Guerrieri, un principe del foro con poco equilibrio

Com’è empatico l’avvocato Guido Guerrieri interpretato da Alessandro Gassmann nella serie di Rai 1 diretta da Gian Luca Maria Tavarelli. Empatico e solo, però. Un personaggio screziato. Che ha le crisi di panico e si sposta sempre in bicicletta. Nonostante il cognome, è fragile e dolente, ma frequentatore di palestre di boxe. Con il cuore infranto dalla fine del matrimonio con Sara (Daniela Virgilio), ma cedevole al fascino delle donne che gli ronzano attorno. Insomma, un maschio alfa, però tenero, sensibile e altruista. Un uomo complesso e dalle mille sfaccettature quasi fosse uscito da un romanzo o da una sceneggiatura di Gianrico Carofiglio. Infatti.

Nella Bari vecchia – patria del romanziere, ex magistrato nonché parlamentare pd, dove il Comitato per il No al referendum ha appena riunito per una marcia antiriforma giudici, avvocati e personale giudiziario assortito – questo principe del foro di due metri dorme sul divano dell’ufficio perché non ha ancora smaltito l’abbandono della moglie di cui resta innamorato. Tuttavia, gli basta incrociare la misteriosa compagna (Catrinel Marlon) di un detenuto, suo assistito (Giordano De Plano), accusato di traffico internazionale di stupefacenti, per dimenticare le pene post divorzio e cambiare velocemente divano. In quello della dolce signora, di professione fisioterapista, la cura resa necessaria dall’aggressione di quattro ceffi fa miracolosamente sparire i dolori e si trasforma rapidamente in passione erotica. Poi, in sella alla fedele bici gialla, Guerrieri schiva le trappole della criminalità, si adopera per aiutare un giudice in odore di corruzione (Stefano Dionisi) di cui è confidente, slalomeggia tra visite in carcere dai propri clienti, drink in locali chic frontemare e sedute di boxe con i bicipiti in bella vista. Lo chiamano legal drama e, come va di moda da qualche tempo, la messa in onda è preceduta da un lungo trailer in anteprima. Tuttavia, qui, più che i trucchi dell’arte forense, incuriosiscono le acrobazie sentimentali del protagonista. Per tenere insieme tutto, Gassmann eccede in smorfie, motteggi e ammiccamenti senza mai risultare davvero credibile quanto lo era stato nel ruolo del Professore. La serie che si sviluppa in otto episodi s’intitola Guerrieri – La regola dell’equilibrio e raramente un titolo è parso così divergente dalla trama (Rai 1, ore 21.40, share del 22,7%, 3,9 milioni di telespettatori): il nostro avvocato ha un’indole tutt’altro che battagliera e, quanto all’equilibrio, risulta quanto mai precario.

 

La Verità, 11 marzo 2026

Dopo la staffetta Conti-De Martino vince Da Vinci

Serata finale piena. L’annuncio del nuovo conduttore e direttore artistico, Stefano De Martino, con investitura in diretta di Carlo Conti. E una lotta mai così incerta fino all’ultimo tra Fedez e Masini (quinti) Arisa (quarta) Ditonellapiaga (terza) Sayf (secondo) e Sal Da Vinci (primo).

Sal Da Vinci 9 A sorpresa, ma non per tutti. Per sempre sì, un brano romantico, tradizionale, neomelodico, un inno all’amore e alla fedeltà coniugale, cantato sempre di getto e senza risparmio vince il 76º Festival di Sanremo. Un premio probabilmente dovuto al televoto. Un premio che farà storcere il naso alla critica. Un premio nazionalpopolare. Un premio al coraggio.

Carlo Conti 9 L’esperienza non è acqua. Con Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti sottolinea il contesto della guerra in Iran, la festa non dimentica l’attualità. Dà sicurezza alle partner. Esorta la cantante delle Bambole di pezza a non tatuarsi il suo volto sul braccio. Aziendalista, passa il testimone a Stefano De Martino. Pilastro.

Stefano De Martino 8,5 Spunta a metà serata per l’annuncio irrituale che tutti già conoscono. Sarà lui il conduttore del Festival 2027. Il talento e la spontaneità li possiede. Sul palco ci sa stare. La direzione artistica sarà il vero banco di prova. In bocca al lupo.

