«Bergoglio rivoluzionario, era il Papa degli atei»

Da giorni, a un anno dalla sua morte, 21 aprile 2025, assistiamo alle rievocazioni della figura di papa Francesco. Rievocazioni monocordi e poderose al punto da oscurare, per spazio ed enfasi, il contemporaneo viaggio che Leone XIV, il quale ieri l’ha ricordato a sua volta, sta compiendo in Africa. Si tratta perlopiù di ricostruzioni orientate che stupiscono solo in parte, considerato il carattere divisivo del magistero bergogliano e il dibattito in atto sulla vera eredità del «vescovo di Roma venuto quasi dalla fine del mondo».
Testi inediti, interventi, vignette e interviste in cui persone che gli sono state vicine, segretari, cardinali di curia e non, storici della Chiesa e vaticanisti si esprimono con larghezza. Una piccola star di queste commemorazioni è l’infermiere personale di Francesco, Massimiliano Strappetti, l’uomo che l’ha assistito quando fu costretto in carrozzella, assurto a piccola fama per aver confidato al Santo Padre di essere divorziato. «E qual è il problema?», gli disse, informandosi se gli facessero fare la comunione, altrimenti «ci vado a parlare io», aveva ipotizzato. Giusto, per un Papa aperto, moderno e preoccupato della vita sacramentale dei fedeli, come rivela questo retroscena. È la scena, piuttosto, la ribalta consegnataci da questa narrativa, a lasciare perplessi.
Innanzitutto, è curioso che siano testate e televisioni di intonazione laica, se non laicista, a esporsi in prima linea. Ma pure questa, a ben guardare, non è una novità. Già durante il pontificato erano i commentatori non credenti a voler spiegare ai cattolici chi fosse Francesco. Uno su tutti, Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, protagonista di un esibito rapporto privilegiato con il successore di Pietro. «Era il Papa degli atei», ha sintetizzato Javier Cercas, l’autore di Il folle di Dio alla fine del mondo (Guanda), intervistato da Ezio Mauro nel documentario Francesco. Cronache di un papato, andato in onda su La7. È davvero così. E con un briciolo di disincanto si può cogliere che l’assenza di conversioni significative tra gli esegeti non credenti di Bergoglio va a braccetto con l’accesa difesa di Leone XIV contro Donald Trump di tanti chierichetti gauchiste dell’ultim’ora. Proprio una vignetta su Repubblica di ieri esemplifica l’idea: un Francesco con bandiera bianca come la sua veste incoraggia: «Daje Leone».
In seconda battuta, è l’interpretazione del magistero bergogliano di queste celebrazioni a destare imbarazzo. Il Papa pauperista, ambientalista, egualitarista. Il Papa che ha rovesciato la prospettiva arrivando dal Sud del mondo, «il gesuita sudamericano» (Mauro). Che mette le periferie al centro e riparte dai poveri. Il Papa che rivoluziona lo stile, riscrivendo forme e abitudini: modifica l’abbigliamento, indossa una croce di metallo, abbandona l’appartamento pontificio nel Palazzo apostolico, sceglie un’auto più modesta… Il Papa che indossa un poncho argentino sulla carrozzella sospinta dall’infermiere per visitare le tombe dei predecessori. Un Papa «in cui c’è del genio, quasi un  personaggio letterario» (Antonio Spadaro). Il Papa «del pulpito e il Papa del trono» (Alberto Melloni, storico) che vuole riformare la curia, «la sua bestia nera» (Andrea Riccardi). Ma il piano rimarrà incompiuto. Dal punto di vista dottrinale, invece, è uno che amava «sfidare il potere», secondo Yoannis Lahzi Gaid, il segretario personale, al quale fa eco Avvenire: «Francesco e le beatitudini come profezia contro i potentati». Almeno, La Stampa titola «Il nostro Francesco», ammettendo implicitamente la visione parziale. Non a caso, nessuna cita la sua battaglia contro l’aborto, definito come un omicidio per il quale «si affitta un sicario». O l’ideologia gender stigmatizzata come «un passo indietro» e come «il pericolo più brutto di oggi». Si intervistano prelati, giornalisti, intellettuali: tutti unanimemente entusiasti. Confermando così la felice definizione di qualche anno fa del grande filosofo Alain Finkielkraut: «È il sommo pontefice dell’ideologia giornalistica mondiale».
Per Mauro «la guerra è stata la sua ossessione e la predicazione contro la guerra l’eredità lasciata a papa Leone che ha deciso di camminare su quella strada». Bergoglio è il Papa della pace, dei migranti e della riparazione del pianeta, in perfetta armonia con l’agenda di Barack Obama, come ha osservato l’ex direttore (dissonante) di Repubblica Maurizio Molinari. Detto in altre parole, è il leader della globalizzazione e del mondialismo dell’Onu che nel frattempo inizia il suo declino.
In altre commemorazioni si sottolinea l’impegno degli ultimi anni per la «Chiesa sinodale» (cardinal Óscar Rodríguez Maradiaga). Qualcosa che risulta tuttora sfuggente e teorico allo stesso tempo. A Mauro che gli chiede se Francesco sia stato un riformatore o un rivoluzionario, il cardinal Matteo Zuppi dice che, avendo lasciato diverse riforme da completare, è stato soprattutto un rivoluzionario. Sarà. Ma, a proposito di Chiesa sinodale e dello stato generale del popolo di Dio, balzano agli occhi più le realtà indebolite rispetto a quelle costruite e potenziate. Un esempio su tutti sono i movimenti, da Comunione e liberazione ai Focolari all’Opus dei, oggetto di pesanti interventi e massicce revisioni. Disconoscendo il fatto che, pur se bisognosi di correzioni, essendo nati nelle scuole, nelle università e nei posti di lavoro, sono una modalità molto contemporanea di presenza della Chiesa nel mondo.
Ma di questo, nelle tante elegie di questi giorni, non c’è alcuna traccia.

 

La Verità, 22 aprile 2026

Manager schivo e concreto Mazzi ministro del turismo

Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premier. Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa Italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.

 

