Tag Archivio per: attori

«Un intellettuale non di sinistra è un’anomalia»

La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore) leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché
si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare… Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani… Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».

 

La Verità, 5 aprile 2026

Il dissing Germano-Giuli e le questioni di grana

Altolà, un ministro non può attaccare un cittadino. Non può farlo sebbene quello stesso cittadino abbia usato espressioni insultanti nei confronti del ministro stesso. E lo abbia fatto pubblicamente, nella più istituzionale delle sedi, il Quirinale, davanti al Presidente delle Repubblica. È la morale discendente dalle ultime dichiarazioni di Elio Germano, il più militante e il più premiato – no, non c’è un nesso – degli attori italiani. L’ultimo capitolo del dissing tra l’artista insignito del David di Donatello, il sesto della carriera, per l’interpretazione dell’ex segretario comunista nel film Berlinguer – La grande ambizione, e il ministro della Cultura Alessandro Giuli registra l’ennesima dichiarazione di Germano: «È inquietante che un ministro attacchi un cittadino, facendone nome e cognome», ha scandito a un evento organizzato dal quotidiano Domani. Invece, dal canto suo, il cittadino gode di licenza d’insulto e d’insindacabile libertà di sfregio. Ha potuto constatarlo chi ha seguito qualche giorno fa la cerimonia per la consegna dei David svoltasi al Quirinale alla presenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, dove tutto è iniziato (7 statuette su 14 candidature per Vermiglio di Maura Delpero, zero premi su 15 nomination per Parthenope di Paolo Sorrentino, assente per un malessere).
Presentato da Geppi Cucciari come «l’unico ministro i cui interventi possono essere ascoltati al contrario, e a volte migliorano. Ora c’è il momento più atteso da Google translate, la parola al ministro», Giuli aveva parlato della «precarietà e della confusione del settore», sottolineando che «il disegno correttivo del tax credit aveva recepito le richieste di chi ha bisogno di chiarezza e trasparenza» e che «ora il settore deve essere riconfigurato». Subito dopo aveva preso la parola l’attore premiato nei panni di Berlinguer. «Fatico a seguire il ministro Giuli. Sentirci dire che le cose vanno bene è fastidioso», aveva premesso, sprezzante, Germano, prima di perdere il controllo. «Invece di piazzare i loro uomini nei posti chiave, come i clan, si preoccupassero di fare il bene della nostra comunità, mettendo le persone competenti nei posti giusti». Insomma, il ministro si comporta come un mafioso, mentre per far adeguatamente il suo mestiere dovrebbe promuovere le persone che piacciono a noi. In serata, su Rai 1, altra tirata sui «movimenti operaio, studentesco e femminista», la Costituzione e l’uguaglianza tra palestinesi e israeliani.

Era prevedibile che, a stretto giro, arrivasse la replica del ministro. «La sinistra pensava che la cultura fosse roba loro. Avevano intellettuali e li hanno persi, si sono poi affidati agli influencer, ora gli sono rimasti i comici», ha osservato Giuli a un convegno di Fdi. «C’è una minoranza rumorosa che si impadronisce perfino dei più alti luoghi delle istituzioni italiane, il Quirinale, per cianciare in solitudine, isolati. Mi riferisco a Elio Germano».

Già, forse non era necessario specificare nome e cognome. Fin dai tempi di La nostra vita, regia di Daniele Luchetti, premiato al Festival di Cannes 2010 come miglior attore, l’abitudine di Germano al proclama militante sul red carpet è cosa nota. Non c’è suo riconoscimento che non sia incorniciato in qualche predicozzo civile. Come quest’anno, è accaduto anche nel 2023, in sodalizio con Michele Riondino, entrambi premiati per le loro interpretazioni in Palazzina Laf (regia dello stesso Riondino). Dal Giovane favoloso in poi, il kolossal di Mario Martone del 2014 in cui Germano era Giacomo Leopardi e Riondino il fedele amico Antonio Ranieri, i due intrecciano interpretazioni e lotte politiche, recitazione e militanza. Anche ieri, intervistato da Repubblica, Riondino ha difeso il compagno, accusando l’«attivismo istituzionale contro un attore, rappresentante della cultura italiana». Germano, non il ministro.

