Tag Archivio per: arbitri

«Calcio moribondo, Conte e Maldini non bastano»

Michele Criscitiello, patron di Sportitalia e presidente della Folgore Caratese, squadra dell’Alta Brianza promossa a sorpresa in Serie C in un girone di ferro, ha appena pubblicato Il libro nero del calcio italiano (Piemme). Un saggio documentatissimo, che analizza la gestione delle società e dei vivai, le ambiguità degli organi federali, l’attaccamento alla poltrona di tanti dirigenti, l’invadenza dei procuratori, la casta degli arbitri e il giro dei soldi.
Partiamo da una delle tue creature, la Folgore Caratese promossa in C davanti a Milan-Futuro e al redivivo Chievo. A chi dedichi questo successo?
«Il giorno prima che morisse avevo nominato presidente della società mio padre ottantenne con la promessa che saremmo approdati alla serie C. Lui è il capo della nostra famiglia calciofila. Credeva in me e mi spronava in questa avventura sul campo. Perciò, dedico a lui la nostra promozione».
In una parola, qual è il segreto di questo traguardo?
«Sono due: ambizione e organizzazione».
Che effetto ti fa guardare i Mondiali?
«Nessuno, li sto vedendo poco e malvolentieri. Come Aleksander Ceferin che ha distrutto la Champions League, anche Gianni Infantino sta distruggendo i Mondiali. Da un mese ne parliamo, ma ancora non abbiamo assistito a una partita decente. Speriamo cambia qualcosa da qui in avanti».
Perché bocci anche la Champions?
«Fino a febbraio è noiosa, poi entra nel vivo. L’errore dei grandi dirigenti è cambiare le cose che funzionano invece di quelle che non funzionano. Questi Mondiali, che si giocano in tre Paesi diversi, hanno stadi belli, ma freddi. Anche il pubblico c’è, ma è tiepido giusto per il meteo».
La finale sarà Francia-Argentina come quattro anni fa?
«Ce lo auguriamo, almeno sulla carta promette di essere una bella partita. Le trappole sul percorso non mancano, ma quella sarebbe una bella finale».
Sul nostro sport nazionale disegni uno scenario cupissimo. Qual è il nero più nero del calcio italiano?
«La poca trasparenza della Federazione. Il giorno dell’elezione di Giovanni Malagò ero presente come delegato e vedere 300 persone tributare una standing ovation a Gabriele Gravina mi ha confermato che non siamo consapevoli del pericolo di morte nel quale siamo incorsi».
Eri il nemico numero uno di Gabriele Gravina?
«Non è così. Al telefono lo sento spesso, mi sta simpatico, ci andrei a cena ogni settimana, però non posso non constatare le lacune della sua gestione. Se per due volte non andiamo al Mondiale di che inimicizia parliamo? Basta constatare i fatti. Che io dica che l’era Gravina è stata una sciagura non fa di me un paladino, caso mai giudica gli altri che non lo rimarcano. Il sistema crolla: tranne una quindicina, tutte le 100 società professionistiche perdono soldi. Che cosa aspettiamo? Di morire? Lo siamo già, l’assenza recidiva dai Mondiali lo certifica».
Scrivi che il circoletto del calcio somiglia a quello del cinema italiano, in concreto cosa vuol dire?
«Quello del cinema non lo conosco così bene, il circoletto del calcio pensa solo alla poltrona. Ma se il calcio muore, i grandi capi perdono anche il trono. Non faccio il finto moralista, capisco che i dirigenti vogliano fare business, ma devono farlo per far crescere l’intero movimento. Invece, per tutelare innanzitutto il proprio bene, non si preoccupano del futuro del sistema».
Chi è l’avvocato Giancarlo Viglione?
«È il vero presidente della Figc. Non è un’offesa. È un uomo che lavorava nell’ombra e non aveva un volto pubblico. Ma da quando ha indossato la giacca con il simbolo della Figc e si è seduto al fianco di Malagò la sua strategia è cambiata».
Cosa c’è di male?
«È sempre una questione di trasparenza. Se hai un ruolo ufficiale, se sei direttore generale della federazione, è giusto che tu stia sul palco a fianco del presidente. Ma se invece sei un avvocato, per quanto importante, è un altro discorso».
Già con Gravina era una figura di spicco.
«È l’uomo che ha favorito il patto per cui dopo Gravina doveva arrivare Cosimo Sibilia. Quel patto non fu rispettato e Viglione si è schierato con Gravina. Ora ha portato avanti l’accordo tra Gravina e Malagò. Non c’è nulla di male, ma è importante sapere come stanno le cose».
Da quanto tempo Renzo Ulivieri è presidente dell’Associazione allenatori?
«Da vent’anni, troppi. Non se ne abbia a male, ma non ha più l’età per reggere l’impegno della carica. Il giorno dell’elezione di Malagò era assente per problemi di salute. È un dato di fatto, non un’accusa personale».
Gli stipendi di questi dirigenti sono adeguati? Si fa un uso trasparente dei soldi che finanziano il sistema?
«Gli stipendi sono tutti esagerati verso l’alto. Quando Gianfranco Zola andò al Chelsea in Premier League, noi italiani lo prendevamo per i fondelli perché era andato in un campionato minore. Poi gli inglesi hanno investito i soldi dei diritti televisivi in strutture e stadi, mentre noi italiani li abbiamo spesi in calciatori, figurine e procuratori. Vent’anni dopo vediamo i risultati».
