti per il presente. Basta dire che il bersaglio prioritario di Kraus è «il giornalismo ornato» che abbellisce la catastrofe, dà dignità alla guerra cieca ed edulcora l’apocalisse dopo la quale trionferà l’Anticristo. Un giornalismo responsabile dell’informazione corrotta in propaganda e retorica. Il secondo monito è la dimenticanza del collante giudaico-cristiano dell’edificio europeo, così da renderlo anonimo e manovrabile dalle varie ideologie.

Chi voglia raccogliere la provocazione ha di che riflettere.

 

La Verità, 16 giugno 2026

 

 

Vannacci e il momento Gronchi rosa di La7

Muniti di popcorn, si era in tanti l’altra sera, sintonizzati su La7. E, bisogna ammetterlo, l’ospitata di Roberto Vannacci a Otto e mezzo non ha tradito le attese. Oltre al regalo del quasi record di ascolti (9,9% di share e 1,7 milioni di telespettatori conquistati senza che Enrico Mentana ne annunciasse la presenza nel talk show che seguiva il tg), il generale può appuntarsi al petto la medaglia di aver trasformato Lilli Gruber e la sua degna spalla, Lina Palmerini, editorialista del Sole 24 ore, in imprevedibili sostenitrici del governo Meloni. Una vera chicca. Una primizia assoluta.

Con tanto di blob di comizi e dichiarazioni – un inedito per il talk gruberiano – si parlava del rapporto con la Lega di Matteo Salvini. Bene: il fondatore di Futuro nazionale l’avrebbe machiavellicamente usata per costruirsi pian piano il suo partito. Insomma, un Salvini vittima, finito nelle fauci del generale cattivo. L’altra novità è stata quando, contestando la remigrazione, le due intervistatrici hanno preso le difese di Giorgia Meloni, meritoriamente impegnata in Europa per far approvare il decreto Asilo sui migranti. Pur di attaccarlo, pur di far cadere Vannacci in contraddizione, tornava utile schierarsi persino dalla parte dell’odiato premier. Momento stracult. Da pizzicotti controprova, sto sognando o son desto?

Anche i muri più monolitici hanno qualche fessura, qualche minuscola crepa. Com’è stata questa smentita della descrizione di La7 fatta proprio da Mentana a un festival della televisione. La rete nella quale va in onda il suo tg è ciò che era Rai 3 fino a qualche anno fa. Una rete monocorde, nella fattispecie antimeloniana, in cui i vari conduttori suonano tutti lo stesso spartito. E difficilmente potrebbero condurre altrove il loro programma (a differenza del suo tg che potrebbe essere riproposto ovunque). Ecco perché Gruber e Palmerini «salviniane» e «meloniane» sono roba da Blob, da Tivuteca, da Techetechetè dell’informazione. Sono il Gronchi rosa di La7. Un unicum come se, ai tempi, Michele Santoro e Marco Travaglio avessero spezzato una lancia in favore di Silvio Berlusconi.

Gruber e Palmerini schiumavano e si stizzivano davanti all’interlocutore che replicava, in pieno controllo, con i suoi argomenti tutti d’un pezzo. Ma, à la guerre comme à la guerre, non gli risparmiavano colpi bassi. «Lei è un marito fedele?»; «E se scoprissimo che lei è gay?»; «E se sua figlia le dicesse di essere omosessuale?»; «Nell’idea di Vannacci la moglie lava i piatti per il coniuge».

Che autogol metterla sulla rissa con un generale…

 

