Fenomenologia di Djokovic il guerriero del tennis

Ripreso di spalle, rivolto al mare, Novak Djokovic medita a occhi chiusi, in silenzio. A parlare è la moglie, Jelena Ristic, che si chiama come Jelena Gencic, la sua prima coach, quella che lo scoprì e che, da bambino, lo costruì il campione che sarà. Nole è gentile, vulnerabile, pieno di rabbia che sa trasformare in elemento positivo. Poi si rivede il campione ululare come un lupo: Il lupo d’inverno è il titolo del docufilm con la regia di Jason Hehir da ieri disponibile su Prime Video.

«È il più grande di sempre. Ha vinto più master di tutti, più slam di tutti, è stato più a lungo di tutti al numero uno» è la sintesi di André Agassi, uno che in qualche modo gli somigliava nella tattica e nel modo di giocare. Si pronunciano anche Rafa Nadal, Boris Becker, Pete Sampras, Jim Courier. Ma questa biografia non eccede in toni apologetici, non è una carrellata di vittorie e colpi spettacolari. Scava nel temperamento complesso del campione abituato a ribellarsi alle critiche. È quello che i Serbi chiamano «inat», tratto distintivo di quel popolo, una sorta di ostinazione indomita a ribaltare l’apparenza, il giudizio degli altri, i luoghi comuni sui quali ci si adagia. Ed è la caratteristica più originale di questo fuoriclasse infinito e anomalo.

Si comincia dalla vittoria della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi e dalla domanda, da quel momento sempre più insistente, sul momento in cui appenderà la racchetta al chiodo. Si prosegue con il ruolo di terzo incomodo, di «cattivo» che rovina la sceneggiatura hollywoodiana del duello tra Roger Federer e Rafa Nadal (che seguiva quelli tra Laver e Rosewall, Borg e McEnroe e Sampras-Agassi). Si arriva all’esclusione dagli Australian open del 2022, quando rivela di non essersi vaccinato e la fama di cattivo si consolida, mentre lui intende solo difendere il libero arbitrio.

Ma la parte più significativa del racconto è quella dell’infanzia, della guerra del Kosovo, quando lo si vede tirare i primi colpi allenato dalla Gencic che lo pronostica subito in cima alla classifica mondiale. È in quegli inizi, quando, con i suoi familiari, correva nel bunker per cercare riparo dai bombardamenti, che si forgia il guerriero vincente di mille battaglie. Da suo ex allenatore, Agassi rivela di aver capito che «aveva bisogno di uno stato d’animo cupo per tirare fuori il meglio di sé». Quando ha tutti contro gioca ancora meglio. Agli addetti ai lavori che continuano a chiedergli quando smetterà non sa cosa rispondere: «Sono il numero uno dei dubbiosi. Sono sempre pronto a smentirmi», conclude. E riaffiora «l’inat».

 