Come funziona l’Aia, l’Associazione italiana arbitri?
«È una casta. Un maxi circoletto dove fa carriera chi porta più voti al presidente e al designatore».
È un ente riformabile?
«Deve esserlo assolutamente. Soprattutto non deve dipendere dalla Federazione».
All’estero da chi dipendono gli arbitri?
«Sempre dalle federazioni, ma si scontrano con paletti invalicabili, mentre da noi si superano facilmente».
Dell’ultimo scandalo di quest’anno che coinvolgeva alcune partite che avrebbero favorito l’Inter non si sa più nulla.
«Si è fermato tutto, ma il capo d’accusa era debole».
Per gli arbitri, la soluzione potrebbe essere il professionismo?
«Potrebbe essere una soluzione per favorire l’indipendenza e cambiare un po’ di cose. Ma si potrebbe anche adottare la formula della Champions, con arbitri internazionali, designati a livello europeo. All’estero questo problema non ce l’hanno. Se ci arbitrassero direttori di gara francesi o spagnoli tanti problemi sarebbero superati, cominciando dai sospetti. Prendere un aereo da Parigi per Milano non è tanto diverso che prenderlo da Napoli».
Come funziona il centro federale di Coverciano?
«Se non hai il patentino Uefa, anche se sei un bravo allenatore, non puoi allenare. Molti posti ai corsi del Centro federale sono riservati agli ex calciatori: la meritocrazia non esiste».
Per diventare allenatori si spende molto?
«Parecchie migliaia di euro. Anche per diventare vice allenatore o preparatore atletico devi allargare il portafoglio. Questo crea una forte selezione».
Le serie C e D funzionano?
«La Serie C a 60 squadre non è sostenibile, ci sono troppi pochi soldi. Ogni club non può avere solo 700.000 euro all’anno dalla Figc».
Bisogna ridurre il numero di squadre?
«E aumentare la mutualità dalla Serie A alla Serie C. Quest’anno la Serie A ha speso 240 milioni per i procuratori, ma alla Serie C ha dato 22 milioni. Chiaro, no? E poi si parla di far crescere i giovani…».
Tornando ai flop della Nazionale, quali sono le cause principali?
«I giovani ci sono in Italia. In tutte le competizioni, le nazionali minori fino all’Under 21 vincono ovunque. Ma quando questi ragazzi arrivano nelle prime squadre non li fanno giocare perché li considerano acerbi, così il talento evapora».
Vedi anche tu un eccesso di stranieri nelle squadre?
«Questo è un altro problema. Per comprare uno straniero non serve depositare una fideiussione bancaria, come invece è richiesto per acquistare un calciatore italiano».
Perché questa disparità di trattamento?
«Non ho una spiegazione perché non riesco a immaginare una motivazione logica».
Qualcuno ci guadagna?
«È probabile, ma anche qui non ho risposte».
Cosa non va nella politica dei giovani e dei vivai?
«Non va tutto. Hanno tolto anche il vincolo societario per cui a fine stagione i giocatori sono liberi di accasarsi altrove. Così i club di B C D non hanno vantaggi nel farli crescere e migliorare, investendo in strutture, scuole calcio e allenatori».
In Italia sono improvvisamente spariti talento e fantasia, nostra forza in tutti i settori, o li soffochiamo con politiche sbagliate?
«Li soffochiamo perché non facciamo giocare ed esprimere i giovani. L’esempio di Palestra è lampante. Il Chelsea ha pagato 60 milioni un giocatore che una big aveva dato in prestito al Cagliari che lottava per non retrocedere».
Cosa si può fare contro lo strapotere dei procuratori?
«Mettere dei paletti. Le commissioni ai procuratori devono avere dei tetti oltre i quali non andare. E poi non devono poter agire sia per conto dei giocatori che delle società. Servono regole più severe e serve farle rispettare».
Perché la Juventus, prima, e poi anche realtà di provincia come Udinese e Atalanta sono riuscite a realizzare o rinnovare lo stadio di proprietà, mentre Roma, Milano e Napoli da decenni ne parlano soltanto?
«La Juventus si è mossa in anticipo per ottenere la concessione di 99 anni dell’impianto. L’Udinese ha approfittato della lungimiranza del sindaco giusto, Furio Honsell, che ha deciso di fare lo stadio».
Altrove prevale la cultura del non fare?
«Purtroppo sì».
Che futuro prevedi per il «metodo Moneyball», la priorità degli algoritmi nella scelta dei giocatori?
«L’analisi dei dati può essere utile per chiudere il cerchio e completare il profilo di un calciatore. Ma prima bisogna considerare altri criteri, più completi, che riguardano la persona. Se usi gli algoritmi per il 20% di rifinitura di un identikit va bene. Ma se con i numeri pensi di sostituire il lavoro degli osservatori e degli esperti di campo, rischi grossi buchi nell’acqua».
Giovanni Malagò è la soluzione giusta per la Figc?
«Se cambia la mentalità e i dirigenti, sì».
Vasto programma: ne è consapevole e ne ha la forza?