La Verità, 4 aprile 2026

Cortina e Sanremo, quanto piace l’ubiquo Mattarella

Oggi tocca a Carlo Conti e Laura Pausini. L’agenda di re Sergio è fittissima. Un impegno gravoso dopo l’altro e chissà come farà «il Matta» per altri quattro anni, fino al termine del secondo mandato. Comunque. Dopo gli auspici per Sofia Goggia, ieri, in trasferta sulle nevi di Cortina, si è complimentato con Federica Brignone per la medaglia in Superg. «Ci contavo!», le ha detto, precipitandosi dalla tribuna sull’atleta a fine gara. «Io non tanto», ha sorriso lei nel tripudio degli spettatori, mentre il presidente tornava sugli spalti. Olimpia e foibe, Supergigante e referendum sulla giustizia, Alcide De Gasperi e Achille Lauro. Nessuno come lui sa unire personalità così lontane e padroneggiare materie tanto divergenti. Mattarella è il «presidente pop e top» (Mario Ajello, Il Messaggero). Ogni tocco un prodigio. Ogni parola una stilla. Eclettico, poliedrico, multitasking. Un capo dello Stato tanto in vetrina come lui non ce lo ricordiamo dai tempi di… Ecco, non ce lo ricordiamo. Sempre in prima fila. Protagonista. Risolutore. Catalizzatore. Sta bene su tutto, come il grigio. Basta ascoltare i tg o leggere i giornali e i siti online. Una passerella dietro l’altra. Una tribuna. Un palco. Un pulpito. Un’esortazione, una prolusione, una premiazione. Non gli sfugge nulla. Oggi riceverà i big del Festival di Sanremo e chissà se all’ultimo, al Quirinale o all’Ariston, spunterà anche Roberto Benigni. Del resto, ormai gli uomini del presidente decidono chi fa o non fa le telecronache delle Olimpiadi, rinominate Mattarelliadi. Dare un’occhiata ai telegiornali Rai per credere. A proposito, proprio all’Ariston di tre anni fa, alla serata d’apertura del Festival officiato da Amadeus, l’uomo del Colle apparve per applaudire il monologo del comico toscano sulla Costituzione più bella del mondo. Benigni si scoperchiò di elogi, inchini e riverenze e da allora re Sergio non si perde un riflettore o un selfie che sia uno. Un acrobata, un globetrotter delle passerelle. Le sue sono apparizioni. Come quelle dei santi. Infatti, «porta bene» (o no, Sofia?), scrive il giornalone unificato. Stende la sua grazia sulle gare degli italiani. Incoraggia, sprona, conforta. E come certi santi ha il dono dell’ubiquità. È dappertutto, contemporaneamente. A pranzo con gli atleti al Villaggio olimpico di Milano. Alla cena di gala con re, regine e capi di Stato. Alla Cerimonia inaugurale delle venticinquesime Olimpiadi invernali, ma anche a quella delle «quindicesime». «Un presidente rockstar», per l’ex capo del Cio Thomas Bach, stupito dai cori che l’hanno accolto a San Siro. Dal bagno di folla allo stadio al Quirinale per firmare il decreto di indizione del referendum sulla separazione delle carriere. In Parlamento alla commemorazione delle foibe. Al Circolo ufficiali della Marina militare di Cortina d’Ampezzo. A Casa Italia per festeggiare le medaglie di giornata evitando, però, appropriazioni indebite: «Sono degli atleti. Sono stato fortunato io a essere qui in questi giorni», precisa rispondendo al presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, che gli attribuisce capacità taumaturgiche.
È dovunque come Padre Pio. Anzi no, troppo brusco il frate di Pietrelcina. Come San Francesco, più soave e inclusivo. Più mainstream (purtroppo). Sorella neve e fratello Festival. Il presidente francescano. E anche un po’ bergogliano. Telefona agli atleti medagliati: «Pronto, c’è Arianna? Sei Olimpiadi e sei successi, una gara formidabile».
Il culto della personalità dilaga come un virus. Tutti pazzi per Matta. L’infodemia ha contagiato tg ammiragli e siti che predicano trasgressività e razzolano con l’establishment. I servizi dei notiziari sono un format di rosolio. Se re Sergio saluta la Goggia nel salottino del Circolo ufficiali diventa la notizia d’apertura dei tg serali. La strage in una scuola del Canada (nove morti e 27 feriti), il blocco navale per i migranti deciso dal governo e l’alleanza Italia Germania in Europa possono attendere. Sarà mica che, vista la fine del povero Auro Bulbarelli, silurato dalla telecronaca della Cerimonia d’apertura per aver anticipato il Matta a San Siro, è meglio tenersi buoni gli uomini del presidente?
Mattarella superstar nobilita ogni cosa che tocca. «Consegnato alla storia delle Olimpiadi il tram milanese pilotato da Valentino Rossi, a Cortina il presidente della Repubblica è arrivato in elicottero» (Monica Guerzoni, sul Corriere della Sera). A Predazzo stanno lustrando il gatto delle nevi. «Nel pomeriggio, neanche il tempo di arrivare da Trento, dove ha inaugurato la biblioteca dell’università dedicata ad Alcide De Gasperi, che subito vuole incontrare Goggia… Mattarella ama lo sport nel profondo. Lo conosce nelle pieghe tecniche e regolamentari» (Concetto Vecchio, Repubblica). Il senso di Matta per la neve. «Emozioni e speranze, ma anche dettagli tecnici perché è un appassionato, non si perde una gara e si interessa persino dell’altezza e della compattezza della neve (Guerzoni)». «Quanto è preparato», sussurra Sofia a Buonfiglio, «ma come fa a sapere tutto?», riporta il Corrierone. Infatti. È onnisciente. Mica ha un nutrito staff che lavora per lui. Però, chissà che fatica festeggiare gli ori azzurri. «Quando sono già le 23, decide di ricevere le due ragazze, Andrea Vötter e Marion Oberhofer: “Siete state favolose!”. Inevitabile il selfie (Vecchio)».
Oggi però si inaugurano le Sanremiadi. E ci saranno Carlo con la sua abbronzatura, Laura che non canta Bella ciao e tutti i big del Festival. Insomma, il presidente pop è sempre al top. E guai a chi rompe l’incantesimo come ha fatto ieri l’ex assessore alla Cultura di Livorno, Simone Lenzi, chiedendogli su X se sia ammissibile che un Procuratore capo come Nicola Gratteri, diffami «milioni di cittadini perbene che non la pensano come lui», dicendo che «voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria».
Chissà se re Sergio risponderà. Più facile che risponda all’invito di Buonfiglio che vorrebbe averlo sempre a Cortina a «portare bene». Circola voce che Sofia Goggia preferisca l’invio di un cartonato.

 

La Verità, 13 febbraio 2026

 

Il nichilismo di Corona è una macchina di soldi

Se la realtà si trasforma in reality, se non c’è distinzione tra pubblico e privato, se la vita diventa show, se la persona coincide col personaggio, se la normalità è trasgredire, se la quotidianità è ossessiva, se i soldi sono idolo assoluto, allora tutto è consentito e Fabrizio Corona può dire senza tema di smentita io sono Dio, io sono l’Italia. Quella vera, però, è Io sono notizia, non a caso il titolo della docuserie in cinque episodi da ieri disponibile su Netflix. Sfilano fotografi, impresari, giornalisti, persone dello showbiz per ritrarre il re dei paparazzi: Lele Mora e Costantino Vitagliano, Marianna Aprile e Platinette, lo scrittore Enrico Dal Buono e l’avvocato socio di follie, Tommaso Delfino. Poi la madre Gabriella Privitera, e l’ex moglie Nina Moric, visibilmente provata e autrice della confessione più dolorosa: aver «ucciso» i due gemelli che portava in grembo perché incompatibili con la scalata al successo pianificata dalla coppia. Lui glielo ha chiesto e lei ha acconsentito, ricorda Nina. Lei ne è rimasta ferita, io no, chiosa Fabrizio.
Del resto, tutto, rapporto coniugale compreso, è finalizzato al fatturato. Le notizie sono intercettate o costruite a freddo. La storia tra Flavia Vento e Francesco Totti, la separazione di Michelle Hunziker e Eros Ramazzotti, Simona Ventura e Giorgio Gori, le vallette e i politici. Anche il carcere si trasforma in un set, un teatro di scoop giornalistici. Poi l’onda di popolarità s’impenna ancora con Belén Rodriguez. Lele Mora racconta l’apprendistato del ragazzone e il loro rapporto ambiguo. Corona commenta: «Non è che puoi vendere l’anima al diavolo se il diavolo sei tu». La madre parla del ruolo del padre, Vittorio, schivo protagonista della Milano degli anni Ottanta e cofondatore della Voce di Indro Montanelli. Anche Marco Travaglio ricorda, commuovendosi, Vittorio. Al padre in fin di vita lui è costretto a dire di essere indagato per associazione a delinquere ed estorsione. Ogni persona è un mezzo con un fine. Anche lui è il mezzo di sé stesso: «La nuova cassa di denaro passa dalla creazione di un personaggio, che è Corona», spiega. È il trionfo dell’autonarrazione. È l’autofiction prima dei social network. È la comunicazione che crea la notizia.
«È un profeta del nulla», sintetizza Dal Buono. «Io non credo nell’amore puro, nella giustizia, nell’impegno sociale, nelle istituzioni. Io non credo in nulla», conferma lui. Le rivelazioni, le confessioni, i retroscena e gli orditi diabolici di Io sono notizia scolpiscono il monumento a un campione di nichilismo non privo di fascino. Quello di un genio del male.