La Verità, 21 agosto 2026

La coda lunga dell’Odissea di Nolan sulle reti tv

Pur con le non poche riserve filologiche e wokiste del caso, The Odissey di Christopher Nolan può vantare alcuni meriti. Aver riempito, da sola e in combutta con Spider-Man: Brand New Day, l’intera estate cinematografica e le multisale del globo. Ovvio. Aver rivitalizzato il dibattito sull’Occidente, le nostre radici e il canone letterario, coniato nell’opera primigenia. Più semplicemente, aver dispiegato la coda lunga sulle nostre reti televisive, regalando loro un discreto tesoretto di audience. D’estate, i palinsesti sono infarciti di repliche e ricicli e, anche per questo, sono liquidi e pronti a modellarsi sui fatti di cronaca o sui piccoli fenomeni di costume e di moda del momento. È bastato avere un pizzico di prontezza di riflessi per cogliere le opportunità e proiettare sulla programmazione gli effetti benefici del kolossal che sta catalizzando le conversazioni a cena e sotto l’ombrellone. Il rispetto del testo originale, la libertà di interpretazione e di adattamento degli artisti che vi si ispirano e il grado di attualizzazione e di modernità concessa animano le chiacchiere estive. Così la riproposizione di altre versioni del classico di Omero si giova della possibilità di raffronto con il film che ha conquistato le vette del botteghino. Sabato sera Itaca – Il ritorno di Uberto Pasolini, ispirato all’ultima parte dell’opera omerica, con Ralph Fiennes nel ruolo di Ulisse e Juliette Binoche a interpretare Penelope, ha sfiorato il milione di telespettatori con il 7,4% di share. Qualche giorno prima, martedì, Iris ha battuto tutti i canali tematici proponendo L’Odissea di Francis Ford Coppola e Andrej Konchalovskij (con Armand Assante, Greta Scacchi e Isabella Rossellini), una maratona di tre ore che ha conquistato 400.000 telespettatori e il 4% di share. Raiplay, invece, ha registrato un boom di accessi alla piattaforma per lo storico sceneggiato, correva l’anno 1968, con Bekim Fehmiu (Ulisse) e Irene Papas (Penelope), che, riproposto in vari episodi come una serie moderna, non sfigura nel confronto con le produzioni più recenti. Mercoledi Canale 5 è andata dritta sull’ultimo film televisivamente disponibile firmato da Nolan, quell’Oppenheimer interpretato da Cillian Murphy, nel ruolo del padre della bomba atomica, e Matt Damon (Odisseo ora nelle sale) in quello del generale americano che lo recluta per la realizzazione del progetto. Lo share è stato del 16,2% e i telespettatori medi 1,4 milioni. L’incremento di audience o l’aumento delle visualizzazioni sono un buon effetto collaterale dei sensi di colpa dell’Odisseo di Nolan.

 

La Verità, 9 agosto 2026

La ricerca del figlio diventa un thriller adrenalinico

Nell’ultima settimana è entrata nella top ten delle serie Netflix più viste di sempre e una ragione ci sarà, nonostante le critiche acidule di qualche critico dai gusti patinati. In realtà, una certa sorpresa la provoca il successo di Ovunque tu sia, otto episodi di una quarantina di minuti tratti da I will find you di Harlan Coben, autore ben sfruttato dalla serialità di tendenza. Non si tratta, infatti, del classico prodotto con le quote assegnate alle minoranze che ingrossano il pubblico arcobaleno delle piattaforme streaming, bensì di un family thriller che ha per protagonista un padre (il Sam Worthington di Avatar) condannato all’ergastolo, da innocente, per l’omicidio del figlioletto. La vera originalità della storia è la trama centrata sul confronto tra una serie di coppie: sono padre e figlia anche i due poliziotti che indagano (Chi McBride e Logan Browning), madre e figlio i titolari della fondazione non profit (Madeleine Stowe e Milo Ventimiglia), padre e figlio il direttore del carcere e l’amico del condannato.
Dopo cinque anni di galera privi di rapporto con i famigliari che hanno creduto alla sua colpevolezza, improvvisamente davanti al detenuto nel carcere di Boston si palesa la cognata (Britt Lower), giornalista investigativa a riposo forzato, mostrando la foto di un bimbo con la stessa voglia sulla guancia di quello ucciso. È la leva che scatena la determinazione del papà a ritrovare il figlioletto e a provare la propria innocenza. Ed è l’innesco di un action ricco di colpi di scena che coinvolgono e spiazzano ripetutamente il telespettatore. Evasione dal carcere, inseguimenti, depistaggi, pistole puntate con annesso ultimatum, game over ribaltati: il padre e la zia del bimbo sembrano Bonnie e Clyde e riescono a scamparla sempre all’ultimo, mentre le piste a un punto morto aprono nuove strade. I notiziari martellano la grande storia del padre inafferrabile, ma la cognata-partner respinge le avance dell’ex direttore bramoso dello scoop. Chi sono quelli che hanno falsificato le prove della morte del piccolo Matthew, rapendolo e pilotando le testimonianze al processo? Quali scheletri nel passato della famiglia giustificano una vendetta tanto diabolica? È corrotta anche la polizia che insegue il padre che cerca il figlio? Chi c’è dietro la fondazione che gestisce una serie di orfanotrofi? E come funzionano le donazioni nella clinica della fertilità dove lavora la mamma del bimbo rapito? Le domande si aprono una sull’altra come scatole cinesi. Così, senza bisogno dell’aura che avvolge altri titoli, qui l’adrenalina scorre a fiumi e si fatica a interrompere la visione sequenziale.

