Articoli

Adrian di Celentano? Più Jack Folla che Black Mirror

Le polemiche continueranno, garantito. È sempre stato così. Se parla perché parla, se tace perché tace. Basta scorrere Twitter, la nuova macchina del fango di cinguettii-schizzi. La tv è monocorde, però se arriva un prodotto diverso, e diversissimo dal linguaggio di Canale 5 che lo trasmette, non va bene lo stesso. La verità è che Adrian è stroncabilissimo. Ingenuo, imperfetto e, al netto dell’estetica e delle musiche, un po’ datato. Anche gli ascolti non sono stati strabilianti: share del 21.9% nella prima parte, quasi 6 milioni di spettatori, e del 19.1 nella seconda. Per di più, è arrivato al culmine di un’attesa decennale che predispone alla reprimenda.

Ma ricominciamo da capo, provando a separare la tara dal prodotto. Adrian è un biopic di Celentano in forma graphic novel realizzato da grandi firme (Nicola Piovani, Milo Manara, Vincenzo Cerami, finché è stato in vita). Il resto è contorno; compreso il live dal Teatro Camploy di Verona, produttore Gianmarco Mazzi, con il suo cameo di tre minuti, giusto per dire che la battuta su di lui rompi co…i va cambiata e per bere un bicchiere d’acqua, chiosato dal fulminante «bevimi» di una groupie in platea. Al casting di Nino Frassica e Francesco Scali per entrare nell’Arca della bellezza, con annessa presa in giro della televisione, segue il monologo sul pubblico pecorone di Natalino Balasso. Celentano mostra di tenere solo al cartoon apocalittico. Un orologiaio che vive in Via Gluck, in realtà un angolo dei Navigli con darsena e cupola che resiste tra grattacieli e soprelevate, si erge supereroe contro il regime dominante. Siamo nel 2068 e la bottega nido d’amore con una Gilda (Claudia Mori) particolarmente focosa, è il posto dell’autenticità frequentato da vecchie smemorate e ragazzi in cerca della formula dell’amore (che ovviamente si trova nei testi di Adrian). È l’eterna lotta della bellezza contro il potere, dell’artigianato contro il pensiero unico, della tradizione contro la globalizzazione gestita dai politici, i servizi segreti e l’informazione asservita… L’infelicità diffusa è cominciata quando l’uomo è passato da dire «io sono» a dire «io ho». Ci vuole un nuovo Sessantotto…

Per dare ordine alla serata si usa un’impaginazione didascalica, divisa in anteprima, aspettando Adrian, Adrian e backstage finale. Ma tra il fumetto e la parte live i nessi sono ipotetici. La vacuità di oggi condurrà alla distopia di domani? Prefazione e postfazione dal vivo son buttate lì. Mentre il cartoon, più Jack Folla che Black Mirror, è levigatissimo. E mostra i suoi troppi anni di gestazione.

 

La Verità, 22 gennaio 2018

 

 

Black Mirror interattivo sul tempo e il libero arbitrio

Un bivio dopo l’altro. Un’alternativa secca dietro l’altra, fra due opzioni. Prendi la pasticca o la rifiuti? Vai dalla psicologa o segui l’amico carismatico? Rovesci il tè sulla tastiera o distruggi il computer con la memoria esaurita? È Black Mirror: Bandersnatch, primo film interattivo prodotto e distribuito da Netflix, evento unico diretto da David Slade, della durata di un’ora e mezza che può raddoppiare a seconda delle scelte fatte dal telespettatore. Mentre scorrono le immagini, alla base dello schermo compaiono le due opzioni da cliccare sul telecomando delle tv di ultima generazione o sul mouse per decidere l’azione del protagonista. Niente di epocale, nessuna lotta tra bene e male, tra giusto o sbagliato. In prevalenza, sono scelte di gusto o alternative tra qualcosa di più prudente e qualcos’altro di più avventuroso o trasgressivo. Però non bisogna tirarsela da burattinai della storia perché può succedere di scartare una strada e di ritrovarsi a imboccarla ugualmente dopo una curva della trama.

Nel luglio dell’orwelliano 1984, Stefan (Fionn Whitehead), giovane e impacciato programmatore informatico londinese con trauma infantile alle spalle, propone alla Tuckersoft, azienda di videogiochi, di crearne uno da Bandersnatch, il romanzo multitrama di un pazzo visionario, più noto per aver tagliato la testa alla moglie. Quisquilie; quello che deve decidere è se lavorare a fianco del miglior programmatore di videogame in circolazione, lasciandosene inevitabilmente condizionare, o se rintanarsi in camera, geloso della propria indipendenza. Click e si avanza fino al prossimo bivio: entrare nella «follia creativa» o finire dentro il buco della «guerra contro la tua testa»? Se scegli la via più sterile può capitare di dover riannodare i fili della trama. Come deve fare Stefan con il suo passato, segnato dalla morte della madre. Tra flashback e incubi complottardi, tra esperienze psichedeliche e mondo virtuale, tra realtà e finzione, i piani della storia si sovrappongono e rincorrono di continuo. Ma proprio l’interattività non fa perdere il filo allo spettatore. Perché, se «il passato è immutabile e non lo si può cambiare», il futuro è tutto da costruire attraverso le nostre scelte, proprio come in un videogame. O forse no? E le cose sono un tantino più complicate… Anche perché, magari, «qualcuno ci controlla dal futuro», e chissà chi è… Perché, alla fine, questo Bandersnatch è soprattutto un gioco. Anzi, un video gioco. Attraverso il quale riflettere sul tempo, il libero arbitrio, lo strapotere dei media e i complotti che, forse, governano il mondo.