 

La Verità, 10 gennaio 2026

 

 

 

 

La monella che stregò il cinema e irritò la sinistra

Una parigina, Femmina, La ragazza del peccato A briglia sciolta Piace a troppi, ma se La sposa troppo bella vive Amori celebri, la Vita privata è Tradita e se dice La verità attira Il disprezzo.
Si potrebbe ricostruire unendo i titoli dei suoi film più celebri la vita, anzi, la parabola di Brigitte Bardot, di cui ieri la Fondazione a lei intitolata ha annunciato la morte senza specificare luogo e data. Il cinema mondiale, la Francia e i ribelli al perbenismo piangono la sua scomparsa. «Ringrazio quanti mi hanno sinceramente e profondamente amata: essendo in pochi, si riconosceranno», si legge nella prima pagina della sua autobiografia (Mi chiamano B. B.) dedicata ai genitori Pilou e Toty e al figlio Nicolas. «Ringrazio coloro che mi hanno insegnato a vivere a calci nel sedere, che, tradendomi e approfittando della mia ingenuità, mi hanno spinto sull’orlo di un abisso di disperazione da cui sono scampata per miracolo. La vita si costruisce sulle difficoltà, se non si muore prima». È arrivata a 91 anni, in una vertigine di fama planetaria, tentati suicidi e amori travolgenti, prima del ritiro nella «Madrague» di Saint-Tropez. Monella sensuale, sciupamaschi, preda bramata e invidiata. Irritante per i benpensanti, essendosi sempre definita di destra. Prima elettrice di Charles de Gaulle, poi sostenitrice del Rassemblement nationale. Non ha mai temuto di risultare divisiva. Come quando si è espressa contro «l’islamizzazione della Francia». O sul Covid, rivelando di non essersi vaccinata perché «allergica ai prodotti chimici», e definendo la pandemia «una benedizione, un’autoregolazione demografica» contro la sovrappopolazione del pianeta.
Brigitte Bardot è stata la più dirompente attrice del Novecento. Più magnetica di Claudia Cardinale. Più seducente di Catherine Deneuve. Più eversiva di Marilyn Monroe. Più selvaggia di Sophia Loren. Certamente meno intensa di alcune di loro. Tra i Cinquanta e i Settanta, la sua irrequietezza ingenua e maliziosa stregò intere generazioni di fan e i maggiori registi francesi, prima che la cupezza sessantottina soffocasse la rivoluzione beat e la dolce vita, asfaltando la spensieratezza dei bikini, delle camicette annodate sopra l’ombelico e dell’acconciatura a criniera che coloravano le notti dei giovani di mezzo mondo.
In soli 21 anni B. B. interpreta 49 film, non tutti straordinari. Star involontaria, cantante, modello d’impertinenza. Le donne di mezza età la detestano per la spregiudicatezza dei costumi non solo da bagno. Le adolescenti ne imitano l’aria finto innocente irradiata dai modi e dalla moda. Il conflitto generazionale innesca il fenomeno globale e oggi c’è chi la rivede come la prima vera influencer contemporanea. Diventa soggetto di Andy Warhol e Milo Manara, il compositore brasiliano Migeul Gustavo le intitola una samba che diverrà celeberrima, Bob Dylan esordisce con una canzone che porta il suo nome. Perfino le ferrovie slave, ceche e slovacche chiamano «Brizita» e «Bardokta» le loro sinuose locomotive.
Cresciuta con un’educazione rigida, dopo gli esordi nella danza classica vince le resistenze del padre e inizia a posare come modella. Al provino con il regista Marc Allégret presenzia il suo assistente, Roger Vadim. Ma per sposarla, contro la volontà dei genitori, bisogna aspettare che diventi maggiorenne. Quello con Vadim è il primo di quattro matrimoni. Segue quello con Jacques Charrier, dal quale ha Nicolas, l’unico figlio. Poi quello con il fotografo, imprenditore e playboy multimilionario Gunter Sachs. Infine, l’ultimo, durato fino alla morte, con l’esponente del Front national, Bernard d’Ormale, sposato nel 1992. Negli anni di massimo fulgore vive grandi storie d’amore con Gilbert Bécaud, Raf Vallone, Sacha Distel e Serge Gainsbourg, censuratissima la loro Je t’aime… moi non plus. Tormentata dai paparazzi e dal temperamento instabile, tenta un paio di volte il suicidio. La salvano gli innamoramenti e le infatuazioni. Quella per Jean-Louis Trintignant sboccia sotto gli occhi di Vadim che la dirige la prima volta in Et Dieu… créa la femme (Piace a troppi in italiano). È il film che le regala fama mondiale. Uscita dall’orfanotrofio, la giovanissima Juliette finisce in un villaggio di pescatori (la futura Saint-Tropez che con lei diverrà meta internazionale), ma i suoi balli disinibiti turbano gli uomini del posto… Sebbene anche Vadim l’avesse già più volte tradita, completare la lavorazione del film è un tormento. L’enorme successo allevia le pene del divorzio. In anni successivi, reciterà per lui in altre quattro pellicole: vita privata e attività professionale sono più indissolubili dei matrimoni.
Dopo la consacrazione, interpreta altre ragazze disinvolte e finanche un po’ sgualdrine per cineasti come Claude Autant-Lara e Henri-Georges Clozot. E donne più altere per i campioni della Nouvelle vague Louis Malle e Jean-Luc Godard. In La ragazza del peccato (dall’originale En cas de malheur di George Simenon), nei panni di una provinciale inseguita dalla giustizia e impossibilitata a pagare l’avvocato (Jean Gabin), si offre come compenso in tutta la sua avvenenza. Anche nel giallo giudiziario La verità è una ragazza sotto processo, stavolta per l’uccisione dell’ex fidanzato. Trascurata dai genitori che le preferiscono la sorella violinista, le ruba il compagno direttore d’orchestra, fino al tragico finale. Più autobiografico è il ruolo di Vita privata dov’è un’attrice osannata dal pubblico ma criticata per i suoi facili costumi. Sarà il direttore di una prestigiosa rivista (Marcello Mastroianni) a prendersi cura di lei. Ancora più intellettuale è il profilo che le ritaglia Godard in Il disprezzo tratto da Alberto Moravia. Qui è la moglie di uno scrittore (Michel Piccoli) che deve sceneggiare un film sull’Odissea per il famoso regista tedesco Fritz Lang. Ma il produttore cinematografico è molto sensibile alle grazie di lei e, pur accorgendosene, il marito scrittore sembra lasciar fare…
Recita ancora per Malle e altri importanti registi, ma i copioni sono sempre meno stimolanti. Soprattutto è turbata dall’inseguimento ossessivo dei media assetati di scandali. Sensibile ai maltrattamenti subiti dagli animali, si appassiona ai temi ambientali e diventa vegetariana. Nel 1973, quando ancora splende, abbandona il cinema per dedicarsi alla protezione degli animali, lasciando orfani schiere di fan e spettatori.
L’adorabile sfrontatezza davanti alla cinepresa diventa ribellione al conformismo nella vita civile. Nel 1983 vende all’asta gioielli e oggetti personali per finanziare la Fondazione Brigitte Bardot impegnata nel benessere degli animali. Contesta le brutali tecniche di sgozzamento per la macellazione dei montoni, attuate da musulmani ed ebrei. Il suo gusto della provocazione smuove spesso la erre arrotata dei moralisti della Rive gauche. In una «lettera aperta alla mia Francia perduta» denuncia l’espansione delle moschee, «mentre i campanili tacciono per mancanza di parroci». Nei primi anni Duemila, quando sottolinea sulla stampa «la sotterranea e pericolosa penetrazione dell’islam», viene condannata per «istigazione all’odio razziale». Nel 2004, a una domanda riguardo la militanza del marito Bernard d’Ormale nell’allora Front nationale risponde: «Mio marito ha il diritto di pensare come vuole. Ha il diritto di fare ciò che vuole. Non comincerò a dominare le sue opinioni. Io ho le mie, che sono completamente diverse dalle sue. Sono di destra, si sa. Ma non sono del Fronte nazionale, anche se mi si taccia d’essere fascista, nazista, camicia nera…». Nel 2010 valuta di candidarsi alla presidenza della Repubblica nel Partito ecologista. Sette anni dopo invita a votare per Marine Le Pen contro Emmanuel Macron.
Ieri se n’è andata, lasciando solo il marito di dieci anni più giovane. E anche i cani, i gatti, le pecore, i cavalli, le oche, i cinghiali e tutti gli altri animali che popolavano la sua tenuta. E che, non senza un filo di snobismo, riteneva gli esseri più affidabili.

