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Sul fine vita la Mostra di Venezia fa da sponda a Zaia

E tre. Per il terzo anno di fila si parla di eutanasia alla Mostra del cinema e sarebbe fin troppo facile titolare sulla «Morte a Venezia». Non lo faremo, ma sta di fatto che un grande evento internazionale come la rassegna della Fondazione della Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco e diretta da Alberto Barbera, che celebra un’arte vitale come il cinema continua a spingere sull’urgenza di promuovere la dolce morte. La Mostra vetrina dell’eutanasia, tanto più se Wild horse nine, passato ieri qui al Lido, diretto da Martin McDonagh, autore già di opere comeTre manifesti a Ebbing, si aggiudicasse, non è da escludere, il Leone d’oro. Sarebbero di certo contenti l’ex governatore Luca Zaia, Marco Cappato, l’Associazione Coscioni, la sinistra in blocco ma anche l’ala radicaleggiante di Forza Italia, tutti accomunati dal medesimo sentire sull’argomento e confortati dal fatto che l’élite del cinema mondiale nei suoi autori di grido promuove l’eutanasia senza troppe cautele. Basta citare due nobilissimi precedenti come Le invasioni barbariche di Denys Arcand (fra i tanti premi, Oscar come miglior film straniero nel 2004) e Million dollar baby del mitico Clint Eastwood, che nel 2005 fece razzia di Oscar. Stiamo parlando di opere notevoli, come questa del regista britannico di origini irlandesi, che conferma la propensione dei grandi cineasti a spingere per le leggi sul fine vita (forse con la sola eccezione del meno ambizioso Brado di Kim Rossi Stuart che, facendo una scelta opposta, non ebbe successo). Gli artisti sono persone sensibili e allo stesso tempo molto avvezze a governare tutto, senza che alcun limite si frapponga alle loro decisioni. I registi, poi, sono monarchi assoluti sul set, per non dire dittatori. Come possono tollerare che sul set della vita intervenga la morte in forme e modi che «trascendono ogni loro controllo»? Come possono ricordare che l’esistenza, insieme ai talenti di cui è corredata, sia un dono totalmente gratuito?

Da qualche tempo, alla Mostra di Venezia, il tema dell’eutanasia è un tantinello inflazionato. Un appuntamento ormai fisso. Come l’appello pro Pal della madrina delle serate, la polemica sulla partecipazione di qualcosa che abbia a che fare con la Russia, dissidenza compresa, agli eventi della Biennale, il film sull’accoglienza indiscriminata dei migranti, il red carpet delle influencer sconosciute però svestite. Che il Lido sia la vetrina politica giusta per promuovere a livello mondiale il tema lo capì già nel 2012 Marco Bellocchio, il maestro di simpatie radicali che vi presentò Bella addormentata sulla tragica vicenda di Eluana Englaro. In tempi più recenti, nel 2024 La stanza accanto di Pedro Almodóvar (con Tilda Swinton e Julianne Moore) vinse il Leone d’oro, mentre l’anno scorso La grazia di Paolo Sorrentino, in cui il presidente della Repubblica di Toni Servillo promulgava la legge sul fine vita, non vinse nulla forse perché due premi consecutivi sul medesimo argomento saranno sembrati troppo persino alla giuria progressista del Lido. Quest’anno, però, ci si potrà rifare con Wild horse nine (approssimativamente Nove cavalli selvaggi) perché parliamo di un film originale, sceneggiato benissimo dallo stesso regista, con dialoghi esilaranti, locato nella splendida Isola di Pasqua e recitato da un cast superlativo. E, rilevantissimo, con il pregio, a differenza delle produzioni dell’Italcinema, di non menarla con l’ideologia né di frignare con i ripiegamenti psicologici. Fosse per lui, ha scritto Stenio Solinas, al terzo giorno la Mostra «potrebbe chiudere i battenti: difficilmente vedremo qualcosa di meglio».

Dunque. All’aeroporto di Santiago del Cile, qualche settimana prima del golpe che sostituirà il socialista Salvador Allende con Augusto Pinochet, due splendide e improbabili spie della Cia aspettano un volo per l’Isola di Pasqua, ma conversando con due belle figliole, uno di loro spiffera qualcosa che converrebbe tacere. È l’innesco narrativo di una storia tra il serio, il sarcastico e l’amaro che incolla lo spettatore dall’inizio alla fine. John Malkovich giganteggia nel ruolo del disincantato agente malato di cancro che chiede al partner (Sam Rockwell) di ucciderlo perché le sue «fisime da cattolico» gli impediscono di farlo da solo. Ipocrisia a parte, sarà difficile che qualcuno gli scippi la Coppa Volpi (e forse anche l’Oscar) come migliore attore. A completare la squadra degli interpreti, oltre al cameo di Tom Waits, c’è uno Steve Buscemi credibilissimo nel ruolo dell’eroinomane capo della Cia per il Sudamerica che, a sua volta, ordina al socio di Malkovich di ucciderlo prima che, dettando le sue memorie, la spia chiacchierona riveli inconfessabili segreti sulla morte di JFK a Dallas: «Lo so, è un finale triste», ammette per convincere il killer del mandato, «ma è la vita che è triste… secondo te perché mi faccio continuamente di eroina?».