La Verità, 29 dicembre 2018

Il caso «The OA», show spartiacque di Netflix

Mio figlio Alberto è un consumatore seriale di serie tv. Io ne vedo qualcuna meno. Perciò, eccoci qui.

logoserieconmiofiglio-cavevisioni.it

 

Il primo show con cui abbiamo pensato di inaugurare «Le serie viste con mio figlio» è The OA di Netflix. Una serie controversa, complicata, quasi inafferrabile a cominciare dal titolo che per qualcuno significa Original Angel, per altri rimanda a un’espressione di Cristo («Io sono l’alfa e l’omega»). Una serie spartiacque, sottolinea Alberto, che rompe con la logica dei generi perché ne contiene e contamina diversi. Anche per questo, e per la sua notevole ambizione narrativa, ha una trama poco comprensibile, che mescola elementi new age, yoga, sconfinamenti metafisici con un linguaggio fantasy e sci-fi. Certamente, si tratta di un prodotto indipendente e molto elitario assai diverso dal resto della proposta Netflix, in cui la spiccata ambizione intellettuale rischia di farla sconfinare nel ridicolo. Forse, azzardando un po’, si può dire che The OA porta la cinefilia festivaliera nella produzione seriale.

Disponibile sulla piattaforma streaming dal 16 dicembre scorso, è stata creata da Brit Marling e Zal Batmanglij, coppia di autori vecchia conoscenze dei circuiti indie, e consiste di otto episodi, di durata variabile. Tra i produttori esecutivi figura pure Brad Pitt, mentre Brit Marling interpreta anche la protagonista della storia, Nina Azarov, una bambina russa che, dopo un’esperienza pre-morte che l’ha resa cieca ed essere sparita per sette anni, durante i quali è stata rapita da uno strano scienziato che esegue degli esperimenti a fini terapeutici su di lei e su altri quattro reclusi, ricompare con il nome di Prairie Johnson, autodefinendosi «Primo angelo». È in questa veste che Prairie diviene la leader di un gruppetto di «eletti» ai quali partecipa la sua esperienza e trasmette la pratica liberatoria dei cinque movimenti. In mezzo a tutto questo ci sono sogni rivelatori e traumatici, un padre che scompare anche lui, nuovi e strani genitori adottivi, uno psicologo dell’Fbi che dovrebbe aiutarla a ritrovarsi.

Prairie Johnson (Brit Marling) suona il violino per richiamare l'attenzione del padre

Prairie Johnson suona il violino per richiamare l’attenzione del padre

La critica specializzata, a cominciare da quella americana, si è divisa tra entusiasti e detrattori, ma la maggior parte degli addetti ai lavori ha faticato a inquadrare la storia. Che parte come un thriller psicologico che si svolge in un desolato paesino dell’America profonda dove improvvisamente accade qualcosa di strano, ma poi vira nel metafisico. Per questo qualcuno l’ha avvicinata a Stranger Things, altri, per forza catalizzatrice, l’hanno associata a Westworld, altri ancora hanno trovato somiglianze con episodi di Black Mirror, qualcuno ha ravvisato citazioni cinematografiche di Alfred Hitchcock e David Fincher, o di Linea mortale, un horror con Julia Roberts e Kevin Bacon del 1990. Ma forse è a Les Revenants, la serie francese sceneggaiata anche da Emmanuel Carrère,  che attinge maggiormente. Al di là dei riferimenti più o meno cinephiles, la visione degli otto episodi ondeggia su un’altalena di sentimenti che vanno dalla curiosità di capire come va a finire – ma più ci si inoltra e più ci si perde – alla sensazione di stare perdendo del tempo. Detto tutto questo, non si riesce a staccarsi, osserva Alberto. La storia è inverosimile, perché la protagonista è una ragazza che perde la vista e poi la ritrova, muore e torna in vita, perde il padre e ne trova un altro, viene rapita da uno scienziato ma nessuno la va a cercare. Ma anche se tutto risulta inverosimile e non ricade nel reale, anche se non ci sono azione e conflitto, ma desolazione e claustrofobia, la storia può tenere inchiodato il pubblico come lei riesce a catalizzare gli ascoltatori della casa abbandonata al limitare del paesino. Alla fine, il dubbio che possa essere tutto un’impostura rimane, ma anche se lo fosse la protagonista riesce a trasmettere qualcosa di utile alla vita dei suoi ascoltatori. In sintesi, che cosa funziona e che cosa no in questa serie? Non funziona la storia, tirata e lacunosa. Mentre è curioso che senza azione, solo con racconti e dialoghi, riesca a creare una tensione misteriosa e coinvolgente.

Alla fine, concordiamo sul fatto che, proprio per la sua complessità e inafferrabilità, si continua a rimuginarla. Ci vorrà una seconda stagione per capirla meglio.

i caverzan