 

 

La Verità, 29 dicembre 2025

 

L’ultimo ace di Pietrangeli, leggenda di gesti bianchi

La leggenda dei gesti bianchi. Il patriarca del tennis. Il primo italiano a vincere uno slam, il Roland Garros di Parigi nel 1959, bissato l’anno dopo. Se n’è andato con il suo carisma, la sua ironia e la sua autostima Nicola Pietrangeli: aveva 92 anni. Da capitano non giocatore guidò la spedizione in Cile di Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli che nel 1976 ci regalò la prima storica Coppa Davis. Oltre a Parigi, vinse due volte gli Internazionali di Roma e tre volte il torneo di Montecarlo. In totale, conquistò 67 titoli, issandosi al terzo posto della classifica mondiale (all’epoca i calcoli erano piuttosto artigianali). Nessuno potrà togliergli il record di partecipazioni (164, tra singolo e doppio) e vittorie (120) in Coppa Davis perché oggi si disputano molti meno match.

Dal luglio scorso, quando, dopo una lunga malattia, è morto suo figlio Giorgio, faceva avanti indietro dal policlinico Gemelli. «Non bisognerebbe sopravvivere ai propri figli», aveva confidato in un’intervista. Il dolore per la grave perdita si era sommato alla fragilità derivata dai postumi di una frattura all’anca. «Spero, come tutti, di morire nel sonno», aveva detto sempre in quell’occasione. E in un’altra: «Seppellitemi sul Centrale» del Foro Italico, a testimonianza del legame indissolubile con lo sport che gli ha regalato soddisfazioni e celebrità. Notiziari, agenzie e siti sono alluvionati da dichiarazioni, ricordi, manifestazioni di gratitudine. «I successi sportivi e l’umana simpatia gli hanno procurato l’affetto di tanti italiani», così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «È stato un campione capace di ispirare diverse generazioni e che ha portato in alto il nome dell’Italia nel mondo», il premier Giorgia Meloni. «È sempre stata una persona che ha diviso proprio perché era coraggioso, trasparente e non ha mai avuto paura di prendere posizioni scomode, anche fino all’ultimo», lo ha ricordato Licia Colò, l’ultimo suo grande amore. «In una società dove tutti fanno gli equilibristi, io mi sono innamorata del suo coraggio».

Riconosciuto a lungo come il più grande tennista italiano di sempre, dal rovescio molto elegante, pativa un filo di imbarazzo nel dover ammettere che qualcuno dopo di lui l’aveva superato. Aveva digerito male la sconfitta al quinto set da Adriano Panatta ai campionati italiani del 1970 che segnò un piccolo cambio d’epoca. Ora soffriva i trionfi e gli elogi universali a Jannik Sinner, «il miglior tennista italiano di tutti i tempi, forse austriaco», gli è scappato una volta, criticandolo anche per la rinuncia a disputare la Davis. Un’altra volta lo aveva elogiato: «Questo ragazzo on ha più un punto debole, è sempre perfetto. Anzi, è quasi noioso da quanto è bravo».

Ironico, megalomane al limite della strafottenza, amante della mondanità, tombeur de femmes («ma ho avuto solo quattro grandi amori e sono sempre stato lasciato»), Nicola Pietrangeli nasce a Tunisi da padre abruzzese ricco di famiglia e gran sportivo, e madre russa che, separata dal conte Chirinski, gli trasmette il titolo nobiliare. In quell’angolo d’Africa, protettorato francese, il padre viene internato in un campo di prigionia dove riesce a costruirsi un campo da tennis. È lì che, andato a trovare il papà, il piccolo Nicola prende in mano la sua prima racchetta. Espulsi dalla Tunisia, i Pietrangeli arrivano a Roma quando lui ha 13 anni, non sa una parola d’italiano, ma socializza giocando a calcio in Piazza di Spagna. Sebbene il padre lavori all’ambasciata francese, sceglie la cittadinanza italiana. Gli esordi sportivi sono nelle giovanili della Lazio, ma quando lo cedono alla Viterbese, il giovane Nicola sceglie il tennis, senza però abbandonare il calcio. «Ero amico di Maestrelli che mi faceva allenare con la Lazio dello scudetto», quella di Giorgio Chinaglia e altri campioni: «Se a diciotto anni non avessi smesso per fare il tennista, non si sarebbe sentito parlare di Gianni Rivera», ha sparato una volta tra il serio e il faceto. Dopo il secondo successo al Roland Garros, nel 1960 arriva ai quarti di Wimbledon, ma Rod Laver lo ferma battendolo 6-4 al quinto set. L’anno dopo però si rifà, sconfiggendo il grande australiano, in quel momento il più forte al mondo, nella finale degli Internazionali di Roma.

