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Bompiani: «Ci siamo abituati al monopensiero»

Impaesamento. È la parola con la quale Ginevra Bompiani inizia La penultima illusione, appena pubblicato da Feltrinelli. «Un viaggio fra molte vite». La sua, innanzitutto: di scrittrice, editrice, traduttrice, docente, donna attiva nel sociale. Poi quella del padre Valentino, fondatore della casa omonima, uno dei maggiori editori e scopritori di talenti del secolo scorso. Dell’ex marito, il filosofo Giorgio Agamben. Degli amici Umberto Eco, Elsa Morante, Italo Calvino, Giorgio Manganelli. E infine, ma forse prima di tutte, quella di N, la ragazza somala di 17 anni che ha accolto nella sua casa romana, diventandone tutrice legale, prima che scoppiasse la pandemia.

L’impaesamento di N è andato a buon fine?

Non esattamente. L’impaesamento si contrappone allo spaesamento, all’estraneità che deriva dalla diversità. Pensavo che mostrare la bellezza e l’arte di una civiltà potesse aiutarla a superare questa estraneità. Non è stato e non è facile. Anche perché sono arrivati il Covid e i lockdown che hanno prodotto un azzeramento della cultura. Quando andammo alla mostra di Raffaello prima di entrare in ogni stanza dovevamo attendere sulla soglia il suono di una campanella…

Che cos’è la diversità?

In Bellezza variegata Gerard Manley Hopkins scrive: «Gloria sia a Dio per le cose screziate». La diversità è un regalo, anche se è infinita. Anzi, forse proprio per questo. Ogni volta che getti un ponte che unisce segmenti diversi, ne spuntano altri di nuovi.

Essere una persona vissuta in mezzo ai libri e faticare a persuadere alla lettura una ragazza di 17 anni è uno scacco della realtà?

È uno scacco dell’immaginazione. Ognuno ha la propria: la nostra è nutrita dai libri, altre sono alimentate dal paesaggio, dalla magia, dalla religione… dalle botte prese. È l’immaginazione la vera diversità.

Produrre libri e promuovere autori e scrittori è stato il suo lessico familiare: quando è diventata una scelta personale?

La prima esperienza è stata quando, tornando da Parigi, io e Giorgio Agamben abbiamo proposto a mio padre la collana di letteratura fantastica il Pesanervi. In Italia era considerata di destra e quindi era snobbata. Noi, avendo vissuto a Parigi, avevamo uno sguardo diverso. L’idea era di Agamben e io l’ho sposata e realizzata minuziosamente.

Prima c’era stato il periodo degli «incantatori» Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Alberto Moravia: gli scrittori della sua formazione?

Li conobbi la prima volta durante una vacanza romana con la mia famiglia. Frequentavamo Adriana Asti, moglie di mio cugino Fabio Mauri e amica di Elsa Morante. In quel mese fatato conoscemmo lei, suo marito e Pasolini. Avevo 17 anni e fu una folgorazione. Anche Agamben era amico della Morante e di Pasolini, perciò in anni successivi tornai a incontrarli, in modo corale. Poi conobbi e frequentai a lungo Italo Calvino, Giorgio Manganelli…

Tra gli scrittori di oggi vede qualcuno che possa reggere il confronto con loro?

Direi di no. Ma questo non vuol dire che non ci siano grandi scrittori. Credo che oggi la scrittura non sia più lacrime e sangue com’era allora. Qualcosa a cui lo scrittore si dava totalmente, in una dedizione di ricerca della verità e passione. Adesso vedo maggiore disinvoltura, un lavoro collettivo in cui contano molto i consigli degli editor. Allora era impensabile che qualcuno cambiasse una virgola di Elsa Morante.

Nessuno può confrontarsi con gli incantatori?

Uno scrittore lacrime e sangue di oggi è Daniele Mencarelli, che peraltro è nato come poeta a «nottetempo». Poi purtroppo non c’ero più e se lo sono lasciati sfuggire.

La velocità della posta elettronica al posto di quella cartacea e gli agenti che decidono invece degli editori riducono la qualità della letteratura?

Sono uno svantaggio per la qualità e un vantaggio per la funzionalità. In Bompiani si leggevano i cataloghi, si scriveva una lettera, la risposta arrivava dopo 15 giorni e avevi un’opzione di due mesi. Dopodiché facevi un’offerta. Nel 2002, quando è nata «nottetempo», tutto era diventato fulmineo. Facevi la tua richiesta di lettura, ti rispondevano in cinque minuti e passavi la notte sul libro. Se la mattina dopo presentavi la prima offerta eri fregato perché partiva l’asta.

Con gli agenti letterari cos’è cambiato?

