Nella seconda serie gli 883 sembrano i Blues Brothers

La sovrapposizione tra la seconda stagione della Leggendaria storia degli 883 e il secondo disco di Max Pezzali e Mauro Repetto è già nel titolo. Entrambi si chiamano Nord sud ovest est, ma soprattutto sono entrambi, la serie come l’album, attesi «al varco». Ma cosa sarà poi ’sto varco? La conferma, meglio ancora la crescita, dopo la prova d’esordio. Case discografiche, Festivalbar e critici musicali son tutti ad aspettare di capire se quei due sbarbati di provincia sono qualcosa di reale e credibile e non una delle tante meteore che hanno brillato una sola estate. C’è vita dopo Hanno ucciso l’Uomo ragno? E c’è una storia vera, una storia che tiene dopo il successo della prima stagione su Sky, apprezzata da (quasi) tutti, pubblico e critica, per la freschezza, la leggerezza e l’approccio schietto? Sydney Sibilia e Matteo Rovere (Groenlandia del Gruppo Banijai e Sky Studios) scommettono di sì e vincono. Non solo perché con quasi 1,5 milioni di telespettatori medi di total audience nella prima settimana per gli episodi d’esordio sono il debutto migliore di una serie su Sky degli ultimi cinque anni. Ma anche perché il tono scanzonato immune a moralismi e ideologie, la qualità della scrittura e la cura dei dettagli continuano a trasmettere l’originalità dell’epopea 883 che, nei primi Novanta, dalla provincia degli outsider spopola nel dorato mondo solo con la forza del talento e dell’amicizia. Come per il secondo disco anche per la seconda stagione, confermarsi è più difficile che affermarsi, ma Nord sud ovest est ci riesce perché riesce a raccontare il vuoto d’aria di Max e Mauro (Elia Nuzzolo e Matteo Oscar Giuggioli) dopo il successo inaspettato del primo disco, eppure «solo» al quarto posto nelle classifiche di vendita. Del quarto arrivato in qualsiasi gara non si ricorda nessuno e adesso, per arrivare in cima, servono le «canzoni della maturità». Ma, scolasticamente parlando, la maturità l’hanno mancata e chissà nella vita e nella musica. Ma chissenefrega, maturi non lo saremo mai, conclude Max con la sua aria da timido che però al momento giusto spiazza tutti perché sa quello che vuole come un Forrest Gump di Pavia. Così, dopo l’attesa al varco, salta per aria anche il luogo comune delle canzoni della maturità. Il successo, a volte, scaturisce anche da robuste dosi di improvvisazione. Sibilia sembra esserne molto consapevole e le vicende sentimentali dello sprovveduto Max, con il suo perenne spiazzamento lunare, ne sono una conferma. Il terzo episodio che racconta come nacque Rotta x casa di Dio sembra un piccolo spin off di The Blues Brothers di John Landis.

 

La Verità, 18 ottobre 2026

Cosa farà da grande Zaia, il leghista progressista

L’uomo è di parola e mantiene le promesse. Aveva detto che a Pontida ci sarebbe andato e così è stato, sebbene lo slogan dell’annuale raduno leghista – «Non passa lo straniero» – fosse di quelli un filo troppo definitivi per lui. Ma Luca Zaia, il Doge con la passione dei cavalli fa quello che dice e quindi eccolo lì, sul palco della celebre spianata, nonostante quello slogan. Del resto, lui è il leader del «Sì, ma…», un po’ come Walter Veltroni è l’uomo del «ma anche». Sì, basta clandestini, ma gli immigrati ci servono. Sì, vogliamo l’autonomia differenziata, ma intanto approviamo la legge regionale sul Fine vita. Zaia è il Veltroni del centrodestra, senza l’allure intellettuale del fondatore dell’Ulivo, ma con la stessa capacità di mediazione, di arrotondare gli spigoli e di liofilizzare i concetti. Come davanti a Veltroni, anche quando parla Zaia, con la sua dialettica leggera, inclusiva e inoffensiva, viene in mente la birra analcolica e la pizza vegana. Sui suoi obiettivi, però, non deflette. Furbo e manovriero uomo del fare, da presidente del Consiglio regionale ha voluto far capire chi ancora comanda nella Serenissima. Due anni fa la legge sul suicidio assistito era stata bocciata per un solo voto, stavolta è passata con una maggioranza netta. Favorevoli gran parte dei consiglieri leghisti e gli uomini dell’opposizione, contrari gli esponenti di Fratelli d’Italia, astenuti quelli di Forza Italia. Così, sulla scorta dell’ascendente del suo ex Doge, il Veneto è diventata la prima regione di centrodestra ad approvare la legge sul Fine vita. Resta da vedere l’effettiva applicabilità del provvedimento in una materia così complessa e, peraltro, in contrasto con la linea del governo, ma intanto il segnale è chiaro.

Fin dai tempi in cui fu eletto con 61 voti consigliere comunale di Godega di Sant’Urbano, suo paese natale nel trevigiano, Zaia fa quello che dice. Anche se deve imbastire alleanze trasversali che assorbano pure la sinistra. Quello che invece non dice non lo fa, forse perché ancora non lo sa neanche lui. Se gli chiedete che cosa farà da grande, per esempio, potreste sentirvi rispondere alla veneta: «Se femo ’no spritz?». O, in alternativa, che dopo le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, d’intesa con Giovanni Malagò, gli piacerebbe portare a Roma quelle estive. Parliamo del 2032, perché quelle del 2028 sono già incardinate a Los Angeles. Zaia guarda lontano, ma da qui a sei anni possono succedere diverse cose, soprattutto considerando a quante cariche l’ex ministro dell’Agricoltura del Berlusconi IV è candidato in pectore. Nel 2017 quando non si sapeva se il Cavaliere avrebbe potuto ripresentarsi, per dire da quanto il suo nome volteggia sopra i palazzi, fu proprio Berlusconi a sponsorizzarlo come possibile premier del centrodestra. «Una manfrina», liquidò lui la faccenda. Oggi il ventaglio delle possibilità è a 180 gradi. Segretario di una Lega desalvinizzata. Segretario di una Forza Italia marinaberlusconizzata. Ministro della Sanità di un nuovo governo di centrodestra. Addirittura, sussurra qualcuno, possibile candidato al Quirinale in quanto moderato votabile da settori progressisti che non farebbero fatica a convergere su di lui guardando al suo orientamento sui diritti arcobaleno. Sostenitore del mantenimento della legge 194 («Io devo far osservare la legge, il prete no»), fautore del Centro per i disturbi sull’identità di genere presso l’università di Padova, favorevole ai corsi sull’affettività nelle scuole medie, molto preoccupato per l’omofobia in occasione del dibattito sul ddl Zan… Il tutto, beninteso, «da cattolico», come tiene a precisare, forse per proteggere la base dei consensi; salvo poi assumere posizioni così radicaleggianti da confliggere con quelle di Santa Romana Chiesa.