Nell’indole del campione, autoironia e autostima si mescolano a una certa permalosità. Nel 1968, iniziata la fase discendente della sua splendida carriera, ai quarti dei campionati italiani di Milano, Pietrangeli si trova davanti il campione juniores, un certo Panatta. «Attento, che il ragazzo gioca bene», lo avvertono. Inizia la partita e il ragazzo sfodera palle corte a raffica: «Regazzì, guarda che le palle corte le ho inventate io». Alla fine vince lui, ma in spogliatoio Panatta gli fa: «La saluta tanto mio padre». Solo allora Pietrangeli lo riconosce: era «Ascenzietto», il figlio di Ascenzio, il custode del tennis Parioli di Roma. Due anni dopo si ritrovano in finale agli Assoluti di Bologna e Adriano, non più Ascenzietto, la spunta. Il passaggio del testimone era previsto e naturale, ma per Pietrangeli, avanti 4-1 nel quinto set, la sconfitta è una detronizzazione. La ruggine non si dissolve nemmeno dopo la conquista della prima Coppa Davis italiana. L’anno prima la nazionale è stata eliminata al turno d’esordio. Nel 1976 Panatta ha appena vinto Roma e Parigi, ma è Pietrangeli a tenere insieme la squadra composta da personalità molto diverse e a convincere politici e media che la trasferta nel Cile di Augusto Pinochet s’ha da fare. Ci sono interrogazioni in Parlamento, proteste nelle piazze. Nicola si confronta con Giancarlo Pajetta, Domenico Modugno persino gli Inti Illimani. L’argomento che alla fine fa breccia è: «Noi vogliamo vincere la coppa non difendere Pinochet». L’anno successivo, sempre con Pietrangeli capitano, arrivano in finale, sconfitti a Sydney dall’Australia. Poi c’è la resa dei conti. Paolo Bertolucci si fa interprete della necessità di un cambio di rotta. Il sodalizio si rompe, ma Pietrangeli si sente tradito soprattutto da Panatta che, da figlio unico, con una certa enfasi considerava come «il fratello più piccolo che non avevo mai avuto».
Ieri Panatta ha voluto sottolineare la loro grande amicizia: «Nicola era il mio amico, anche se ci beccavamo ogni tanto, ma era un gioco che facevamo. Lo voglio ricordare con allegria, è stato un personaggio straordinario, al di là di essere un campione assoluto. Alla mia nascita lui era già una promessa, poi abbiamo fatto un po’ il cambio della guardia. Abbiamo anche giocato insieme, ci siamo divertiti, abbiamo fatto le vacanze insieme. Io e Nicola eravamo molto amici». Bertolucci e Barazzutti lo hanno ricordato come il loro «primo eroe». Il capitano di Davis Filippo Volandri come «un gigante». A Licia Colò che pochi giorni fa è andata a trovarlo aveva confidato: «Sono stanco di essere stanco». Ora non lo è più.

 

La Verità, 2 dicembre 2025

 

 

La triste scelta delle Kessler, gemelle in tutto

Inseparabili fino alla fine. Gemelle in tutto. Anche nell’ultimo atto: scegliere la morte, insieme. Alice ed Ellen Kessler sono state ritrovate ieri senza vita nella loro casa a Grünwald, vicino a Monaco di Baviera, dove vivevano in due appartamenti attigui, divisi da una parete scorrevole. Secondo il quotidiano Bild hanno fatto ricorso al suicidio assistito. Avevano compiuto 89 anni lo scorso 20 agosto. Gli agenti di polizia sono stati informati dopo che le due donne erano già decedute e quando sono arrivati non hanno potuto far altro che constatarne il decesso. A determinate condizioni, la legge tedesca consente la pratica del suicidio assistito. Secondo indiscrezioni, la loro eredità andrà a Medici senza frontiere: «Non abbiamo parenti. Loro sono seri, rischiano la vita per gli altri», avevano dichiarato.
Nate a Nerchau, vicino Lipsia, in territorio che dopo la Seconda guerra mondiale passa alla Germania est, a 16 anni fuggono a Ovest per diventare danzatrici al Palladium di Düsseldorf. L’avvenenza, la statura, la particolarità di essere gemelle spalanca loro le porte dei migliori teatri. Approdano al Lido di Parigi, nelle Bluebell girls. Ma non saranno solo ballerine. Sono versatili, eclettiche, cantano, recitano. E vivono tutto in simbiosi. Debuttano nel cinema, inaugurando una carriera che le porterà a esibirsi al fianco di star come Fred Astaire e Frank Sinatra.
In Italia atterrano nel gennaio del 1961, quando esiste solo il primo canale Rai. Il regista principe è Antonello Falqui, il direttore d’orchestra Gorni Kramer, il coreografo Don Lurio, i cantanti sono il Quartetto Cetra. Il programma si chiama Giardino d’inverno, loro volteggiano calamitando gli sguardi sulle chilometriche gambe, lasciate scoperte dall’abito che si ferma alle anche. Il loro fascino nordico è il contraltare di quello latino delle maggiorate che imperversano nel cinema. L’Italia è in pieno boom economico e l’ottimismo s’irradia anche da Cinecittà e dal Teatro delle Vittorie. Ma i costumi sono ancora rigidi. Lo scandalo è troppo per la Rai di Ettore Bernabei che impone alle «gemelle teutoniche» pesanti calze di lana scura. Ma Alice ed Ellen hanno il gradimento del pubblico e il tabù della censura fa da volano. Nel varietà successivo, lo storico Studio uno con Mina, interpretano la sigla Da-da-un-pa che rimarrà una delle loro canzoni più famose. Anche i registi cinematografici si accorgono di loro. Recitano ne Il giovedì di Dino Risi e poi ne I complessi, con Alberto Sordi. In un’altra edizione di Studio uno la sigla finale intitolata La notte è piccola suona gradevole presagio per il grande pubblico del sabato sera. A teatro, si cimentano nei musical di Garinei e Giovannini, ma sconfinano anche in quello impegnato di Bertolt Brecht. In una puntata dell’Odissea televisiva interpretano le sirene. Anche la pubblicità si accorge dell’enorme popolarità delle gemelle tedesche, trasformandole in seducenti testimonial dei Caroselli di un importante marchio di calze femminili. Sono presenza irrinunciabile della grande stagione dei varietà, dopo Studio uno, Biblioteca di Studio uno, Canzonissima, Milleluci. Al fianco ancora di Mina, Raimondo Vianello, Raffaella Carrà e Johnny Dorelli, forse il preferito «per il suo stile internazionale». Lavorano anche con Pippo Baudo, ma con lui rimane un rapporto solo professionale. Molta più familiarità s’instaura invece con Franco Zeffirelli anche se, al contrario, non hanno motivo di lavorare con lui. A quarant’anni, confermando una certa spavalderia che le ha sempre accompagnate, posano per Playboy. Sempre insieme. Il sogno erotico degli italiani resiste. Sempre fianco a fianco, non solo per motivi di carriera, si allontanano temporaneamente solo a causa delle rispettive storie d’amore. Alice è stata a lungo compagna di Enrico Maria Salerno, Ellen di Umberto Orsini.
Negli anni Ottanta diventano conduttrici, su Rai 2 (Buonasera con… Alice ed Ellen Kessler) e Rai 3 (La fabbrica dei sogni). Approderanno anche a Mediaset (Una rotonda sul mare e Super Ciro).
Quando si ritirano tornano a vivere in Germania, vicino a Monaco di Baviera. Ma non disdegnano qualche viaggio, sempre in Italia, magari per essere ospiti del Festival di Sanremo, come nel 2014. L’addio alle scene è pragmatico e senza rimpianti: «Quello che potevamo fare dieci anni fa non possiamo più farlo», avevano dichiarato in una recente intervista, «quindi perché mostrarsi se non abbiamo più la capacità di essere brave come una volta?».
Sempre nella stessa intervista al Corriere della Sera, parlando della morte, avevano dichiarato: «Il nostro desiderio è andarcene insieme, lo stesso giorno. L’idea che a una delle due capiti prima è molto difficile da sopportare». In un’altra conversazione con un quotidiano tedesco avevano detto che desideravano essere cremate e che le loro ceneri fossero «conservate in un’unica urna con quelle della madre». Dopo la notizia della morte con il suicidio assistito Mara Venier ha rivelato: «Sono venute spesso da me a Domenica In e sono sempre state molto disponibili. Le avevo fatte chiamare anche recentemente, ma mi avevano detto che una delle due non stava bene».
Inseparabili durante la vita. Inseparate nell’ultima ora.

