Su Raiplay e Infinity Santoro è un desaparecido

Qualche sera fa Michele Santoro era ancora ospite a Lo stato delle cose (Rai 3, ore 21,30, 1,2 milioni di telespettatori, 8,1% di share). L’abituale partecipazione dell’ex conduttore di Servizio pubblico al programma di Massimo Giletti serve ad aggregare dall’inizio una fetta di pubblico e ad alzare gli ascolti. Il guru come apripista dei talk show è una formula inaugurata già qualche anno fa da Giovanni Floris quando cominciava abitualmente il suo talk con una lunga intervista a Eugenio Scalfari. Ora il fondatore di Repubblica è naturalmente avvicendato da altri «grandi vecchi» come Pierluigi Bersani o Corrado Augias. Il guru di Corrado Formigli è Michele Serra, quello di Bianca Berlinguer, Mauro Corona, sollecitato sui vari fatti di attualità non solo politica. A parte l’abbinata di Rete 4, le altre sono costruite sull’alzata della palla da parte del conduttore affinché l’ospite la schiacci contro il governo. L’ospitata di Santoro a Lo stato delle cose ha un tratto diverso. Mentre il conduttore si limita a qualche contrappunto, è lui a portare la provocazione, a offrire spunti di riflessione e analisi, spesso in base a informazioni inedite o trascurate dai media ufficiali. Attorno al nocciolo duro della ricerca della pace in Ucraina e in Medio Oriente, l’inventore di Samarcanda traccia scenari a volte imprevedibili, come quando l’altra sera ha osservato che, paradossalmente, «oggi è la destra più della sinistra a volere la pace». Oppure quando ha smascherato i giochetti un tantino ambigui dei volenterosi nell’ambito della trattativa con Volodymyr Zelensky e gli emissari della Casa Bianca. O, infine, quando ha ricordato che Sergio Mattarella era vicepresidente del Consiglio quando il governo D’Alema bombardò la Serbia. In sostanza, si può dire che, con tutta la sua attitudine a riempire lo schermo, il Michele Santoro ospite (a volte anche di Floris) palesa un tratto umano più spiccato del Michele Santoro conduttore che ricordiamo piuttosto ideologico e militante. Per averne conferma basterebbe un viaggio su Raiplay, alla ricerca degli storici programmi di Rai 2, da Servizio pubblico ad Annozero, da Tempo reale al Raggio verde. Oppure su Mediaset infinity, per rivedere la puntata di Moby dick su Italia 1 trasmessa da Sarajevo proprio durante il conflitto del Kosovo. Ma, sorpresa, salvo qualche recente spezzone di inchieste realizzate dai suoi collaboratori e il primissimo Samarcanda, nelle teche delle nostre reti generaliste si stentano a trovare tracce della sua controversa televisione.

 