Come s’intuisce, i dialoghi sulfurei risultano assai godibili: l’abbinamento tra la produzione di formaggi flaccidi e gli «Stati gay» vale da solo il prezzo del biglietto. Si ride spesso anche con l’anti americanismo spruzzato qua e là. E si ride più amaro quando si ripetono le inquadrature sul crocifisso sotto lo specchietto dell’auto o nella camera d’albergo di Malkovich, simboli di un cristianesimo reliquia, incapace di fronteggiare il passo della sofferenza finale. Ma si sa, in questa cinematografia, ancorché di elevata fattura, il nichilismo vince sistematicamente a mani basse.

Mentre si aggirano tra le enigmatiche statue dell’esotica isola, forse per il puro gusto della citazione, al malato viene in mente proprio Venezia, come meta ancora più esotica dove consumare, in gondola, il suicidio assistito. Alla fine, però, Malkovich desiste e si accontenta di farsi ammazzare tra i cavalli selvaggi dell’Isola di Pasqua.

Il film uscirà nelle sale il 5 novembre prossimo. Zaia e Cappato saranno di sicuro in prima fila.

 

La Verità, 5 settembre 2026

Per il Celeste meglio il processo in tv che in aula

Ho avuto una vita ricchissima e interessantissima, piena di successi e anche di qualche sconfitta. Ho accettato tutto, perché un uomo maturo deve saperlo fare», dice un Roberto Formigoni riflessivo ma fiero, al termine del documentario a lui dedicato, in onda sul Nove la sera di giovedì 5 gennaio (e disponibile su Discovery+). È un bilancio in chiaroscuro quello che lui stesso fa in coda alla raffica di critiche anche aspre, valutazioni indulgenti e osservazioni problematiche, contenute negli 80 minuti di Il Celeste. Roberto Formigoni. Le tonalità del giudizio ci sono tutte, ma alla fine anche le accuse più dure non cancellano un residuo rispetto dovuto alla percezione di essere davanti a un protagonista della vita pubblica dal carisma non comune. Non era scontato perché, considerato il parterre di oppositori convocati dagli autori (Giulia Cerulli, produttrice e regista, per Videa Next Station, Carmen Vogani, Danilo Chirico, Marco Carta e Lorenzo Avola), si temeva che un’altra requisitoria mediatica si aggiungesse alla già discussa sentenza con la quale la Cassazione ha condannato l’ex governatore della Lombardia per corruzione a 5 anni e dieci mesi e alla confisca dei beni. Dopo i cinque mesi scontati nel carcere di Bollate (a causa della «Spazzacorrotti» voluta dal primo governo Conte, poi dichiarata incostituzionale), dove nel febbraio 2019 si era presentato spontaneamente, Formigoni sta terminando la pena agli arresti domiciliari in una casa di Corso Sempione a Milano, dov’è stato a lungo intervistato e dove lo si vede mangiare da solo, leggere, pregare.

«C’era di mezzo Dio, non so se mi spiego», premette Giuseppe Civati, suo avversario in Regione: «Forse qualcuno pensava anche di esserlo». Parlando del sistema sanitario lombardo, Marco Cappato, radicale e anticlericale scomodo, dice invece che «il conflitto d’interessi era incastrato in ogni ganglio di potere». Completa il reparto dell’accusa Ferruccio Pinotti, giornalista del Corriere della Sera, «esperto di lobby cattoliche e politica», argomento su cui ha prodotto alcuni libri, casualmente ben in vista sulla scrivania. Infatti, la sua acrimonia si concentra più su Comunione e Liberazione, definita «una lobby interessata al potere e al denaro», che applica «un metodo massonico» ed è pronta «a occupare manu militari tutti i posti della dirigenza». Eppure anche «il ficcanaso», com’è presentato, ammette che l’ex governatore «ha accettato una condanna di una certa importanza per gli standard italiani. E ha taciuto, mentre avrebbe potuto far cadere molte teste».