 

La Verità, 18 novembre 2025

 

Baudo, l’uomo maggioranza chiamato televisione

L’altra sera, quando è arrivata la notizia della morte di Pippo Baudo, la programmazione di Rai 1 è stata doverosamente rivoluzionata. Mentre giungevano i messaggi di cordoglio di Sergio Mattarella e Giorgia Meloni, Giorgia Cardinaletti ha preso le redini dell’edizione straordinaria del Tg1 e, con la successiva versione extralarge di Techetechetè, ha dato corpo a una lunga, interminabile, sfilata di amarcord di grandi firme dello spettacolo. Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo detto Pippo, da Militello, Catania, figlio unico di Giovanni, avvocato, e Enza, casalinga, è stato il più influente uomo della televisione italiana. Presentatore, conduttore, autore, regista sul palco dei programmi e degli eventi di cui era indiscusso mattatore. Ancora e soprattutto: grande scopritore di talenti. Creatore di carriere. Dispensatore di consigli per sfondare a generazioni di attori, comici, presentatori, showgirl e soubrette, spalle e comprimari. Un impresario, come si diceva una volta, in servizio permanente effettivo. Al punto che anche negli ultimi anni, quando si sentiva in forze prima che la malattia lo piegasse, lo si sapeva amareggiato perché non aveva la possibilità di realizzare le idee che ancora lo animavano.
Rai, madre e matrigna? Rai, unico grande amore. Passioni e amarezze a parte, nelle ore successive alla scomparsa, televisione e giornali si sono trasformati in un unico, gigantesco, «techetechetè». Un diario della nostalgia. Un almanacco della memoria. Le carriere di Lorella Cuccarini, Heather Parisi, Beppe Grillo, Anna Marchesini Tullio Solenghi Massimo Lopez, Milly Carlucci, Bianca Guaccero, Carlo Conti, Laura Pausini, Giorgia, e chissà quanti se ne dimenticano, sono l’album di famiglia della tv italiana. Persino Barbara D’Urso, una vita in Fininvest-Mediaset cominciando da TeleMilano, ha voluto iscriversi alla lunga lista citando il suo esordio in Rai nel 1980. Solo Rosario Fiorello, respinto a un primo provino, smentisce come un’eccezione la regola aurea dell’essere stati scoperti da Superpippo. Primo errore, nessuno è perfetto.
Pippo Baudo è stato un grande costruttore di programmi che, grazie alla cura e alla professionalità, diventavano evento in tempi in cui la parola non esisteva o non era ingiustificatamente inflazionata come oggi. Con lui, il sabato sera era un evento abituale. Per gli ospiti, per le invenzioni, per l’idea di indossare lo smoking e farlo indossare virtualmente anche al telespettatore dell’Italia di fine Novecento. Canzonissima e Fantastico, poi 13 edizioni di Domenica in come 13 sono i Festival di Sanremo, solo per citare i più importanti (ma ce ne sarebbero decine di significativi, dal primissimo Settevoci, estratto dal cassetto solo per tappare un buco di palinsesto e poi divenuto un successo a dispetto della bocciatura dei vertici, a Novecento, trasmesso su Rai 3).
Un uomo chiamato televisione. Più di Mike Bongiorno, un gigante anche lui ma forse meno presenzialista; più di Raimondo Vianello, raffinato gentiluomo dotato di eccelsa ironia; più di Corrado Mantoni, campione di eleganza e professionalità, Baudo ha talmente segnato la storia del piccolo schermo italiano da far dire che c’è una televisione con lui e una senza di lui. Quello spilungone intraprendente e magniloquente incarnava il buon senso comune, la medietà, il saper essere di famiglia con tutti. Rassicurante e moderno, conservatore e innovatore, protagonista e accentratore, direttore d’orchestra abile a concedere il giusto spazio ai solisti di cui si circondava. Un modo di essere, di stare, di catalizzare che è diventato il baudismo.
Da sempre democristiano, i suoi referenti sono Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti. Soprattutto il primo, contemporaneamente capo del governo e segretario dc. Avellinese, come avellinese e democristiano è Biagio Agnes, potentissimo direttore generale in Viale Mazzini. Pippo Baudo è «il centro; culturale, politico, sociale», scrive di lui Edmondo Berselli. È il baricentro della Rai. In grado, in certi momenti, di reggere quasi da solo l’urto della concorrenza della tv commerciale. È «l’uomo maggioranza», quando le minoranze sono ancora tali. Oltre la sua, c’è la televisione alternativa. Quella di Renzo Arbore (anche se L’altra domenica va in onda su Rai 2 durante la Domenica in di Corrado), con Indietro tutta e Quelli della notte. E quella di Fabio Fazio (che con lui non ha mai lavorato). Ma siamo ancora nell’ambito di un pluralismo rispettoso. Violato da un eccesso di Beppe Grillo nel Fantastico del 1986, proprio mentre ascende la stella di Bettino Craxi. Commentando il viaggio della delegazione Psi in Cina, il comico spara: «Ma se lì sono tutti socialisti a chi rubano?». L’orizzonte si annuvola: accusato dal presidente Enrico Manca di mettere in scena uno spettacolo «nazionalpopolare», Baudo capisce che l’aria è cambiata. Maestro nel togliere il campione in forza all’avversario, Silvio Berlusconi lo seduce con un contratto da 50 miliardi di lire in cinque anni e il ruolo di direttore artistico delle sue reti. Secondo errore, il Biscione non è casa sua. Antonio Ricci e Maurizio Costanzo certo non si sperticano per farlo sentire a suo agio. Dura un anno, fin quando concorda con il Cavaliere l’interruzione anticipata del rapporto. L’esosa penale è la palazzina al Circo Massimo di Roma, dove verrà sistemata la redazione del Tg5 (Berlusconi aveva previsto tutto). Ritorna all’ovile e dopo un breve purgatorio su Rai 2, riparte dalla rete ammiraglia. Prima Fantastico e poi un altro Sanremo, dove deve fermare «Cavallo pazzo» (Mario Appignani) che minaccia di gettarsi dalla galleria dell’Ariston. Seguono alti e bassi, un Festival che non convince, il coinvolgimento in un’inchiesta sulle telepromozioni e, nel 1997, un’altra breve e infelice fuga a Mediaset. Recidivo. Dopo un paio di flop, torna alla casa madre. Conduce Giorno dopo giorno, un programma sui fatti del ventesimo secolo del pomeriggio di Rai 3. È il 2000 e il successo lo spinge in prima serata e poi addirittura su Rai 1, con il nuovo titolo di Novecento. È l’ultima, sorridente, rivincita. Farà ancora un paio di Festival, quello con Piero Chiambretti non sarà un successo. L’Italia è cambiata anche per l’uomo maggioranza. Ora le minoranze sconfinano e vogliono dettare i codici del bon ton di tutti. Nella primavera del 2021, quando imperversa la campagna per il ddl Zan e al Concertone del Primo maggio Fedez accusa di omofobia alcuni politici, Baudo dichiara che, se avesse condotto lui, avrebbe spento le telecamere.
I funerali si celebreranno mercoledì a Militello. Ieri molti artisti e volti noti, da Maria De Filippi a Beppe Grillo a Lorella Cuccarini, hanno sfilato al Campus Biomedico di Roma, dov’è morto. Lui aveva già salutato tutti. Sabato, in prima serata.