La Verità, 18 dicembre 2025

L’eroina che rifiuta l’apocalisse dolce dei buoni

Il virus della bontà si è impadronito del pianeta e solo una donna gli resiste. Riuscirà «la persona più infelice della terra a salvare il mondo dalla felicità»? È l’interrogativo di Pluribus, la serie ideata e sceneggiata da Vince Gilligan (Breaking Bad e Better Call Saul), forse l’autore più geniale del villaggio. La più vista di sempre su Apple tv, è stata rinnovata per una seconda stagione. Già questi sono buoni motivi per vederla con un occhio di riguardo, ma naturalmente la vera ragione per farlo sono trama e contenuto. L’ultimo dei nove episodi che la compongono sarà rilasciato il 26 dicembre e solo allora scopriremo se in questa storia «andrà tutto bene», come si sente ripetere in ogni film. Non è affatto detto che sia così perché, dietro l’obiettivo di rovesciare le formule della fantascienza, si nasconde l’ambizione di una riflessione sul rapporto tra benessere collettivo e libertà individuale, tra felicità globale e identità personale. Il tutto proposto con grande cura formale, ottime musiche e qualche lungaggine autoriale. Possibili, lontani, riferimenti: Lost, per i prologhi spiazzanti e i flashback, Truman Show, per la solitudine e l’apparenza stranianti, Black Mirror, per la cornice distopica. Ma la mano dell’ideatore è inconfondibile.
Ci troviamo ad Albuquerque, la città del New Mexico già teatro dei precedenti plot di Gilligan, ma stavolta la vicenda è tutt’altra. Siamo in un futuro progredito e un certo rigore si è già radicato nella quotidianità. Per esempio, l’avviamento delle auto di ultima generazione è collegato alla prova di sobrietà del palloncino: se si è stati al pub, l’auto non parte. Individuato da un gruppo di astronomi, un virus Rna proveniente dallo spazio, trasmesso in laboratorio da un topo e contagiato tramite baci e alimenti, rende gli esseri umani felici, gentili e samaritani con il prossimo. Le persone agiscono come un’unica mente collettiva, ma non a causa di un’invasione aliena, tipo L’invasione degli ultracorpi, bensì per il fatto che «noi siamo noi», garantisce un politico che parla dalla Casa Bianca, anche se non è il presidente. «Gli scienziati hanno creato in laboratorio una specie di virus, più precisamente una colla mentale capace di tenerci legati tutti insieme». In questo mondo, non esiste il dolore, non si registrano reati, le prigioni sono vuote, le strade non sono mai congestionate, regna la pace. Tutto è perfetto e patinato, perché la contraddizione non esiste. Debellata, dietro una maschera suadente. La colla mentale dispone alla benevolenza e alla correttezza le persone. Che però non possono scegliere, ma agire solo in base a un «imperativo genetico». Soltanto 12 persone in tutto il pianeta sono immuni al contagio. Ma mentre 11 sembrano disposte a recepirlo, l’unica che si ribella è Carol Sturka (Reha Seehorn), una scrittrice di romanzi per casalinghe sentimentali. Cinica, diffidente, omosex e discretamente testarda, malgrado vicini, conoscenti e certi soccorritori ribadiscano le loro buone intenzioni – «vogliamo solo renderti felice» – lei non vuole assimilarsi ed essere rieducata dal virus dei buoni. I quali, ogni volta che lei respinge bruscamente le loro attenzioni, restano paralizzati in strane convulsioni, alimentando i suoi sensi di colpa. Il prezzo della libertà è una solitudine sterminata, addolcita dal fatto che, componendo un numero di telefono, può vedere esaudito ogni desiderio: cibi speciali, cene su terrazze panoramiche, giornate alle terme, Rolls Royce fiammanti. Quando si imbatte in qualche complicazione è immediatamente soccorsa da Zosia (Karolina Wydra), volto seducente della mente collettiva, o da un drone, tempestivo nel recapitarle a domicilio la più bizzarra delle richieste. A Carol è anche consentito di interagire con gli altri umani esenti dal contagio. Che però non condividono il suo progetto di ribellione alla felicità coatta: tocca a noi riparare il mondo. «Perché? La situazione sembra ideale, non ci sono guerre, viviamo tranquilli», ribatte un viveur che sfrutta ogni lusso e privilegio concesso dalla mente collettiva.
L’idea di questa serie risale a circa otto o nove anni fa, ha raccontato Gilligan in un’intervista. «In quel periodo io e Peter Gould (il suo principale collaboratore ndr) avevamo iniziato a lavorare a Better Call Saul e ci divertivamo parecchio. Durante le pause pranzo avevo l’abitudine di vagare nei dintorni dell’ufficio immaginando un personaggio maschile con cui tutti erano gentili. Tutti lo amavano e non importa quanto lui potesse essere scortese, tutti continuavano a trattarlo bene». Poi, nella ricerca del perché di questa inspiegabile gentilezza, la storia si è arricchita e al posto di un protagonista maschile si è imposta la figura della scrittrice interpretata da Reha Seehorn, già nel cast di Better Call Saul. Su di lei, a lungo sola in scena, si regge lo sviluppo del racconto. A un certo punto, provata dalla solitudine, ma senza voler smettere d’indagare anche perché incoraggiata dalle prime inquietanti scoperte, Carol cambia strategia, smorzando la sua ostilità…
Il titolo della serie deriva da «E pluribus unum», cioè «da molti, uno», antico motto degli Stati Uniti, proposto il 4 luglio 1776 per simboleggiare l’unione delle prime 13 colonie in una sola nazione. Gilligan ha trasferito la suggestione di quel motto a una dimensione esistenziale e filosofica, inscenando una sorta di apocalisse dolce per riflettere sulla problematica convivenza tra singolo e collettività. Per questo, in origine, Plur1bus era scritto con l’1 al posto della «i».