La Verità, 12 giugno 2026

Disney+ e la beatificazione civile di Gratteri

Nicola Gratteri è sicuramente il magistrato più mediatico d’Italia. Dopo Lezioni di mafie, il ciclo di quattro puntate trasmesso in autunno da La7, è frequente ospite di talk show, non solo del prediletto Otto e mezzo di Lilli Gruber. Anche di DiMartedì di Giovanni Floris, per esempio, sempre su La7, dove, da testimonial del No nella campagna referendaria, ha dispensato qualche perla poco memorabile. Nei giorni scorsi Disney+ ha rilasciato World wide mafia. ’Ndrangheta, quattro episodi prodotti dalla Ibc Movie di Beppe Caschetto, scritti e diretti da François Cahyé e Jacques Charmelot, compagno di Gruber, di cui un paio di volte si vede ospite il magistrato per annunciare l’apertura del maxi processo di Lamezia terme e allorché gli viene implementata la scorta a causa di nuove, ulteriori, minacce di morte.
Il metodo adottato da Gratteri nella guerra contro la criminalità organizzata – «per noi questa è una guerra e sarà una guerra cruenta» – è, in un certo senso, lo stesso scelto da Roberto Saviano contro la camorra e le mafie in genere. Riflettori accesi puntati contro il silenzio e l’invisibilità preferiti dalla ’ndrangheta per agire indisturbata. Ecco spiegata, prima di un certo narcisismo, la mediaticità del magistrato.
I quattro episodi della docuserie raccontano la sua stagione a capo della procura di Catanzaro quando diresse «Rinascita Scott», l’operazione che la notte del 19 dicembre 2019 portò all’arresto di 334 persone, «una delle più grandi operazioni antimafia della storia italiana». La prima parte, intitolata «La missione», muove dai propositi del piccolo Nicola d’intraprendere una professione che avrebbe impedito le ingiustizie perpetrate a scuola dai figli dei boss. Protagonista della seconda parte è il pentito Emanuele Mancuso, «l’asso nella manica» per sgominare le cosche. La terza parte è dedicata al «processo», istruito nell’aula bunker di Lamezia terme e costruita appositamente per ridare speranza a tutto il territorio. Principale antagonista di Gratteri è il penalista Salvatore Staiano, del collegio di difesa di Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia, condannato in primo grado a 11 anni di reclusione (la richiesta era di 17). Infine, la quarta al «verdetto». La ricostruzione che illumina la struttura criminale, i metodi contro chi si ribella al pizzo e la condizione del pentito appare efficace. Più enfatici i raccordi della voce narrante e i ricordi personali, quasi che la luce riflessa dell’azione investigativa giustifichi una sorta di beatificazione civile del magistrato. Aspettiamoci una seconda stagione, dedicata alla camorra.

 

La Verità, 23 maggio 2026

Una serie sui figli in provetta senza teorie woke

Una serie tv che parla di procreazione medicalmente assistita, di coppie omogenitoriali, di spermatozoi e ovuli senza eccessi ideologici, senza ossequi alla scienza-religione e anche senza miti della natura intoccabile. Senza bandiere arcobaleno, Pride e teorie gender a buon mercato. Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max – rilasciati finora i primi due, uno a settimana – prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione.
Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.

 

 

La Verità, 21 maggio 2026

Questa Rosa elettrica non riesce a dare la scossa

Dopo Luca Argentero, Sky Italia arruola anche Maria Chiara Giannetta, un altro volto storico della fiction di Rai 1. Entrambi hanno sfondato nella serialità di Lux Vide, ora del gruppo Fremantle: Argentero protagonista di Doc – Nelle tue mani e Giannetta, prima in Don Matteo e Un passo dal cielo, poi interpretando Blanca, consulente non vedente della polizia per la decodifica di materiali audio. La piattaforma digitale vuole proporsi a un pubblico sempre più generalista. Ma se con l’Avvocato Ligas di Argentero l’operazione è riuscita per la novità del personaggio e la credibilità della sceneggiatura, altrettanto non si può dire per il tentativo di Giannetta nel ruolo di Rosa elettrica – In fuga con il nemico, sei episodi diretti da Davide Marengo e ispirati al romanzo di Giampaolo Simi (Sellerio). Un tentativo carico di incertezze.
All’agente Rosa Valera trasferita al Nucleo protezione testimoni viene affidato a sorpresa il giovane boss camorrista Cociss (Francesco Di Napoli) che, finito nel mirino del clan rivale, ha deciso di collaborare con la giustizia. Ma il programma di protezione evidenzia subito qualche incongruenza, almeno quanto la sceneggiatura approssimativa. Una comunità terapeutica, per esempio, seppur gestita da un frate, quanto mai posticcio, è il posto meno indicato per nascondere un camorrista cocainomane. Non solo per le sue abitudini, quanto per la presenza di persone instabili e poco controllabili, come lo stesso testimone da proteggere. Basta questo a rendere claudicante la storia. Ma c’è anche la frequentazione di rave da parte dell’acerba poliziotta, evidentemente prima che il governo Meloni inasprisse le norme per queste manifestazioni. Purtroppo, il seguito della trama inanella altre coincidenze involontariamente comiche. Come la fortunatissima scoperta dell’indizio sulla sospetta foratura dell’auto di scorta che lascia Rosa e il suo testimone in balìa di un nuovo agguato.
Siamo tra Ferrara e Comacchio, ma la criminalità proviene sempre dalla Campania perché pare che, senza Gomorra, non si riesca ad allestire un buon poliziesco. Ma stavolta la scrittura non soccorre la recitazione e le controindagini alla scoperta della talpa nel comando di polizia avanzano tra dialoghi scadenti e tracce rocambolesche. Emerse grazie alle dritte di una bambina che spunta nei momenti più convulsi della storia fungendo da perspicace suggeritrice. Chi è? Una presenza che viene dal passato? O sarà mica che la nostra poliziotta è dotata di superpoteri? Lo scopriranno i telespettatori più volenterosi e motivati.

