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«Quanti inganni nella narrazione sulla cannabis»

Neurologo, scrittore, divulgatore scientifico, autore di bestseller come Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita (Mondadori, 2008), autorità riconosciuta in materia di funzionamento del cervello, Rosario Sorrentino ha appena pubblicato (con Francesca Weihs) Cannabis. Il grande inganno (Compagnia editoriale Aliberti). Il suo obiettivo è favorire la crescita serena dei giovani e la vita delle famiglie. «Voto e ho sempre votato Pd», dice, «ma devo riconoscere che sul contrasto alla diffusione degli stupefacenti la destra è più avanti».
Professor Sorrentino, qual è il grande inganno della cannabis?
«Raccontarla come una droga innocua, mentre, invece, può provocare danni irreversibili».
Perché lei e Francesca Weihs avete deciso di scrivere questo instant book?
«La miccia è stato un famoso podcast in cui Angelo Bonelli di Avs, che rispetto per la passione politica, faceva uno spot alla cannabis, invocandone la legalizzazione».
Lei è contrario?
«Non voglio che ci dividiamo in favorevoli e contrari. Forse tra vent’anni o più, quando nei giovani ci sarà la consapevolezza della pericolosità di questa droga, una consapevolezza che oggi manca, si potrà pensare di legalizzarla».
Intanto?
«Bisogna combattere la disinformazione perché può far sottovalutare il pericolo prodotto dall’uso di questa sostanza».
Perché definisce «priva di senso» la distinzione tra droghe leggere e pesanti che è un dogma a ogni latitudine?