 

La Verità, 17 dicembre 2025

L’altro Benigni commuove narrando Pietro e Gesù

L’altro Roberto Benigni. Quello che prediligiamo, per intensità e passione, non disgiunte da umiltà e innocenza. Niente di studiato a tavolino, però, nel monologo di due ore Pietro – Un uomo nel vento che, prodotto da Stand by me e Vatican media, ha interpretato su Rai 1. Molta immedesimazione e l’abituale enfasi, travolgente ma consapevole, a pervadere una divulgazione appassionata, con tratti anche molto personali. Un racconto seguito da un pubblico di quasi 4 milioni di telespettatori (24,4% di share), numeri notevoli, in una serata densa di proposte, superiori a quelli di molte fiction ritenute di successo. 4 milioni di persone ad ascoltare il viaggio nei Vangeli per sviscerare il rapporto speciale tra Gesù e Pietro. Un rapporto presentato come «una storia di ragazzi» perché, a dispetto dei capelli bianchi in tutti i suoi ritratti, quando incontra il figlio del falegname, il pescatore ha 27, 28 anni. Quando ci si imbatte nel Vangelo, abbozza Benigni, «si può addirittura pensare che la vita abbia un senso…». A dimostrazione che «le cose importanti della vita non si apprendono, non si insegnano, ma si incontrano», chiosa quasi a parziale correzione di precedenti esibizioni pedagogiche. A conferma, nessuna concessione all’attualità politica, né eccentriche rivisitazioni europeiste, esaltazioni della Costituzione e nemmeno ammiccamenti all’inquilino del Quirinale Sergio Mattarella. Sarà per questo che, oltre agli stralci del testo contenuto nel volume edito da Einaudi concessi ai maggiori quotidiani, per il resto la grande stampa ha quasi ignorato l’esibizione del premio Oscar. Anche Benigni rischia di essere vittima dell’inscalfibile polarizzazione.

Per cominciare, nel prologo l’artista percorre la navata di San Pietro e visita la tomba del primo Papa della Chiesa in assoluto silenzio. Anche l’ingresso in scena, all’aperto nei giardini vaticani, senza le cadenze circensi dell’abituale Marcia del pinzimonio, conferma l’intonazione mistico contemplativa della serata. Da qui parte il viaggio di Benigni nel rapporto tra il Messia e il più istintivo degli apostoli. Uno che collezionava gaffe, rovinose cadute e rimproveri, ma al quale Gesù ha affidato le chiavi del suo regno. Che ci è venuto a fare a Roma un pescatore cresciuto in un paesino della Palestina di 800 abitanti, lui che non sapeva una parola di latino? È venuto per conquistare l’impero Romano al cristianesimo e sarebbe come se oggi un idraulico italiano che non sa l’inglese volesse convertire la popolazione di New York. Da quale forza è stato spinto Pietro? Per capirlo, dobbiamo addentrarci nella sua storia…

 