 

La Verità, 4 agosto 2026

The Agency, la crème di Hollywood può far meglio

È appena terminata la seconda stagione e già si attende la terza, che ci sarà, fidatevi, impossibile troncare una storia a quel modo. Sempre più spesso le serie si concludono preannunciando il seguito, irrisolte. The Agency, thriller spionistico di Showtime visibile su Paramount+, più di altre. Diciamo con una metafora, senza spoilerare troppo, che il protagonista è appeso con un filo di seta sopra un rogo. E quindi arrivederci a presto.
Nel remake di Le Bureau – Sotto copertura, ambientato nel servizio che forma e segue gli agenti segreti francesi all’estero, siamo invece nella sede della Cia a Londra. Dopo parecchi anni di missione da infiltrato in Etiopia, dove si è innamorato della misteriosa Samia Zahir (Jodie Turner-Smith), Martian (Michael Fassbender) viene improvvisamente richiamato alla base per dedicarsi alla formazione di altri agenti tra cui la promettente Danny Morata (Saura Lightfoot-Leon) destinata a Teheran. Ci sono parecchie operazioni delicate nei teatri di guerra, ma Martian fatica a liberarsi del ruolo dell’ultima missione anche perché ricompare a Londra la sua amante. Per proteggersi reciprocamente saranno costretti a violare parecchie regole destando i sospetti dei loro superiori. Nel caso di Martian, che gioca di sponda con l’MI6, soprattutto quelli del capo delle strategie della Cia di Londra (Jeffrey Wright), a sua volta contrastato da Bosko (Richard Gere), responsabile ultimo dell’agenzia. A complicare il quadro ci si mette la psicologa (Harriet Samson Harris), incaricata di sorvegliare la salute mentale dei diversi agenti.
Sullo sfondo dei tanti doppi e tripli giochi c’è molta geopolitica, dalla fabbricazione dell’atomica dell’Iran al commercio di diamanti nel Centrafrica, dalle guerre civili in Sudan al mercato delle terre rare, senza dimenticare il ruolo dei servizi cinesi e russi. Questa è forse la parte più complicata e confusa di tutta la trama, che le azioni cariche di suspence nel deserto o nelle montagne mediorientali non bastano a definire. Da una serie tanto ambiziosa e griffata, con la crème di Hollywood e della scuola anglosassone, che annovera tra i produttori esecutivi George Clooney e Grant Heslov, qui anche regista di parecchi episodi, tra gli showrunner Jez e John-Henry Butterworth e, alla regia, il Joe Wright di M. Il figlio del secolo, e vanta un cast con, tra gli altri, attori cool come Michael Fassbender, un Richard Gere grazie a dio nell’ambito del suo mestiere, e la vecchia conoscenza di queste situazioni, Jeffrey Wright, ci si aspetterebbe una scrittura più nitida e calligrafica.

