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«Putin vuole unire il Donbass alla Transnistria»

Sulla strada per Mariupol. La città di Maria. La città martire. Il documentarista Giorgio Bianchi è a Donetsk dall’8 marzo. «Da qui vado spesso a Mariupol, in giornata. Una volta sono rimasto a dormire presso una famiglia che non aveva la casa ancora completamente distrutta». Bianchi è di casa nel Donbass dal 2014. Anche se dall’anno successivo è schedato dai servizi segreti ucraini come «complice dei crimini di guerra russi» e, più di recente, è stato incluso nella lista di proscrizione stilata da Myrotvorets, un sito governativo ucraino che raccoglie e pubblica dati sensibili di persone sgradite alle autorità di Kiev. Curiosamente, vicino all’indirizzo mail del sito si legge: «Langley, Virginia, Usa», città sede del quartier generale della Cia.

Non ha paura?

«In realtà, a Donetsk mi sento abbastanza sicuro. In città ci sono solo donne, vecchi e bambini perché gli uomini abili sono al fronte. Perciò, un personaggio sospetto lo si nota subito».

Lei è sospetto per le autorità ucraine.

«A Donetsk non ho paura, dove ci sono i miliziani nazionalisti, invece sì. Kherson, per esempio, si è consegnata senza combattere. Recentemente però è stato ucciso Valery Kulishov, un blogger filorusso. Mentre Gonzalo Lira, peruviano, è stato arrestato dai servizi ucraini che gli hanno sequestrato computer e cellulare. La mia paura maggiore sarà quando tornerò in Italia».

Perché?

«Perché arrivano tanti profughi che non sappiamo bene chi realmente siano. Ho raccolto testimonianze dalla Svizzera, anche da un’amica che lavora per l’Onu, di ragazzotti ucraini arroganti, protagonisti di azioni inquietanti. Da tempo ricevo minacce e insulti via mail».

Come si muove a Pariupol?

«I militari mi hanno fatto entrare e poi mi hanno lasciato libero. Ho girato con il mio operatore, evitando i posti più pericolosi. Qualche giorno fa in un centro di accoglienza erano arrivati sette pullman. Ho chiesto ai profughi se fossero stati deportati, come si dice in Europa. Hanno riso: <Siamo qui di nostra spontanea volontà>. È falso che i russi non abbiano aperto i corridoi umanitari ed è ancora più falso che i civili siano deportati. Anzi, i russi non riescono a portare fuori i civili».

A chi vende i suoi reportage?

«Ho un contratto con Visione Tv, la web tv di Francesco Toscano. Ha accettato senza obiezioni la mia richiesta economica. E collaboro con un programma pubblico importante, aiutando un giornalista a lavorare qui».

Proclamando la presa di Mariupol Vladimir Putin ha anticipato i tempi?

«La città è sotto controllo dell’esercito russo. Qualche giorno fa sono stato vicino all’acciaieria con una scorta armata dato che ci sono ancora i cecchini nascosti negli edifici. La bandiera della Repubblica popolare di Donetsk è issata sul palazzo della televisione. L’unica parte ancora sigillata è l’Azovstal dove sono asserragliati i miliziani del battaglione Azov e della Brigata marines ucraina n. 36».

Putin può dire che Mariupol è russa prima di aver conquistato quell’area?

«Mi riesce difficile capire che cosa difendono in quelle condizioni, dentro un bunker. I russi stanno applicando la strategia usata in Siria, dove hanno sigillato l’ultima sacca jihadista in un’area di Idlib, mentre altrove la vita è ripresa. L’alternativa sarebbe fare una carneficina e uccidere anche i civili. Pensa di vincere per sfinimento dell’avversario».

Chi e che cosa c’è nell’area delle acciaierie?

«Si è parlato di laboratori per la fabbricazione di armi biologiche che sarebbero finanziati da Hunter Biden. Non ho elementi per confermare o smentire».

Le risulta che militari stranieri addestrino gli ucraini?

«Aiden Aslin, un inglese che si definisce mercenario e combatte da quattro anni con l’esercito di Kiev, mi ha riferito che una fonte qualificata gli ha parlato di mercenari stranieri e ufficiali Nato che istruiscono le milizie nazionaliste».

Quanto a lungo possono resistere?

«Hanno accumulato cibo, acqua e munizioni, ma prima o poi finiranno. Soprattutto se restano anche i civili da sfamare».