La Verità, 12 dicembre 2025

Il fumettone con buoni e cattivi di cui c’era bisogno

La tigre ruggisce, ma starei con i piedi ben piantati a terra. Dopo i primi due episodi di Sandokan, lunedì primo dicembre, con un inatteso boom di ascolti su Rai 1 (5,7 milioni di telespettatori, 33,9% di share), si sono lette recensioni inneggianti al ritorno della televisione e alla tv generalista resiliente. Sarà, ma già l’altra sera l’audience si è contratta a 4,4 milioni e il 27,6%, numeri sempre positivi, ma più normali. Cos’è successo di strabiliante? Una fiction con una trama nota, personaggi forti e facilmente identificabili, con scenari esotici (le coste della Calabria per rendere il Borneo e Singapore), un’atmosfera fiabesca e sconfinamenti nel fumetto, un robusto budget a disposizione di produttori di lungo corso (Lux Vide e Freemantle per Rai Fiction) conquista una grande fetta di pubblico: è il caso di esaltarsi? Siamo davanti a un racconto rassicurante di cui, forse, oggi si avverte il bisogno. A una serie meglio doppiata che recitata, nonostante il cast altisonante con Can Yaman nel ruolo della «tigre della Malesia», Alanah Bloor in quello della «perla di Labuan» e Alessandro Preziosi nei panni di Yanez de Gomera.

La trama viene romanzi dai Emilio Salgari. Sandokan è un pirata senza particolari ambizioni se non quella di proteggere la sua libertà e quella del «fratellino» Yanez fin quando, sull’isola di Labuan, sede del consolato britannico frequentato dall’ambiguo sultano del Brunei, s’imbatte in Marianna Guillonk, l’irrequieta figlia del console, corteggiata dal cacciatore di pirati e fumatore d’oppio, il capitano James Brooke (Ed Westwick). Grazie alla pratica della schiavitù, gli inglesi controllano anche la preziosa produzione di antimonio delle miniere e così Sandokan s’incarica anche di liberare gli uomini trattati come bestie dall’Impero britannico. Finché non arriverà a scoprire qualcosa di inatteso sul suo passato.

Insomma, da che parte stiano i buoni e i cattivi è ben chiaro: sarà questo il segreto di tanto successo? In un momento denso di nubi non si cercano troppe sfumature e complessità autoriali. L’analisi dei target conferma la visione intergenerazionale. C’è il pubblico stagionato che ricorda lo sceneggiato del 1976 ed è interessato a confrontare Can Yaman («sono dimagrito 10 chili, ho praticato equitazione, ho studiato il copione in inglese») con Kabir Bedi («mi fecero nuotare, cavalcare, tirare di scherma e correre, oltre che fissare intensamente la macchina da presa»). Ma c’è una anche quota di pubblico giovane, interessato ai muscoli e allo sguardo tenebroso dell’attore turco, fucina di gossip, come testimonia il tifo sui social di numerosi account femminili.

 

La Verità, 10 dicembre 2025

Taylor Sheridan fa ancora centro con Landman

Dopo che, alla fine della prima stagione, il proprietario dell’impero (John Hamm, quello di Mad man) lo ha nominato, sul letto di morte, presidente, il risolutore della grande compagnia petrolifera (il premio Oscar Billy Bob Thornton) deve uscire allo scoperto. Soprattutto deve allearsi con la vedova (Demi Moore) per respingere le mire dei concorrenti e delle banche che vogliono rientrare dai prestiti. «Ora sono io a capo del più grande gruppo petrolifero indipendente del Texas occidentale e vi dimostrerò in cosa sono diversa da mio marito: sono molto più cattiva di lui», è l’autopresentazione della signora alla cena dei notabili con cappello da cowboy.

