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The Agency, la crème di Hollywood può far meglio

È appena terminata la seconda stagione e già si attende la terza, che ci sarà, fidatevi, impossibile troncare una storia a quel modo. Sempre più spesso le serie si concludono preannunciando il seguito, irrisolte. The Agency, thriller spionistico di Showtime visibile su Paramount+, più di altre. Diciamo con una metafora, senza spoilerare troppo, che il protagonista è appeso con un filo di seta sopra un rogo. E quindi arrivederci a presto.
Nel remake di Le Bureau – Sotto copertura, ambientato nel servizio che forma e segue gli agenti segreti francesi all’estero, siamo invece nella sede della Cia a Londra. Dopo parecchi anni di missione da infiltrato in Etiopia, dove si è innamorato della misteriosa Samia Zahir (Jodie Turner-Smith), Martian (Michael Fassbender) viene improvvisamente richiamato alla base per dedicarsi alla formazione di altri agenti tra cui la promettente Danny Morata (Saura Lightfoot-Leon) destinata a Teheran. Ci sono parecchie operazioni delicate nei teatri di guerra, ma Martian fatica a liberarsi del ruolo dell’ultima missione anche perché ricompare a Londra la sua amante. Per proteggersi reciprocamente saranno costretti a violare parecchie regole destando i sospetti dei loro superiori. Nel caso di Martian, che gioca di sponda con l’MI6, soprattutto quelli del capo delle strategie della Cia di Londra (Jeffrey Wright), a sua volta contrastato da Bosko (Richard Gere), responsabile ultimo dell’agenzia. A complicare il quadro ci si mette la psicologa (Harriet Samson Harris), incaricata di sorvegliare la salute mentale dei diversi agenti.
Sullo sfondo dei tanti doppi e tripli giochi c’è molta geopolitica, dalla fabbricazione dell’atomica dell’Iran al commercio di diamanti nel Centrafrica, dalle guerre civili in Sudan al mercato delle terre rare, senza dimenticare il ruolo dei servizi cinesi e russi. Questa è forse la parte più complicata e confusa di tutta la trama, che le azioni cariche di suspence nel deserto o nelle montagne mediorientali non bastano a definire. Da una serie tanto ambiziosa e griffata, con la crème di Hollywood e della scuola anglosassone, che annovera tra i produttori esecutivi George Clooney e Grant Heslov, qui anche regista di parecchi episodi, tra gli showrunner Jez e John-Henry Butterworth e, alla regia, il Joe Wright di M. Il figlio del secolo, e vanta un cast con, tra gli altri, attori cool come Michael Fassbender, un Richard Gere grazie a dio nell’ambito del suo mestiere, e la vecchia conoscenza di queste situazioni, Jeffrey Wright, ci si aspetterebbe una scrittura più nitida e calligrafica.

 

La Verità, 2 agosto 2026

Clooney smaschera l’inghippo del comma 22

Non sarà una pietra miliare della serialità mondiale, questa Catch 22, miniserie originale Sky tratta dall’omonimo romanzo antimilitarista di Joseph Heller del 1961, pubblicato in Italia con il titolo Comma 22, ora ristampato da Bompiani. Non lo sarà se la si misura con i canoni abituali del drama, della comedy, del war games eccetera. In realtà, prodotta, diretta e interpretata da George Clooney e Grant Heslov, Catch 22 è un prodotto innovativo perché vince la scommessa del registro tragico e grottesco, non il più congeniale quando c’è da riflettere sulla drammaticità della guerra, in particolare sull’assurdità delle leggi che governavano il sistema militare americano durante il secondo conflitto mondiale (sei episodi su Sky Atlantic e Sky Cinema Uno, coprodotti con Paramount Television, Anonymous Content e Smokehouse Pictures).

Camerate, riunioni belliche, parate, missioni di volo: la trama narra la vita all’interno di una base militare dell’Air Force Usa nel sud Italia e le truppe nemiche sono solo evocate. Mentre il colonnello Cathcart (Kyle Chandler) aumenta progressivamente le missioni da eseguire prima del ritorno in patria, solo il bombardiere Yossarian (Christopher Abbott) ammette la paura e prova a farsi esonerare dichiarandosi pazzo. Pur con tutta la buona volontà, nemmeno il medico del reparto (Heslov) riesce ad aiutarlo, perché secondo il comma 22, chi è pazzo può chiedere di essere esentato, ma nel momento stesso in cui lo chiede dimostra di essere raziocinante perché solo un pazzo vorrebbe partecipare a quelle missioni. «Un bell’inghippo questo comma 22», si rassegna Yossarian. «Il migliore in assoluto», chiosa il medico intellettuale. Così, all’alternanza tra missioni mortali per i compagni e parate che mimetizzano la goffaggine dei comandanti, Yossarian oppone l’alternanza tra le morbidezze della moglie dello sciroccato tenente Scheisskopf (Clooney) e quelle dell’infermeria dove imboscarsi con ricoveri fasulli.

Girata nei toni seppia delle divise, accompagnata dal brioso jazz dell’epoca, sostenuta da un cast nel quale spiccano Hugh Laurie, bizzarro maggiore addetto alla logistica, e Giancarlo Giannini, opportunista padrone di un bordello, e ben a fuoco anche nei personaggi di contorno, Catch 22 indovina la chimica tra scabrosità dell’argomento e il tono leggero e sofisticato con cui lo tratta. Nessuna rivoluzione linguistica, né invenzioni registiche degne di nota, solo un prodotto ben confezionato e sempre in perfetto equilibrio. Non è poco.

 

La Verità, 23 maggio 2019