«Consapevole lo è, bisogna vedere se ha la forza di arrivare fino in fondo».
Basterà chiamare Antonio Conte e magari Paolo Maldini in Nazionale per far rinascere il nostro movimento?
«Non basterà, ma possono essere gli uomini giusti per ripartire».

 

La Verità, 2 luglio 2026

«Ecco chi vince la Serie A e i miei giocatori preferiti»

Mario Sconcerti è il commentatore più autorevole di calcio. Lucido, imparziale, con una scrittura molto personale. Qualche settimana fa ha osservato sul Corriere della Sera: «Sul campionato sta ormai pesando l’esame inganno di Suarez. Il giocatore ha confermato la falsità del test, i professori anche. E allora? Sono passati tre mesi. Si può ancora fare finta di niente?». Di mesi ora ne sono passati cinque. Siamo colleghi, parliamo di sport, ci diamo del tu.

Come definiresti il calcio al tempo del Covid?

«È un calcio che ha perso brillantezza, fondamentalmente più lento. Non solo in Italia, dovunque».

Il motivo è l’assenza del pubblico?

«Certamente. Perché il pubblico partecipa, con il suo rumore, avverte i giocatori di cosa succede alle loro spalle, commenta la bravura del gesto».

Si spiegano così i tanti gol in Serie A?

«L’assenza del pubblico alleggerisce i giocatori e favorisce i maggiori errori delle difese. La crescita del numero dei gol è iniziata quando i punti per la vittoria sono diventati tre. Da otto anni superiamo stabilmente i mille gol a campionato. Per ritrovare più di mille gol bisogna risalire agli anni Cinquanta di Gunnar Nordahl».

Ora si è scalato un altro gradino?

«Il salto maggiore è stato subito dopo il lockdown e a inizio campionato. Adesso la media si è assestata, ma sempre su livelli molto alti».

Come spieghi la bagarre tra Antonio Conte e Andrea Agnelli?

«È chiaro che c’è un vissuto alle spalle».

Cioè?

«Le ruggini risalgono al quarto anno alla Juventus, dopo i tre scudetti vinti. Conte iniziò il ritiro estivo, ma poi disse che non se la sentiva di continuare e Agnelli fu costretto a cambiare allenatore. Una società non dimentica facilmente quando viene mollata in corso d’opera».

I temperamenti non aiutano?

«Né Agnelli né Conte sono personaggi facili. In questo caso penso che Conte sia stato provocato durante tutta la partita da qualcuno che stava alle sue spalle, dietro la panchina».

Conte ha chiesto più educazione, merce rara.

«Parole che si dicono a caldo. Nessuno sui campi di calcio è in grado di dare lezioni di educazione a qualcun altro».

Si è fatto tutto quello che si poteva in termini disciplinari?

«Se si poteva fare sarebbe stato fatto. Al massimo si sarebbe trattato di una squalifica di una giornata».

Da una rissa all’altra, ho letto che ti sei divertito a vedere quella tra Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku.

«Mi ha divertito lo scontro tra i due giocatori più grossi del campionato. Ero curioso di vedere come andava a finire, sapendo che non poteva succedere niente perché c’erano trenta persone intorno a fermarli».

C’è un’inchiesta della procura della Figc.

«È un’inchiesta d’ufficio, non si può dare quel tipo di spettacolo. Quando parliamo di calcio, dobbiamo ricordarci che si tratta di un’attività basata sui calci. Se qualcuno subisse per strada un intervento in scivolata sporgerebbe denuncia contro l’aggressore. I giocatori di calcio firmano una clausola compromissoria per la quale non possono fare causa per qualcosa che avviene sul terreno di gioco. Poi, ogni situazione ha i propri limiti. Mettersi rabbiosamente testa contro testa è un atto che deve finire lì».

Che cosa pensi del caso Suarez?

«Mi appare straordinario per due motivi. Il primo è la clamorosa ingenuità di campagna commessa dai professori dell’università di Perugia che hanno agito come tifosi. Un’ingenuità riconosciuta perché sono tutti rei confessi. La seconda stranezza è che siano passati sei mesi e nessuno abbia fatto un passo avanti. Mi sembra una vicenda più grossolana che seria, anche se c’è stato un protocollo forzato per diventare cittadini italiani».

Esistono i poteri forti nel calcio?

«Esistono, come da tutte le parti. Quando si identifica la Juventus con i poteri forti del calcio si scambia la sua abitudine a dettare la strada con una forma di potere».

Il confine è sottile.

«Non dobbiamo dimenticarci che la Juventus ha la stessa proprietà da cento anni. Se guardiamo gli altri poteri forti, Milan e Inter hanno cambiato tre presidenti nell’ultimo quinquennio. Cento anni di continuità nell’assetto societario significano continuità di rapporti, di esperienza, di capacità gestione di situazioni delicate. La Juventus ha un patrimonio che la rende oggettivamente più forte di chi continua a cambiare proprietà».

C’è troppo tifo nelle telecronache, nei talk show, nei commenti?

«Il calcio è cambiato quando le partite sono sbarcate in tv. Prima era praticamente clandestino perché tutti potevano vedere solo la propria squadra allo stadio. Più che il tifo è aumentata la competenza del pubblico. Adesso vedi calcio, lo impari e lo confronti, in più hai dei buoni maestri che te lo spiegano. Ora il tifoso sa quando è giusto che la sua squadra perda perché è competente».

Gianni Brera come racconterebbe le squadre multietniche di oggi?

«Per come l’ho conosciuto io, credo sarebbe in difficoltà. Non tanto perché pensava che fossimo noi i veri neri della situazione, in quanto nazione povera…».

Aveva un approccio geoculturale, se non vogliamo dire razziale, basato sulla superiorità atletica del centro e nord Europa…

«Oggi le sue profezie sono confermate, l’Europa è il centro del calcio nel mondo. Siamo i colonizzatori del calcio, abbiamo costretto i giocatori degli altri paesi a venire a imparare da noi. Gran Bretagna, Germania, Spagna, Francia e Italia hanno scolarizzato i giocatori a livello mondiale. Brera sarebbe in difficoltà per un altro motivo».