 

La Verità, 2 agosto 2026

Una serata di gala con Tapiro per Antonio Ricci

Chissà se adesso Valerio Staffelli inseguirà Antonio Ricci per consegnargli il tapiro. La notizia che Striscia la notizia non è prevista in nessuna formula nel palinsesto 2026/27 è di questi giorni. La conferma viene dal fatto che la gestione degli account del tg satirico è passata direttamente a Mediaset. A inizio luglio, alla presentazione della prossima stagione, Pier Silvio Berlusconi aveva detto che, dopo l’esperimento in prima serata non del tutto riuscito (12,8% di share, 1,9 milioni di telespettatori), erano in corso valutazioni insieme all’inventore e padre storico del programma. Sono trascorsi 38 anni dall’esordio su Italia Uno nel novembre 1988 con Ezio Greggio e Gianfranco D’Angelo dietro il bancone. Televisivamente parlando, 38 anni sono un’era geologica. Oltre ai canali Rai e Mediaset, allora Fininvest, c’erano Odeon tv, Telemontecarlo e Telecapodistria. Le pay tv e le piattaforme non si paventavano nemmeno nei film di fantascienza. Ma, allergico all’informazione paludata dei telegiornali Rai, Ricci colse la necessità di un controcanto, di un racconto dissonante. La genialità fu scegliere lo spartito della satira, dell’ironia e dell’umorismo, non le prediche sussiegose dei professorini. «Una risata vi seppellirà», una frase attribuita all’anarchico Michail Bakunin, era lo slogan-manifesto che aveva accompagnato le ribellioni dei movimenti post-sessantottini. E il tg di Ricci adottò il linguaggio delle gag e dei tormentoni, affidando a un pupazzone morbido e rosso le sue battaglie antipotere. Anche quando il potere aveva il quartier generale ad Arcore, come documentò la miniserie Il Cavaliere mascarato. O, in tempi più recenti, quando la querelle su Giambruno, compagno della premier Giorgia Meloni, colpiva in casa e creava problemi diplomatici a vari livelli. Fare l’elenco dei colpacci di Striscia richiederebbe una pubblicazione a parte. Il vero grande successo è stata la dissacrazione dell’ufficialità, la destrutturazione di un certo giornalismo, il contropelo all’ipocrisia sul «corpo delle donne», la corrosione del bel mondo radical chic, la demolizione dei bigottismi cattolico e comunista. Tutto consacrato in un ciclo di lezioni alla Sorbona. Quell’Italia era forse più scanzonata di quella attuale, ma l’epoca di «È lui o non è lui? Cerrrto che è lui» è tramontata. «Il signor Enzino» è diventato un agit-pro-Pal, uno dei troppi guru di Bianca Berlinguer. E Gerry Scotti il curatore fallimentare di una trasmissione molto più moderna della sua. La consegna del tapiro a Ricci dovrebbe avvenire in una fantasmagorica serata di gala.

 