La maggioranza coagulata in Veneto in occasione del voto sul suicidio assistito è stata una buona prova generale. Nelle interviste lui nicchia e ammicca. È un concreto, un pragmatico, dicono gli analisti. Anche un leader paziente, che lavora sui tempi medi o lunghi. Doti derivate dalla cultura contadina, dagli studi in enologia all’istituto Cervetti di Conegliano veneto e dalla laurea in Scienza della produzione animale a Udine. Studi che lo hanno aiutato a promuovere i processi di iscrizione delle colline del Prosecco di Valdobbiadene e del Passito di Pantelleria nel patrimonio dell’Unesco. Traguardi di cui va giustamente fiero. Come dei tanti lavori fatti prima di dedicarsi alla politica: cameriere, muratore, operaio in un’impresa di pellami, istruttore di equitazione, pr in discoteca, organizzatore di feste. «Ma anche» turista con la Due Cavalli della mamma, 3000 chilometri on the road fino a Marbella.

Buon comunicatore, ha capito che non serve impuntarsi su dogmi impegnativi perché rende divisivi e fa perdere consensi. Basta dare un’occhiata a Il Fienile, il podcast fruibile su Spotify e realizzato con H-Farm, nel quale, in un contesto che sa di tradizione e identità, in realtà, conduce lunghe interviste a personalità di moda nel circuito mediatico. Come Veltroni ha sostituito il comunismo con il buonismo e l’armonia, così Zaia ha messo la modernità al posto del federalismo. La lunga marcia verso una Lega desalvinizzata continua ma senza bruciare le tappe. Però quando, nell’aprile scorso, l’ex governatore del Veneto ha pranzato a casa di Marina Berlusconi a Milano, molti hanno drizzato le antenne. Promotrice di un rinnovamento delle cariche di Forza Italia, la figlia del Cavaliere si è più volte pronunciata per l’approvazione di leggi che favoriscano i diritti civili. E, guarda caso, le prime iniziative dei nuovi capigruppo, Stefania Craxi ed Enrico Costa, sono volte a scongelare quella sul Fine vita ferma al Senato. Possono succedere tante cose, nei prossimi mesi e anni, nell’area che va dalla Lega progressista fino a Italia viva, passando per Noi moderati, Azione di Carlo Calenda e Forza Italia, che qualcuno chiama già Forza Mediaset. Con la legge sul Fine vita, Zaia ha fatto la sua puntata e aperto una linea di credito. Vedremo se si porterà a casa l’intera posta.

 

 

Il Timone, ottobre 2026

La Roccella e quella «fede» per il marito ritrovato

A volte, anche le personalità pubbliche, quelle che la vulgata chiama i potenti della Terra, sono bersagliate dalle tragedie. Eugenia Roccella ha vissuto 40 giorni di «straziante attesa», dal 27 giugno della scomparsa del marito Luigi Cavallari fino al 4 agosto scorso, giorno del ritrovamento del suo corpo. Oggi nella chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma saranno celebrate le esequie di quest’uomo colto e riservato, professore emerito di architettura, per cinquant’anni schivo compagno del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità. Appena avuta notizia del recupero del corpo del consorte dopo giorni e notti di incessanti ricerche, Roccella ha postato su Facebook un ringraziamento per i militari e gli appartenenti ai corpi dello Stato che si sono spesi nelle operazioni e «per le tante persone che mi hanno letteralmente inondato di affetto in questo momento così difficile e doloroso». Immaginiamo lo scorrere dei giorni, uno sull’altro, dopo che in quel torrido sabato pomeriggio aveva visto il marito tuffarsi nelle acque del lago in cerca di un po’ di refrigerio. E poi l’aveva visto riaffiorare un momento dicendo di sentirsi male, prima di essere di nuovo inghiottito dal lago. Definitivamente. Un paio di settimane dopo, il ministro era tornato alla sua attività nell’aula della Camera, raccogliendo l’applauso unanime dei presenti. Immaginiamo l’autocontrollo e il trepidare dell’attesa sul bordo delle ricerche continue del corpo, senza il quale il conforto della sepoltura e la possibilità di far visita alla persona amata per una vita non sarebbero state possibili. In un momento così, Roccella ha trovato in sé lo spazio per ringraziare gli altri, coloro che si sono adoperati nelle ricerche e coloro che le sono stati vicini.
Chi la conosce, o anche chi ha solo letto il suo romanzo-autobiografia, Una famiglia radicale (Rubbettino), forse il libro più osteggiato dell’ultimo decennio dalle frange delle democraticissime femministe, sa che Eugenia Roccella ha una vita segnata dalle tragedie. L’abbandono da piccola dei genitori, papà Franco e mamma Wanda, fondatore del Partito radicale lui, artista e femminista lei, che, per dedicarsi alla vita pubblica e alla militanza tra Bologna e Roma, la lasciarono in Sicilia alle cure della zia. Crebbe vedendoli molto di rado, patendone le conseguenze con l’anoressia e altre problematiche. E ancor meno li vide la sorellina minore Simonetta che, trasferita all’ospedale di Palermo per motivi di salute, vi morì sola, senza che nessuno si presentasse a riprenderla quand’era sulla via della guarigione. Una vicenda che tramortisce solo a scriverla.
Come l’attuale ministro abbia potuto riavvicinarsi ai propri genitori e accudirli, prima la madre durante la lunga malattia, e poi il padre quando, dopo i formidabili anni, si ritirò a Riesi nell’entroterra di Caltanissetta, morendo quasi dimenticato, è difficile comprendere. Umanamente, è difficile.
Grazie all’educazione della zia paterna che si fece valere con il fratello e padre della bimba, già da piccola Eugenia si era avvicinata alla fede cristiana, ricevendo il battesimo e poi la comunione, concessi dal genitore solo in virtù del suo maschilismo di stampo siciliano: «Per una donna non è così sbagliata la religione, ma voglio decidere io chi ti farà da padrino o madrina». Risultato: Sergio Stanzani, futuro segretario del Pr, e Liliana Pannella, sorella di Marco, due persone che dopo quelle volte mai più entrarono in una chiesa, accompagnarono la piccola al battesimo e alla comunione. Negli anni a venire, grazie al professore di religione di una scuola laica di Roma, Eugenia coltivò ancora il proprio senso religioso al punto che, in quella «famiglia radicale», la trasgressione era uscire per frequentare la messa domenicale. Vennero gli anni della militanza, del femminismo, delle notti insonni a discutere con il papà, Pannella e tutti gli altri, nello storico appartamento all’ultimo piano di Via della Panetteria, vicino alla Fontana di Trevi. Fu proprio il padre a presentare il futuro marito a Eugenia. «L’ho incontrato a 18 anni e non ci siamo più lasciati», ha detto lei ricordando la loro lunga storia fino a oggi. Hanno attraversato insieme anni di sogni e utopie, anni di illusioni e abbandoni. Compreso quello di Eugenia al Pr, dopo l’avvertimento di Pier Paolo Pasolini che preconizzava il tradimento dei chierici. Quando mamma Wanda si ammalò, al suo capezzale Eugenia si ritrovò ad assisterla e a pregare per la sua sopravvivenza, perdonandola per ciò che aveva fatto a lei e alla sorellina in tempi lontani. Anni dopo corse in soccorso anche del padre, trovando il denaro per saldare un debito, quando Pannella lo scaricò rinfacciandoglielo in pubblico.
Anche se si è tra i «potenti della Terra», senza il dono della fede è difficile unire i puntini di un’esistenza fitta di dolori.
«Aver ritrovato Luigi», ha scritto Roccella in quel post, «non lenisce la sofferenza del distacco ma restituisce a me, ai nostri figli, ai familiari e alle tante persone che l’hanno conosciuto e amato, la possibilità di quella “corrispondenza d’amorosi sensi” che è il legame profondo tra i vivi e chi non è più in questo mondo».
Oggi chi ha conosciuto Luigi Cavallari ed Eugenia Roccella potrà salutarli, ancora insieme.