Laura Pausini 8 A Bocelli, senza piaggeria, dice: sono onorata di essere una tua collega. Dopo le prime sere, qualcuno le ha imposto di dire «maestra» e non «maestro» quando presenta una donna che dirige l’orchestra. Lei si corregge, ma le scappa la declinazione al maschile. Monella.

Giorgia Cardinaletti 6,5 Alle telecamere della Rai è abituata, le pause della dizione le conosce, l’unica preoccupazione è la scala. Passa la linea all’abituale Tg1 in un minuto di mezza sera che dà la notizia della morte dell’ayatollah Khamenei. Introduce il momento femminicidi. Diligente.

Nino Frassica 5,5 Con acconciatura alla Cristiano Malgioglio: siccome l’anno scorso è stato un successo rifà le stesse cose. Legge il decalogo del bravo conduttore. Che deve essere anche un direttore artistico e rifiuta i Jalisse e Al Bano. La gag del ritorno a sorpresa di Can Yaman… insomma. Il direttore di Novella bella è una parodia consumata. Inflazionato.

La frase post canzone 4 Permettimi di dire una cosa velocissima. Contro le bombe che silenziano i bambini in tutto il mondo (Ermal Meta). Io stasera sono a disagio, ricordiamoci di quello che succede nel mondo (Michele Bravi). E poi i ringraziamenti alle persone che lavorano dietro le quinte, al mio team e alla splendida orchestra… D’accordo che è la serata finale, ma… Stucchevoli.

Andrea Bocelli 9 Arriva a cavallo, nientemeno. Il pubblico è in piedi. Si accompagna al pianoforte interpretando Il mare calmo della sera con cui vinse nel 1994 tra le Nuove proposte. Dopo il grazie a Caterina Caselli che lo lanciò, Con te partirò. Apoteosi.

Gino Cecchettin 6 Poteva mancare e invece no. Il momento di sensibilizzazione contro i femminicidi e il maschilismo tossico ormai è un classico dei grandi eventi generalisti. A picco sul burrone della retorica. Obbligato.

 

La Verità, 1 marzo 2026

Conti sotto accusa perché Sanremo non è woke

Un Festival di Sanremo più sociale e meno social. Più nazionalpopolare e meno mainstream. Più comunitario e meno community. Sembrano sfumature: non lo sono. Intanto. Alla terza serata, più movimentata e vivace e con ospiti di qualità, da Mogol a Ubaldo Pantani, da Eros Ramazzotti a Alicia Keys, anche gli ascolti sono risaliti. Archiviata la Champions League di Inter e Juventus, che non poteva non incidere sebbene i detrattori tendessero a minimizzarne gli effetti, il 60,6% di share registrato giovedì è il più alto per una terza serata dal 1990: era televisiva pre-piattaforme, per intenderci (il fatto che lo share elevato sia abbinato a 9,5 milioni di telespettatori, inferiori ai 10,7 dell’anno scorso, share del 59,8%, dipende dalla platea totale ridotta di due milioni rispetto al 2025, quando la terza serata andò in onda il 13 febbraio).

Carlo Conti che sa far di conto sembra una battuta e forse lo è. Ma non tanto per i calcoli dell’Auditel, quanto perché, al suo quinto Sanremo, l’ultimo, senza possibili ripensamenti, lavora di addizione e sottrazione. Gestisce l’accumulo e i vuoti, qui aggiunge e lì toglie. Nel brogliaccio del 76º Festival della canzone italiana balza all’occhio la grande assenza della cultura woke. Niente appelli delle minoranze, niente bandiere arcobaleno. Niente Ghali, Rosa Chemical, Big Mama. La critica lamenta la mancanza di guizzi, la carenza di fenomeni, il copione prevedibile e poco eventizzato. Sarà. Si può fare un Festival senza proclami e monologhi militanti? Senza lamentare le discriminazioni e i vittimismi di qualche nicchia? Conti ha creduto di sì. Ha creduto alla possibilità di un Festival normale, per la gente comune. Sapendo che poteva andare incontro al rischio noia. Al suo quinto Sanremo ci ha provato, ci sta provando, con buona pace di una fetta della sala stampa che, senza i piagnistei per le donne emarginate, per le apparizioni del premier Giorgia Meloni e le pressioni di Fratelli d’Italia sul cast attuale e futuro, non riesce a stare. Ieri è toccato allo «scandalo» del Mogol novantenne rientrato a Roma sull’elicottero dei Vigili del fuoco, lui che ha scritto il loro inno… E pazienza se la stampa accredita un Festival immaginario, parallelo. Un FantaSanremo.