E lui, il Celeste, come si difende? «Negli ultimi tempi ho dovuto subire pesanti ingiustizie… Reati mi sembra di non averne commessi… Ho avuto la fortuna di avere un amico ricco e generoso»». Nel documentario lo vediamo inginocchiato in preghiera con la barba di tre giorni nella basilica di Sant’Ambrogio deserta. Subito dopo sorride compiaciuto mentre accusa le cronache, alcune serie altre che «fanno scappare da ridere». Eccolo nella famosa foto del tuffo dallo yacht del faccendiere Pierangelo Daccò. Quando, ai tempi del Movimento popolare, dice in poche parole cos’è il cristianesimo. Poi ballare con Simona Ventura e Massimo Boldi a Quelli che il calcio. Indossare giacche arancioni e camicie hawaiane («Nelson Mandela ne aveva di bellissime»). In compagnia di Emanuela Talenti, di cui si era invaghito («Gesù dice che il giusto pecca 70 volte al giorno, figuriamoci io che non lo sono»). Situazioni eterogenee e insolite per un appartenente ai Memores domini di Cl che promettono castità, povertà e obbedienza. Situazioni che descrivono una personalità sfaccettata, un mattatore controverso. Lui parla spesso in terza persona e non lesina autostima: «Mi sono candidato in tredici elezioni e in dodici sono arrivato primo, ho strabattuto chi si contrapponeva. Sono stato presidente della Lombardia per vent’anni…», riassume la bacheca dei successi. Don Luigi Giussani, che gli ha cambiato la vita, lo incontra in Cattolica: «Io comincio a notare lui e lui comincia a notare me», dice inavvertitamente.

Dopo la crisi del Sessantotto, Gioventù studentesca diventa Comunione e Liberazione e dopo i referendum persi, si rilancia attraverso il Meeting di Rimini che Formigoni apre e chiude regolarmente («quindi», assicura, «il personaggio più importante del Meeting era Roberto Formigoni»). Nel 1984 viene eletto al Parlamento europeo nelle file della Dc. È ribattezzato Mister preferenze. Ma gli avversari, ricorda David Parenzo, che lo intervistò più volte a Telelombardia, lo definiscono «lo Stalin dei boy scout». Dieci anni dopo, decapitata la Dc da Mani pulite e nato il Ppi, Ignazio La Russa, inviato da Silvio Berlusconi, gli prospetta la presidenza della Regione Lombardia. Inizia la stagione più entusiasmante e controversa del Celeste. Simona Ventura, «governatrice della tv e sua talent-scout televisiva», lo aiuta a darsi un’immagine nazionalpopolare. La sanità diventa il banco di prova della sua rivoluzione. Formigoni si ricandida nel 2000 e nel 2005 e vince con «più del 50% dei consensi. Aveva il controllo totale della Regione Lombardia… Su cento dirigenti, solo due o tre non sono sotto l’influenza della maggioranza» (Civati). «Io ho fissato una regola», ribatte lui, «quando dovete scegliere un dirigente tra un ciellino e un non ciellino scegliete il non ciellino. Non voglio che l’appartenenza a Cl sia un motivo di favore, anzi».

Il 2008 «è l’anno dello sfregio» (Parenzo). Per molti osservatori e per molti esponenti del Polo delle libertà,   è il successore designato del Cavaliere. Il quale, tuttavia, lo stima ma anche lo teme. Il piano comune è che si trasferisca a Roma per puntare alla presidenza del Senato. Dopo che il Pdl stravince le elezioni, sarà invece Renato Schifani a conquistare Palazzo Madama. Nel 2010 Formigoni diventa per la quarta volta presidente della Lombardia. Forse una di troppo. Infatti, il mandato si apre con il caso della consigliera Nicole Minetti, condannata per favoreggiamento della prostituzione. A causa di un’altra inchiesta vengono arrestati due assessori della giunta vicini al governatore. Per il Celeste è tutta una macchinazione. Finché l’indagine sulla clinica Maugeri incentrata su Daccò stringe il cerchio anche attorno a lui. La condanna è per aver «ricevuto 6,6 milioni in vacanze, barche, ville di lusso, finanziamento di elezioni e contanti». La Ventura non molla «chi finisce nella polvere». Per Giancarlo Cesana, ideologo ciellino, «ha pagato le camicie sgargianti, i tuffi dallo yacht, il fatto che gli piacesse un po’ la vita. L’hanno preso e messo nel mirino». Per Parenzo «Formigoni avrà probabilmente una terza vita, un po’ come i gatti che ne hanno sette».

Lui non esclude un ritorno in politica al termine della pena, nella prossima estate. «Intanto aiuto le suore di un istituto nello studio delle lingue», dice. E rovescia sul tavolo lo scatolone delle tante lettere di stima e solidarietà che ha ricevuto in questi anni.

 

La Verità, 3 gennaio 2022