 

La Verità, 12 maggio 2026

La meta si avvicina, talk show antiMeloni sfrenati

Addio freni inibitori. Autocontrollo, questo sconosciuto. Ora che la meta si avvicina e in fondo al rettilineo s’intravede lo striscione del traguardo, vale tutto. La meta è la vittoria del campo largo alle prossime elezioni. O, detto in altro modo, la detronizzazione di Giorgia Meloni; e non si sa per che cosa si goda maggiormente. I sondaggi hanno già certificato il sorpasso sul centrodestra, con e senza Futuro nazionale del generale Roberto Vannacci. Nel circo dei talk show è tutto un fregarsi di mani, un darsi di gomito, un ammiccare al successo imminente. Non è una consapevolezza teorizzata. Sembra più una tendenza, una corruzione di abitudini. Uno slittamento della frizione che consente di superare i limiti del codice dell’informazione. Ufficialmente, i titolari delle teletribune accusano il governo di fare propaganda mentre, in realtà, sono già in piena campagna elettorale.
Non ancora archiviato, il «caso Ranucci-Nordio» ci aiuta a capire cosa sta succedendo. È qui che il salto di qualità è diventato esplicito. Ospite di Bianca Berlinguer su Rete 4, il conduttore di Report nonché principe del giornalismo d’inchiesta dice che una fonte gli ha riferito che il Guardasigilli è stato ospite della residenza di Giuseppe Cipriani, protagonista con Nicole Minetti dell’adozione di un bambino (con gravi problemi di salute) che ha portato alla controversa concessione della grazia del presidente Sergio Mattarella all’ex igienista dentale. Un’insinuazione infamante rivelatasi un’illazione. «È una pista che stiamo verificando», ha detto in diretta Ranucci. Evaporata la fonte, cospargendosi «il capo di cenere», tre giorni dopo ha cavillato: «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia». Dopo l’ammissione dell’eccesso, il ministro della Giustizia ha rinunciato a sporgere querela. Meno magnanimemente l’ha mantenuta per la conduttrice di È sempre cartabianca e la rete che ha diffuso la notizia non verificata. È il sintomo della patologia. Neanche fosse un Nicola Gratteri qualsiasi (ricordate la lettura senza filtro di un messaggio sul cellulare che attribuiva a Giovanni Falcone la contrarietà alla separazione delle carriere) il campione del giornalismo d’inchiesta dà una notizia in diretta tv senza prima controllarla. «Trascende ogni mio controllo», diceva il visconte di Valmont in Le relazioni pericolose parlando dei suoi sentimenti verso madame de Tourvel. Così Ranucci, la tentazione era indomabile, la preda a portata di scoop: mandare a casa Nordio e, a cascata, il governo.
Gli argini sono infranti. Non che prima per «il governo delle destre» i salotti tv fossero centri benessere con musica soffusa. Tutt’altro, tra Otto e mezzo e DiMartedì, tra Il cavallo e la torre e Realpolitik per i meloniani spira da sempre un’aria tagliente. Ma da dopo il referendum sulla giustizia qualcosa è cambiato. In peggio. Prendiamo Matteo Renzi, autore di L’influencer (Piemme), soave odiografia dedicata alla presidente del Consiglio. Dalla sera della sconfitta nella consultazione sulla riforma della magistratura ne chiede ossessivamente le dimissioni. Non a caso, ha messo le tende a La7. Lilli Gruber, Corrado Formigli e Giovanni Floris se lo passano come un attrezzo da lavoro. Efficace, funzionale e che non tradisce. Siccome lui, che ci aveva scommesso il posto da premier si dimise quando perse il referendum sul Senato, ora deve farlo Giorgia Meloni che pure, fin dall’inizio, aveva evitato di confondere le sorti del governo con l’esito del voto sulla giustizia. Non importa, il senatore di Rignano insiste e persiste mandando in sollucchero i conduttori in campagna. Nell’ultima monocorde puntata di DiMartedì, Floris ha mostrato a tutti gli ospiti, Massimo Giannini, Walter Veltroni, Renzi e Rocco Casalino, le stesse dichiarazioni in pillole della premier. Sul Piano casa, su Trump, sulla longevità del governo. «È un valore in assoluto la longevità?», ha chiesto mostrando flashback degli eccessi del governo berlusconiano ancora al primo posto nella classifica di durata. «Il governo è come un essere umano, tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a 100 o 110 anni», ha premesso Giannini, «ma bisogna vedere in che condizioni ci arriva. Se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto». Si può ricorrere a un paragone così irrispettoso verso tante persone che vivono una condizione di menomazione? Sì, se la missione assoluta è colpire l’odiato nemico. E pazienza se il livore fa dimenticare anche l’uso del congiuntivo.
Su X il collaboratore della piattaforma digitale Galt Media Davide Scifo, 45.000 followers, ha radiografato lo schieramento dei programmi di approfondimento politico, non solo i talk show, conteggiandone 15 di sinistra, cinque di destra e solo quattro neutrali. Un calcolo abbastanza attendibile, nonostante tra i titoli progressisti non compaiano né La torre di Babele, né In altre parole di La7, né Splendida cornice di Rai 3. Mentre 4 di sera di Paolo Del Debbio è inserito tra quelli di destra sebbene, dividendo sempre in parti uguali il parterre degli ospiti, sia il più ecumenico dei talk. Quanto alla Rai, Porta a Porta è iscritto nell’area della destra, Il cavallo e la torre in quelli di sinistra mentre ben tre (Agorà, Restart e Farwest) figurano tra i neutrali. Alla faccia di TeleMeloni.
Dove invece l’antimelonismo, più ancora che il campolarghismo, è uno show freddo e cinico è chez Lilli Gruber. La quale, in campagna elettorale, lo è dal giorno dopo la vittoria della coalizione di centrodestra. Disinibita da subito, ha brevettato il jingle cantato in loop «E allora Giorgia Meloni?». All’unanimità, è la pifferaia dei conduttori antigovernativi, variegata formazione che annovera dal più idealista dei giornalisti al più sarcastico dei comici militanti. Alla vigilia del 25 aprile faceva tenerezza vedere Marco Damilano dare del tu alla staffetta partigiana novantacinquenne Luciana Romoli. Prima di concludere la puntata esaltando la berlingueriana «grande ambizione» mentre brandiva, commosso, un simbolico papavero. Meno compassione ispira, invece, Maurizio Crozza che sul Nove ridicolizza in sequenza Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Adolfo Urso e Antonio Tajani. Salvo poi improvvisarsi consigliere d’immagine di Silvia Salis, sindaca della città dove risiede, tirandole un pippone sull’imprudente intervista concessa al patinato Vanity Fair. Ma si sa, la campagna è campagna, anche la comicità scende in campo e, senza freni inibitori, la telepolitica diventa un kamasutra tutto da godere.