Perché non sono saliti sui bus messi a disposizione da Mosca per andarsene?

«Già, perché sapendo dell’arrivo dei russi i civili non se ne sono andati? Molti mi hanno risposto che non era possibile uscire attraverso il confine russo, altri che solo chi poteva pagare ai check point poteva farcela. Le autorità locali hanno garantito a chi sarebbe rimasto che ci sarebbero stati cibo e acqua a sufficienza. Sono stati dissuasi dal percorrere i corridoi russi».

Perciò?

«Ho chiesto: ritenete di essere stati usati come scudi umani? Il 95% mi ha risposto affermativamente. I miliziani hanno mandato le persone nelle cantine per usare gli appartamenti come punti di avvistamento e postazioni per i cecchini. Lo ha scritto anche il Washington Post. I civili non volevano i cannoni nei cortili dei condomini perché la risposta dei russi avrebbe colpito le abitazioni. Ma i miliziani si sono appellati alla legge marziale. In altre zone hanno fatto entrare i russi in città per colpirli sparando dagli appartamenti, come in una sorta di guerriglia urbana».

Che cosa vuol dire l’inizio della fase 2?

«Finora non si volevano distruggere le infrastrutture. Da qualche giorno l’esercito russo colpisce le linee di comunicazione usate per trasportare gli armamenti provenienti dai Paesi occidentali».

Che certezza abbiamo che arrivino all’esercito regolare ucraino?

«Le armi finiscono ai soldati e ai miliziani nazionalisti. Chiaramente qualsiasi mezzo le trasporti è un bersaglio dei russi. Qualche giorno fa è stato abbattuto in volo un aereo cargo. Sono bersagli camion e furgoni che entrano dal confine polacco. Bisogna sfatare il mito della popolazione civile che fa la resistenza. Gli uomini abili sono stati richiamati alle armi. Donne, vecchi, bambini e invalidi che resistenza possono fare?».

È propaganda la parata militare del 9 maggio a Mariupol?

«È l’anniversario della Grande guerra patriottica nella quale la Russia ha avuto 20 milioni morti per sconfiggere il nazismo. È evidente che in un momento difficile per la guerra e le sanzioni si cerchi di cementare il Paese con il sentimento patriottico. Tutti i sondaggi, anche quelli più tiepidi, danno la popolarità di Putin oltre l’80%».

Secondo lei Putin vorrà proseguire fino alla Crimea?

«La mia opinione è che fin dall’inizio volesse mettere in sicurezza le repubbliche di Donetsk e Lugansk. A sud i russi si congiungeranno con le forze presenti nella Transnistria, la zona filorussa della Moldavia, e isoleranno Odessa creando un’altra area sigillata. A quel punto dovranno decidere se bombardare Odessa, la Venezia ucraina. Forse Putin spera in un’insurrezione interna della forte componente russofona».

Cosa dice la blogger Mariana Vishegirskaya, che ha intervistato, del bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol?

«Prima di tutto, che non è stata rapita dai russi, ma è solo tornata a casa sua, a Makeevka, un sobborgo di Donetsk, insieme con il marito e la figlioletta neonata. In seconda battuta, che non ha sentito rumore di aerei il giorno del bombardamento. Anche altre persone, abituate come lei a riconoscere il volo degli aerei, hanno detto di non averli sentiti».

Quindi nessun bombardamento dell’ospedale?

«Non un bombardamento aereo. Cosa sia davvero successo è qualcosa che va indagato».

Appurato che i massacri di Bucha sono opera dei russi, premiare i militari autori della strage è una provocazione?

«Non ho letto né un rapporto dell’Onu né un’inchiesta indipendente che stabilisca l’autore della strage. Personalmente non sono riuscito a intervistare il comandante di quella compagnia come volevo fare. Tra le tante cose poco chiare c’è il fatto che, dopo aver perpetrato quel massacro, i militari russi ne avrebbero lasciato le prove in strada senza buttare i corpi in qualche miniera. Premiando quei militari, Putin ha voluto dire che per loro la questione è chiusa».

Biden vuole cambiare il regime di Mosca?

«È un’ambizione pericolosa: in Russia Putin è una figura di equilibrio. I maggiori partiti d’opposizione sono di estrema destra e di estrema sinistra. Chiunque gli succederebbe accentuerebbe i toni nazionalistici».

All’opposto, Putin vuole abbattere Volodymyr Zelensky?