Quale?

«Penso alla discussione che c’è adesso: dici una cosa e qualcuno dall’altra parte dell’Italia ti contesta. Brera era abituato a parlare da solo, non c’era la rete, non c’erano i social. Oggi è più complicato rimanere autorevoli».

A volte mi perdo qualche tua metafora filosofica. Parlando di Juventus-Inter: «È stato un lungo lasciarsi senza darsi dolore, saltando i dubbi della partita».

«Era una partita segnata dal risultato dell’andata. Quello è il mio modo di scrivere, una scrittura spontanea che può piacere a volte di più a volte di meno. In quella frase c’è più slancio poetico che filosofico. Cerco parole, concetti, modi di ragionare dovunque, perché fuggo dalla gergalità del calcio. Alla fine sono contento di aver trovato un mio linguaggio».

Perché nel 2016 hai lasciato Sky per la Rai?

«Mi sembrava che alla mia età, dopo 14 anni a Sky, due anni in Rai potessero dare qualcosa alla mia storia. Ed è stato così».

Tornando sui poteri forti. Come valuti il fatto che Marcello Nicchi sia presidente degli arbitri dal 2009?

«Considero gli arbitri la parte migliore del calcio. È impossibile che portino avanti un complotto perché sono una lobby nella quale tutti competono. Lo scopo di ognuno di loro è arbitrare la partita più importante. Tra avversari non si allestisce un complotto per favorire qualcosa o qualcuno».

È già accaduto.

«I disonesti ci sono dovunque, anche tra i giornalisti. O tra i giocatori che vendono le partite».

Undici anni di presidenza dell’Aia sono tanti?

«Sono due mandati e mezzo. Vediamo che cosa succede alle prossime, imminenti, elezioni. Gli arbitri sono la parte migliore perché la più selezionata. Sono 50.000, ma in Serie A ne arrivano una decina all’anno. Dopo di che sono un mondo a parte, come la magistratura».

Bell’esempio.

«Fra gli arbitri però non c’è solidarietà di categoria: se uno sbaglia, gli altri sono contenti perché lo scavalcano».

Ti aspettavi la tenuta del Milan?

«È certamente una sorpresa. Gli innesti di Ibrahimovic e Ante Rebic sono stati fondamentali per trasformare una squadra di ragazzi in una squadra di uomini. C’era un grande valore assoluto, Gigio Donnarumma e Theo Hernandez sono giocatori di livello europeo».

Mancava la mentalità vincente?

«Mancava la completezza del carisma».

Chi gioca il miglior calcio in Italia?

«La squadra che mediamente gioca meglio è il Milan, quella più pronta per vincere è l’Inter».

Perché l’Atalanta ha improvvise cadute?

«Perché pratica un gioco molto dispendioso, sono dappertutto».

Cristiano Ronaldo sta alla Juventus come Lukaku all’Inter e Ibrahimovic al Milan?

«Sì, anche come Immobile alla Lazio».

Ronaldo vince quasi senza la squadra, mentre la squadra senza di lui fatica a vincere?

«Il peso di Ronaldo è aumentato perché è mancato Dybala, non c’è un centravanti come Gonzalo Higuain e Alvaro Morata è buono, ma normale. La differenza balza agli occhi perché parliamo del più grande attaccante del dopoguerra».

C’è molta distanza tra il calcio italiano e quello degli altri campionati europei?

«Ce n’è abbastanza. Abbassando il livello di tutti, il Covid ci ha fatto avvicinare al calcio inglese e tedesco, mentre quello spagnolo è in ristrutturazione. Siamo abituati a pensare che vincano le squadre più brave, invece vincono le più ricche. Nel momento in cui non possono investire, Real Madrid e Barcellona vincono meno, esattamente com’è successo a Milan e Inter. Il campionato inglese è il migliore perché è il più ricco».

A proposito di poteri forti.

«Il calcio è uno spettacolo, non uno sport. C’è un mercato nel quale non tutti sono nelle stesse condizioni. Nei 100 metri si parte tutti dalla stessa linea e il più veloce vince. Nel calcio la bravura si acquista e, di solito, vince chi ha più margine di spesa».

Che europeo prevedi per l’Italia?

«Un buon europeo, se riusciamo a essere, come spesso siamo stati, rapidi nel gioco, cioè diversi. Però finora abbiamo battuto avversari non difficili e ci aspettano verifiche a livelli più alti».

Sei favorevole alla Superlega?

«Per ideologia sportiva, sono per dare più uguaglianza possibile alle squadre. La Superlega è la negazione dell’uguaglianza».

Chi è il miglior giocatore di questo campionato?

«Nicolò Barella».

Chi vincerà lo scudetto? Ti concedo delle percentuali.

«40% il Milan, 30% a testa Inter e Juve».

Chi è stato il miglior giocatore italiano di sempre? Accetto un podio.

«Paolo Maldini, Valentino Mazzola e Roberto Baggio».

Nel mondo, per estetica e fantasia io voto Johan Cruyff, tu?

«Per estetica e fantasia scelgo Maradona. Cruyff lo voto come maestro universale del secolo perché ha giocato ad altissimo livello cambiando il calcio e insegnandolo: Guardiola ha imparato da lui. Mentre Maradona e Pelè si sono fermati a loro stessi».

 

La Verità, 13 febbraio 2021

«La gestione degli arbitri italiani è una monarchia?»