Il vero scandalo è un altro. Imputano al direttore artistico di aver chiamato LauraPausinichenoncantaBellaciao. Di aver invitato AndreaPuccicomicodidestra. Imperdonabilissimo. La critica «tragicizza» la crisi del Festival, ha scritto Francesco Piccolo su Repubblica. Pensiamo all’edizione del 2027, questa è già archiviata, hanno titolato. Il format è superato, Sanremo non è più nello spirito del tempo, hanno decretato da altre cattedre. Semplicemente: non piace a lorsignori. Che il direttore artistico abbia provato a lavorare su un copione diverso, magari senza inventare niente di clamoroso, non è ipotesi considerata. Semplicemente, parlando più alle famiglie che ai single. Più agli eterosessuali che ai non binari. L’insistenza su Pippo Baudo avrebbe potuto far capire. Anche la scelta di farsi affiancare da Laura Pausini, ovviamente. Ma era meglio Giorgia. Laura o Giorgia: è qui la differenza tra nazionalpopolare e mainstream. L’altra presenza fissa è Max Pezzali, per dire. Se si danno i premi alla carriera a Caterina Caselli, Fausto Leali e Mogol ci si è dimenticati di Amedeo Minghi e Tullio De Piscopo.

La critica «tragicizza», si diceva. E non vede l’addizione. Una co-conduttrice fissa più altri uno o due per ogni sera (Can Yaman, Pilar Fogliati e Lillo Petrolo, Irina Shayk e Ubaldo Pantani, Bianca Balti, Nino Frassica…). Più i superospiti, gli attori le attrici e i comici, gli atleti olimpici, i cori, le sorprese nella serata delle cover, i momenti di riflessione e tutto il resto per un racconto pachidermico e massivo. No, la critica vede «la sottrazione», ciò che manca. Quelle cose lì, gli appelli, la frasetta sparata dopo la canzone, i proclami un tanto al chilo. La guerra in Ucraina. Il genocidio. Il body shaming. La dimenticanza di Gaza, secondo Ermal Meta, premiato dall’Accademia della Crusca. Che, grazie a Dio, quello delle tre religioni monoteiste, ha pontificato solo nell’apposita conferenza stampa.

Se invece si vuol guardare quello che è successo all’Ariston, i contenuti non sono mancati. Il voto alle donne nel dopoguerra con l’ultracentenaria Gianna Pratesi. La guerra alla guerra con il «Make music not war» di Laura Pausini che ha interpretato insieme ai bambini dello Zecchino d’oro e di Caivano Heal the world, l’inno pacifista di Michael Jackson. L’appello contro la violenza giovanile insieme a Paolo Sarullo, un ragazzo in sedia a rotelle dopo un’aggressione fuori dalla discoteca. Il momento dedicato alle dipendenze giovanili da droga, alcol e social con il professore e youtuber Vincenzo Schettini. La presenza di Bianca Balti, già ospite l’anno scorso, con la possibilità di testimoniare la sua battaglia contro il tumore al seno.

Un’altra narrazione è possibile. Il Festival sociale condivide senza militanze. Il Festival comunitario rappresenta senza schierare e sventolare bandiere. Si può fare attraverso momenti non iscritti nel mainstream prediletto dal giornalone unico? Sembra di no: «Il Festival non sta funzionando», «Il Festival che delude punta sull’anno prossimo», «Un Sanremo piccolo piccolo, senza idee», «Lo show di Conti arranca il femminismo arretra». Stizzirsi perché il direttore artistico e conduttore non voleva cavalcare il solito spartito, più che un’occasione persa è la conferma che si conosce solo quello. E che quello spartito è un imperativo, così è se vi pare. Invece no. Achille Lauro senza tutine glitterate e in abito bianco ha cantato Perdutamente in omaggio alle vittime di Crans-Montana. Un Fedez concentrato ha duettato con Marco Masini raccontando che si può superare il Male necessario. In Parole Parole Fulminacci si è lasciato corteggiare da Francesca Fagnani a ruoli rovesciati rispetto all’originale di Mina e Alberto Lupo. È un Festival della canzone italiana. Normale. Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci

 

La Verità, 28 febbraio 2026

Sanremo/4 Ditonellapiaga e Pitony fanno ballare tutti

La serata delle cover eseguite in duetto tra un concorrente e un partner è la più attesa. Incuriosiscono sia gli abbinamenti sia la scelta del brano. Non delude, anzi.

Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.

Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.

Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.

Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.

Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.

Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.

Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.

Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.

Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.

Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.

LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.

J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.

Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.

Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.

 

La Verità, 27 febbraio 2026

Sanremo/3 Con Lapo, Eros e Alicia lo show spacca

Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.

Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’usicta successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).

Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.

Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.

Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.

Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.

Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York.  Sorriso soul.

Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.

I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.

 

La Verità, 27 febbraio 2026

Seconda serata Sanremo: Laura ok, l’imitazione no

Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.

Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.

Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?

Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.

Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.

Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.

Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.

Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.

Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.

 

La Verità, 26 febbraio 2026

La parabola di Pamich, una storia d’altri tempi

Un film tv, meglio di niente. Ci si può accontentare, considerata la marginalità nella quale è relegata la storia di quelli come Abdon Pamich, esuli e «profughi» istriani, nati italiani, ma divenuti slavi alla fine della Seconda guerra mondiale. Martedì sera, nel Giorno del ricordo istituito in memoria delle foibe, celebrate anche in Parlamento davanti alle massime autorità dello Stato, Rai 1 ha trasmesso Il marciatore – La vera storia di Abdon Pamich, film prodotto da Clemart in collaborazione con Rai Fiction, diretto da Alessandro Casale e tratto da Memorie di un marciatore (Biblioteca dell’immagine) dello stesso Pamich (ore 21.50, 2,4 milioni di telespettatori, 13% di share).
Un film tv, si diceva, forse poco per raccontare chi era questo campione schivo, con quel nome insolito di origine persiana che significa «Servo del Signore», eroe solitario della cinquanta chilometri di marcia, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964. Una figura di sportivo d’altri tempi, forgiato dalle prove della guerra e dalla fuga per la libertà da quella Fiume dove le milizie del generale Tito, che l’avevano rinominata Rijeka, imperversavano, arrestavano, torturavano e uccidevano chi non si sottometteva alle loro imposizioni.
Dopo un prologo sul Carso in cui il vero Abdon Pamich, oggi novantaduenne, è riconosciuto da un giovane, lo ritroviamo adolescente (interpretato da Michael Marini) al fianco del fratello maggiore Giovanni (Tobia De Angelis) che gli fa da guida e lo sorregge nei momenti di smarrimento, quando anche loro, come già il padre e lo zio Cesare, lasciano Fiume per costruirsi un futuro. «Sono fiumano, non sono di Rijeka», s’inorgoglisce Abdon per farsi coraggio nei momenti di crisi che, se superati, servono a fortificarsi. L’altro aiuto a tener duro gli viene dalla memoria proprio dello zio, allenatore di boxe, che l’ha sempre incoraggiato a seguire l’istinto del cuore. Il campo di raccolta esuli a Novara e la difficile integrazione, il trasferimento a Genova con tutta la famiglia che, nel frattempo, si è ricomposta, le lunghe camminate per andare al lavoro, i primi allenamenti agli ordini del «mago della marcia» Giuseppe Malaspina (Michele Venitucci) sono le tappe di una formazione che corre veloce, restando però un po’ avulsa dal contesto dell’epoca. Così, pur contrappuntata di massime e frasi ad effetto, la parabola del grande marciatore rimane abbozzata in superficie. Magari la biografia del più istrionico Nino Benvenuti, scomparso meno di un anno fa, si presterà a un maggior approfondimento sulle vicende di quelle terre e di quelle genti.