«L’aggettivo qualificativo “leggera” è falso e pericoloso perché rispetto agli anni Settanta oggi la cannabis è molto più potente. E, sebbene non sia mai stata leggera, oggi, con alti contenuti di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo ndr), può innescare malattie psichiatriche, slatentizzare turbe profonde, produrre attacchi di panico, apatia, sindrome amotivazionale e altre patologie anche irreversibili».
Questo perché hashish e marijuana agiscono nel cervello soprattutto degli adolescenti?
«L’adolescenza è un’età meravigliosa, ma con un’alta esposizione al pericolo. Il cervello dei giovani e giovanissimi è un cantiere aperto dove si svolgono passaggi neurobiologici delicati che lo rendono molto vulnerabile. La cannabis, l’alcol, la mancanza di sonno e la dipendenza dai social sono un intervento a gamba tesa sul cervello, che è il direttore d’orchestra del nostro organismo».
Perché è sbagliata l’idea che consumare una «droga leggera» sia normale, un semplice rito di gruppo?
«Perché non siamo davanti a una sostanza innocua e innocente».
Chi sono «i cattivi maestri» delle «droghe leggere»?
«Tutti coloro che pensano di fare ideologia, demagogia e calcolo politico su questo argomento per conquistare consenso e apparire moderni, anche a costo di non raccontare tutta la verità sul caso».
Perché se gran parte della comunità scientifica concorda sugli effetti della cannabis, la narrazione prevalente la assolve quando non la promuove?
«Perché l’ideologia prevale sulla scienza, che è una Cenerentola inascoltata, mentre dovrebbe orientare le politiche sociali per segnalare i rischi che gli adolescenti corrono in maniera crescente».
C’è anche una generazione di genitori tra i cinquanta e i sessanta che si vanta di «fumare», di «farsi uno spinello, cosa vuoi che sia»…
«Vedo adolescenti che non diventano adulti e genitori che si atteggiano a ragazzi in una sorta di adolescenza comune e perpetua, arrivando ad assolvere la cannabis per assolvere sé stessi e la propria mancata vigilanza sui figli. A volte questi adulti condividono con i più giovani il presunto innocente spinello».
Lotta all’ansia, ricerca di rilassamento, conciliazione del sonno, riduzione dello stress, contrasto alla timidezza, aiuto a superare ostacoli: la cannabis è una forma di automedicazione emotiva?
«L’uso è molteplice. Viene assunta per motivi socializzanti, ricreativi, voluttuari o come una sorta di stampella biologica per mascherare le proprie vulnerabilità».
Quali sono i suoi effetti immediati e quelli mediati?
«Gli effetti della cannabis si fanno sentire dopo circa dieci minuti dall’assunzione e possono durare per tre o quattro ore. Possono essere euforizzanti, rilassanti, socializzanti, con un aumento dell’interattività e delle connessioni nei rapporti interpersonali. Ma, a volte, dietro questi effetti si nascondono le sorprese».
Quali?
«Fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione».
Cioè?
«Senso di distacco dalla realtà, dal proprio corpo. Attacchi di panico, fenomeni di allucinazione, episodi psicotici con sintomi neurovegetativi, tachicardia, sudorazione e, nei casi più eclatanti, richiesta di aiuto per correre al pronto soccorso».
E gli effetti a lungo termine?
«Disturbi del comportamento con manifestazioni impulsive, flessione del tono dell’umore, disturbi dell’attenzione, della concentrazione, dell’apprendimento, apatia e isolamento sociale».
Che cos’è la de-empatizzazione?
«Il progressivo distacco verso il contesto in cui si vive fino all’isolamento e, nei casi più gravi, una chiusura affettiva che riguarda sia i sentimenti che le emozioni».
Il ricorso alla cannabis e ai suoi derivati può rallentare la formazione della sfera razionale e prolungare l’adolescenza?
«Negli assuntori abituali non solo ritarda la formazione della corteccia prefrontale, la parte del cervello dove abitano la ragione, la razionalità e il senso del discernimento ma, in soggetti predisposti, la complica notevolmente producendo disturbi di difficile gestione. Favorendo ulteriori conflitti tra genitori e figli, dove il linguaggio dell’emozione e quello della ragione si confrontano in un dialogo tra sordi».
Come spiega che sempre più spesso adolescenti commettono crimini efferati senza provarne dispiacere o pentirsene come nel caso di Lamin Saidilly, il ventiduenne di origine gambiana che ha accoltellato senza motivo un passante e poi si è detto pronto a rifarlo perché si era divertito?