Buongiorno Robert Anthony Boggi. Qualche giorno fa è tornato a parlare dopo un lungo silenzio. Che cosa gliel’ha fatto rompere?

«La telefonata di un giornalista di un’emittente radiofonica napoletana che mi ha fatto delle domande».

Rispondendogli, ha scatenato un putiferio.

«E stento a spiegarmelo. Ho semplicemente detto che, se in passato c’è stata Calciopoli con 44 arbitri, è più facile che si ripeta con 20. Non era un’accusa o un sospetto. In tutte le categorie professionali ci possono essere persone che sbagliano. Non so niente degli arbitri in attività, la mia era una considerazione statistica: è più facile gestire o controllare 20 arbitri che 44. Una riflessione teorica».

Che però si situava in un contesto di tensioni tra le società e gli arbitri, soprattutto dopo le dichiarazioni del presidente della Fiorentina Rocco Commisso al termine della partita con la Juventus.

«Non entro nel merito, il presidente della Fiorentina risponde delle sue affermazioni. Un errore ci può essere. Però, realisticamente, i sospetti sulla Juventus mi sembrano esagerati. È talmente più forte, anche senza bisogno di favori, da aver vinto otto scudetti di fila. Gli arbitri sono persone egoiste: a loro interessa soprattutto far bella figura e far dire che hanno arbitrato bene, senza favoritismi. Sono più comprensibili le lamentele delle società di serie B, dove la Var non c’è».

Un altro arbitraggio contestato è stato quello di Milan Juventus di Coppa Italia.

«Ho trovato sbagliata la concessione del rigore alla Juventus. Con la vecchia regola non sarebbe mai stato concesso. Ma questo dipende dalle nuove norme introdotte dall’Ifab (International football association board ndr) più che dal singolo direttore di gara. Commettendo un grave errore, a mio avviso, è stata stabilita la punibilità del tocco di mano se il braccio è allargato dal corpo, anche prescindendo dalla volontarietà. Ma se un calciatore salta e corre, può succedere che le braccia non siano aderenti al busto. Infatti, oggi sono molto quotati i bravi difensori sprovvisti di braccia… Ci vuole il buon senso degli arbitri».

In alcuni casi c’è in altri no.

«E qui dovrebbe intervenire la Var. Bisogna mettere nel conto di poter sbagliare. Quando ti chiamano a rivedere l’azione devi andarci, altrimenti è giusto che le colpe ricadano sull’arbitro».

Nato a New York da madre americana, residente a Napoli, 65 anni, Robert Anthony Boggi è stato arbitro internazionale dal 1996 al 1999, prima di dimettersi nel 2000 causa disaccordo con il programma dei designatori Paolo Bergamo e Pierluigi Pairetto orientato al professionismo. Qualche anno dopo, nel 2006, si è dimesso da designatore di serie C per contrasti con l’allora presidente dell’Associazione italiana arbitri, Cesare Gussoni. Nel 2012 ha conteso a Marcello Nicchi la presidenza dell’Aia, uscendo sconfitto. Nella stagione successiva si è dimesso da osservatore arbitrale di serie A. Per le dichiarazioni contenute un’intervista radiofonica è stato querelato dall’Aia. «E non ne ho capito il motivo. Su Calciopoli mi pare di aver chiarito, tutte le altre affermazioni le avevo già fatte all’assemblea per l’elezione alla presidenza dell’associazione del 2012».

È un tipo fumantino o dalle dimissioni facili?

«Per come la penso io sono un atto di forza, la prova che si è liberi fino in fondo. Nella lettera di dimissioni da arbitro del 2000 avevo già detto tutto. Calciopoli era già intuibile: non volevo mettere a repentaglio la mia vita né cedere a compromessi».

Che tipo di compromessi?

«Se qualcuno che sta sopra vuol promuovere dalla serie C alla B un arbitro a scapito di un altro che a me sembra più meritevole non mi resta che dimettermi. Ebbi la conferma che ero nel giusto quando, dopo che Pierluigi Collina lo vide, quel direttore di gara non arbitrò più, mentre il mio candidato fece per molti anni l’assistente di linea internazionale e avrebbe potuto farlo anche da arbitro».

Venivano promossi arbitri per ragioni diverse dal merito?

«Dopo la prima ondata di Calciopoli, hanno riportato in auge la loro mentalità che non era meritocratica».

Lei dice che Calciopoli si poteva vedere. Da che cosa?

«Con Bergamo e Pairetto i direttori di gara dovevano andare tutti i giovedì a rapporto a Firenze. Ho fatto due più due e non sbagliavo. Perché devi controllare così tanto le persone se non per plagiarli? L’ho scritto nella mia lettera di dimissioni due anni prima che tutti se ne accorgessero».

Perché era contrario al professionismo degli arbitri?

«Non è che fossi contrario, volevo sapere chi mi avrebbe pagato. Un conto è essere un dipendente della Federazione italiana gioco calcio, un altro esserlo della Lega delle società che sono una parte, per quanto importante. Non puoi prendere lo stipendio da chi devi controllare in campo. Non so se adesso sia ancora così».

I professionisti sono potenzialmente più ricattabili?

«Quando si finisce di arbitrare a 44 45 anni ci si deve inventare un nuovo mestiere. Improvvisamente, si passa da 200.000 euro l’anno a niente. Quando ho iniziato io se non avevi un mestiere non ti facevano arbitrare. Fra uno che non lavora e uno che lavora preferisco sempre il secondo che il lunedì mattina deve spendere la sua faccia in ufficio o in azienda».