Nel 2002 andai alla Fiera di Londra, memore di quella di Francoforte degli anni Sessanta. Dopo aver cercato invano gli editori, ho capito che dovevo salire al piano di sopra. Dove non c’erano libri, ma tanti tavolini con una bandierina ai quali si incontrava un agente che, se non aveva già venduto il libro, ti dava la possibilità di acquistarlo offrendo più dei concorrenti. Tutto senza leggerlo. Il rapporto affettivo e intellettuale che aveva mio padre con i suoi autori era preistoria. Con chi aveva un agente nasceva un ménage à trois. Come editore l’ho sofferto, ora come autore me lo godo.

Qual è stata l’originalità di «nottetempo»?

Nel 2002 mi ricordai di una conversazione con mio padre che, dopo aver ceduto la Bompiani, voleva creare una nuova casa editrice, ma non sapeva se farla per i giovani o per i vecchi. Ci pensai e decisi di farla per i sessantenni come me. Persone che leggono semisdraiate, magari di notte, senza tanta luce. Pensai a libri comodi, con caratteri grandi, margini ampi, libri leggibili e leggeri non nel senso della facilità, ma nel senso di Robert Louis Stevenson che, non a caso, fu il primo autore pubblicato. Anche nella saggistica, pubblicammo filosofi e scienziati che con una buona conoscenza dell’italiano si potevano capire.

Cosa pensa del fatto che con la pandemia si legge di più e che, secondo alcuni, Amazon favorisce i piccoli editori che faticano nella distribuzione?

Temo che siano miglioramenti provvisori. Con l’espansione di Amazon la dimensione vincente è il grandissimo, non il grande. Rizzoli, Mondadori e Giunti boccheggiano, progredisce solo Amazon. Insieme con i piccoli editori ci siamo battuti contro gli sconti librari che la sinistra pensava o fingeva di pensare fossero a favore del popolo dei lettori. Invece favorivano solo le grandi catene editoriali, perché gli editori e le piccole librerie indipendenti non potevano farcela a prezzi ribassati.

Come per gli scrittori, mi dica il nome di un editore che le piace.

Tra i tanti che lavorano bene citerei Iperborea, nata dall’idea di Emilia Lodigiani che ha pensato di pubblicare la letteratura del nord e per farlo ha imparato le lingue scandinave. Dopo di lei suo figlio: hanno scoperto e portato in Italia una letteratura che era sconosciuta.

Invece con il Manifesto che non pubblica più né Agamben né lei per le posizioni sul Covid ha litigato.

E me ne duole perché era un rapporto che durava da tanto tempo. Il Manifesto era considerata la casa editrice di sinistra. È stata una grande delusione vedere che di fronte al Covid si è appecoronato esattamente come tutti gli altri giornali e se c’è qualche eccezione non è lui, ma il Domani o magari Avvenire.

Avrei in mente anche un’altra testata.

Parlo dei giornali di sinistra, anche se forse non c’è più. Mentre la destra c’è, ma io non la amo per niente.

Nel libro scrive che viviamo in una «imitazione di dittatura che fa contrapporre ai cori sui balconi la diffidenza a tu per tu e una rabbia ottimista».

È stato instaurato il monopensiero e tutti si sono adattati. Salvo un esiguo numero di persone, grandi filosofi, scienziati e medici premi Nobel, che vengono trattati come mentecatti perché non si allineano. Il monopensiero si adopera alla creazione del nemico, quel disgraziato che non si vuole vaccinare. Sono vaccinata e qualcuno cerco di convincerlo perché non si condanni alla non vita alla quale costringono chi non possiede il green pass. Senza il quale ora non si può più neanche entrare sotto gli archi della Stazione Termini.

Cosa vuol dire che guariremo della malattia, ma non della cura?

A parte che bisogna vedere se guariremo… La virologa Maria Rita Gismondo diceva pochi giorni fa che se una persona si ammala e non vuole andare in ospedale deve morire a casa perché non può procurarsi le medicine. Pensare di non curare i no vax giustifica il confronto con il nazismo.

Cosa significa, come scrive, che «pensare è diventato sinonimo di negare: negare la verità comune, consensuale e consentita. Negare la fiducia alle disposizioni rinfuse diventa subito negare l’esistenza della malattia»?

È chiaro che la malattia c’è e le epidemie sono pericolose, non solo perché fanno ammalare e morire le persone. La spagnola durò dal 1918 al 1922: ricordiamoci cosa successe nel 1922 in Italia e in Russia e quando datano i primi tentativi di Hitler in Germania. Lo spavento dell’epidemia e la ricerca di una gestione autoritaria generarono le dittature. Perciò facciamo attenzione ai troppi unanimismi.

Che cos’è la penultima illusione?

L’ultima dovrei raccontarla dopo morta. Qualunque illusione è penultima perché ha davanti a sé una possibile caduta e una possibile nuova illusione. Mi illudo su ciò che faccio, che non è mai così fantastico come avrei voluto. Ma: sempre meglio qualcosa che niente.