«Non solo nel nostro Paese esistono sacche di disagio mentale non diagnosticate e trascurate che possono esplodere per futili motivi e portare alcune persone a commettere atti orrendi. Insieme a condizioni ambientali sfavorevoli, alcune droghe determinano un assottigliamento della corteccia prefrontale, la parte del cervello che dovrebbe far sentire agli adolescenti quella voce interiore che dice: “Fermati, non lo puoi dire”, “Fermati, non lo puoi fare”. I giovani che ricorrono alle sostanze sono più propensi a seguire impulsi di varia natura, la rabbia, l’aggressività e, purtroppo, la violenza».
Le cause di origine neurologica si aggiungono alla mancata integrazione?
«Integrarsi in un ambiente vuol dire anche poter contare su quella sorveglianza del tessuto sociale che può aiutare a percepire i primi segnali di qualcosa di negativo e scomposto che sta montando».
Sorprende anche lei l’assenza di dispiacere e pentimento in alcuni giovani criminali?
«Certamente. Ricordiamoci che chi commette certi crimini spesso ha un bassissimo se non nullo senso di empatia, necessario per capire che le loro azioni mettono in grave pericolo la vita altrui. Tutti, nessuno escluso, stiamo subendo un processo generale di de-empatizzazione a causa del quale il valore della vita è sempre meno importante».
Siccome gli oppiacei hanno scopi terapeutici, allora ci stanno anche gli spinelli ricreativi?
«È un gigantesco equivoco. La cannabis terapeutica è prescritta da un medico che controlla tempi e dosaggi, quella ricreativa è quasi sempre incontrollata. Inoltre, nella prima si aumenta il Cbd (cannabidiolo ndr) e si riduce notevolmente il Thc che ha effetti psicotropi».
È solo un potente alibi per la fruizione ricreativa?
«E dietro l’alibi sanitario i furbi fanno affari. Poi c’è un altro mito da sfatare, quello della non dipendenza. Nel 30% dei casi chi consuma marijuana o hashish sviluppa un’addiction da queste sostanze».
Dipendenza chimica e psicologica?
«Tutte le principali droghe hanno una sorta di sosia nel cervello. Prendiamo la cannabis e la cocaina, le più diffuse. Una volta penetrata nel cervello, la cannabis sfratta l’endocannabinoide naturale, l’anandamide, sostituendosi a essa come un inquilino prepotente. La cocaina fa lo stesso con la dopamina. Il problema è che oggi subiamo il dominio assoluto della dopamina, la molecola più potente di cui siamo dotati, che gestisce il desiderio, il piacere, la motivazione e la gratificazione. Quando c’è dipendenza, questo strapotere agisce senza che la corteccia prefrontale riesca a frenare lo squilibrio chimico».
Lei che, come rivela nel libro, ha sempre votato Pd, che cosa pensa delle politiche della sinistra riguardo agli stupefacenti?
«Nelle mie chiacchierate con Goffredo Bettini, architetto del campo largo, ho sempre trovato grande attenzione e sensibilità per la salute mentale e il futuro dei giovani. È stato proprio Bettini a favorire il confronto, aspro ma civile, con Bonelli. Per me è una battaglia etica e di responsabilità».
L’attenzione di Bettini è un fatto nuovo perché finora il Pd è sempre stato molto permissivo.
«Ha ragione. Ma ora, con Bettini, vorremmo migliorare l’informazione sul tema e fare vera prevenzione».
Lei che cosa chiede alla politica?
«Sono un uomo di scienza e non un politico, e ho un’illusione: che su questo argomento destra e sinistra si uniscano e marcino insieme nell’interesse dei giovani, della famiglia e della società. Finora la cannabis è stata il pomo della discordia, ma mi auguro che finalmente si superino le divisioni tra detrattori e promotori per perseguire il bene comune».
Come valuta l’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su questi temi?
«Mantovano ha avviato un lavoro egregio che ha finalmente acceso il faro sull’epidemia in atto. Su questo tema devo riconoscere che la destra è avanti a tutti».
Come spiegherebbe a un giovane che l’uso reiterato di hashish e marijuana è autodistruttivo?
«Il mio prossimo impegno è entrare nelle scuole. Bisogna creare incontri mensili con l’aiuto delle neuroscienze, coinvolgendo studenti, esperti, genitori e insegnanti. Questa battaglia si vince tutti insieme. Sia in ambulatorio che nelle scuole mostro che cos’è il cervello. Ai giovani che ho di fronte dico: questi siete voi e questo è ciò che avviene quando fumate uno spinello o tirate hashish. Anche se ne salverò uno soltanto la mia azione avrà avuto uno scopo».