Che cosa pensa di Net Insurance sponsor dell’Aia?

«Non vedo cosa ci sia di male, avranno preso tutte le precauzioni del mondo».

Tra i soci c’è Ubi Banca che ha collocato in Borsa i titoli della Juventus per l’acquisto di Cristiano Ronaldo.

«Al massimo può essere una questione di opportunità, ma è difficile che in questi fondi non ci sia una piccola percentuale legata a qualche società. Credo abbiano fatto tutte le verifiche, altrimenti sarebbero degli ingenui. Anche perché queste decisioni vengono vagliate dalla federazione».

Come si è arrivati al fatto che solo 20 arbitri dirigono la serie A?

«È stata una scelta, quando si è deciso di dividerla dalla B. Ai miei tempi i giovani stavano con i più esperti e imparavano da loro. Siamo cresciuti con Rosario Lo Bello, Luigi Agnolin, Paolo Casarin… C’erano molti più arbitri e il peso della responsabilità era distribuito».

Gli arbitri di adesso sono migliori o peggiori rispetto ai suoi tempi?

«Atleticamente sono più forti oggi. Però credo si divertano poco, li vedo tesi, impauriti. Arbitrare dovrebbe essere un piacere, hanno anche la fortuna di avere l’aiuto della macchina…».

Che però considerano un nemico.

«Invece dovrebbe essere un amico. Quello che conta è arrivare alla verità non come ci si arriva. La Var è un aiuto a fare la cosa giusta. Se hai il dubbio su un rigore te lo togli subito».

S’influenzano partite e campionati con le ammonizioni date o no, le espulsioni date o no, i falli fischiati o no…

«Quando arbitravo, la mattina della partita non leggevo mai le formazioni delle squadre. Andavo in campo senza sapere chi era diffidato e chi no, per essere più libero di testa. Credo facciano così anche i miei colleghi di oggi».

Ammonire un giocatore della Juventus è più difficile che ammonire un giocatore del Brescia?

«È più facile ammonire chi deve essere ammonito. Di me dicevano che odiavo Paolo Montero. Una volta a Cagliari, alla sesta volta che lo cacciavo, mi scusai. Ma lui mi disse: <Non ti devi scusare di niente, stai facendo il tuo mestiere>».

La Var è riuscita a rasserenare le tifoserie?

«Un po’ sì, anche se bisogna precisare le regole sul fallo di mano. Sul gol non gol e sul fuorigioco ora c’è certezza. Dev’essere ridotto il tempo di valutazione, ma ci si arriverà. Io seguo il calcio inglese più di quello italiano, con l’eccezione dell’Atalanta. In Premiere, se un giocatore subisce un fallo non fa scene o proteste inutili. Il ricorso alla Var è ridotto e lo stesso arbitro è accettato come un <male necessario>».

Concorda con la proposta di concedere uno o due challenge a partita a ogni allenatore?

«Certo, se hai un dubbio ti metti l’animo in pace. Non rimane il tarlo di aver perso per un episodio mal valutato. La concederei non solo in area, anche per i casi di ammonizione o espulsione».

A cosa si deve il fatto che l’Italia abbia un solo arbitro tra i top mentre ci sono tre spagnoli, tre inglesi, due francesi, olandesi?

«Avranno dirigenze arbitrali più lungimiranti».

Il torinese Roberto Rosetti, presidente degli arbitri Uefa, non è riuscito a inserire anche Gianluca Rocchi.

«Mi pare che sia all’ultimo anno».

C’è un contenzioso con l’Ajax per l’arbitraggio contro il Chelsea.

«Sì, ma non ho visto la partita. Anche Daniele Orsato è all’ultimo anno. Il fatto più preoccupante è che, a differenza di quando ne avevamo tre o quattro, ai prossimi Mondiali rischiamo di non avere neanche un direttore di gara italiano. Non credo che siano diventati di colpo scarsi, ma più probabilmente che ci sia una programmazione sbagliata».

Nicchi si candiderà alla presidenza dell’Aia per la quarta volta?

«Credo di sì. Da quanto ho capito all’ultima riunione dei presidenti delle sezioni arbitrali è stato cambiato il regolamento per cui ora si può essere eletti anche per il quarto mandato. Una volta era vietato il terzo. Il cambiamento è stato approvato all’unanimità, per alzata di mano. Nicchi è un fuoriclasse: in un Paese in cui ci si divide in modo bizantino su tutto, è riuscito ad avere il consenso unanime di quasi 200 persone».

Cosa non la convince?

«I troppi mandati e i pochi arbitri di serie A. Ci vuole ricambio a tutti i livelli, tanto più in un settore come questo. Concentrare il potere a lungo sulla stessa persona non è prudente. Bisogna favorire l’avvento dei quarantenni».

Il presidente della Figc Gabriele Gravina ha chiesto meno arroganza ai direttori di gara: è una figura in grado di correggere gli eccessi?

«Il presidente della Figc è un amante del calcio che cerca di trovare la quadratura nell’interesse dello sport. Spero basti. Mettersi contro un’associazione dove c’è unanimità non dev’esser facile neanche per lui».