Ciak e bandiere rosse. Primi piani e retorica comunista. Niente di nuovo davanti alle cineprese, verrebbe da dire. Il cinema va così da decenni, almeno in Italia. Sennonché qualcosa si vorrebbe cambiare. Ma ai circoli intellettuali che da sempre lo governano non sta bene. E, dunque, giù le mani dal nostro giocattolo. Questa compagnia di giro, questa cinematografia ideologizzata, è abituata da decenni ad avere tutto. Senza controlli né verifiche. I soliti registi, i soliti attori, spesso i soliti film, con i soliti finanziamenti pubblici che garantivano la produzione e l’uscita nelle sale. Che spesso e malvolentieri rimanevano desolatamente deserte. La coppia formata da Luchetti regista e Germano attore protagonista l’abbiamo ritrovata all’opera in Confidenza (anno 2024): 6 milioni e mezzo di budget, quasi tre di fondi ministeriali e 1,5 di incasso al botteghino. Con l’arrivo del «governo delle destre» questi automatismi si sono inceppati. Il bel mondo della settima arte è indispettito. Contrariato. Offeso. Come si può non lasciare mano libera al genio, alla poesia, al grande cinema? Se le sale chiudono è colpa del governo, dicono fingendo di crederci. Fino al prossimo premio. E al prossimo proclama.

 

La Verità, 13 maggio 2025

«Auspico che i nuovi vertici Rai siano ambiziosi»

Il regista Pupi Avati è di nuovo nei cinema con il suo ultimo film, La quattordicesima domenica del tempo ordinario.

Pupi Avati, che cos’è il pupiavatismo?

«È un sostantivo che mi lusinga perché sintetizza un approccio personale, teso a guardare oltre il modo di fare cinema più in voga. Cioè, essere completamente anacronistici, fuori sync rispetto alle mode, partendo dai cast e proseguendo con la scelta di storie che raccontano un’Italia provinciale, anche minima, sempre più marginalizzata».

Il modo di fare i casting è il marchio del suo cinema alternativo?

«È un cinema che rinuncia volutamente alle star del momento per cercare gli interpreti dove nessuno li cerca più o li ha mai cercati, offrendo delle opportunità rimosse a causa delle atroci regole dello star system. E decontestualizzando attori che magari, in passato, hanno raggiunto il successo in un contesto lontano da quello in cui li propongo io».

Parlando di star system, in Italia il cinema è fatto da dieci attori e dieci attrici?

«C’è una panchina molto corta alla quale si ricorre doverosamente. Quindi ho sempre il compito di convincere la committenza, i distributori, a credere in scelte molto stravaganti che vanno da Katia Ricciarelli a Renato Pozzetto a Edwige Fenech».

I suoi casting sono l’invenzione di debuttanti, la reinvenzione dei dimenticati, lo sdoganamento degli etichettati. Anche così si esprime la sua visionarietà?

«Non è solo una provocazione, ma appartiene alla dilatazione dello sguardo che va oltre alla panchina corta e al ventaglio stretto dei generi cinematografici, che invece sono i più variabili. Tranne il western, li ho frequentati tutti. Mentre molti miei colleghi sono diventati il genere di loro stessi, io non disdegno di fare un film horror, anzi, mi è necessario. O un film storico come Dante…».

Il pupiavatismo finirà nei vocabolari?

«Chissà. È un augurio, un auspicio, ma io non ci sarò più se e quando accadrà. La cosa che più mi spiace è non essere diventato modello, non aver ispirato nessuno a seguirmi. Se pensa che, per esempio, due cantanti come Cesare Cremonini e Lodo Guenzi, che si sono rivelati attori straordinari, non sono corteggiati da altri colleghi, può comprendere il mio rammarico. Resterò il solo ad aver avuto questo tipo di approccio».

Non tutti hanno la capacità di trasfigurare gli interpreti.

«Mi auguro che a Edwige Fenech, di cui tutti parlano bene, vengano offerte nuove opportunità».

Si aspettava le tante recensioni favorevoli a La quattordicesima domenica del tempo ordinario o c’è stata una svolta nell’orientamento dei critici?