 

La Verità, 8 agosto 2026

Il cantastorie anarchico che piaceva anche a destra

Se n’è andato nella sua Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano dove trascorreva sempre più tempo ora che faticava a leggere e per scrivere doveva farsi aiutare: Francesco Guccini aveva 86 anni, una moglie, Raffaella Zuccari, una figlia, Teresa, e contava centinaia di concerti, decine di libri e canzoni, alcune miliari, svariati Premi Tenco. Se n’è andato nella casa dei nonni paterni, il buen retiro del guerriero o, forse, del maestro di ribellioni, lui che aveva il diploma magistrale (e si era fermato alle soglie della laurea, ma aveva accettato quella honoris causa in Scienze della formazione). Ha salutato malinconicamente dalla collina pistoiese dove da qualche anno riceveva le visite dei giornalisti che vi si spingevano per stimolarne le nostalgie e celebrarne l’aura da Che Guevara della poesia, senza il basco e il sigaro, ma con un pizzico di carisma generazionale. Sebbene avesse rinunciato da tempo a comporre canzoni e a esibirsi in pubblico scegliendo di dedicarsi ai racconti, ai romanzi e ai gialli (con Loriano Machiavelli), la sua morte è una grande perdita per l’intero mondo artistico italiano. A piangerlo sono non solo gli esponenti e i rappresentanti del milieu democratico. Appresa la notizia, la Camera gli ha tributato un lungo e spontaneo applauso. L’ex premier ulivista Romano Prodi ha confidato di aver perso «un amico»; il conduttore tv Fabio Fazio ha assicurato: «Si porta un pezzo delle nostre vite»; per il presidente della Cei, Matteo Zuppi, il cantautore modenese «era un narratore dell’anima»; la segretaria del Pd Elly Schlein ha sottolineato che «non ha mai smesso di stare dalla parte degli ultimi». Per volontà dell’artista i funerali si svolgeranno in forma privata, mentre la famiglia ha dato appuntamento a Bologna in settembre per una cerimonia commemorativa.
Dall’aspetto ieratico per la statura, la chioma e la barba nerissima, Guccini comunica fin da giovane impulsi di rivolta. Non è, però, un sentimento di derivazione borghese-studentesca. Figlio della cultura contadina e di un impiegato delle Poste internato in un lager nazista per aver rifiutato l’arruolamento nella Rsi, emana un istinto di ribellione anarchica, di socialismo ottocentesco e lotte partigiane. Dopo l’esperienza fallimentare da insegnante e la parentesi di giornalista alla Gazzetta di Modena che gli consente di intervistare Domenico Modugno, fresco vincitore del Festival di Sanremo, si aggrega alle band che animano la riviera romagnola. Superato l’apprendistato nelle balere con la giacca argentata catarifrangente, i testi delle sue prime canzoni cominciano a guardare indietro. Ha conosciuto Victor Sogliani e Alfio Cantarella, due dei futuri fondatori, con Maurizio Vandelli, dell’Équipe 84, per la quale scrive Auschwitz/Bang Bang (1966). Cantata da Caterina Caselli e dai Nomadi, è anche la controversa Dio è morto, testo ispirato da Allen Ginsberg e titolo da Frederich Nietzsche. Censurata dalla Rai, è trasmessa dalla Radio vaticana perché «se dio muore è per tre giorni e poi risorge». Scavallato il Sessantotto, «ma io non sono mai stato comunista», eccolo tornare alla «fiaccola dell’anarchia» che ispira La locomotiva (1972), tratta dalla storia del macchinista bolognese Pietro Rigosi che nel 1893 si lanciò contro il «treno di lusso» dove, nella sua mente infervorata di vendetta sociale, viaggiavano «i re e i tiranni». La scrive «in venti minuti. Eppure è lunghissima: tredici strofe. Ma ogni volta che ne finivo una, mi venivano in mente le rime di quella successiva. Una canzone nata fortunata». Tanto da essere tradotta anche all’estero e amata non solo a sinistra. Lui stesso ha raccontato senza scandalizzarsi che Gianni Alemanno proponeva in un locale di Roma letture dei testi delle sue canzoni. Per l’anticonformismo, la critica ai falsi intellettuali e il rifiuto degli orpelli Giorgia Meloni amava soprattutto Cirano, arrivando a invitarlo ad Atreju, ma ricevendone un cortese rifiuto.
L’uomo non era facile, consapevole della sua cultura, abituato alla deferenza, pronto a reagire alle critiche. Quando Riccardo Bertoncelli stronca per il troppo intimismo Stanze di vita quotidiana esortandolo al maggior impegno, reagisce con L’avvelenata, un testo intinto nel turpiloquio che di rado esegue nei suoi tour e qualche anno dopo confessa di non amare.
Anche a quelli del suo giro non risparmia stoccate. Più trascinante di Francesco De Gregori, più militante di Fabrizio De André, più ribelle di Antonello Venditti, in Via Paolo Fabbri 43, siamo nel 1976, punzecchia le «tre eroine della canzone italiana» («La piccola infelice – Lilly ndr -, si è incontrata con Alice ad un summit per il canto popolare, Marinella non c’era, fa la vita in balera…»). Più volentieri condivide il palco con i colleghi della Via Emilia, Luciano Ligabue, Zucchero Fornaciari e Lucio Dalla, ma anche con Roberto Vecchioni e Giorgio Gaber. È il decennio del femminismo e della contestazione e anche le storie private sono attraversate dalla lotta di classe. Quello portato da lui è «un eskimo innocente, dettato solo da povertà», mentre la sua prima moglie, di estrazione borghese, indossa «il paletot». L’amore per Roberta Baccilieri declina, ma l’Eskimo diventa simbolo di una stagione, divisa proletaria contro lo Stato, il 1978 è l’anno del sequestro Moro.
Il carisma del Maestro di Pàvana resta segnato dal decennio politico della «rivolta sociale», rispolverata oggi da Maurizio Landini. E da lui carezzata nelle ultime interviste, dispiaciuto perché non se ne vede traccia contro «la destra sempre più spudorata». Musicalmente, è identificato dagli anni che vanno da Dio è morto a Eskimo, con quei testi sterminati per declinare nel dettaglio l’estrinsecarsi dell’ideologia nella sua purezza. «Chi dice che destra e sinistra sono uguali di solito è di destra», ha detto un paio d’anni fa al giornalista di Rolling Stones che si era arrampicato sull’Appennino. Invece no, la sinistra è diversa, argomenta. Rispunta il complesso di superiorità dei buoni, la differenza di chi sta dalla parte giusta della storia. È il punto debole anche della produzione musicale di Guccini. Al quale sfugge spesso la distinzione tra i cantautori migliori e gli altri, cultura alta e bassa. Replicando a Jovanotti che aveva osservato che «Gloria di Umberto Tozzi non ha nulla da invidiare alla Locomotiva», obietta che «anche La locomotiva era una canzone semplice, una canzone popolare… ma dietro ci sono dei libri, ci sono letture, c’è un lavoro intellettuale… C’è tutto un mondo diverso che dietro Gloria non c’è». Probabilmente, uno come Giorgio Gaber non l’avrebbe detto.
Anche se c’è l’agnostico, non l’ateo, c’è l’uomo in ricerca, convinto dalla moglie e da Zuppi ad andare in visita a papa Francesco per non precludersi la possibilità di un dopo ora che è spiccato dalla «pedana di lancio», in fondo, Guccini rimaneva soprattutto un nostalgico delle rivoluzioni. Ma purtroppo, disse con rammarico al solito giornalista, «per il momento non ne vedo in arrivo. Al massimo ci sono solo evoluzioni».