 

La Verità, 12 febbraio 2026

L’aggressione della Gruber fa il gioco di Salvini

La domanda sorge spontanea: che cosa ha spinto l’altra sera Matteo Salvini a infilarsi nella tana del leone? Se in tutti i palinsesti della nostra televisione c’è un programma ostile al leader della Lega, vicepremier del governo Meloni, nonché ministro dei Trasporti e delle infrastrutture, questo è Otto e mezzo (La7, giovedì, ore 20.45, 1,7 milioni di telespettatori, share dell’8,1%). La sera precedente il generale Roberto Vannacci, fresco di addio al Carroccio, aveva goduto di un trattamento rispettoso a Realpolitik di Tommaso Labate su Rete 4. Perciò vien da chiedersi perché non scegliere un salottino meno arroventato dell’arsenale gestito da Dietlinde Gruber. Invece no, eccolo sottoporsi alla tortura di Lilli e il luogotenente, Massimo Giannini. All’ordine del giorno, già corposo, si aggiungeva anche la laboriosa approvazione del decreto Sicurezza e, dunque, c’era tanto su cui confrontarsi. Oddio, confrontarsi: più corretto è dire che c’era parecchia carne al fuoco. Perché per Salvini, l’ospitata è stata una vera discesa agli inferi. Gruber incalzava sormontando sistematicamente le risposte, Giannini malcelava il rossore del disappunto venato di livore.

Sul caso Vannacci, la spina nel fianco, è stato ingenuo: non ha pensato di dimettersi? Era questo il tenore delle poche domande della conduttrice. Le costanti interruzioni erano, infatti, principalmente espressioni assertive. Il decreto Sicurezza approvato con le correzioni del Quirinale aveva salvato la Costituzione, altrimenti saremmo finiti in uno Stato di polizia. Gli scontri di Torino non saranno mica paragonabili agli Anni di piombo e alle Brigate rosse paventate dal ministro Nordio. E poi, l’aumento dei reati e della microcriminalità, la mancata gestione dell’immigrazione irregolare, i ritardi della rete ferroviaria, i rilievi della Corte dei conti al Ponte sullo stretto… Ogni argomento un tizzone ardente. Salvini abbozzava, provando a replicare. Sulla puntualità dei treni mostrava cifre e percentuali, «si vede che fanno sempre ritardo con i passeggeri di sinistra»… Ma la sua presenza in studio, trascendendo ogni forma di controllo degli intervistatori, offriva plastica dimostrazione di che cosa sia il giornalismo militante. Niente di sorprendente, per la verità, il vicepremier non si aspettava certo un’accoglienza morbida. Perciò, eccola la risposta alla domanda di partenza: usare l’ostilità incontinente degli interlocutori per smuovere la solidarietà del pubblico più incerto e meno schierato. Chissà se ne è valsa la pena.

 