 

La Verità, 18 agosto 2025

Fenomenologia in 10 parole di Sinner, il prodigio

Sinner the winner. Un italiano in cima al mondo. Un marchio. Un brand da esportare, nel più globalizzato degli sport (si gioca in tutti i continenti, 11 mesi l’anno). Un ragazzo che unifica anche oltre gli steccati della politica. Il suo trionfo è stato salutato a tutte le latitudini, da Giorgia Meloni a Elly Schlein fino a Giuseppe Conte. Fa eccezione la solita tribù dei rosiconi e dei leoni da tastiera che gli imputano la cittadinanza monegasca, l’eccesso di spot pubblicitari, il patteggiamento per il caso Clostebol (imputabile ai suoi precedenti collaboratori, salomonicamente licenziati). E fa eccezione anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di cui non sono pervenuti messaggi di congratulazioni. Un silenzio che fa rumore. Una piccola ripicca per il mancato bacio della pantofola al rientro dal successo agli Australian open nel gennaio scorso, quando i medici consigliarono al campione altoatesino qualche giorno di riposo. Per il resto, in schiacciante maggioranza, siamo orgogliosi di questo ragazzo di Sesto Pusteria, ricci rossi e gambe da stambecco, che incarna un particolare modo di essere. Una filosofia. Uno stile, forse. Ma nulla di stiloso o di costruito perché genuino e autentico. Nel cerimoniale postpartita, la principessa del Galles Kate Middleton ha rivelato a un emozionato Jannik che i suoi figli George e Charlotte giocano a tennis: «Sei un’ispirazione per loro». Per anni ci siamo sentiti fortunati ad assistere alle mirabilie dei Big three, Roger Federer, Rafa Nadal e Novak Djokovic. Ora possiamo non attardarci sul loro tramonto perché già possiamo godere della feroce e leale rivalità dei Big two, Jannik Sinner e Carlos Alcaraz. Anzi, possiamo goderne di più, visto uno dei due è italiano. In questa fenomenologia proviamo a raccontarlo in dieci parole chiave.

Accettare
Le battute d’arresto e le sconfitte. A cominciare da quella traumatica, lacerante, di un mese fa sul centrale del Roland Garros di Parigi. «Dopo quella sconfitta non mi sono lasciato andare», ha confidato domenica dopo il trionfo. «Sono riuscito a gestire il dispiacere e soprattutto il rimpianto. Intendiamoci, non è stato facile accettare quel risultato. Ma ho capito cosa avevo sbagliato, ho lavorato, non mi sono fermato». Pensieri agli antipodi di quelli degli studenti renitenti all’esame orale di maturità perché critici del sistema di valutazione dei voti.

Controllo
Niente euforia né vertigini da vittoria. «Non sono uno che piange per l’emozione», ha svelato. «A volte ho fatto fatica, mentalmente forse più in allenamento, perché in partita riesco a “staccare” la mente e a giocare. E credo che questo mi abbia aiutato molto».

Famiglia
Riferimento costante, citazione puntuale. E pazienza se per qualcuno è retorica. Presenza affidabile anche nei momenti difficili. «La settimana dopo Parigi è stata tranquilla, molto tranquilla. Sono andato a trovare i miei genitori, abbiamo fatto una grigliata, ho visto i miei amici, abbiamo giocato un po’ a ping pong, fatto cose normali (tra le quali portare il gatto dal veterinario con la Panda della mamma ndr). Proprio quello che mi serviva dopo un torneo stressante. A me piace sempre ritrovare serenità con le persone che mi conoscono davvero».

Lavoro
Una delle parole frequenti nel vocabolario sinneriano. Sinonimi: disciplina, applicazione, costanza. Non ci sono altri segreti, oltre ai doni di cui la natura, il Padreterno, lo ha dotato. Far fruttare il talento ricevuto. Moltiplicarlo, con la dedizione e l’impegno quotidiano.

Miglioramento
Altra parola ricorrente. Forse il suo vero mantra, sembra non pensare ad altro: dove e come posso migliorarmi. «A 23 anni non credo di essere al 100%, quindi ci sono tante cose, anche piccole, che fanno la differenza, lo 0,1%, ma sono quelle che contano. Sono alla ricerca proprio di quelle». Un’ossessione non ossessiva, ma costruttiva. Che lo aiuta ad affrontare con abnegazione il lavoro di ogni giorno.

Perfezione
Irraggiungibile, ma un traguardo cui tendere. «Il tennista perfetto», titolava ieri la Gazzetta dello sport il commento di Paolo Bertolucci. C’è uno spot pubblicitario che rende in modo scanzonato e autoironico questa attitudine. È quello di un marchio di caffè che si svolge nel backstage dello spot stesso, dove è lui a chiedere di provarlo, riprovarlo e riprovarlo ancora, fino all’esasperazione dell’intero staff. Si può sempre fare meglio.

Solidità
Forse, insieme al ritmo e alla potenza dei colpi, è la caratteristica principale del suo tennis. Non ha punti deboli, crepe nelle quali l’avversario possa infilarsi e far leva. Dritto e rovescio si equivalgono. Sotto la cura dei due coach, Simone Vagnozzi e Darren Cahill, negli ultimi due anni ha migliorato parecchio il servizio e il gioco a rete. Forse non dispone di un repertorio infinito come quello di Alcaraz, ma il suo standard è più autorevole e costante.

Storia
«Ho solo 23 anni, credo sia sbagliato parlare di storia. Aspettiamo a fare affermazioni del genere. Mi sento fortunato a essere italiano e penso che l’Italia si meriti tante cose belle. Sono contento di far parte di questa storia». Anche se non passa obbligatoriamente dalle ospitate al Festival di Sanremo o dall’essere un habitué del Quirinale.