La Verità, 1 agosto 2026

I commenti di Adani? Una forma di fanatismo

Più che enfasi o retorica è una forma di esaltazione, uno stato di euforia. Come chiamarle certe performance di Lele Adani, la seconda voce delle telecronache Rai dei Mondiali di calcio, segnatamente durante le partite dell’Argentina e del suo condottiero gentile Lionel Messi? L’Albiceleste ha battuto in rimonta l’Inghilterra e domenica sera disputerà la finale contro la Spagna per confermare il titolo conquistato quattro anni fa. «La Seleccion non accetta un no come risposta», urla il commentatore nel microfono, «rifiuta la resa, rigetta la forza del rivale, si ribella a pronostici contrari, fortificando la portata della missione, intensificando la spiritualità di un gruppo speciale». Alla fine, nomen omen, il telecronista Alberto Rimedio ha proposto un rimedio: «Adesso dobbiamo respirare, respirare», ha detto a conclusione di quell’orgasmo da telecronaca, di delirio di eccitazione, apoteosi di un’idea totale del calcio, il «football» come religione. La passione ok, ma il telefanatismo trasforma ogni partita in una raffica di sentenze. Ma alzare i decibel non compensa i limiti del vocabolario. Sandro Ciotti, per dire, non esagerava mai con il pathos, ma trasmetteva in modo magistrale i contenuti dell’evento. Oggi tutto è epico e leggendario. Un’overdose gratuita di adrenalina. Segna l’Inghilterra: «Le seconde palle, andare sulle seconde palle… Gli esterni di Tuchel…». Pareggia l’Argentina: «Il tempo, il tempo, il calcio è una questione di tempo… Giocare a calcio, fare calcio… Con l’Argentina non è mai finita!». In un crescendo che tira in ballo Albert Einstein: «Diceva che le coincidenze sono il modo che ha Dio per rimanere anonimo, ma non lo puoi fare con Dios… Maradona 40 anni dopo orienta questa partita e non la fa finire perché l’epica deve continuare». Restando ai fatti, sulla rimonta degli argentini è pesata soprattutto l’inettitudine del Ct inglese Tuchel che ha pensato solo ad alzare le barricate.
Due giorni fa, al termine di Francia-Spagna, Stefano Bizzotto, il conduttore che ha fatto della competenza e della sobrietà la sua cifra narrativa, ha salutato il pubblico causa raggiungimento della pensione. Con Andrea Stramaccioni, componeva la coppia più autorevole di commentatori di questi Mondiali. Forse il neodirettore di Rai Sport Marco Lollobrigida non se n’era accorto o, forse, non ritiene necessario apportare modifiche alla squadra di giornalisti e conduttori che seguono il calcio. Così, domenica, a commentare la finale ci saranno ancora Adani e Rimedio. Chissà cosa succederà su Rai 1 se vincerà l’Albiceleste.

 

La Verità, 17 luglio 2026

La prima telecronista dei Mondiali abbassa i toni

Il neodirettore di Rai Sport Marco Lollobrigida l’aveva detto chiaro: «Vivremo in un modo normale solo quando questo non farà più notizia». Si riferiva alla scelta di affidare alcune telecronache dei Mondiali americani a una giornalista donna, Tiziana Alla, promossa da bordocampista della Nazionale a prima voce delle partite iridate. Aveva ragione: non è il sesso del telecronista a fare da discriminante, ma il merito. Alla vanta una lunga esperienza come cronista sportiva, svezzata alla passione per il calcio dal padre che se la portava allo stadio e lei ne scriveva dei resoconti che presto vennero pubblicati dai fogli romani. Dopo la scuola di giornalismo di Urbino era entrata in Rai, aveva seguito la Juventus nell’anno di Serie B per Calciopoli, poi il calcio femminile, fino a prendere il posto, durante la direzione di Alessandra De Stefano, di Alessandro Antinelli, per le interviste durante e dopo i match degli Azzurri. Si ricorda un piccolo litigio con Gigi Donnarumma dopo una sconfitta per 2-5 con la Germania anche a causa di una sua papera. L’altra sera, dopo Inghilterra-Ghana di qualche giorno prima, con il supporto dell’ex portiere Stefano Sorrentino, ha commentato su Rai 1 Francia-Norvegia. Purtroppo, non c’è stato l’atteso confronto tra i super bomber Erling Halaand e Kylian Mbappé, ma il match era comunque degno d’interesse.

A differenza di qualche cronista maschio che, preso da ansia di prestazione, tende a inondare i telespettatori di annotazioni tattiche e strategiche quasi che il calcio sia una branchia della fisica quantistica, o a eccedere in retroscena biografici del più anonimo giocatore, Alla ha scelto una linea di commento tranquilla, per sottrazione, lasciando in primo piano le immagini dell’avvenimento agonistico. Quasi una telecronaca alla vecchia maniera, quando l’autore ancora non si sovrapponeva con iperboli o aggettivazioni esorbitanti all’evento sportivo. È la prima volta che una donna commenta in televisione le partite dei Mondiali di calcio. Da qualche anno, prima Nicoletta Grifoni e poi Sara Meini si sono cimentate con le radiocronache di Tutto il calcio minuto per minuto. Ora le donne conquistano la ribalta di maggior visibilità, come si vede anche nel salotto che precede e segue i match serali condotto, sempre su Rai 1, da Paola Ferrari e con Simona Rolandi ospite fissa. E dove, forse, qualcosa andrebbe rivisto. Nell’attesa, intanto registriamo l’allargamento del parco di telecronisti con il nuovo innesto femminile.