«Penso che all’inizio il suo obiettivo fosse portare Zelensky al tavolo delle trattative. Visto il fallimento degli accordi di Minsk e della diplomazia internazionale alla quale aveva posto le sue condizioni, ha deciso di entrare in guerra».

Per favorire le trattative Putin dovrebbe smettere di parlare di denazificazione?

«Penso che sia il problema minore. Quello maggiore è l’integrità territoriale dell’Ucraina. Credo che nessuno possa pensare che la Crimea torni ucraina. E tanto meno il Donbass, dopo il prezzo pagato dai russi. Questo significa che, se l’Occidente continuerà a perseguire questa integrità territoriale, la guerra durerà a lungo. Per me, l’unica soluzione è un compromesso che lasci quei territori nell’orbita russa».

Che cosa deve accadere perché la ricerca della pace torni prioritaria?

«L’unico soggetto che poteva e può fare qualcosa è l’Europa. Con Angela Merkel forse si sarebbe evitata questa situazione. Olaf Scholz rischia di essere messo in minoranza. Mario Draghi, i Paesi di Visegrad, Gran Bretagna e Stati Uniti premono per la guerra. Finché noi europei non capiremo che questa guerra stronca la nostra economia e che le sanzioni danneggiano più noi che Mosca, continueremo a illuderci. I russi non hanno nulla da perdere essendo già considerati i mostri del pianeta. Checché ne dica Ursula von der Leyen, l’Ucraina non può vincere questa guerra».

Nonostante i miliardi di dollari stanziati da Joe Biden in armi da mandare a Kiev?

«I russi dispongono di 6.000 testate nucleari e dei missili Sarmat. Per quanto continueranno a combattere con le mani dietro la schiena? Questo è un conflitto regionale che va risolto tra le due parti. L’Ucraina può essere un paese cuscinetto tra i due mondi. Se la Nato aumenterà la sua influenza si andrà verso la terza guerra mondiale. Bisogna ripartire dagli accordi di Minsk, predisporsi ad accettare dei compromessi, creare un’area a statuto speciale e stabilire delle amnistie per i combattimenti di questi mesi».

 

La Verità, 23 aprile 2022

«Perché i generali sono più realisti dei giornalisti»

Generale Fabio Mini sul nuovo numero di Limes lei ha scritto che l’espansione dell’Alleanza atlantica è la causa principale della guerra russo-ucraina. Che cosa glielo fa dire?

«Il fatto che dal 1997 con la Polonia, la Cecoslovacchia e l’Ungheria, passando per l’Estonia, la Lettonia e la Lituania nel 2004, fino al 2018 con la Macedonia, la Nato ha invitato nell’alleanza una serie di Paesi dell’Est europeo. È stata una strategia precisa che aveva un unico scopo».

Quale?

«Circondare la Russia per neutralizzarne l’influenza nel Centro Europa. Non era un obiettivo segreto, ma dichiarato».

Molti analisti sottolineano che in quel periodo ci sono state offerte di collaborazione della Nato alla Russia tanto che, per esempio, il G7 è diventato G8.

«Non so chi lo dica, ma è antistorico. Il dialogo è limitato al periodo iniziale dell’allargamento, dal 1991 al 1996. C’era reciproca volontà di collaborare, pur in presenza di una certa diffidenza che emergeva, per esempio, nelle riunioni in cui si parlava dell’Armenia o della Georgia. Dopo il 1997 la disponibilità al dialogo della Nato è stata solo un’etichetta diplomatica. Mentre a livello operativo e militare si agiva per favorire l’inserimento dei Paesi baltici nello scacchiere, apparentemente difensivo, che la Russia percepiva come offensivo».

Se si digita su Google Fabio Mini, compare la qualifica «scrittore». In effetti, Mini ha pubblicato diversi saggi per importanti editori in materia bellica e di strategia militare, discipline nelle quali è molto autorevole essendo stato generale di Corpo d’Armata dell’Esercito Italiano, Capo di Stato maggiore del comando Nato del Sud Europa e comandante della missione internazionale in Kosovo. Scrive per la rivista Limes e collabora con Il Fatto quotidiano.

Generale, come spiega che questa crisi prevista dall’intelligence americana e britannica non è stata scongiurata?