 

Panorama, 26 gennaio 2022

«L’intellettuale stia sui social, sennò vince Fedez»

Buongiorno Vittorio Sgarbi, quando ha saputo del cancro?

«Quasi un anno fa. Ricordo che il 26 dicembre andai a sciare».

Si poteva?

«No, infatti ci andai in polemica con il governo che lo impediva. Ma è stata una cosa così… Andai ad Asiago a fare sci di fondo da solo nel bosco. Caddi una decina di volte perché non lo praticavo da tanto. Il giorno dopo mi accorsi di avere le caviglie gonfie. Non ci pensai e il 31 andai a trovare Cesare Battisti nel carcere di Rossano, in Calabria».

Cesare Battisti cosa le disse?

«Che mi stima, anche se la pensa in un altro modo. Va bene, gli ho detto, però tu hai ucciso delle persone, hai fatto il terrorista».

E lui?

«Mi ha detto che sa di aver sbagliato e che oggi non è più quell’uomo. Poi mi ha dato dei documenti che lo riguardano e che adesso, secondo i magistrati, dovrei consegnare alla polizia perché, dicono, così Battisti può influenzare i processi. A me sembra una follia: un imputato influenza un processo che lo riguarda? Questa è la magistratura che abbiamo in Italia».

File corposo. Stavamo parlando della sua salute.

«Tornato a casa mi sono messo a letto, sorpreso da un’improvvisa e strana depressione. Dopo dieci giorni, quando mi sono fatto visitare, mi hanno detto che avevo avuto il Covid in forma lieve. In compenso, hanno trovato i valori della prostata oltre i limiti. Era fine gennaio. Ho fatto altre visite e, tra aprile e giugno, un ciclo di radiazioni che ha debellato le macchie di cancro».

Tutto bene, dunque?

«Nel frattempo, il 25 marzo a Madrid è stato scoperto un Ecce Homo di Caravaggio fino allora sconosciuto che, con rammarico, non ho potuto acquistare perché è stato ritirato dal governo. Mi sono rifatto trasformandolo nell’oggetto di Ecce Caravaggio, il volume pubblicato in luglio, che precede quello appena uscito, Raffaello. Un Dio mortale (entrambi da La nave di Teseo ndr). Così, tra il Covid e il cancro, ho avuto come compagni Caravaggio e Raffaello. Quando ci fai cento spettacoli e lezioni, questi giganti diventano quasi tuoi parenti».

Sdrammatizzando, possiamo dire che il lavoro funziona da antidoto alla malattia?

«Per me lo è stato, ha coperto il disagio per lo stato di salute».

Che ora è migliorato?

«Il referto della risonanza nucleare è ottimo. Dovrò fare altre punture di ormoni, una al mese».

I molti impegni l’aiutano a convivere con questo pensiero?

«È così. Ho appena inaugurato a Lucca la mostra I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini. Prima avevo fatto quella su Depero al Mart di Rovereto, di cui sono presidente. Sempre a Rovereto il 16 dicembre aprirà Canova tra innocenza e peccato. Poi c’è Ferrara arte…».

Perché Raffaello è un Dio mortale?

«Nel libro riprendo un concetto, espresso da Giorgio Vasari nelle Vite, che l’opera di Raffaello conferma perché racconta un ordine del mondo che la Chiesa continua a promuovere. Non esistono solo i valori di povertà e attenzione agli ultimi. Ci sono anche la salvaguardia della libertà della persona e il rispetto della civiltà, che hanno la loro apoteosi nella celeberrima Scuola di Atene dove troviamo Socrate, Platone e Aristotele affiancati da Leonardo e Michelangelo. Sono i principi del mondo occidentale nati nella Grecia antica, aggiornati dal Rinascimento, compiuti nel cristianesimo».

E Raffaello come si colloca?

«È un interprete di questa sintesi, fin troppo perfetto. L’arte è una continuazione della creazione divina. Il mondo in cui viviamo è il risultato di ciò che Dio crea e l’uomo fa».

Perché scrive di non avere empatia con Raffaello?

«La perfezione mette soggezione. Noi comuni mortali sentiamo più vicini Caravaggio e Van Gogh, artisti sfigati che sentono l’umano. Raffaello invece sente il divino, sebbene viva un momento oscuro che lo rende umano».

Pensavo si rivedesse in un genio che ama le donne.

«Raffaello è ecumenico e universale, mentre il mio temperamento viene comunemente definito divisivo. Se dovessi scegliere il dipinto preferito non lo cercherei tra i suoi, ma in quelli di Caravaggio o di Rembrandt».

Però Raffaello è un bipolare, diviso tra estetica e carnalità.

«Vasari lo adombra, ma nel complesso la perfezione prevale sui difetti. È attraversato dalla sensualità, ma La Fornarina, l’opera in cui ritrae la sua donna, la dipinge solo per sé».

Lei la paragona a una Monica Bellucci dell’epoca.