Ma la Rai gestita dal governo di centrodestra non doveva essere maschilista?

 

La Verità, 28 giugno 2026

L’«altra tv» di Iannacone vince con le storie comuni

Se non fosse che ogni definizione risulta sempre riduttiva, la sua si potrebbe chiamarla TeleIannacone perché la televisione che da oltre un decennio Domenico Iannacone propone ha caratteristiche uniche. Una televisione altra. Tutta il contrario di quella maggioritaria. Una televisione lenta, una televisione dell’ascolto. Che non teme i silenzi e frequenta situazioni esistenziali di confine.

Da un paio di settimane è iniziata la sesta stagione di Che ci faccio qui, quattro episodi in tutto perché questa tv ha anche il pregio di non essere invasiva o compiaciuta. Dopo il primo, dedicato a un hospice in provincia di Campobasso e alle cure palliative per persone cui è stata diagnosticata una malattia terminale, intitolato Quel che resta dei giorni (4% di share, circa 700.000 spettatori), la seconda puntata, Tutta la vita che ho, centrata su una famiglia con un bambino affetto dalla sindrome di Cockaine, una rarissima malattia degenerativa di invecchiamento precoce, gli ascolti sono quasi raddoppiati: 7,6% e 1,2 milioni di telespettatori.

Giornalista e autore con natali nelle colline del Sannio degli anni Sessanta, Iannacone ha sempre lavorato a Rai 3, all’inizio come inviato e autore di Ballarò e Presadiretta. Poi, dal 2013, scrivendo e conducendo in proprio I dieci comandamenti, reportage dai margini che rivisitavano laicamente le tavole della legge. Dal 2019 ha inaugurato questa nuova serie con un titolo che, senza il punto interrogativo del libro di viaggi di Bruce Chatwin, adotta un modo di raccontare ancora più asciutto del primo ciclo.

Dal 2013, epoca Mario Monti, quando al vertice della Rai c’era Luigi Gubitosi, prima dell’avvento del renziano Antonio Campo Dall’Orto e poi, passando per Mario Orfeo e Carlo Fuortes, nominato da Mario Draghi, fino alla governance attuale con Giampaolo Rossi, Iannacone è sempre andato in onda con i suoi documentari senza mai alimentare polemiche. Nessuno dei direttori di Rai 3 e ora della divisione Approfondimenti ha eccepito sull’imprescindibilità dei suoi programmi. Che, in compenso, hanno collezionato un discreto numero di premi nella categoria tv d’autore.

Il fatto da rilevare è, dunque, che abbiamo una televisione che si tiene distante dalla «narrazione» e dallo «storytelling». Una tv avulsa da ogni forma di polarizzazione. Sempre con una certa dose di tatto, si potrebbe definirla televisione dell’incontro. Televisione antropologica, usando un parolone. Andando sul concreto, televisione lontana dalla politica e vicina alla persona. Iannacone ascolta e osserva molto. E si potrebbe dire che realizza la preziosa avvertenza di Alexis Carrell, biologo e Nobel per la medicina nel 1912, nel suo Riflessioni sulla condotta della vita: «Tanta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità; poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore». Molto pertinente per un autore di documentari. Che, in realtà, la critica chiama docu-reality. Cioè, documentari che seguono da vicino i protagonisti nello svolgersi della vita quotidiana, con le sue incombenze e le sue urgenze. Dal punto di vista dei telespettatori si potrebbe dire che è un racconto consapevole del fatto che la vita è misteriosa. E ha a che fare con il destino. Succedono dei fatti, a volte tremendi, che ci interrogano, che ci interpellano. E si può rispondere in modi diversi. In un certo senso, certi fatti, o avvenimenti, sono divisivi. Si accettano o si rifiutano. Quando è stata confermata la diagnosi di Robertino che prevede per lui una vita molto breve, papà Alessio non ce l’ha fatta e, per oltre un anno, si è allontanato dalla famiglia. Non voleva affezionarsi a quel piccolo che se ne sarebbe andato troppo presto. Ha vissuto da amici, dai genitori, «sapevo che era una scelta sbagliata…». Mamma Giada, invece, già presentiva come sarebbero andate le cose e ha puntato sull’irripetibilità di ciò che stava accadendo, impegnandosi a dare una vita degna al bambino, alla figlia più grande e a sé stessa. Ora tutto si è ricomposto e, insieme a lei, il papà, la nonna e la bisnonna, tutti circondano di affetto e di mille attenzioni il piccolo.