La seconda stagione di Landman (persona che si occupa dei diritti minerari e delle terre nel settore del petrolio e del gas) in onda su Paramount+, un episodio ogni domenica, si annuncia ancora più provocatoria della prima. Al centro della scena c’è ancora di più il tuttofare interpretato da Thornton. Scafato, con metri di pelo sullo stomaco, caustico quanto basta. Ora, oltre a fronteggiare i cartelli della droga deve anche indirizzare gli investimenti e organizzare l’ufficio legale dove rivaleggiano due avvocati di sesso e generazioni diverse. Niente in confronto ai grattacapi che sorgono quotidiani dentro casa. Con il loro esibizionismo ad alto rischio in un universo tutto maschile, l’ex moglie (Ali Larter) e la figlia teenager (Michelle Randolph) costringono l’uomo a ricorrere con frequenza al cinismo già suo alleato nella gestione degli affari. Anche l’ombroso primogenito (Jacob Lofland) è fonte di preoccupazioni dopo che si è ingenuamente lanciato nel business dell’oro nero andando a cozzare con il marchio di un pericoloso trafficante (Andy Garcia). Le premesse sembrano interessanti.

Scritto da Taylor Sheridan (lo stesso di Yellowstone e Tulsa king), questo neo western, tratto dal podcast Boomtown di Imperative Entertainment e Texas Monthly che racconta la nuova epopea del greggio che ha «cambiato il nostro clima, la nostra economia e la nostra geopolitica», è sostenuto da un grande cast e da una cornice di scenari giallo polverosi e calienti. I dialoghi schietti e venati d’ironia dei manovali e dei miliardari protagonisti hanno procurato alla serie l’etichetta di prodotto «per maschi bianchi». Di sicuro non è roba per palati chic. Ma, detto questo, al netto del sentore di razzismo al contrario che emana un’espressione simile e considerato il tenore della produzione dominante in tutte le piattaforme, vien da replicare semplicemente: meno male, lunga vita alla scorrettissima Landman.

 

La Verità, 28 novembre 2025

Dopo il boom del tennis la Rai ripensi al suo sport

Il ciclone Coppa Davis si abbatte (anche) sul palinsesto di Rai 1. Posticipato di un’ora e mezza l’inizio del Tg1 di venerdì sera per vedere come andava a finire la partita al cardiopalma tra il nostro Flavio Cobolli e il belga Zizou Bergs. Cancellata, a furor di audience, Domenica in del pomeriggio festivo (salvo un piccolo assaggio con Mara Venier e il redivivo Teo Mammucari, proprio lui) per raccontare la finale che ci ha consegnato la terza insalatiera consecutiva. La piccola rivoluzione impone almeno un paio di considerazioni. Se la tv pubblica decide di rinviare l’inizio del telegiornale delle 20 e di spianare il contenitore per famiglie della domenica, istituzioni assolute di «nostra signora televisione», significa almeno due cose. La prima è che si è accorta dell’importanza dell’evento e del fatto che il pubblico lo segue con passione non trascurabile. La seconda è che, quando lo decide, anche la pachidermica Rai sa essere elastica e scattante.
Aiutati dalla buona piega presa dalla competizione, gli ascolti hanno premiato la capacità di reazione dei dirigenti di Viale Mazzini. Venerdì all’ora di cena il tennis azzurro ha conquistato 2,5 milioni di telespettatori e il 16,9% di share, mentre domenica pomeriggio il trionfo di Cobolli e Berrettini è stato seguito da oltre 3,6 milioni di persone (24,5%), oltre 5 milioni (con punte oltre i 6), sommando anche gli ascolti di SuperTennis, per il match finale. Sono numeri che giustificano le avance del presidente federale Angelo Binaghi: «Chiediamo alla Rai, d’ora in poi, di riconoscerci i diritti garantiti al calcio perché Cobolli non ha nulla in meno di Scamacca». Ma oltre alla rivendicazione di maggiori spazi e introiti dei dirigenti della Fitp, anche quelli della Rai potrebbero trarre qualche conseguenza dal boom di ascolti. In primo luogo, riconsiderando le scelte rinunciatarie riguardo l’acquisizione dei diritti di molte discipline sportive, dal rugby al basket. E, in seconda battuta, valutando un maggior impegno nella formazione di giornalisti e commentatori specializzati. Troppo improvvisata è risultata la coppia allestita per l’occasione composta da Maurizio Fanelli, tradizionale voce del basket, e Omar Camporese, non certo un habitué delle telecronache. Dov’era Adriano Panatta, abituale commentatore dei match di Jannik Sinner e volto fisso della Domenica sportiva? Mara Venier, invece, ha approfittato dell’inattesa vacanza per invitare i giornalisti del più importante quotidiano italiano e consolarsi con un doppio paginone autobiografico. I suoi inguaribili fan avranno potuto alleviare la crisi di astinenza.