 

La Verità, 23 febbraio 2020

«Portai Sacchi a cena ad Arcore, era interista»

Mai concesso interviste. Mai parlato, se non alle conferenze stampa per dire: questo programma sarà così, quest’altro colà. Silenzio anche quando Paolo Bonolis lo attaccò in diretta su Canale 5 a margine del debutto di Serie A, deludente contenitore domenicale. Ettore Rognoni, 63 anni, nato a Milano, figlio del carismatico conte Alberto, fondatore del Cesena calcio, per decenni protagonista della Lega ed editore del Guerin sportivo che svezzò fior di giornalisti, è stato per 25 anni responsabile del palinsesto sportivo di Mediaset, azienda che ha lasciato nel 2013. Programmi come Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo e Maidiregol dipendevano da lui.

Che cosa fa oggi?

«Mi occupo della famiglia che, per diverse ragioni, richiede la mia costante presenza. È questo il principale motivo per cui, cinque anni fa, pur potendo rimanere, ho preferito lasciare Mediaset».

Come si è chiuso il rapporto?

«Molto serenamente. Avendo lavorato lì dal 1983, e dal 1988 come responsabile dei programmi sportivi, sarei potuto rimanere in una posizione protetta».

Invece?

«Fino a un certo punto la redazione sportiva aveva goduto di una discreta autonomia. Nel 2013, con il potenziamento di Premium, affidata a Yves Confalonieri, mi proposero di fare il direttore editoriale per coordinare i contenuti pay e in chiaro. Mi parve un ruolo formale e, in concomitanza con le nuove esigenze di famiglia, preferii lasciare».

Perché la chiamavano «Er Penombra»?

«Solo Paolo Bonolis iniziò a chiamarmi così, non so se per un fatto fisico o di altra natura. Però so che ha attecchito».

Sport e giornalismo ha cominciato a masticarli fin da bambino?

«Mio padrino di battesimo fu Adolfo Bogoncelli, patron della Simmenthal, mentre per la cresima fu Angelo Moratti, presidente della grande Inter. Quando a 12 anni fui sospeso da scuola, per controllarmi mio padre decise che avrei passato i pomeriggi nella redazione del Guerin sportivo».

Una punizione che divenne una palestra.

«Ho conosciuto personaggi straordinari. Rileggevo l’Arcimatto di Gianni Brera, una rubrica di nove cartelle che scriveva in 20 minuti e correggeva in due ore, alla fine delle quali mi diceva: <Sono rincoglionito, passalo tu>. Un ragazzo che correggeva Brera… Luciano Bianciardi, invece, rispondeva alle domande sullo sport di personaggi del mondo del cinema, della televisione e della politica. Io dovevo sollecitare le domande ogni settimana».

Un ritratto di suo padre in dieci parole.

«Una notte del 1951 a Firenze doveva scrivere lo statuto della Figc da proporre ai dirigenti delle società. Alloggiavano tutti in un hotel sul Lungarno. All’epoca si usava lasciare le scarpe in corridoio da lucidare. Dopo aver scritto lo statuto, le prese due paia alla volta e le gettò in Arno; la mattina dopo i grandi capi si presentarono alla riunione in ciabatte. Era un goliarda, ma serissimo sulle cose importanti. Nel suo libro sui grandi giornalisti, Il Flobert, Enzo Ferrari scrisse che era <un eroe del paradosso, davanti alla cui intelligenza bisogna togliersi tanto di cappello>».

Quando capì che il giornalismo sportivo sarebbe stato il suo mondo?

«Dopo l’università frequentai un corso a Coverciano per dirigenti sportivi ideato da Italo Allodi, altro genio dimenticato. Nel 1983, dopo il Mundialito, rinunciai alla vicedirezione nel gruppo Conti ed entrai in Fininvest come ragazzo di bottega a 600.000 lire al mese».

A Milano marittima era vicino di ombrellone di Arrigo Sacchi.

«Anche se ha 10 anni più di me frequentavamo le stesse persone».

Era già entrato nel calcio?

«Era un appassionato, tifoso dell’Inter».

Ah…

«A fine anni Sessanta mio padre organizzava a Cesenatico un Processo al calcio… Aldo Biscardi ha preso tutto da lì. C’erano il pm, la difesa, la giuria presieduta da Ferrari. Partecipavano Angelo Moratti, Franco Carraro, Brera, Aldo Bardelli, Gualtiero Zanetti che dirigeva la Gazzetta dello Sport. Sacchi faceva il rappresentante di scarpe, ma si avvicinò a quel mondo. Anni dopo, quando allenava il Bellaria in serie D, mi telefonò: <Siccome non ho fatto il calciatore a grandi livelli non mi accettano ai corsi di Coverciano>. Ero un ragazzino, ma ne parlai con Allodi, amico di famiglia, e Arrigo fu presentato come allenatore delle giovanili del Cesena. L’anno dopo vinse il campionato primavera».

Il passaggio al Milan come avvenne?

«Marzo 1987, il Milan aveva perso in coppa Italia con il Parma e Adriano Galliani voleva conoscere Sacchi. Organizzammo una cena ad Arcore. Tutto bene, ma alle 2 di notte, al casello di Melegnano, mi disse che il venerdì avrebbe incontrato Flavio Pontello, patron della Fiorentina. Lo invitai a rifletterci, ma il mattino dopo confermò la decisione. Chiamai Galliani, il Dottore era a Roma per ingaggiare Pippo Baudo, Raffaella Carrà ed Enrica Bonaccorti. La sera del giovedì ripetemmo la cena ad Arcore, stavolta con Paolo Berlusconi, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri. Sacchi firmò un contratto in bianco e avvisò Pontello che era del Milan».

Com’era Silvio Berlusconi editore?

«Geniale e con convinzioni definite. Però, a volte, poche, ti concedeva di aver ragione. I comitati programmi ad Arcore erano momenti singolari».