Con la sua fronte increspata di rughe di curiosità e di immedesimazione, Iannacone si tiene un passo indietro. E proprio questa distanza aiuta a porre le domande giuste. Anche quando si ha di fronte una donna alla quale, poco dopo la morte del padre, è stato diagnosticato un cancro, ora è al quarto stadio. Molto più che un ospedale, l’hospice è una nuova casa, una nuova famiglia, dove anche i parenti del malato sono accompagnati dall’équipe di terapeuti. A tutti il giornalista chiede come cambia la percezione del tempo dopo che si apprende la notizia di una grave patologia. E quale idea abbiano queste persone del destino. Dio ci sussurra con la bellezza e ci grida con il dolore, dice Clive Staples Lewis. Ma Iannacone mantiene un profilo laico, senza attribuire a quel destino tratti divini. E va bene così. Malgrado pure a lui, conduttore schivo e riservato, capiti, dialogando con una maestra dell’asilo, di accomodarsi sulla parola-manifesto «inclusione» per promuovere la scuola pubblica, capace di accogliere anche un bimbo difficile come Robertino. Pazienza, neanche Iannacone è perfetto.

 

La Verità, 27 giugno 2026

Toh, si rivede Ronaldinho, ma la serie è già extralarge

Oggi avremo conferma della possibilità di aggiungere un quarto episodio alla docuserie Ronaldinho l’inimitabile, da qualche settimana visibile su Netflix. A 46 anni il fuoriclasse di Porto Alegre tornerà a giocare in Italia, in Serie C, nell’ambizioso Ravenna di Ignazio Cipriani, rampollo della celebre dinastia veneziana che, insieme con Ariedo Braida, ex manager del Milan berlusconiano, e all’allenatore Andrea Mandorlini, ha allestito una squadra che già quest’anno ha sfiorato la promozione in B. Dopo «Avevo un sogno», «Il migliore del mondo» e «Chi ha detto che ero finito?», il quarto capitolo potrebbe intitolarsi «La passione non muore», ma va detto che già i primi tre risultano un tantino dilatati e ridondanti. Questi biopic servono alle piattaforme per provare ad ampliare il pubblico degli abbonati coinvolgendo le community di fan e tifosi delle diverse star sportive. Sono principalmente operazioni di marketing che privilegiano i tratti leggendari dei protagonisti, spesso sfumando quelli più controversi.