 

La Verità, 7 agosto 2026

«Bergoglio rivoluzionario, era il Papa degli atei»

Da giorni, a un anno dalla sua morte, 21 aprile 2025, assistiamo alle rievocazioni della figura di papa Francesco. Rievocazioni monocordi e poderose al punto da oscurare, per spazio ed enfasi, il contemporaneo viaggio che Leone XIV, il quale ieri l’ha ricordato a sua volta, sta compiendo in Africa. Si tratta perlopiù di ricostruzioni orientate che stupiscono solo in parte, considerato il carattere divisivo del magistero bergogliano e il dibattito in atto sulla vera eredità del «vescovo di Roma venuto quasi dalla fine del mondo».
Testi inediti, interventi, vignette e interviste in cui persone che gli sono state vicine, segretari, cardinali di curia e non, storici della Chiesa e vaticanisti si esprimono con larghezza. Una piccola star di queste commemorazioni è l’infermiere personale di Francesco, Massimiliano Strappetti, l’uomo che l’ha assistito quando fu costretto in carrozzella, assurto a piccola fama per aver confidato al Santo Padre di essere divorziato. «E qual è il problema?», gli disse, informandosi se gli facessero fare la comunione, altrimenti «ci vado a parlare io», aveva ipotizzato. Giusto, per un Papa aperto, moderno e preoccupato della vita sacramentale dei fedeli, come rivela questo retroscena. È la scena, piuttosto, la ribalta consegnataci da questa narrativa, a lasciare perplessi.
Innanzitutto, è curioso che siano testate e televisioni di intonazione laica, se non laicista, a esporsi in prima linea. Ma pure questa, a ben guardare, non è una novità. Già durante il pontificato erano i commentatori non credenti a voler spiegare ai cattolici chi fosse Francesco. Uno su tutti, Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, protagonista di un esibito rapporto privilegiato con il successore di Pietro. «Era il Papa degli atei», ha sintetizzato Javier Cercas, l’autore di Il folle di Dio alla fine del mondo (Guanda), intervistato da Ezio Mauro nel documentario Francesco. Cronache di un papato, andato in onda su La7. È davvero così. E con un briciolo di disincanto si può cogliere che l’assenza di conversioni significative tra gli esegeti non credenti di Bergoglio va a braccetto con l’accesa difesa di Leone XIV contro Donald Trump di tanti chierichetti gauchiste dell’ultim’ora. Proprio una vignetta su Repubblica di ieri esemplifica l’idea: un Francesco con bandiera bianca come la sua veste incoraggia: «Daje Leone».
In seconda battuta, è l’interpretazione del magistero bergogliano di queste celebrazioni a destare imbarazzo. Il Papa pauperista, ambientalista, egualitarista. Il Papa che ha rovesciato la prospettiva arrivando dal Sud del mondo, «il gesuita sudamericano» (Mauro). Che mette le periferie al centro e riparte dai poveri. Il Papa che rivoluziona lo stile, riscrivendo forme e abitudini: modifica l’abbigliamento, indossa una croce di metallo, abbandona l’appartamento pontificio nel Palazzo apostolico, sceglie un’auto più modesta… Il Papa che indossa un poncho argentino sulla carrozzella sospinta dall’infermiere per visitare le tombe dei predecessori. Un Papa «in cui c’è del genio, quasi un  personaggio letterario» (Antonio Spadaro). Il Papa «del pulpito e il Papa del trono» (Alberto Melloni, storico) che vuole riformare la curia, «la sua bestia nera» (Andrea Riccardi). Ma il piano rimarrà incompiuto. Dal punto di vista dottrinale, invece, è uno che amava «sfidare il potere», secondo Yoannis Lahzi Gaid, il segretario personale, al quale fa eco Avvenire: «Francesco e le beatitudini come profezia contro i potentati». Almeno, La Stampa titola «Il nostro Francesco», ammettendo implicitamente la visione parziale. Non a caso, nessuna cita la sua battaglia contro l’aborto, definito come un omicidio per il quale «si affitta un sicario». O l’ideologia gender stigmatizzata come «un passo indietro» e come «il pericolo più brutto di oggi». Si intervistano prelati, giornalisti, intellettuali: tutti unanimemente entusiasti. Confermando così la felice definizione di qualche anno fa del grande filosofo Alain Finkielkraut: «È il sommo pontefice dell’ideologia giornalistica mondiale».
Per Mauro «la guerra è stata la sua ossessione e la predicazione contro la guerra l’eredità lasciata a papa Leone che ha deciso di camminare su quella strada». Bergoglio è il Papa della pace, dei migranti e della riparazione del pianeta, in perfetta armonia con l’agenda di Barack Obama, come ha osservato l’ex direttore (dissonante) di Repubblica Maurizio Molinari. Detto in altre parole, è il leader della globalizzazione e del mondialismo dell’Onu che nel frattempo inizia il suo declino.
In altre commemorazioni si sottolinea l’impegno degli ultimi anni per la «Chiesa sinodale» (cardinal Óscar Rodríguez Maradiaga). Qualcosa che risulta tuttora sfuggente e teorico allo stesso tempo. A Mauro che gli chiede se Francesco sia stato un riformatore o un rivoluzionario, il cardinal Matteo Zuppi dice che, avendo lasciato diverse riforme da completare, è stato soprattutto un rivoluzionario. Sarà. Ma, a proposito di Chiesa sinodale e dello stato generale del popolo di Dio, balzano agli occhi più le realtà indebolite rispetto a quelle costruite e potenziate. Un esempio su tutti sono i movimenti, da Comunione e liberazione ai Focolari all’Opus dei, oggetto di pesanti interventi e massicce revisioni. Disconoscendo il fatto che, pur se bisognosi di correzioni, essendo nati nelle scuole, nelle università e nei posti di lavoro, sono una modalità molto contemporanea di presenza della Chiesa nel mondo.
Ma di questo, nelle tante elegie di questi giorni, non c’è alcuna traccia.