«È un gioco ottico del mio spettacolo, realizzato con la proiezione del volto della Bellucci su di lei».

Raffaello era modernissimo perché aveva anche un pusher del sesso?

«È un’estensione di alcuni accenni del Vasari. Per farlo dipingere con continuità, Agostino Chigi gli porta le donne. Sono eccessi della maturità, da giovane era più preciso».

Chi potrebbe essere Raffaello oggi?

«Sono gli artisti di regime come Jeff Koons, l’ex di Cicciolina. Ora è in mostra a Palazzo Strozzi a Firenze. Anche Botero, per l’ispirazione. O Michelangelo Pistoletto, con i suoi Quadri specchianti. Per temperamento, umiltà e rigore quello che si avvicina di più è Antonio Lopez Garcia, un pittore spagnolo raffinatissimo, legato al potere ma senza la popolarità di Raffaello».

Tra Leonardo, Caravaggio, Michelangelo, Raffaello, Piero della Francesca… il suo preferito è?

«Non ho pittori preferiti. Spesso la preferenza è alternativa alla conoscenza: quanti più ne conosci tanto meno ne scegli uno. Sarebbe facile citare Bramantino, Ercole de’ De Roberti, Cosmè Tura, nel Quattrocento ce ne sono tanti dimenticati».

È andato alla Prima della Scala?

«No. Ci sono andato quando ero assessore alla cultura o sottosegretario. Non ci vado per vanità. Preferisco dedicarmi a ciò che mi riguarda in prima persona. Martedì ho inaugurato a Lucca la mostra I pittori della luce. Da Caravaggio a Paolini».

Chi sono i pittori della luce?

«Quelli che hanno capito che Caravaggio oltre a inventare la fotografia, cioè la rappresentazione della realtà così com’è, ha inventato anche la luce elettrica, la luce con la quale irrora i suoi interni. Valentin de Boulogne, Gherardo delle Notti, Giovanni Serodine, Rubens…».

L’arte è una risorsa per uscire dal buio della pandemia?

«Non mi sembra, i musei e i teatri sono stati chiusi a lungo. Il governo si è dimostrato timido e impaurito. In Spagna sono rimasti sempre aperti e, considerato che, allora come oggi, nelle chiese non si richiede il green pass perché vigono protocolli rigorosi, anche nei musei si poteva fare lo stesso visto che le distanze sono naturali. Invece, la mia mostra su Caravaggio al Mart è rimasta chiusa, come quella su Tiepolo alle Gallerie d’Italia a Milano. La gente che è stata tanto in casa oggi torna nei musei come per una compensazione».

Chi è l’artista che rappresenterebbe meglio la pandemia?

«Edward Munch. L’urlo è l’immagine della situazione che stiamo vivendo».

Che cosa pensa di Banksy?

«È un artista sia di regime che antiregime, ironico e paradossale. Il mercato lo premia perché è un interprete delle problematiche attuali. C’è grande curiosità attorno a lui. La mostra a Palazzo Diamanti a Ferrara ha avuto 70.000 visitatori».

La curiosità è alimentata dalla sua invisibilità?

«Quella è un po’ una civetteria. È un writer che espone sui muri quando ci sono un bambino dimenticato e una donna offesa. In un certo senso è un artista che interpreta l’epoca di Greta Thunberg».

Piuttosto mainstream?

«Secondo quella forma di antipotere che, in realtà, oggi è legata al consenso».

Il nostro patrimonio artistico potrebbe essere una risorsa per il rilancio del Paese? Ciclicamente qualche mente lucida sollecita la creazione di un circolo virtuoso, poi però non se ne fa niente.

«Dopo il referendum voluto da Marco Pannella, siamo stati decenni senza ministero del Turismo. Adesso che ce l’abbiamo, è arrivata la pandemia. Occorre razionalità, non serve incentivare il turismo culturale a Venezia e Firenze, mentre è utile farlo a Pistoia e a Pisa. Le colline dell’area del Prosecco sono state riconosciute patrimonio dell’Unesco prima degli affreschi di Giotto a Padova. Si procede con lentezza, tuttavia qualcosa si muove, come abbiamo visto con Matera Capitale europea della cultura, diventata ormai una sorta di Venezia del sud».

Come ministro dei Beni culturali vedrebbe un manager o un intellettuale meglio di un politico?

«Vedrei bene me stesso, attendo di farlo nel prossimo governo. Le attività che curo mostrano come saprei valorizzare il nostro patrimonio».

Che cosa pensa della fatwa da cui sono stati colpiti Massimo Cacciari, Giorgio Agamben e Carlo Freccero a proposito della gestione della pandemia?