Pressing, L’Appello del martedì, Controcampo: cocktail di sport e leggerezza?

«L’idea era contaminare il calcio con lo spettacolo e la comicità. Il primo fu Calciomania con Paolo Ziliani, poi Maidiregol con la Gialappa’s, Teo Teocoli, Gene Gnocchi e Antonio Albanese. A Pressing di Raimondo Vianello, Omar Sivori e Marco Tosatti davano autorevolezza. All’Appello del martedì c’erano ospiti come Franco Zeffirelli e Dario Fo».

E Giannina Facio.

«Una volta facemmo un collegamento con Paolo Villaggio e Moana Pozzi, nuda. Giannina Facio non voleva essere coinvolta, ma era lì… Non so se ora, da compagna di Ridley Scott, ricorda l’episodio. Maurizio Mosca era un genio della non gestione. Carlo Freccero, che dirigeva Italia 1, non interveniva prima, ma ci supportava dopo e, soprattutto, si divertiva».

Un programma fortunato.

«Beniamino Placido aveva scritto che il varietà non era finito perché c’era L’Appello del martedì. Ma poi venne la puntata con Roberto Bettega e Zeffirelli. Si parlava del libro La Juventus e le coppe di Bruno Bernardi della Stampa, e Zeffirelli disse una cosa come: <Quali coppe? L’Heysel?>. Bettega abbandonò lo studio e qualche giorno dopo Berlusconi mi chiese di cambiare smorzando i toni».

La Juventus influenza i media come qualcuno dice?

«Per me è un falso problema. È molto attenta all’immagine e tende a sospettare complotti dietro le critiche a causa della cultura della comunicazione della famiglia Agnelli, tutelata da sempre. Ma non va oltre i limiti».

Mai subito pressioni?

«Mai. Forse il mio cattivo carattere spaventava. La Juventus usa le pubbliche relazioni come si fa nella società della comunicazione. Per esempio, Luciano Moggi non voleva Alberto D’Aguanno come inviato, ma io non mi scomponevo. Pressioni che esercitano anche altri. Una volta Galliani contestò in diretta Aldo Serena per un commento sull’arbitro Trentalange e disse che, fosse dipeso da lui, gli avrebbe tolto la seconda voce nelle telecronache. Cosa che invece continuò a essere».

Che idea si è fatto del rapporto tra gli arbitri e la Juventus?

«Come minimo si può pensare a una sudditanza psicologica, mentre in alcune epoche c’è stato anche qualcosa di più. Sono cambiati designatori e presidenti, però la sensibilità dei dirigenti arbitrali è sempre rimasta molto forte nei confronti del potere».

Che giudizio dà dell’attuale offerta sportiva di Mediaset?

«Per motivi personali non seguo molto i programmi, ma solo gli eventi. In questo momento, dopo l’occasione dei mondiali, non mi sembra che Mediaset sia molto presente. Non seguo le rubriche che vanno in onda molto tardi».

Perché Serie A andò male?

«Il programma partì con le migliori premesse, ma alle prime difficoltà Bonolis mi attaccò in diretta e chiese di spostarlo a Roma. Piccinini e la redazione si opposero e lui dovette rinunciare. Ma anche con Enrico Mentana il programma non decollò».

Con Sky com’è cambiato il racconto del calcio?

«Eccellente professionalità giornalistica e produttiva ma eccesso di autoreferenzialità».

La trasmissione che manca all’offerta di oggi?

«Controcampo».

Il telecronista che apprezza di più?

«Sandro Piccinini».

Sciabolata tesa e sciabolata morbida?

«È uno che legge prima e meglio le partite. Tra i giovani, mi piacciono Federico Zancan e Massimo Callegari».

E tra gli opinionisti?

«Giampiero Mughini è un osservatore intelligente, male utilizzato. Apprezzo Giuseppe Cruciani e Paolo Condò».

Assistiamo a uno scontro tra risultatisti e spettacolari, calcio pratico e calcio estetico?

«È sempre stato così. Brera diceva che il calcio è femmina, che le nostre squadre avevano un atteggiamento passivo, prima di reagire: difesa e contropiede. La Gazzetta era schierata contro il Corriere dello Sport di Bardelli, teorici del bel gioco. In termini diversi queste scuole sopravvivono. Fabio Caressa scettico verso il situazionismo dell’Ajax contro la concretezza della Juventus ne è un esempio».

Allegri o Adani?

«Allegri, anche se non mi è simpatico ed è insofferente alle critiche, come si è visto in passato. Ma stavolta Adani ha fatto un’entrata in gioco pericoloso».

Cosa vorrebbe dire una finale di Champions League tra Ajax e Barcellona?

«Sarebbe una finale tra due modi di giocare molto spettacolari. Credo che il Barcellona potrebbe risultare vulnerabile dai ragazzi dell’Ajax. Anche se non è del tutto escluso che passi il Tottenham».

Maradona o Pelè?

«Maradona».

Io sono per Cruijff.

«Anch’io. Seguii i mondiali del ’74 tifando Olanda in finale. L’altro mio idolo era Gigi Riva».

Messi o CR7?

«Messi».

È più organico al Barcellona di quanto lo sia Ronaldo nella Juventus?

«Il campione funziona nella squadra, non oltre. L’obiettivo di Allegri era quello. Sono curioso di vedere se montano o smontano questa Juventus, cercando di supportare gli ultimi anni di Ronaldo».

 

La Verità, 5 maggio 2019