 

La Verità, 22 aprile 2026

Manager schivo e concreto Mazzi ministro del turismo

Un discreto balzo in avanti. In silenzio, quasi a sorpresa, Giorgia Meloni mette fine all’«interim» e promuove dalle retrovie del governo il nuovo ministro del Turismo. È Gianmarco Mazzi, già sottosegretario alla Cultura con delega allo spettacolo. Ha giurato ieri mattina poco prima delle 11 al Quirinale, davanti a Sergio Mattarella e al premier. Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa Italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.

 

La Verità, 4 aprile 2026

Cortina e Sanremo, quanto piace l’ubiquo Mattarella

Oggi tocca a Carlo Conti e Laura Pausini. L’agenda di re Sergio è fittissima. Un impegno gravoso dopo l’altro e chissà come farà «il Matta» per altri quattro anni, fino al termine del secondo mandato. Comunque. Dopo gli auspici per Sofia Goggia, ieri, in trasferta sulle nevi di Cortina, si è complimentato con Federica Brignone per la medaglia in Superg. «Ci contavo!», le ha detto, precipitandosi dalla tribuna sull’atleta a fine gara. «Io non tanto», ha sorriso lei nel tripudio degli spettatori, mentre il presidente tornava sugli spalti. Olimpia e foibe, Supergigante e referendum sulla giustizia, Alcide De Gasperi e Achille Lauro. Nessuno come lui sa unire personalità così lontane e padroneggiare materie tanto divergenti. Mattarella è il «presidente pop e top» (Mario Ajello, Il Messaggero). Ogni tocco un prodigio. Ogni parola una stilla. Eclettico, poliedrico, multitasking. Un capo dello Stato tanto in vetrina come lui non ce lo ricordiamo dai tempi di… Ecco, non ce lo ricordiamo. Sempre in prima fila. Protagonista. Risolutore. Catalizzatore. Sta bene su tutto, come il grigio. Basta ascoltare i tg o leggere i giornali e i siti online. Una passerella dietro l’altra. Una tribuna. Un palco. Un pulpito. Un’esortazione, una prolusione, una premiazione. Non gli sfugge nulla. Oggi riceverà i big del Festival di Sanremo e chissà se all’ultimo, al Quirinale o all’Ariston, spunterà anche Roberto Benigni. Del resto, ormai gli uomini del presidente decidono chi fa o non fa le telecronache delle Olimpiadi, rinominate Mattarelliadi. Dare un’occhiata ai telegiornali Rai per credere. A proposito, proprio all’Ariston di tre anni fa, alla serata d’apertura del Festival officiato da Amadeus, l’uomo del Colle apparve per applaudire il monologo del comico toscano sulla Costituzione più bella del mondo. Benigni si scoperchiò di elogi, inchini e riverenze e da allora re Sergio non si perde un riflettore o un selfie che sia uno. Un acrobata, un globetrotter delle passerelle. Le sue sono apparizioni. Come quelle dei santi. Infatti, «porta bene» (o no, Sofia?), scrive il giornalone unificato. Stende la sua grazia sulle gare degli italiani. Incoraggia, sprona, conforta. E come certi santi ha il dono dell’ubiquità. È dappertutto, contemporaneamente. A pranzo con gli atleti al Villaggio olimpico di Milano. Alla cena di gala con re, regine e capi di Stato. Alla Cerimonia inaugurale delle venticinquesime Olimpiadi invernali, ma anche a quella delle «quindicesime». «Un presidente rockstar», per l’ex capo del Cio Thomas Bach, stupito dai cori che l’hanno accolto a San Siro. Dal bagno di folla allo stadio al Quirinale per firmare il decreto di indizione del referendum sulla separazione delle carriere. In Parlamento alla commemorazione delle foibe. Al Circolo ufficiali della Marina militare di Cortina d’Ampezzo. A Casa Italia per festeggiare le medaglie di giornata evitando, però, appropriazioni indebite: «Sono degli atleti. Sono stato fortunato io a essere qui in questi giorni», precisa rispondendo al presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, che gli attribuisce capacità taumaturgiche.
È dovunque come Padre Pio. Anzi no, troppo brusco il frate di Pietrelcina. Come San Francesco, più soave e inclusivo. Più mainstream (purtroppo). Sorella neve e fratello Festival. Il presidente francescano. E anche un po’ bergogliano. Telefona agli atleti medagliati: «Pronto, c’è Arianna? Sei Olimpiadi e sei successi, una gara formidabile».
Il culto della personalità dilaga come un virus. Tutti pazzi per Matta. L’infodemia ha contagiato tg ammiragli e siti che predicano trasgressività e razzolano con l’establishment. I servizi dei notiziari sono un format di rosolio. Se re Sergio saluta la Goggia nel salottino del Circolo ufficiali diventa la notizia d’apertura dei tg serali. La strage in una scuola del Canada (nove morti e 27 feriti), il blocco navale per i migranti deciso dal governo e l’alleanza Italia Germania in Europa possono attendere. Sarà mica che, vista la fine del povero Auro Bulbarelli, silurato dalla telecronaca della Cerimonia d’apertura per aver anticipato il Matta a San Siro, è meglio tenersi buoni gli uomini del presidente?
Mattarella superstar nobilita ogni cosa che tocca. «Consegnato alla storia delle Olimpiadi il tram milanese pilotato da Valentino Rossi, a Cortina il presidente della Repubblica è arrivato in elicottero» (Monica Guerzoni, sul Corriere della Sera). A Predazzo stanno lustrando il gatto delle nevi. «Nel pomeriggio, neanche il tempo di arrivare da Trento, dove ha inaugurato la biblioteca dell’università dedicata ad Alcide De Gasperi, che subito vuole incontrare Goggia… Mattarella ama lo sport nel profondo. Lo conosce nelle pieghe tecniche e regolamentari» (Concetto Vecchio, Repubblica). Il senso di Matta per la neve. «Emozioni e speranze, ma anche dettagli tecnici perché è un appassionato, non si perde una gara e si interessa persino dell’altezza e della compattezza della neve (Guerzoni)». «Quanto è preparato», sussurra Sofia a Buonfiglio, «ma come fa a sapere tutto?», riporta il Corrierone. Infatti. È onnisciente. Mica ha un nutrito staff che lavora per lui. Però, chissà che fatica festeggiare gli ori azzurri. «Quando sono già le 23, decide di ricevere le due ragazze, Andrea Vötter e Marion Oberhofer: “Siete state favolose!”. Inevitabile il selfie (Vecchio)».
Oggi però si inaugurano le Sanremiadi. E ci saranno Carlo con la sua abbronzatura, Laura che non canta Bella ciao e tutti i big del Festival. Insomma, il presidente pop è sempre al top. E guai a chi rompe l’incantesimo come ha fatto ieri l’ex assessore alla Cultura di Livorno, Simone Lenzi, chiedendogli su X se sia ammissibile che un Procuratore capo come Nicola Gratteri, diffami «milioni di cittadini perbene che non la pensano come lui», dicendo che «voteranno per il Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria».
Chissà se re Sergio risponderà. Più facile che risponda all’invito di Buonfiglio che vorrebbe averlo sempre a Cortina a «portare bene». Circola voce che Sofia Goggia preferisca l’invio di un cartonato.