La Verità, 7 febbraio 2026

The paper, una sitcom prigioniera del cazzeggio

C’è un dettaglio curioso nella promozione e nella trama di The paper, la nuova sitcom di punta di Sky, dieci episodi già disponibili on demand sulla piattaforma che raccontano le bizzarre vicende di un giornale di provincia americano, il Toledo Truth Teller, ed è la stranezza di chiamare caporedattore quello che è a tutti gli effetti un direttore. È un dettaglio rivelatore dell’autoreferenzialità della serie spin off di The office. Se infatti il titolo professionale rispettasse il ruolo, un direttore con mano libera sulla redazione e il resto, «l’ultimo vero monarca» sulla terra, tutto sarebbe più prevedibile e scontato. Invece, l’arrivo del «nuovo caporedattore» è perfetto per innescare il conflitto con chi l’ha preceduto, la mitica Esmeralda Grant di Sabrina Impacciatore, più preoccupata di trovare lo smalto giusto che le notizie. C’è da stupirsi se il suo malizioso ostruzionismo rende ancora più accidentata la quotidianità già fiaccata dalla concorrenza del Web e dei social media? Del resto, il giornale è solo una delle tante costole dell’azienda che commercializza vari derivati dalla cellulosa, compresi quelli di uso più prosaico. La sigla di partenza dice già tutto: la carta di giornale serve per avvolgere le focacce, per coprire la testa dei muratori e assorbire l’olio dei fritti. Però, adesso in redazione si cambia e al posto delle agenzie si attingerà alla fantasia e alla creatività dei cronisti, nessuno dei quali ha mai scritto un pezzo neanche per il giornalino del liceo. Pazienza se si chiacchiera amabilmente mentre il grattacielo di fronte sta andando a fuoco. Chissà come, prima dell’avvento del nuovo «visionario» capo (Domhnall Gleeson), il Toledo Truth Teller arrivava alle edicole della cittadina dell’Ohio. Però non bisogna formalizzarsi perché la plausibilità della storia è l’ultimo dei problemi di una sit che vorrebbe far ridere. Nell’improbabile redazione, ignara dell’uso delle fonti e delle regole basilari dell’informazione, attecchiscono i flirt più ovvi e il cazzeggio più inconcludente. Il fatto è che, nonostante la presenza tra gli autori di Ricky Gervais e Stephen Merchant, la ricercata demenzialità della trama si rivela un accrocco squinternato di gag e situazioni dal modesto potenziale comico. Nemmeno la parodia della giornalista svampita e traffichina di Sabrina Impacciatore basta a farla evadere dalla bolla di autoreferenzialità e narcisismo di cui è prigioniera. Poche le aspettative che ci riesca anche nella seconda stagione tanta è la presunzione da primi della classe.

 

La Verità, 1 febbraio 2026

«Striscia» che non striscia è più varietà che denuncia

Mica facile trasformare una striscia quotidiana in un appuntamento settimanale. Striscia la notizia in prima serata su Canale 5 è (dev’essere) un’altra cosa rispetto alla rubrica sincopata dell’access prime time. Antonio Ricci dice che «l’esperimento è riuscito» e ha ragione perché le insidie nascoste in quello che sembra solo un cambio di orario non sono da sottovalutare. Meno ritmo, meno pressione, anche meno aggressività. Si sceglie una metrica diversa, più colloquiale (giovedì, ore 21,53, 2,8 milioni di spettatori, share del 18,3%). Per l’occasione, la coppia regina Ezio Greggio e il pro Pal Enzo Iacchetti indossa lo smoking e la denuncia lascia campo libero agli stacchetti della band di Demo Morselli e alle irruzioni delle sei veline. Soprattutto servono le partecipazioni «da prima serata». Maria De Filippi sta al gioco nei panni della vendicatrice recapitando, con l’inflessibile Tina Cipollari e Giovannino, le cacche a chi parcheggia negli stalli riservati alle persone con disabilità. Chiamato in scena in vari ruoli, Alessandro Del Piero conferma la disinvoltura davanti alla telecamera già colta da Sky che ne ha fatto il suo testimonial principale. Altro ospite da primissima serata è Fiorello, destinatario del Tapiro d’oro dell’amico Valerio Staffelli con l’originale motivazione di non essere tirato in ballo in nessuno scandalo, e chissà se è davvero motivo di vanto la conferma di Fabrizio Corona. Comunque sia, si spreme a fini di audience la disponibilità dello showman siciliano («Siamo in prima serata su Canale 5») e del sodale Fabrizio Biggio, raddoppiando i collegamenti per la tapirata.
Tempi dilatati, si diceva, e con i superospiti prende il sopravvento il varietà. La satira si limita a un paio di bonarie caricature di Sergio Mattarella, da perfezionare come pure la rubrica «Striscia criminale». E anche i servizi di denuncia sono più morbidi. Luca Abete stana alcuni neomelodici, con i loro discutibili testi, alle feste di compleanno di bambini. Con la candid camera alla Nanni Loy si spia il senso civico dei passanti del centro di Milano, provocato da un giovanotto che maltratta la (finta) madre. Il servizio più originale è quello da Madrid di Francesco Mazza dove squadre d’intervento private di «desokupas» sfrattano, per conto dei proprietari, gli occupanti abusivi di case, supplendo a un compito che, con buona pace di Ilaria Salis, dovrebbe essere delle forze dell’ordine.
I dosaggi tra intrattenimento, denuncia e satira cambiano; mica facile trovare il mix giusto.

 

La Verità, 24 gennaio 2026