«Io me la sono cavata con danni minori di loro. Durante i primi mesi di lockdown mi ero molto esposto contro il governo che proibiva di andare in biciletta, di sciare, di fare il bagno e, con le precauzioni necessarie, spettacoli all’aperto. Poi è arrivato il vaccino: l’ho fatto e mi curo. Ma ritengo, con Cacciari e Agamben, che si possa puntare su un’autotutela non impositiva. Fatico a capire perché chi è vaccinato debba temere chi non lo è e portare la mascherina. Intelligenze acute sono state confuse con i No-vax da un potere che ci tratta come bambini».

Cosa significa che mentre qualche decennio fa gli intellettuali di riferimento del dibattito nazionale erano Alberto Moravia, Giovanni Testori e Umberto Eco ora i nuovi guru siano Fedez e Zerocalcare?

«Significa che la situazione è degradata. Fedez lo prendo per il culo regolarmente. Muovendosi nella musica, in tv e sui social è presente nelle grandi aree della comunicazione contemporanea. Dove prevalgono quelli che parlano a più persone, anche se veicolano contenuti banali. Fino a qualche tempo fa non ero presente sui social, ora tutti i miei contenuti finiscono lì. Pasolini ha usato al meglio gli strumenti del suo tempo, il cinema e la televisione. Anche Berlusconi ha vinto perché conosceva la televisione. I social identificano quest’epoca».

Sta dicendo che Cacciari e Agamben dovrebbero usarli?

«Persone che possiedono una visione originale come loro sono meno influenti perché non li frequentano. La scelta degli strumenti giusti può portare a far prevalere chi ha idee meno significative, ma una potenza di fuoco superiore».

 

La Verità, 11 dicembre 2021

«Sull’onda del Covid l’élite vuole rifare il mondo»

Carlo Freccero, il provocautore. Da quando, quasi due anni fa, ha lasciato la direzione di Rai 2 ed è tornato stabilmente a Savona, lungi dal ritirarsi a vita privata, Freccero continua a studiare e a intervenire nel dibattito delle idee restando l’anarchico e vulcanico autore che abbiamo conosciuto in tanti anni vissuti pericolosamente. Al punto che, come conferma l’intervista che segue su pandemia e globalizzazione, la definizione di provocautore gli calza a pennello.

Sulla pandemia, fin dalla prima reazione dei balconi e degli slogan come «andrà tutto bene», è in atto uno scontro sempre più ideologico. Perché secondo lei?

Ci sono due Italie destinate a non incontrarsi perché partono da presupposti diversi. Per gli ortodossi è in atto la più pericolosa pandemia di cui si abbia memoria. Di fronte alla morte il sacrificio dei diritti costituzionali è indifferente e necessario. Per i dissidenti la pandemia non è la causa, ma il pretesto per eradicare questi diritti e instaurare un nuovo modello di vita attraverso quello che Klaus Schwab, il fondatore del World economic forum, ha chiamato «il Grande Reset» nel suo libro scritto con Thierry Mallaret e dedicato agli effetti del Covid. Anche il Time gli ha consacrato la copertina con un’immagine del globo terrestre circondato dai ponteggi di un cantiere in cui gli operai ricostruiscono il mondo.

Esistono organizzazioni economiche o gruppi di potere che vorrebbero trasformare la pandemia in un’occasione di palingenesi planetaria?

Oltre che sanitario, la pandemia è un evento politico ed economico. Per le élites è un’occasione irripetibile per instaurare l’agenda 2030 con largo anticipo. Cito ancora Schwab e Malleret: «Il mondo come lo conoscevamo nei primi mesi del 2020 non c’è più, dissolto nel contesto della pandemia. Stiamo per trovarci di fronte a dei cambiamenti radicali di una tale importanza che alcuni esperti parlano di anticoranavirus e dopocoronavirus». AC e dC non significherebbero più avanti Cristo o dopo Cristo, ma avranno per spartiacque la pandemia.

Concorda con gli studiosi secondo i quali come la peste nera fu all’origine dell’uomo moderno anche il Covid potrebbe provocare cambiamenti nell’antropologia di quello del Terzo millennio?