«Per fermarla bisognava assumere le posizioni esplicite che la politica stava dettando. Questa situazione era annunciata da quando è iniziata la crisi per la Georgia. Nel 2001 andai a Tbilisi per seguire le esercitazioni della Nato. Alloggiavo in un hotel in centro, al terzo piano; dal quarto al nono erano tutti occupati dai servizi segreti americani. Sette anni dopo è arrivata la crisi della Georgia».

Non ci si è fermati prima a causa della pandemia o di altri interessi?

«L’America voleva che si evitasse d’ingoiare il rospo passivamente, come avvenuto per la Georgia. La Russia non pensava che la Nato rimanesse unita e, a sua volta, la Nato non credeva che la Russia fosse davvero decisa a invadere. Fin dal primo giorno dell’amministrazione Biden la situazione si è aggravata. L’irrigidimento di una parte ha portato all’irrigidimento dell’altra».

A cosa mira l’aggressione di Putin all’Ucraina?

«Non a occupare tutta l’Ucraina».

Perché?

«Non è nelle condizioni di farlo. Lo scopo che ha scatenato l’invasione è tenere la Nato lontano dai propri confini. Perciò se occupa l’Ucraina la Nato ce l’ha in casa».

Vuole insediare un governo che gli obbedisca?

«L’occupazione militare è una cosa, insediare un governo fantoccio o a lui favorevole è un’altra. Forse ci ha già provato. Il vero obiettivo credo sia mettere in sicurezza un territorio che circonda l’Ucraina dal Donbass e Kharkiv, passando per la parte meridionale per arrivare possibilmente fino alla Moldavia, dove c’è una forte comunità russofona».

Il bombardamento dell’ospedale dei bambini di Mariupol segna una svolta nella strategia di Putin?

«No. Segna una svolta nella campagna d’informazione. Siamo di fronte a due propagande, una di fronte all’altra. Tre feriti dopo un bombardamento così come raccontato non l’ho mai visto».

Si parla di strage di bambini.

«Ho letto di tre feriti, altri dicono sei. Vedo un’intensificazione della guerra di propaganda e annunci. Se dietro ci sono la strage e un obiettivo intenzionale non lo so. Le immagini che ho visto mostrano un’esplosione in uno spiazzo, un grande cratere, molti vetri rotti e una barella davanti a una telecamera. Commento quello che vedo e da ciò che vedo, fortunatamente, questa strage non si è verificata».

Fino a qualche giorno fa si diceva che la colonna ferma di carri armati indicava l’attesa di nuovi eventi e lo spazio per un negoziato, ma al colloquio in Turchia il ministro degli Esteri russo Lavrov ha rigettato l’offerta di neutralità dell’Ucraina.

«Il colloquio in Turchia non erano negoziati. Lavrov era lì per parlare, non per negoziare. La novità di quel colloquio è che Lavrov ha legittimato i negoziati in Bielorussia, avallando una diplomazia militare che fino a quel momento non era scontata».

Perché su Limes sottolinea il ruolo del mondo liberal americano in questa crisi?

«Ci sono due politiche estere negli Stati Uniti che fanno capo a democratici e repubblicani. L’idealismo liberal, come lo chiama l’editorialista del Foreign Policy Stephen Walts, e il realismo repubblicano».

Perché l’idealismo liberal è così protagonista?

«È storia. Le guerre le hanno iniziate i presidenti democratici in nome di quel falso idealismo. Non c’è una guerra iniziata con un presidente realista».

Bush padre ha iniziato la guerra del Golfo.

«George Bush e il partito repubblicano furono influenzati dai neocon, speculari ai neodem. Fu un movimento molto ideologizzato sul piano culturale e religioso. La prima guerra del Golfo nacque in quel contesto».

La stima per Putin ribadita anche di recente da Donald Trump è una posizione indifendibile?

«Certo. Anche le azioni di Putin sono indifendibili. Tra mille opzioni ha scelto la peggiore. Ha visto la debolezza nell’amministrazione americana, nella Nato e nell’Unione europea e ha pensato di approfittarne. Parliamo di una guerra non iniziata il 24 febbraio. Agendo in modo provocatorio la Nato ha violato le norme stesse del Patto atlantico».

Qual è la violazione principale?

«Ha messo in pericolo la sicurezza dei Paesi aderenti. Spostare armi e dislocare truppe ai confini di un altro Paese è una provocazione che in altri tempi avrebbe portato alla guerra il giorno dopo. È proprio uno di quei casi che il Trattato atlantico e la Carta delle Nazioni unite volevano evitare».