 

La Verità, 13 febbraio 2026

 

Il nichilismo di Corona è una macchina di soldi

Se la realtà si trasforma in reality, se non c’è distinzione tra pubblico e privato, se la vita diventa show, se la persona coincide col personaggio, se la normalità è trasgredire, se la quotidianità è ossessiva, se i soldi sono idolo assoluto, allora tutto è consentito e Fabrizio Corona può dire senza tema di smentita io sono Dio, io sono l’Italia. Quella vera, però, è Io sono notizia, non a caso il titolo della docuserie in cinque episodi da ieri disponibile su Netflix. Sfilano fotografi, impresari, giornalisti, persone dello showbiz per ritrarre il re dei paparazzi: Lele Mora e Costantino Vitagliano, Marianna Aprile e Platinette, lo scrittore Enrico Dal Buono e l’avvocato socio di follie, Tommaso Delfino. Poi la madre Gabriella Privitera, e l’ex moglie Nina Moric, visibilmente provata e autrice della confessione più dolorosa: aver «ucciso» i due gemelli che portava in grembo perché incompatibili con la scalata al successo pianificata dalla coppia. Lui glielo ha chiesto e lei ha acconsentito, ricorda Nina. Lei ne è rimasta ferita, io no, chiosa Fabrizio.
Del resto, tutto, rapporto coniugale compreso, è finalizzato al fatturato. Le notizie sono intercettate o costruite a freddo. La storia tra Flavia Vento e Francesco Totti, la separazione di Michelle Hunziker e Eros Ramazzotti, Simona Ventura e Giorgio Gori, le vallette e i politici. Anche il carcere si trasforma in un set, un teatro di scoop giornalistici. Poi l’onda di popolarità s’impenna ancora con Belén Rodriguez. Lele Mora racconta l’apprendistato del ragazzone e il loro rapporto ambiguo. Corona commenta: «Non è che puoi vendere l’anima al diavolo se il diavolo sei tu». La madre parla del ruolo del padre, Vittorio, schivo protagonista della Milano degli anni Ottanta e cofondatore della Voce di Indro Montanelli. Anche Marco Travaglio ricorda, commuovendosi, Vittorio. Al padre in fin di vita lui è costretto a dire di essere indagato per associazione a delinquere ed estorsione. Ogni persona è un mezzo con un fine. Anche lui è il mezzo di sé stesso: «La nuova cassa di denaro passa dalla creazione di un personaggio, che è Corona», spiega. È il trionfo dell’autonarrazione. È l’autofiction prima dei social network. È la comunicazione che crea la notizia.
«È un profeta del nulla», sintetizza Dal Buono. «Io non credo nell’amore puro, nella giustizia, nell’impegno sociale, nelle istituzioni. Io non credo in nulla», conferma lui. Le rivelazioni, le confessioni, i retroscena e gli orditi diabolici di Io sono notizia scolpiscono il monumento a un campione di nichilismo non privo di fascino. Quello di un genio del male.

 

La Verità, 10 gennaio 2026

 

 

 

 