 

La Verità, 25 novembre 2025

Cosa penserà la signora Coriandoli del poliamore…

Che ci volete fare, non resta che allargare le braccia. Se arruoli Rosa Chemical nel cast di Ballando con le stelle lo sapevi che prima o poi poteva capitare. Anzi, che doveva capitare. Perché, con una giuria che più arcobaleno di così è difficile, forse lo hai arruolato proprio con questo scopo. Portare nella prima serata di Rai 1, la ex rete «per famiglie», il triangolo amoroso. Detto con linguaggio moderno, «il poliamore». Sabato sera, erano appena passate le 23, il simpatico Manuel Franco Rocati (così all’anagrafe), assurto a gloria nazionale baciando in bocca Fedez nel famigerato Festival di Sanremo 2023, ha tenuto una piccola lectio sull’argomento. Il rapper ha rivelato di avere alle spalle «una relazione tossica» in cui «ci tiravamo i piatti, ci urlavamo contro» per cui, facendola breve, il triangolo è la soluzione migliore. «L’amore Chemical è il poliamore in cui si sceglie di avere delle relazioni fuori dalla coppia», ha scandito serafico. «Sono convinto che una persona per tutta la vita non ci basti, è stretta la relazione monogama. Ovviamente questo è soggettivo». Basta essere sinceri con la (o il) partner: «Prendersi dei momenti in cui, di comune accordo, ci si possa concedere libertà può solo far bene alla coppia», ha insistito rivolgendosi a Erica Martinelli, la perplessa insegnante di danza che lo accompagna nelle esibizioni del reality di Milly Carlucci. Finita la clip registrata nella palestra delle prove è arrivato il tango dei due concorrenti, inevitabilmente fagocitato, al momento della votazione, dallo spot in favore del triangolo. Seduta in platea, Ema Stokholma si è offerta «per un ménage à trois» come terzo lato della coppia (che ancora non si sa se lo è), Selvaggia Lucarelli ha detto il suo apprezzamento per l’idea anche se, un po’ ipocritamente, ha rivelato di non esser capace di «parlarne a voce alta». L’argomento è diventato virale sui social, ma in fondo lo stupore è minimo. Questa è la Rai, questa è la presunta TeleMeloni. Nella quale, nella rete principale e nell’orario di massimo ascolto, la giuria di un varietà popolare è composta per due quinti da componenti omosessuali, senza contare l’osservatore esterno, anche lui gay (sarà per questo che Ivan Zazzaroni, l’unico uomo eterosessuale della compagnia, sta in piedi anziché seduto?). Tuttavia, nessuna meraviglia per l’exploit di sabato. Già c’erano stati degli assaggi, potremmo chiamarli preliminari, quando Chemical aveva parlato del feticismo per i piedi. Poi la relazione tossica, infine quella poliamorosa. Chissà che cosa ne pensa la signora Coriandoli…

 

La Verità, 18 novembre 2025

«Paradosso Mattei» fa luce su un mistero rimosso

Paradosso Mattei: i misteri di una vita irripetibile è il quinto di sei documentari trasmessi da Focus (canale 22 del digitale terrestre) per approfondire le vicende opache o rimosse del Novecento italiano. Dall’incidente diplomatico con gli Stati Uniti durante il sequestro dell’Achille Lauro all’avanguardia tecnologica della Olivetti, fino, appunto, alla tragica morte di Enrico Mattei, avvenuta il 27 ottobre 1962 quando cadde il piccolo aereo su cui viaggiava. Lo scopo è comporre una piccola biblioteca della memoria il più possibile attendibile e «onesta», anche là dove le certezze definitive sembrano ipotetiche.