Li provocherà se lasceremo spazio al transumanesimo, grazie al quale l’uomo dovrebbe sconfiggere la morte e acquisire un potenziamento intellettuale e soprattutto mnemonico connettendosi all’intelligenza artificiale. Per chi ci crede c’è un solo ostacolo: il sovrappopolamento del pianeta. Da tempo nei testi scolastici il concetto di sovrappopolamento – insieme al riscaldamento del pianeta – è un dato acquisito. Non a caso tutti i filantropi, a cominciare da Bill Gates, si pongono il problema della pianificazione familiare. Si potrebbe scrivere un libro su questo argomento, ma cito solo la conferenza del 2014 nella quale Roberto Cingolani, attuale ministro della Transizione ecologica, ha detto che «il pianeta è progettato per 3 miliardi di persone». Perciò, siccome siamo 8 miliardi, o si riduce la popolazione o se ne comprimono i consumi impedendo viaggi e tutto ciò che produce Co2 . A questo servono lockdown e chiusure.
Vede anche lei come Massimo Cacciari un pericolo nel ricorso a prolungati stati di emergenza?
Cacciari ha ragione. Sotto l’onda emotiva della pandemia e di fronte alla minaccia della morte, la maggioranza degli italiani è disposta a rottamare quella stessa Costituzione che nel 2018 fa aveva saputo difendere contro il referendum promosso da Matteo Renzi. Disarmarci oggi per la pandemia è pericoloso per il nostro futuro. Perché il mondo potrà essere cambiato senza che noi possiamo decidere come.
Secondo Schwab l’umanità è a un bivio: dopo la pandemia potrà costruire una società più solidale e inclusiva o più individualista e selettiva. È davvero così?
Schwab si riferisce all’agenda 2030 che è piena di buoni propositi e condivisa da organizzazioni internazionali come l’Onu, l’Unesco e l’Oms. Questi buoni propositi però hanno una matrice malthusiana: difendere il pianeta dall’invadenza dell’uomo e non viceversa. Si persegue la fine dell’umanesimo in favore della green economy. Per me questa utopia è, in realtà, una distopia perché è antiumanistica. Ma noi siamo uomini: come potremmo mai partecipare al nostro stesso ridimensionamento?
Perché è stato l’annuncio dell’adozione diffusa del green pass a riportare parte della popolazione nelle piazze?
Perché costituisce una violazione dell’articolo 3 della Costituzione che vieta ogni forma di discriminazione.
Per il filosofo Giorgio Agamben il vaccino è «un simbolo religioso» al quale si attribuisce potere salvifico. Ne è una conferma il fatto che chi non vi ricorre è colpito da una sorta di scomunica sociale?

Secondo Walter Benjamin, cui Agamben sembra rifarsi, il cristianesimo è una religione culturale. Al suo interno tutto ha significato in riferimento a un culto, più che rispetto a un dogma o a un’idea. La vaccinazione non avrebbe senso senza il culto che la circonda. Provoca emozione come la celebrazione di un sacramento e dev’essere immortalata sui social di tendenza. La sua somministrazione sancisce l’appartenenza al gruppo di culto e provoca intolleranza verso chi si sottrae.

È la scarsa dignità culturale dell’universo no-vax a giustificare questa divisione in cittadini di serie A, vaccinati, progressisti e acculturati, e di serie B, antiscientifici, di destra e rozzi?

I no-vax vengono dipinti dalla propaganda come scientificamente ignoranti, ma la realtà è diversa. Il mainstream identifica la scienza con un vaccino che, secondo il suo stesso bugiardino, non è stato sperimentato e lo sarà soltanto se le vaccinazioni si protrarranno sino al 2023. Come possiamo definire scientifico un dispositivo non sottoposto a verifica sperimentale? Molti no-vax sono informati sulle più recenti scoperte della letteratura scientifica. I loro riferimenti sono il premio Nobel Luc Montagnier e il maggior virologo vivente Didier Raoult. Mentre i favorevoli al vaccino hanno per informatori le star della tv.

Come vengono usati i grandi quotidiani e i talk show nella costruzione di questa narrazione?

Per la comunicazione la pandemia è un grande campo di studio. Marshall McLuhan aveva previsto una terza guerra mondiale combattuta non con le armi tradizionali, ma con l’informazione. Giornali mainstream e televisione tendono a rendere conformista l’opinione degli utenti tramite l’emissione di un messaggio unico. Invece il web, anche quando viene commissariato dalle grandi piattaforme tramite gli algoritmi, i factchecker e la censura esplicita dei dissidenti, riesce a far trapelare messaggi «eretici». Sui social la censura è scandalosa, ma in qualche modo ha motivato i dissidenti. Sulla tv generalista invece non c’è censura perché non c’è n’è bisogno: il pubblico della televisione sembra vittima di una forma d’ipnosi.

C’è chi vede nell’adozione del certificato verde una forma di sorveglianza del potere. Ma anche per guidare un’auto bisogna esibire una patente che attesti l’idoneità del pilota a tutela della collettività.

A cosa li abilita di specifico il green pass? Semplicemente alla vita quotidiana che da quasi due anni ci è impedita. Nessun regime era arrivato al punto di richiedere una patente per vivere.

Una volta era la sinistra a difendere il diritto di critica e di dissenso. Oggi, sulle norme sanitarie, Giorgia Meloni la pensa come lei e Cacciari, e Matteo Salvini come Maurizio Landini.

Chi era di sinistra come me criticava il pensiero unico neoliberista, ma non conosceva ancora l’unanimismo di oggi. Sembra di essere piombati nella distopia orwelliana, costruita sul controllo e l’impoverimento del linguaggio. Non solo i politici non si sottraggono a questa tendenza. Di più, sono loro a costruire la gabbia del pandemicamente corretto nei limiti del quale ci si può esprimere. Maggioranza e opposizione stanno entrambe collaborando al grande reset.