La monella che stregò il cinema e irritò la sinistra

Una parigina, Femmina, La ragazza del peccato A briglia sciolta Piace a troppi, ma se La sposa troppo bella vive Amori celebri, la Vita privata è Tradita e se dice La verità attira Il disprezzo.
Si potrebbe ricostruire unendo i titoli dei suoi film più celebri la vita, anzi, la parabola di Brigitte Bardot, di cui ieri la Fondazione a lei intitolata ha annunciato la morte senza specificare luogo e data. Il cinema mondiale, la Francia e i ribelli al perbenismo piangono la sua scomparsa. «Ringrazio quanti mi hanno sinceramente e profondamente amata: essendo in pochi, si riconosceranno», si legge nella prima pagina della sua autobiografia (Mi chiamano B. B.) dedicata ai genitori Pilou e Toty e al figlio Nicolas. «Ringrazio coloro che mi hanno insegnato a vivere a calci nel sedere, che, tradendomi e approfittando della mia ingenuità, mi hanno spinto sull’orlo di un abisso di disperazione da cui sono scampata per miracolo. La vita si costruisce sulle difficoltà, se non si muore prima». È arrivata a 91 anni, in una vertigine di fama planetaria, tentati suicidi e amori travolgenti, prima del ritiro nella «Madrague» di Saint-Tropez. Monella sensuale, sciupamaschi, preda bramata e invidiata. Irritante per i benpensanti, essendosi sempre definita di destra. Prima elettrice di Charles de Gaulle, poi sostenitrice del Rassemblement nationale. Non ha mai temuto di risultare divisiva. Come quando si è espressa contro «l’islamizzazione della Francia». O sul Covid, rivelando di non essersi vaccinata perché «allergica ai prodotti chimici», e definendo la pandemia «una benedizione, un’autoregolazione demografica» contro la sovrappopolazione del pianeta.
Brigitte Bardot è stata la più dirompente attrice del Novecento. Più magnetica di Claudia Cardinale. Più seducente di Catherine Deneuve. Più eversiva di Marilyn Monroe. Più selvaggia di Sophia Loren. Certamente meno intensa di alcune di loro. Tra i Cinquanta e i Settanta, la sua irrequietezza ingenua e maliziosa stregò intere generazioni di fan e i maggiori registi francesi, prima che la cupezza sessantottina soffocasse la rivoluzione beat e la dolce vita, asfaltando la spensieratezza dei bikini, delle camicette annodate sopra l’ombelico e dell’acconciatura a criniera che coloravano le notti dei giovani di mezzo mondo.
In soli 21 anni B. B. interpreta 49 film, non tutti straordinari. Star involontaria, cantante, modello d’impertinenza. Le donne di mezza età la detestano per la spregiudicatezza dei costumi non solo da bagno. Le adolescenti ne imitano l’aria finto innocente irradiata dai modi e dalla moda. Il conflitto generazionale innesca il fenomeno globale e oggi c’è chi la rivede come la prima vera influencer contemporanea. Diventa soggetto di Andy Warhol e Milo Manara, il compositore brasiliano Migeul Gustavo le intitola una samba che diverrà celeberrima, Bob Dylan esordisce con una canzone che porta il suo nome. Perfino le ferrovie slave, ceche e slovacche chiamano «Brizita» e «Bardokta» le loro sinuose locomotive.
Cresciuta con un’educazione rigida, dopo gli esordi nella danza classica vince le resistenze del padre e inizia a posare come modella. Al provino con il regista Marc Allégret presenzia il suo assistente, Roger Vadim. Ma per sposarla, contro la volontà dei genitori, bisogna aspettare che diventi maggiorenne. Quello con Vadim è il primo di quattro matrimoni. Segue quello con Jacques Charrier, dal quale ha Nicolas, l’unico figlio. Poi quello con il fotografo, imprenditore e playboy multimilionario Gunter Sachs. Infine, l’ultimo, durato fino alla morte, con l’esponente del Front national, Bernard d’Ormale, sposato nel 1992. Negli anni di massimo fulgore vive grandi storie d’amore con Gilbert Bécaud, Raf Vallone, Sacha Distel e Serge Gainsbourg, censuratissima la loro Je t’aime… moi non plus. Tormentata dai paparazzi e dal temperamento instabile, tenta un paio di volte il suicidio. La salvano gli innamoramenti e le infatuazioni. Quella per Jean-Louis Trintignant sboccia sotto gli occhi di Vadim che la dirige la prima volta in Et Dieu… créa la femme (Piace a troppi in italiano). È il film che le regala fama mondiale. Uscita dall’orfanotrofio, la giovanissima Juliette finisce in un villaggio di pescatori (la futura Saint-Tropez che con lei diverrà meta internazionale), ma i suoi balli disinibiti turbano gli uomini del posto… Sebbene anche Vadim l’avesse già più volte tradita, completare la lavorazione del film è un tormento. L’enorme successo allevia le pene del divorzio. In anni successivi, reciterà per lui in altre quattro pellicole: vita privata e attività professionale sono più indissolubili dei matrimoni.
Dopo la consacrazione, interpreta altre ragazze disinvolte e finanche un po’ sgualdrine per cineasti come Claude Autant-Lara e Henri-Georges Clozot. E donne più altere per i campioni della Nouvelle vague Louis Malle e Jean-Luc Godard. In La ragazza del peccato (dall’originale En cas de malheur di George Simenon), nei panni di una provinciale inseguita dalla giustizia e impossibilitata a pagare l’avvocato (Jean Gabin), si offre come compenso in tutta la sua avvenenza. Anche nel giallo giudiziario La verità è una ragazza sotto processo, stavolta per l’uccisione dell’ex fidanzato. Trascurata dai genitori che le preferiscono la sorella violinista, le ruba il compagno direttore d’orchestra, fino al tragico finale. Più autobiografico è il ruolo di Vita privata dov’è un’attrice osannata dal pubblico ma criticata per i suoi facili costumi. Sarà il direttore di una prestigiosa rivista (Marcello Mastroianni) a prendersi cura di lei. Ancora più intellettuale è il profilo che le ritaglia Godard in Il disprezzo tratto da Alberto Moravia. Qui è la moglie di uno scrittore (Michel Piccoli) che deve sceneggiare un film sull’Odissea per il famoso regista tedesco Fritz Lang. Ma il produttore cinematografico è molto sensibile alle grazie di lei e, pur accorgendosene, il marito scrittore sembra lasciar fare…
Recita ancora per Malle e altri importanti registi, ma i copioni sono sempre meno stimolanti. Soprattutto è turbata dall’inseguimento ossessivo dei media assetati di scandali. Sensibile ai maltrattamenti subiti dagli animali, si appassiona ai temi ambientali e diventa vegetariana. Nel 1973, quando ancora splende, abbandona il cinema per dedicarsi alla protezione degli animali, lasciando orfani schiere di fan e spettatori.
L’adorabile sfrontatezza davanti alla cinepresa diventa ribellione al conformismo nella vita civile. Nel 1983 vende all’asta gioielli e oggetti personali per finanziare la Fondazione Brigitte Bardot impegnata nel benessere degli animali. Contesta le brutali tecniche di sgozzamento per la macellazione dei montoni, attuate da musulmani ed ebrei. Il suo gusto della provocazione smuove spesso la erre arrotata dei moralisti della Rive gauche. In una «lettera aperta alla mia Francia perduta» denuncia l’espansione delle moschee, «mentre i campanili tacciono per mancanza di parroci». Nei primi anni Duemila, quando sottolinea sulla stampa «la sotterranea e pericolosa penetrazione dell’islam», viene condannata per «istigazione all’odio razziale». Nel 2004, a una domanda riguardo la militanza del marito Bernard d’Ormale nell’allora Front nationale risponde: «Mio marito ha il diritto di pensare come vuole. Ha il diritto di fare ciò che vuole. Non comincerò a dominare le sue opinioni. Io ho le mie, che sono completamente diverse dalle sue. Sono di destra, si sa. Ma non sono del Fronte nazionale, anche se mi si taccia d’essere fascista, nazista, camicia nera…». Nel 2010 valuta di candidarsi alla presidenza della Repubblica nel Partito ecologista. Sette anni dopo invita a votare per Marine Le Pen contro Emmanuel Macron.
Ieri se n’è andata, lasciando solo il marito di dieci anni più giovane. E anche i cani, i gatti, le pecore, i cavalli, le oche, i cinghiali e tutti gli altri animali che popolavano la sua tenuta. E che, non senza un filo di snobismo, riteneva gli esseri più affidabili.

 

 

La Verità, 29 dicembre 2025

 

L’ultimo ace di Pietrangeli, leggenda di gesti bianchi

La leggenda dei gesti bianchi. Il patriarca del tennis. Il primo italiano a vincere uno slam, il Roland Garros di Parigi nel 1959, bissato l’anno dopo. Se n’è andato con il suo carisma, la sua ironia e la sua autostima Nicola Pietrangeli: aveva 92 anni. Da capitano non giocatore guidò la spedizione in Cile di Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli che nel 1976 ci regalò la prima storica Coppa Davis. Oltre a Parigi, vinse due volte gli Internazionali di Roma e tre volte il torneo di Montecarlo. In totale, conquistò 67 titoli, issandosi al terzo posto della classifica mondiale (all’epoca i calcoli erano piuttosto artigianali). Nessuno potrà togliergli il record di partecipazioni (164, tra singolo e doppio) e vittorie (120) in Coppa Davis perché oggi si disputano molti meno match.