«Finisce a Bascapè, in provincia di Pavia, la vita di Enrico Mattei e nello stesso istante comincia il caso Mattei (come si intitolerà il film interpretato da Gian Maria Volonté ndr)», sintetizza Gianluca Mazzini, autore dell’indagine che ci introduce nelle pieghe di uno dei più intricati misteri italiani, incidente o attentato? Per farlo, il reporter si avventura tra le numerose inchieste, i filmati dell’epoca e le testimonianze di Sabino Cassese, già collaboratore di Mattei, di Vincenzo Calia, il magistrato che dopo le indagini durate dal 1994 al 2003 ne accertò l’origine dolosa, e di Lupo Rattazzi, presidente della compagnia aerea Neos che, invece, basandosi sui documenti del 1962, contesta l’ipotesi criminosa. Tra investigazione e contestualizzazione storica, Mazzini ricostruisce il profilo del carismatico presidente dell’Eni, convinto che l’Italia non potesse rassegnarsi allo strapotere delle Sette sorelle. Anziché liquidare l’Agip, nata nel Ventennio, decide di rivitalizzarla, avviando le prime trivellazioni nella «cassaforte aperta» della Pianura padana. La scoperta dei giacimenti di metano a Caviaga e di petrolio a Cortemaggiore sono le basi del boom economico. L’Eni non può restare «un gattino pronto per essere divorato da cani affamati». Per rompere l’accerchiamento, appoggiato dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, intavola rapporti con l’Urss, grande produttrice di petrolio. Ma la strategia di «sovranismo energetico» è vista con sospetto crescente dai colonialisti petroliferi.

Già all’epoca, Amintore Fanfani parlò di «abbattimento dell’aereo», ipotesi poi confermata dalle inchieste di Pavia e dalle sentenze della Corte d’assise di Palermo. Negli anni immediatamente successivi alla morte del presidente dell’Eni crollò l’intero scenario allestito per aggirare le Sette sorelle: il premier iracheno Abd al-Qarim fu ucciso dalla Cia, John Fitzgerald Kennedy assassinato a Dallas e il governatore algerino Ahmed Ben Bella destituito. Sembra spionaggio internazionale, è storia.

 

La Verità, 8 novembre 2025

I ceti medi sono stanchi di riflettere sui codici di Fazio

No, non è la defezione dell’ultim’ora di Greta Thunberg, trionfalmente annunciata come ospite e invece improvvisamente assente causa influenza ad aver fatto scendere gli ascolti di Che tempo che fa sotto la soglia del 9% di share (1,2 milioni di telespettatori). La faccenda si ripete già da qualche settimana, nonostante Fabio Fazio e la sua potente macchina di ricerca star (capeggiata da Monica Tellini) facciano di tutto per convocare la domenica sera sul Nove di Warner Bros. Discovery il meglio del pantheon progressista italiano e internazionale. Bruce Springsteen, Elly Schlein, Luc Besson, Paolo Virzì e Valerio Mastandrea, la scrittrice canadese Margaret Atwood, solo per stare alle ultime presenze. E però, niente da fare, la doppia cifra nella percentuale di share, abituale nelle stagioni scorse, vista dall’attuale 8,7% è un miraggio che inizia a preoccupare anche i pesci dell’acquario. Merito della concorrenza fattasi più agguerrita. O, forse, colpa del fatto che alcuni settori dei ceti medi cominciano a essere un po’ meno riflessivi e a stancarsi della liturgia pedagogica di Che tempo che fa. I pistolotti ammantati di satira di Michele Serra contro il Ponte sullo stretto, il giacobinismo sanitario e la supponenza di Roberto Burioni, il livore antimeloniano di Massimo Giannini e Annalisa Cuzzocrea (firme di Repubblica come Serra) schierati contro la legge sulla separazione delle carriere dei magistrati sono un copione prevedibile quanto se non più delle letterone (non è un refuso) spuntate di Luciana Littizzetto. Appena si esce dai confini italiani, invece, l’antimelonismo cede il testimone all’antitrumpismo. Springsteen e Atwood, oltre che per promuovere i loro prodotti – un biopic cinematografico e un’autobiografia letteraria – sono funzionali a denigrare l’America di The Donald. Nel caso del Boss, definendola «un’autocrazia» malgrado un anno fa ci siano state regolari elezioni. E nel caso dell’autrice di Il racconto dell’ancella, che ha ispirato la serie The Handmaid’s tale, parlando di una «teocrazia» simile a quella preconizzata nel suo romanzo distopico in cui delle povere ragazze vengono costrette a partorire per conto terzi. E dove, quindi, a ben vedere, l’elemento profetico racconterebbe tutta un’altra storia. Ma tant’è, nello studio di Fazio ciò che conta è dare addosso un tanto al chilo all’odiato tycoon. È il catechismo del pensiero unico, signori. Chissà, forse qualcuno si sta accorgendo che lo spartito di Che tempo che fa comincia a fare il suo tempo.