 

 

La Verità, 9 luglio 2026

Tutti i no al Ponte sono buoni motivi per farlo

Per una volta che c’è in agenda un ponte, la sinistra costruisce il muro. Ponte di calcestruzzo. Muro di ideologia. I muratori sono all’opera in tutte le formazioni del vasto arcipelago democratico. Un mondo che si definisce a ogni piè sospinto progressista, ma stavolta, di fronte al Ponte sullo stretto (il più lungo al mondo a campata unica, 3,3 chilometri), programmato dal governo Meloni e dal ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini, riscopre la sua anima reazionaria. La sinistra in tutte le sue sfumature è un coro di no, dall’Avs di Angelo Bonelli ai gesuiti tendenza papa Francesco di Antonio Spadaro, sottosegretario vaticano del dicastero per la Cultura e l’educazione. Una polifonia di rifiuti e negazioni cantata a più voci. Strano: il vasto mondo progressista, diviso su quasi tutto, si ritrova coeso e compatto quando si tratta di sbarrare il mare al Ponte di Salvini. Questo Ponte non s’ha da fare, punto e basta.
Sabato a Messina hanno marciato per urlare la propria contrarietà al progetto 80 sigle, circa duemila persone, dai «No Ponte» ai «No Tav», dal Partito comunista marxista leninista di Catania alle organizzazioni Pro Pal con bandiera issata sugli slogan contro il vicepremier leghista. Sono ragazzi, verrebbe da dire. Alcuni dei quali giunti a rimpolpare le fila dei manifestanti da quella Val di Susa per anni messa a soqquadro con scontri e feriti che hanno portato a diversi interventi delle forze dell’ordine. Stavolta, degni di nota sono i toni degli slogan («Il Ponte sullo Stretto è un atto delinquenziale»; «Noi i cantieri li sabotiamo»): così isterici da trasformarsi in un efficace propellente motivazionale dei fautori dell’opera. Come ha sintetizzato una cara amica originaria di Messina: «La Schlein è contraria? Allora bisogna farlo».
A incuriosire maggiormente sono le prese di posizione di leader politici e intellettuali di grido. Il primatista di arrampicata sugli specchi è il dichiaratore seriale di Avs, Angelo Bonelli. «Il Ponte non unisce, ma divide», è riuscito a dire per contestare l’utilità dell’opera. Per i rappresentanti dell’opposizione a priori la realtà è un optional e dunque si può sostenere che «il Ponte divide i bisogni reali dei cittadini dagli interessi delle lobby, la tutela dell’ambiente e la sicurezza dei cittadini dalla corsa al consenso elettorale». E si può anche buttare la palla in corner con la collaudata tecnica del benaltrismo: «Agli italiani serve altro e non il Ponte». Più ambiziosa la riflessione proposta dall’ex direttore di Civiltà cattolica Spadaro – già pizzicato dalla Verità – che ha annunciato su Facebook il suo prossimo libro per il Touring club italiano: «I progetti di ponte sullo Stretto incarnano l’impulso a risanare artificiosamente lo strappo con una protesi impoetica che riduce l’alterità, annullando il senso dello Stretto, cancellandone il simbolo». Pensiero al limite della contraddizione che risulta, se non a spese della realtà tout court, almeno a quelle della comprensibilità.
Se negli anni Sessanta l’opposizione alla realizzazione dell’Autostrada del Sole – che avrebbe favorito i ricchi e distrutto l’ambiente mentre i cittadini avevano bisogno d’altro (vedi Bonelli) – aggregava alcune forze di destra, ambientalisti in erba e la sinistra parlamentare impegnata nella battaglia contro l’automobile, oggi le varie anime «progressiste» si barricano in perfetta solitudine contro un’opera che può accelerare il processo verso la modernità.
Nel giorno dell’approvazione definitiva del progetto da parte del Cipess (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) l’agenzia di comunicazione Arcadia ha registrato l’instant sentiment positivo al 67,7% (su una base di 47.000 interazioni). Eppure, come per Bonelli, «il Ponte che non unisce» è l’architrave del ragionamento proposto anche da Ilvo Diamanti su Repubblica a corredo di un sondaggio realizzato da Demos & Piper per il quotidiano il 14 e 15 maggio scorso, tre mesi fa, e proposto solamente ora (senza evidenziare il tenore delle domande). La sintesi finale è che «lo vuole un italiano su tre» (il 28% del campione di 1009 persone). Diamanti si mostra sorpreso che la presunta divisione a proposito del Ponte non si cristallizzi sulla base di un criterio geografico – più favorevoli al Centro Sud (35%) e al Sud e nelle Isole (31%) – ma segua invece l’orientamento politico. Fra gli elettori leghisti il consenso sale al 67%, mentre si assesta al 63 tra quelli di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Italia viva. Scende al 51% tra gli elettori di Azione e precipita al 32 nel Pd e in Alleanza verdi sinistra. In chiusura del suo intervento, l’editorialista nota che «il Ponte sullo stretto rende più “larga” la distanza politica… L’aspetto che colpisce riguarda il protagonista di questo progetto. Matteo Salvini»: autore di un’evoluzione partita dalla Lega nord e assemblatore delle diverse anime, da quella veneta a quella di Bossi e Maroni, nell’unica Lega nazionale. Che, però, conclude Diamanti, «fatica a superare… il Ponte sullo stretto».
Insomma, diciamola tutta al di là delle inutili cautele e delle fragili ipocrisie: il Ponte divide solo perché è il suo promotore a essere considerato divisivo. E rilassiamoci, basta arrampicate sugli specchi.

La Verità, 12 agosto 2025