 

La Verità, 8 maggio 2026

Il Tg1 titola ogni servizio per dare potere al pubblico

Si può sempre migliorare. Si può sempre trovare qualcosa di nuovo, anche all’interno di un copione ultra-consolidato com’è quello del Tg1. Da un paio di sere, senza cerimoniosi annunci e pompose conferenze stampa, il telegiornale in onda alle 20 su Rai 1 ha introdotto i titoli in ogni singolo servizio. Sembra un dettaglio e lo è; ma, come spesso accade, i dettagli manifestano un’intenzione più ampia. Andare incontro alle esigenze del pubblico e cogliere i cambiamenti in atto non solo nella comunicazione, per esempio.
I titoli evidenziati in ogni singolo servizio sono un’abitudine dei notiziari delle reti all news che, oltre all’argomento in primo piano, informano sulle altre notizie del momento con il rullo che scorre sotto il titolo principale. Il telegiornale diretto da Gian Marco Chiocci non può certo proporre un’informazione così tambureggiante. Il pubblico del Tg1, soprattutto della sua edizione serale, è mediamente più tradizionale, stagionato e compassato di quello di una rete di news h 24. Tuttavia, anche per l’italiano medio e le famiglie con la tv accesa all’ora di cena, alcune abitudini sono cambiate. Il telegiornale lo si sbircia più che ascoltarlo attentamente, magari resta in sottofondo mentre si prepara la cena o la si consuma. Può accadere che, privilegiando la conversazione, si abbassi o si azzeri l’audio. Insomma, la fruizione delle notizie non è più quella rituale, di qualche anno, forse decennio, fa. Ricordate? Il telegiornale è sacro, si esagerava. Preistoria. Con l’esplosione della tecnologia e dei social media, viviamo perennemente immersi nell’infosfera, l’ambiente comunicativo globale, composito e composto da un’infinità di fonti d’informazione sia analogiche che digitali, sia cartacee che virtuali. Ecco perché il consumo del notiziario serale si è fatto sempre più labile e frammentario. Si guarda con la coda dell’occhio, si ascolta a spezzoni, magari alzando il volume solo quando la notizia interessa. Una sintonizzazione fragile.
Introdurre i titoli per ogni singolo argomento è un contributo di chiarezza. Un servizio offerto ai telespettatori che possono sfogliare il telegiornale quasi come fosse un quotidiano. Questa notizia mi interessa, alzo il volume; quest’altra la conosco già, posso voltare pagina. I titoli dei singoli argomenti sono un servizio che incrementa il potere discrezionale del telespettatore. Forse varrebbe la pena di estendere l’innovazione anche all’edizione delle 13.30.

 

La Verità, 30 aprile 2026