Lo diceva anche Biden al Consiglio Atlantico del 1997: «Annettere alla Nato gli Stati baltici potrebbe provocare una risposta vigorosa e ostile da parte della Russia».

«Il Biden del 1997 non è il Biden di oggi».

Ora alimenta il conflitto per ragioni interne?

«Sì».

Cioè?

«Per gran parte della popolazione americana, Biden non sta mantenendo le promesse fatte in campagna elettorale. Il contrasto alla disoccupazione, la lotta al Covid, la sanità, le norme sui rifugiati. Alle elezioni di metà mandato un successo internazionale può rianimarlo. Altrimenti la sua presidenza finirebbe dopo due anni. Senza la maggioranza al congresso non potrebbe più governare. In gergo sarebbe una lame duck, un’anatra zoppa».

Come si sta comportando l’Unione europea?

«In maniera abbastanza sibillina, perché non ha la forza per imporre la propria volontà. Tuttavia, esistono una serie di ragioni pratiche e razionali che sconsiglierebbero di seguire la posizione degli Stati Uniti, di Zelensky e della Gran Bretagna».

Le risorse energetiche?

«Esatto. Un problema che ha portato a sanzioni meno drastiche di quelle che Gran Bretagna e Stati Uniti avrebbero voluto. Con intelligenza Biden ha detto che introdurre la no-fly zone in Ucraina vuol dire scatenare una guerra diretta tra Russia e America. Lo stesso discorso può valere per l’inasprimento delle sanzioni».

Perché l’Italia è fuori dai tavoli che contano?

«L’Italia non è influente perché si sa da che parte sta. Non conta chi sta zitto, ma chi alza il dito. Noi non l’abbiamo mai alzato e così ci danno per scontati».

Come giudica la decisione d’inviare armi al popolo ucraino?

«Inviare armi al popolo ucraino che si difende va benissimo. È doveroso. Invece, non manderei armi senza sapere bene a chi vanno e dove andranno a guerra finita. Se si contribuisce a un’ulteriore provocazione non è solidarietà all’Ucraina, ma una manifestazione di ostilità verso la Russia che può inasprire la situazione».

Non si mandano derrate alimentari o medicine, le armi sparano ma noi non combattiamo.

«Sono d’accordo, è pura ipocrisia».

Che cosa le fa dire che un conflitto tra la Nato e la Russia è ancora evitabile?

«Non è in atto l’occupazione militare di tutta l’Ucraina. Possono verificarsi degli eventi: se il negoziato non salta si può rimediare. Se le forze davvero in campo – il governo russo, quello ucraino e quello americano – si siedono allo stesso tavolo c’è ancora margine. Niente Nato, però».

Perché lei e il generale Mario Bertolini siete più disposti alla trattativa?

«Perché siamo testimoni di quello che succede nei Paesi dopo che l’intervento delle Nazioni unite è terminato. Negli ultimi 30 anni alla vittoria sul campo della Nato non è seguito un successo politico e umanitario. I Paesi usciti da quegli interventi – Iraq, Libano, Somalia, Afghanistan, Kosovo, Libia – erano più martoriati di prima».

Perché mentre voi militari siete trattativisti molti giornalisti sono convinti della necessità della prova di forza?

«Perché i giornalisti partono dall’invasione e non vanno a vedere cosa c’era prima. Se si punta lo sguardo adesso c’è un aggressore e un aggredito. Invece l’aggressione segue azioni di provocazione. Chiediamoci chi ha addestrato e inserito nelle file delle forze armate regolari formazioni di ex banditi».

Che ruolo può avere il Vaticano in questo scenario?

«Un grande ruolo perché la comunità russa è molto sensibile al sentimento religioso».

Anche se l’uscita del patriarca di Mosca Kirill si è rivelata controproducente?

«La Chiesa ortodossa non è una Chiesa unita. Zelensky ha lavorato per separare la comunità ortodossa ucraina da quella di Mosca. Quello che ha detto Kirill esprime come vedono il decadimento morale dell’Occidente».

Tornando al Vaticano, che margini d’intervento ci sono?

«Il Vaticano mantiene contatti con Mosca. Il Papa ha manifestato comprensione verso Putin e Putin si sforza di capire ciò che la comunità cattolica nella persona del Papa cerca di dirgli. Credo che la Russia prenderebbe in seria considerazione le dichiarazioni di condanna del Vaticano».

 

La Verità, 12 marzo 2022