Tuttavia il certificato verde è adottato in Francia e non ad esempio in Germania, Stati Uniti e Giappone.

Perché è un disegno che procede a macchia di leopardo. Molti Paesi lo hanno già accantonato. Altri vogliono andare avanti a ogni costo. L’Europa resiste con alterne vicende perché è il centro dell’operazione. Basta guardare gli interventi al Global Forum del gennaio 2021 per capire gli schieramenti.

È sotto gli occhi di tutti che la pandemia ha reso ancora più centrali le piattaforme. L’omologazione planetaria arriva con lo streaming di Netflix e Amazon?

Distruggere le piccole e medie imprese perché considerate obsolete per incrementare le grandi corporation fa parte del piano. Tutto ciò viene presentato come progresso. Dall’inizio della pandemia, le piattaforme e le grandi società di distribuzione hanno guadagnato tutto quello che le piccole imprese hanno perso.

Che spazi rimangono per l’originalità e l’identità nell’arte e nella comunicazione?

Ormai originalità e identità sono slogan pubblicitari per imporre obiettivi di massa nascondendoli sotto una patina di glamour.

 

Panorama, 11 agosto 2021

Le migliori teste italiane: l’apocalisse si avvicina

L’allarme è unanime. Le menti più lucide, i cervelli più autorevoli e disincantati lo ripetono all’unisono: la ripresa che speriamo per questa povera Italia non può essere guidata dal governo attuale. È un dato di formazione, di attrezzatura culturale, di inesperienza. Bisogna cambiare rapidamente pilota, dicono i migliori economisti, sociologi e filosofi, se non vogliamo che il pullman finisca nel precipizio della povertà e della protesta sociale violenta. Lo intonano da settimane senza che nei media, in gran parte omologati al pensiero mainstream, il loro invito superi il livello delle voci isolate. Provando ad avvicinarle ne scaturisce un coro. Giorgio Agamben, Quodlibet: «È evidente – e le stesse autorità di governo non cessano di ricordarcelo – che il cosiddetto “distanziamento sociale” diventerà il modello della politica che ci aspetta». Luca Ricolfi, intervista all’Huffington post: «La nostra società, se non si cambia rotta molto molto alla svelta è destinata a trasformarsi in una società parassita di massa». Giulio Sapelli, intervista alla Verità: «All’ora della verità arriviamo governati da eterni disoccupati». Massimo Cacciari, La Stampa: «Serve una cultura politica esattamente opposta a quella che si è manifestata in questi mesi». Giuseppe De Rita, intervista alla Verità: «La ripartenza non si fa con le sovvenzioni ad personam». Carlo Galli, La Parola: «Il Paese è chiamato a grandi scelte per ripartire a guerra finita, ma anche prima, a breve». Marcello Veneziani, La Verità: «Non possiamo lasciare la ricostruzione in mano ai nani».

Incurante del ridicolo, qualche giorno fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha presentato un piano strategico per trasformare «questa crisi in opportunità» sulle stereofoniche colonne del Corriere della sera e del Fatto quotidiano. Una fogliata di «profonde» riforme volte alla modernizzazione del Paese che va dalla sburocratizzazione alla capitalizzazione delle imprese e delle start up, dal sostegno green economy alla digitalizzazione dell’offerta formativa, dalla riforma dell’abuso d’ufficio all’introduzione di una nuova disciplina fiscale. Un vasto programma che abbiamo già orecchiato in altre solenni occasioni con «Giuseppi» in piedi dietro a un leggio su come verranno usati i molto promessi fondi europei. Un Recovery plan così altisonante che non l’ha sentito nessuno, non un approfondimento né una ripresa se si eccettua quella, obbligata, del ministro per gli Affari europei Enzo Amendola. Del resto, la credibilità, quando la si è persa è difficile riconquistarla. Mesi di conferenze stampa abborracciate, di decreti affastellati, di proclami labili e provvedimenti volubili, di alluvioni di fantastilioni e casse integrazioni mai arrivate, di rilanci futuri al tavolo da poker che i presentissimi sprofondi rossi hanno smascherato come l’ennesimo bluff, dando al «piano strategico» l’attendibilità di un desiderio da Miss Italia neoeletta.