 

La Verità, 4 novembre 2025

Chi è il mostro di Firenze? Ma è ovvio, il patriarcato

Era la serie più attesa dell’anno. Per la scabrosità dell’argomento e per la qualità degli autori e dei produttori che la firmavano. Per fare un sommario paragone con un prodotto altrettanto sponsorizzato, l’origine de Il Mostro non è dichiaratamente politica com’era quella di M – Il figlio del secolo di un anno fa. La serie sul mostro di Firenze in onda su Netflix diretta da Stefano Sollima, scritta con Leonardo Fasoli e Stefano Bises e prodotta da The Apartment e Alter Ego, ambiva a illuminare il capitolo più oscuro della cronaca nera del Novecento: otto duplici omicidi commessi dal primo serial killer italiano che, dal 1968 al 1985, hanno sconvolto un’intera generazione, rimanendo tuttora senza un colpevole. Nemmeno l’apprezzato regista di Romanzo criminale, Gomorra e Suburra (un po’ meno di Acab) azzarda un tentativo di risposta al più complicato enigma criminale italiano. Anzi, Sollima si concentra sull’antefatto della vera stagione del mostro, l’omicidio della coppia composta da Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, realizzato, secondo gli inquirenti, con la stessa Beretta calibro 22 usata per i successivi delitti. La trama scava nella pista sarda, presto abbandonata dalle indagini, per circostanziare la genesi di quegli orrendi crimini nella peggiore sottocultura patriarcale, specchio dell’Italia dell’epoca. Difficile non intravvedere in questa operazione il furbo tentativo di iscrivere quell’oscuro passato nell’attualità dominata dal dibattito mainstream sui diritti civili.

Tra Barbara Locci, la moglie umiliata di Stefano Mele, e la sostituto procuratore (Liliana Bottone) che, mentre le indagini «brancolano nel buio» delle campagne popolate di guardoni e degli scantinati delle famiglie patriarcali, è da subito certa che l’obiettivo dell’assassino sia umiliare il corpo delle donne, sfila il campionario delle piu truci perversioni maschili. Del resto, il mostro è uno o più uomini. Impaginata come Avetrana – Qui non è Hollywood in quattro episodi, ognuno intitolato a un possibile colpevole, e recitata da attori poco noti o scarsamente riconoscibili, Il Mostro ripropone i fatti della notte del 21 agosto 1968 (la stessa in cui le truppe sovietiche invadono Praga) da quattro punti di vista diversi, intrecciando e contrapponendo le versioni degli indiziati. Nella mente del telespettatore si affastellano le domande. E solo alla fine dell’ultimo episodio spunta Pietro Pacciani, in un finale aperto di quello che appare il lungo prequel di una seconda stagione. Probabilissima dopo il successo, non solo italiano, di questa prima.

 

La Verità, 28 ottobre 2025