Fessura tra i dentoni e occhi sgranati, Ronaldo de Assis Moreira detto Ronaldinho è stato uno dei calciatori più talentosi di sempre e risparmiamoci le classifiche. Dal Grêmio, la squadra di Porto Alegre dove già militava il fratello Roberto Assis, poi suo agente, al Paris Saint-Germain e al Barcellona, passando per il Milan prima di tornare in Brasile al Flamengo e all’Atletico Mineiro, nei primi vent’anni del secolo Ronaldinho ha vinto tutto quello che si poteva vincere sia a livello individuale che di squadra, in Europa, in Sudamerica e con la Seleçao. «Forse lui è stato più importante per me di quanto io lo sia stato per lui», dice Lionel Messi, presentando il compagno che lo accolse giovanissimo nello spogliatoio del Barcellona e gli servì l’assist per il primo gol in blaugrana. È uno dei tanti gioielli tecnici che deliziano i cultori e si alternano ai pochi momenti opachi della vita di questo campione votato all’allegria e alla spensieratezza, anche quelle della vita notturna. Eccessi che irritavano i tifosi e i dirigenti delle varie società e dai quali tentava di proteggerlo il fratello-manager. Come in occasione dello strano arresto avvenuto in Paraguay dove entrambi erano andati esibendo documenti falsi. Una vicenda presto chiarita e di cui Roberto Assis si è assunto piena responsabilità. «Mi abituai a essere un campione fin da giovane e questo mi viziò», ammette lui stesso. Facendo anche onesta autocritica per l’assenza, a causa di una partita, nel giorno della nascita dell’unico figlio.

Bentornato in Italia, Ronaldinho. Sperando che non sia solo un colpo di coda della saudade.

 

La Verità, 23 giugno 2026

Jamie Vardy e una storia di riscatto senza melassa

In queste serate mondiali durante le quali si ascoltano storie di riscatto nel Sud del globo o dalla povertà del Continente nero fa, a suo modo, da controcanto la biografia di un bad boy raccontata nel docufilm di Netflix Untold UK: Jamie Vardy. Spesso questi biopic enfatizzano i tratti eroici del protagonista al fine di soddisfare i fan. Qui si sceglie un profilo più cronistico della parabola del calciatore di Sheffield, vincitore della Premier League 2016 con il Leicester City di Claudio Ranieri, quando i bookmaker davano 5000 sterline contro una di puntata per la vittoria finale. E quando Vardy stabilì il record di 13 gol segnati in partite consecutive e approdò alla Nazionale, sempre con il suo animo da dilettante e lo slang di periferia. Che il docufim mantiene senza edulcorare le parolacce, in un ritratto schietto come gli occhi di Jamie che guarda nella telecamera rispondendo alla domanda: se dovessi definirti con una sola parola, quale sarebbe? I compagni di squadra e di bisboccia dicono «velocità», «grinta», «amico», «pazzo» mentre lui chiede una birra e spara: «cazzone». Alcolista, rissoso, inquieto, la sua è la storia del «più grande underdog di tutti i tempi». E qui, per la verità, la spia della retorica lampeggia. Sta di fatto che, scartato a 16 anni dalle giovanili della squadra della sua città perché troppo basso, entra in fabbrica per 30 sterline a settimana e si accontenta di giocare nella settima divisione inglese. I gol arrivano a raffica, come le sbronze al pub. Ci pensano gli «Inbetweeners», i compagni di bevute, a tenerlo in carreggiata finché qualcuno lo segnala a un procuratore che s’innamora del suo talento, fiuto del gol e freddezza sotto porta. Jamie ha già 21 anni e sembra tardi per sfondare. Invece, la scalata è vertiginosa. Non che le intemperanze cessino, dentro e fuori dal campo, ma ci pensa la moglie Rebekah a dargli stabilità. Quando arriva al Leicester di anni ne ha 25. Dopo la salvezza conquistata grazie ai suoi gol, la società licenza l’allenatore e chiama a sorpresa Claudio Ranieri. Ma i contraccolpi non sono finiti. Prima l’accusa di razzismo per l’appellativo «giap» rivolto a un ragazzo durante una rissa in birreria, poi la drammatica scoperta che il padre biologico non è il genitore con cui è cresciuto.
Quest’anno, Vardy, nonostante gli infortuni, ha giocato nella Cremonese, retrocessa in B, e nel primo episodio del suo podcast ha detto che la Serie A è «lenta e difensiva». Opinione più che rispettabile. La tempra non mente. E nemmeno il talento, se ben indirizzato.

 

La Verità, 18 giugno 2026