Team
Praticamente la sua famiglia allargata. «Sono circondato da persone che mi vogliono bene, capaci di accettarmi per quello che sono e di farmi capire le cose che posso fare meglio». Nella squadra dev’esserci armonia, piena sintonia e condivisione del piano di lavoro. Darren Cahill, che prolungherà la sua collaborazione, ha un ruolo più paterno e di saggio consigliere, attento anche agli aspetti psicologici. Simone Vagnozzi è un confidente, un fratello maggiore, espertissimo sia dal punto di vista tattico che tecnico. Mix vincente (che verrà integrato).

Testa
Tra i tanti, il talento più spiccato. Solidità, controllo e predisposizione positiva che non hanno paragoni. È qui la genesi della resilienza di Jannik, la capacità di ribaltare le situazioni. Tutti ricordiamo i tre match point annullati a Djokovic nella semifinale di Coppa Davis del novembre 2023, una sorta di sliding door. Domenica, nel terzo set, sul 3 a 4, 30 pari, si giocava un punto decisivo. Poteva portare alla palla break che avrebbe potuto aprire la strada a Carlitos. Dopo la prima palla di servizio out, si è inventato un ace di seconda. A seguire un altro ace per aggiudicarsi il game. La testa s’impone nei momenti chiave.

 

La Verità, 15 luglio 2025

Il Papa mediatico che ha sminuito il soglio di Pietro

Il Papa informale. Il Santo padre della normalità. Il capo della Chiesa ordinario. Sul piano dei segni, il pontificato di Jorge Mario Bergoglio può essere definito con formule vagamente aporetiche. Paradossali e contraddittorie. È stato il primo gesuita a diventare Papa e il primo a chiamarsi Francesco. Tra le molte caratteristiche dei suoi dodici anni di papato ce n’è una, apparentemente esteriore, rimasta invariata dall’inizio alla fine quasi fosse uno degli obiettivi principali, per la quale sarà a lungo ricordato. È l’azione sminuente, l’intento ridimensionatorio, la riduzione dell’eccezionalità del successore di Pietro. Se ne ebbe immediata percezione fin dalla sera stessa della proclamazione dal balcone di San Pietro, era il 13 marzo 2013: «Fratelli e sorelle, buonasera». Quel saluto così familiare, che suscitò l’ovazione della folla sulla piazza dopo la fumata bianca, conteneva già in nuce i tratti spiccatamente orizzontali che papa Francesco avrebbe dato alla sua comunicazione. Era iniziata una robusta e controversa revisione della figura del Pontefice. Non più il Capo del popolo di Dio e il Vicario di Cristo in terra, ma appunto, «il vescovo della chiesa di Roma». Concetto ribadito anche quando chiese ai presenti di pregare sia per «il vescovo emerito Benedetto XVI» che per sé stesso.
Da Papa, parola mai pronunciata in quell’occasione, a vescovo. Un declassamento oggettivo. La scomparsa dell’orizzonte universale dell’autorità a vantaggio di una dimensione provinciale. Una retrocessione gerarchica simbolica voluta per avvicinare la figura del Pontefice ai fedeli, alla Chiesa del popolo di cui Bergoglio si riteneva espressione.
Quella sera aveva deciso di continuare a portare al collo la croce d’argento del Buon Pastore adottata quand’era cardinale di Buenos Aires e di non indossare il crocifisso di metallo più pregiato usato dai suoi predecessori. Passarono pochi giorni e un’altra scelta ne divulgò il senso di assoluta normalità. Fu quando annunciò che avrebbe vissuto nella Casa Santa Marta, l’albergo vicino a San Pietro dove tradizionalmente alloggiavano i cardinali in trasferta a Roma per i lavori del conclave. Ci fu chi disse che aveva preso quella decisione per «motivi psichiatrici». Detto meno prosaicamente, si trattava della preferenza per una vita comunitaria rispetto all’isolamento e al lusso degli appartamenti pontifici.
Nei primi anni del pontificato alcune scelte furono di rottura con il passato. Francesco aveva abitudini diverse rispetto a quelle di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II. In un misto di sobrietà e pauperismo, rifiutò calzature rosse per indossare scarpe nere, scelse una Fiat 500 al posto della Mercedes come «Papamobile». In occasione del primo viaggio pastorale in Brasile, luglio 2013, per la Giornata mondiale della gioventù, la sua foto mentre saliva la scaletta dell’aereo con in mano la cartella personale fece il giro del mondo.
Gli piaceva stupire rompendo i protocolli vaticani per andare in centro a Roma, dall’ottico a cambiare le lenti degli occhiali o dal calzolaio per acquistare le scarpe ortopediche. Gli piaceva telefonare a semplici cittadini, magari protagonisti di storie dolorose, ai quali una chiamata improvvisa – «Pronto, sono papa Francesco» – cambiava la vita. Un ragazzo autistico, una donna che sceglie di non abortire, un padre al quale erano morti due bambini, un istituto penitenziario, persone ammalate. Poi a Emma Bonino, leader radicale e ad alcuni programmi televisivi.
Dopo il primo incontro e la controversa intervista concessa a Eugenio Scalfari, che aveva l’abitudine di riportare la conversazione esclusivamente in base alla sua memoria venendo puntualmente corretto dall’ufficio stampa vaticano, con il passare del tempo il rapporto con i media divenne una delle sue grandi passioni. Soprattutto se si trattava di dialogare con testate laiche. Allentato il rapporto con il fondatore di Repubblica, il posto d’interlocutore privilegiato nei media mainstream fu preso da Fabio Fazio. Nel marzo del 2020, in piena quarantena per il Covid, intervistato sempre da Repubblica, disse di essere stato colpito proprio dalle riflessioni scritte sul quotidiano dal conduttore di Che tempo che fa. Eravamo passati da Ratzinger che citava Sant’Agostino a Bergoglio che promuoveva a maestro Fabio Fazio. Fortunatamente, una decina di giorni dopo, Francesco recuperò la dimensione planetaria della sua carica facendosi interprete della sofferenza del mondo in una drammatica preghiera sul sagrato deserto di San Pietro. Più ancora delle encicliche, delle lettere pastorali e degli inviti alla pace e al disarmo, forse è stato quello il gesto la comunicazione più potente del suo pontificato. Quello per il quale, complice la singolarità del momento che l’umanità attraversava, verrà ricordato. Certamente molto più della sua ultima e dimenticabile apparizione televisiva, il 12 febbraio scorso all’Ariston durante il Festival di Sanremo, due giorni prima di essere ricoverato al policlinico Gemelli. E ancor più della sua bizzarra uscita a San Pietro, indossando un poncho sopra pantaloni da pensionato argentino.
Frequentava ambienti e situazioni mainstream perché voleva essere il Papa della porta accanto. Perché voleva mostrarsi il Papa del popolo. Anzi, del pueblo. Un Papa informale. Tuttavia, forse si può dire che nel cristianesimo la forma è sostanza perché il divino si è incarnato. Quanto alla sua stessa carica, deriva dall’investitura di Cristo a Pietro, Vicario terreno, rappresentante dello Sposo della Chiesa. E, considerati lo spirito del tempo immolato al nichilismo, l’avvento della società liquida, il ritorno delle guerre e l’esplosione delle pandemie, il bisogno di autorità sicure e incrollabili emerge ancora più drammatico e assoluto. Perché, in questa situazione, abbassarsi rischiando di omologarsi al pensiero unico e al mondialismo indistinto?

 

La Verità, 22 aprile 2025