Intanto l’apocalisse incombe. La tratteggia Agamben citando Patrick Zylberman: un certo «terrore sanitario» ci ha precipitato in una situazione «da fine del mondo. Dopo che la politica era stata sostituita dall’economia, ora anche questa per poter governare dovrà essere integrata con il nuovo paradigma di biosicurezza, al quale tutte le altre esigenze dovranno essere sacrificate. È legittimo chiedersi», conclude il filosofo, «se una tale società potrà ancora definirsi umana o se la perdita dei rapporti sensibili, del volto (con le mascherine ndr), dell’amicizia, dell’amore possa essere veramente compensata da una sicurezza sanitaria astratta e presumibilmente del tutto fittizia». Più che mai urgente è un cambio di direzione copernicano. Ma per Ricolfi, docente di Analisi dei dati all’università di Torino, può essere persino «già tardi». Di sicuro è improbabile che chi comanda ora sia in grado di guidarlo. «Questo governo è il primo governo esplicitamente e risolutamente iper-statalista della storia della Repubblica. In esso», osserva «le peggiori pulsioni del mondo comunista ed ex comunista, rappresentato da Pd e Leu, confluiscono e si saldano con l’ideologia della decrescita felice propria dei Cinque stelle». Lo scenario tracciato dal responsabile scientifico della Fondazione Hume è cupo: «Nella società parassita di massa la maggioranza dei non lavoratori diventa schiacciante, la produzione e l’export sono affidati a un manipolo di imprese sopravvissute al lockdown e alle follie di Stato, e il benessere diffuso scompare di colpo, come inghiottito dalla recessione e dai debiti». Anche Sapelli, insigne economista, parla di società parassitaria: «In autunno saremo circondati dai poveri come Buenos Aires negli anni Ottanta o il Perù negli anni Novanta. Grazie a questi politici l’Europa si sta sudamericanizzando. E come in Sudamerica avremo le zone dei ricchi e le zone dei servi, sorvegliati dalle torrette con le mitragliatrici». Non bastano sussidi e detassazioni, «sono indispensabili gli investimenti e la sburocratizzazione». Sapelli ha presentato un appello affinché si perseguano questi obiettivi, perché «nell’ora della verità» siamo governati da «una classe di ricchi globalizzati o di eterni disoccupati». Lo pensa anche Giuseppe De Rita: «Sarebbe interessante che qualche giornalista consultasse la Navicella parlamentare per studiare i curricula di ministri e sottosegretari e vedere cosa tornerebbero a fare se non rieletti». Quanto alla ripresa, prosegue il presidente del Censis, «non si fa con le sovvenzioni ad personam. Ma è frutto di un processo socio economico complesso che rimetta in moto filiere produttive, gruppi di imprese e territori. Se i cittadini non hanno fiducia e non escono di casa, se non arrivano i turisti, i ristoranti restano chiusi anche se gli si dà il bonus per riaprire». Ancora più ultimativa l’analisi di Cacciari: «Interventi assistenziali non basteranno più, anche ammesso e non concesso che ci siano stati finora, tempestivi ed efficaci. Non ci saranno neppure le risorse per incerottare tutti. Interventi a pioggia – e per di più, per necessità, ben avari – moltiplicheranno soltanto diseguaglianze e proteste». Se vogliamo davvero cambiare rotta, incalza l’ex sindaco di Venezia, serve «una cultura politica esattamente opposta a quella che si è manifestata in questi mesi, preda di quell’irresistibile impulso ministerial-centralistico e statalistico, capace di decreti più voluminosi della Recherche proustiana». In questo contesto si ripete che non è il momento di fare polemiche. «E invece di dialettica politica, e di elezioni, ci sarà presto bisogno», sottolinea Galli, analista del Mulino. «Il Paese è chiamato a grandi scelte, per ripartire a guerra finita – per quanto questa possa dolorosamente trascinarsi – ma anche prima, a breve», osserva il professore di Dottrine politiche a Bologna. «Una di queste è sulla Ue che, in coerenza con le proprie logiche e strutture, si appresta a sferrare un altro colpo alla nostra autonomia offrendoci come unica risorsa economica il Mes: prestiti (pochi) in cambio della Troika e di una nuova austerità». Soggiacendo ai diktat dell’eurotecnocrazia come sembrano voler fare gli attuali governanti, risulterà velleitaria la risalita post-pandemia, «un’opera gigantesca», scrive Veneziani. «Per fondare uno Stato sociale ci vuole il lavoro di un popolo, di una classe dirigente, di ministri e primi ministri che sanno rispondere davvero alla storia, ai popoli, e non si limitano a sceneggiare numeri di teatrino in tv, con la regia di uno del Grande fratello… Affidereste mai la rifondazione di uno Stato al collasso, di una società con una crisi economica e vitale senza precedenti, di un modello sociale di ricostruzione a gente così? L’ultimo che lo fece, dopo una catastrofe, si chiamava Alcide De Gasperi, il Recovery fund allora si chiamava piano Marshall».

Il Recovery plan invece propinatoci dal premier serviva ad avvisarci che non ha intenzione alcuna di spoltronarsi da Palazzo Chigi, né per la restante parte della legislatura e auspicabilmente neanche per la prossima. Ma chi conserva un residuo briciolo di speranza crede che la massima autorità statale cominci a considerare l’appello trasversale che giunge da molte tra le voci più autorevoli e disinteressate del nostro Paese. Le quali tutte, in coro, dicono, come usa a Milano, che per il governo Conte si è fatta una certa…

 

La Verità, 31 maggio 2020