«Mi aspettavo che i recensori cattolici non fossero gli unici a sollevare obiezioni riguardo a un film così pieno di valori. Le racconto un episodio. A un certo punto nel film viene diagnosticato alla moglie del giovane interpretato da Guenzi un carcinoma ovarico. Allora lui, di fronte al pessimismo dell’oncologo, per prima cosa si reca in chiesa a pregare. A un incontro pubblico alla Sapienza davanti a 500 persone ho chiesto chi ricordasse un protagonista che di fronte a una difficoltà va in una chiesa. Uno ha alzato la mano e ha detto: <Me lo ricordo nei film di don Camillo>».

Roba di oltre mezzo secolo fa.

«Per trovare qualcuno che di fronte a una brutta notizia si rivolge al trascendente dobbiamo andare indietro cinquant’anni. Eppure queste persone esistono, ma il cinema laicizzato non le considera».

Per Dante non ha avuto neanche una nomination ai David di Donatello, per La quattordicesima domenica ne avrà?

«Non credo. Finché non cambiano quelli che gestiscono il potere del cinema italiano fortemente ideologizzato io non esisto, non ci sono proprio. Ma questo fatto mi dà una forza enorme. Essere emarginato da persone che non stimi dà grande forza. Tant’è vero che sono già qui a scrivere il prossimo film».

Ce lo anticipa?

«È un film del genere gotico che ho già frequentato in passato e che mi diverte molto. A 84 anni ho ancora dei committenti perché continuo ad avere un pubblico».

È il seguito di Signor Diavolo?

«Non sarà il seguito. È un film per metà ambientato in America e per metà a Comacchio. S’intitola L’orto americano».

Dice che non viene premiato, ma Renato Pozzetto vinse per l’interpretazione in Lei mi parla ancora.

«E mi fece molto piacere. Ma anche i premi ai miei film non sono mai a me…».

Al ricevimento al Quirinale in occasione degli ultimi David, tra gli addetti ai lavori si è diffuso l’allarme che ora la destra voglia prendersi il cinema. Risulta anche a lei?

«Non saprei in che modo e con chi. Se dovessi fare una lista di colleghi con un minimo di notorietà riconducibili all’area della destra non saprei che nomi fare. Perciò direi a questi signori di tranquillizzarsi. Mi ero illuso che la vittoria della destra avrebbe suggerito a chi può farlo di cambiare le cose soprattutto nel servizio pubblico della televisione italiana, invece…».

Un argomento che le sta a cuore come aveva evidenziato già due anni fa, nel momento acuto della pandemia.

«Scrissi una lettera ai maggiori quotidiani nazionali, invitando a superare la regola del mercato per la quale i numeri dell’audience danno la qualità dei programmi, il che non è assolutamente vero. Proponevo che la terza rete fosse svuotata dalla pubblicità e convertita alla cultura. Ricevetti numerosi messaggi di apprezzamento. Perciò, ora pensavo che la destra al comando in Rai avrebbe intrapreso questa missione, ideando un progetto ambizioso che sapesse inventare programmi innovativi. Anche lasciare il dibattito politico in mano alla tv di Urbano Cairo è un errore».

Lei parla al passato, ma la nuova governance Rai si è insediata da due giorni.

«È vero. Ma gli unici rumors riguardano la sostituzione di Fabio Fazio con Massimo Giletti o di Flavio Insinna con Pino Insegno…».

Ci si fermerà a questo?

«Le faccio una rivelazione. Ho raggruppato un nucleo di intellettuali autorevolissimi e non allineati, con attività consolidate e non bisognosi di alcunché, disposti ad aiutare i governanti competenti a individuare persone e temi per gestire in modo illuminato la tv pubblica. Bene: questa proposta non ha avuto riscontri».

Ultimamente l’abbiamo vista spesso in televisione: la miglior accoglienza al suo film può esser dovuta anche all’ospitata a Che tempo che fa?

«Fazio garantisce vendita di libri e presenze al cinema, altri programmi di maggior ascolto no. Su Rai 3 assicurava un’attenzione che altrimenti non si aveva. Non so se influisca sulla critica. E non so come andrà a Discovery. Ma sono convinto che lasciarlo andar via sia stato un errore. Sarebbe stata una dimostrazione di forza tenerlo».

Ma l’ex amministratore delegato Carlo Fuortes non l’ha avuta.

«Lo so bene».

 

La Verità, 17 maggio 2023