Dal luglio scorso, quando, dopo una lunga malattia, è morto suo figlio Giorgio, faceva avanti indietro dal policlinico Gemelli. «Non bisognerebbe sopravvivere ai propri figli», aveva confidato in un’intervista. Il dolore per la grave perdita si era sommato alla fragilità derivata dai postumi di una frattura all’anca. «Spero, come tutti, di morire nel sonno», aveva detto sempre in quell’occasione. E in un’altra: «Seppellitemi sul Centrale» del Foro Italico, a testimonianza del legame indissolubile con lo sport che gli ha regalato soddisfazioni e celebrità. Notiziari, agenzie e siti sono alluvionati da dichiarazioni, ricordi, manifestazioni di gratitudine. «I successi sportivi e l’umana simpatia gli hanno procurato l’affetto di tanti italiani», così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «È stato un campione capace di ispirare diverse generazioni e che ha portato in alto il nome dell’Italia nel mondo», il premier Giorgia Meloni. «È sempre stata una persona che ha diviso proprio perché era coraggioso, trasparente e non ha mai avuto paura di prendere posizioni scomode, anche fino all’ultimo», lo ha ricordato Licia Colò, l’ultimo suo grande amore. «In una società dove tutti fanno gli equilibristi, io mi sono innamorata del suo coraggio».

Riconosciuto a lungo come il più grande tennista italiano di sempre, dal rovescio molto elegante, pativa un filo di imbarazzo nel dover ammettere che qualcuno dopo di lui l’aveva superato. Aveva digerito male la sconfitta al quinto set da Adriano Panatta ai campionati italiani del 1970 che segnò un piccolo cambio d’epoca. Ora soffriva i trionfi e gli elogi universali a Jannik Sinner, «il miglior tennista italiano di tutti i tempi, forse austriaco», gli è scappato una volta, criticandolo anche per la rinuncia a disputare la Davis. Un’altra volta lo aveva elogiato: «Questo ragazzo on ha più un punto debole, è sempre perfetto. Anzi, è quasi noioso da quanto è bravo».

Ironico, megalomane al limite della strafottenza, amante della mondanità, tombeur de femmes («ma ho avuto solo quattro grandi amori e sono sempre stato lasciato»), Nicola Pietrangeli nasce a Tunisi da padre abruzzese ricco di famiglia e gran sportivo, e madre russa che, separata dal conte Chirinski, gli trasmette il titolo nobiliare. In quell’angolo d’Africa, protettorato francese, il padre viene internato in un campo di prigionia dove riesce a costruirsi un campo da tennis. È lì che, andato a trovare il papà, il piccolo Nicola prende in mano la sua prima racchetta. Espulsi dalla Tunisia, i Pietrangeli arrivano a Roma quando lui ha 13 anni, non sa una parola d’italiano, ma socializza giocando a calcio in Piazza di Spagna. Sebbene il padre lavori all’ambasciata francese, sceglie la cittadinanza italiana. Gli esordi sportivi sono nelle giovanili della Lazio, ma quando lo cedono alla Viterbese, il giovane Nicola sceglie il tennis, senza però abbandonare il calcio. «Ero amico di Maestrelli che mi faceva allenare con la Lazio dello scudetto», quella di Giorgio Chinaglia e altri campioni: «Se a diciotto anni non avessi smesso per fare il tennista, non si sarebbe sentito parlare di Gianni Rivera», ha sparato una volta tra il serio e il faceto. Dopo il secondo successo al Roland Garros, nel 1960 arriva ai quarti di Wimbledon, ma Rod Laver lo ferma battendolo 6-4 al quinto set. L’anno dopo però si rifà, sconfiggendo il grande australiano, in quel momento il più forte al mondo, nella finale degli Internazionali di Roma.

Nell’indole del campione, autoironia e autostima si mescolano a una certa permalosità. Nel 1968, iniziata la fase discendente della sua splendida carriera, ai quarti dei campionati italiani di Milano, Pietrangeli si trova davanti il campione juniores, un certo Panatta. «Attento, che il ragazzo gioca bene», lo avvertono. Inizia la partita e il ragazzo sfodera palle corte a raffica: «Regazzì, guarda che le palle corte le ho inventate io». Alla fine vince lui, ma in spogliatoio Panatta gli fa: «La saluta tanto mio padre». Solo allora Pietrangeli lo riconosce: era «Ascenzietto», il figlio di Ascenzio, il custode del tennis Parioli di Roma. Due anni dopo si ritrovano in finale agli Assoluti di Bologna e Adriano, non più Ascenzietto, la spunta. Il passaggio del testimone era previsto e naturale, ma per Pietrangeli, avanti 4-1 nel quinto set, la sconfitta è una detronizzazione. La ruggine non si dissolve nemmeno dopo la conquista della prima Coppa Davis italiana. L’anno prima la nazionale è stata eliminata al turno d’esordio. Nel 1976 Panatta ha appena vinto Roma e Parigi, ma è Pietrangeli a tenere insieme la squadra composta da personalità molto diverse e a convincere politici e media che la trasferta nel Cile di Augusto Pinochet s’ha da fare. Ci sono interrogazioni in Parlamento, proteste nelle piazze. Nicola si confronta con Giancarlo Pajetta, Domenico Modugno persino gli Inti Illimani. L’argomento che alla fine fa breccia è: «Noi vogliamo vincere la coppa non difendere Pinochet». L’anno successivo, sempre con Pietrangeli capitano, arrivano in finale, sconfitti a Sydney dall’Australia. Poi c’è la resa dei conti. Paolo Bertolucci si fa interprete della necessità di un cambio di rotta. Il sodalizio si rompe, ma Pietrangeli si sente tradito soprattutto da Panatta che, da figlio unico, con una certa enfasi considerava come «il fratello più piccolo che non avevo mai avuto».
Ieri Panatta ha voluto sottolineare la loro grande amicizia: «Nicola era il mio amico, anche se ci beccavamo ogni tanto, ma era un gioco che facevamo. Lo voglio ricordare con allegria, è stato un personaggio straordinario, al di là di essere un campione assoluto. Alla mia nascita lui era già una promessa, poi abbiamo fatto un po’ il cambio della guardia. Abbiamo anche giocato insieme, ci siamo divertiti, abbiamo fatto le vacanze insieme. Io e Nicola eravamo molto amici». Bertolucci e Barazzutti lo hanno ricordato come il loro «primo eroe». Il capitano di Davis Filippo Volandri come «un gigante». A Licia Colò che pochi giorni fa è andata a trovarlo aveva confidato: «Sono stanco di essere stanco». Ora non lo è più.

 

La Verità, 2 dicembre 2025