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«Il Pd sacrifica gli interessi italiani alla sua bottega»

Arianna Meloni è reduce dalla manifestazione del Comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati al Teatro Franco Parenti di Milano. Ha qualche linea di febbre, ma accetta di parlare con La Verità della riforma della giustizia, del rapporto con le opposizioni e dello scenario internazionale.
Arianna Meloni, come andrà il referendum?
«Vincerà il Sì».
Sicura?
«Sono piuttosto ottimista».
Per quali motivi?
«Nonostante il tentativo di fuorviare il dibattito con inutili polemiche, quando si entra nel merito ci si accorge che si tratta di una buona riforma. Una riforma che dà forza alla magistratura, rendendola più libera e indipendente dalla politica e dalle correnti politicizzate. Inoltre, con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, i magistrati pagano per gli errori che commettono. Ogni anno si registrano quasi mille ingiuste detenzioni. Una situazione che pagano prima di tutto i diretti interessati sulla propria pelle, e poi i cittadini tutti attraverso il conseguente e ingente esborso finanziario dello Stato per i risarcimenti».
Fino a qualche giorno fa la vittoria sembrava più sicura mentre ora è tornata in discussione?
«Non mi risulta. Certamente, c’è chi ha trasmesso un messaggio fazioso, spostando il dibattito sul piano politico e contro il governo, più che sul merito della legge».
Qualcosa vi ha convinto a impegnarvi maggiormente nella campagna referendaria?
«La riforma della giustizia è un punto qualificante del programma di governo. È una riforma storica, da 30 anni nessuno è riuscito a realizzarla. Questo governo ci sta riuscendo perché è stabile. Non inventiamo nulla di nuovo, ma realizziamo i punti del programma perché, grazie a questa stabilità, possiamo fare le riforme che gli italiani aspettano da decenni. Questa è una delle più importanti. Credo che gli italiani debbano ricordarsi quanto incide il funzionamento della giustizia sulle loro vite. Coloro che scelgono di votare No non otterranno di sicuro l’effetto di mandare a casa il governo Meloni, ma rischiano solo di tenersi una giustizia che non funziona».
Premesso che per gran parte della sinistra e della magistratura si tratta di un voto contro il governo, l’impegno diretto di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, può rivelarsi un boomerang?

«Siamo persone molto coraggiose nel rappresentare le nostre idee. Non temiamo boomerang o autogol, anche perché i sondaggi danno FdI al 30% e Giorgia è tra i leader più amati degli ultimi decenni». 
C’è il rischio che si riproduca lo schema visto con il referendum per la riforma del Senato promosso da Matteo Renzi?

«Innanzitutto, bisogna dire che Renzi arrivò al governo senza passare dal voto popolare. In secondo luogo, non godeva di quella fiducia che oggi gli italiani nutrono per l’attuale premier. Infine, come detto, credo che gli elettori sappiano che questo non è un voto sul governo, ma per i cittadini, per rendere l’Italia più moderna, più efficiente e più giusta. Il voto sul governo ci sarà tra un anno, quando gli italiani potranno decidere se Giorgia Meloni ha lavorato bene o no».
Piazzapulita Renzi ha detto che nel 2027 vincerà il campo largo perché gli italiani si sono accorti che Giorgia Meloni è un bluff.
«Al di là di come la pensa Renzi, credo che, per vincere, il campo largo dovrebbe prima di tutto produrre un programma comune e magari trovare un leader unico e credibile per tutta la coalizione. Frammentato com’è, dubito che ci riesca. Quanto al centrodestra, stiamo realizzando il nostro programma punto per punto».
Lei chiuderà la campagna il 19 a Roma, avete pensato anche a un momento finale di tutta la maggioranza?

«Ci stiamo impegnando tutti molto, stiamo facendo eventi in tutta Italia».
Tutti i partiti della maggioranza sono convinti allo stesso modo dell’importanza di vincere il referendum o da qualcuno vi aspettavate un maggior impegno?

«Mi sembra che stiamo lavorando tutti pancia a terra. Consapevoli che non si tratta di una riforma di partito, ma di un cambiamento fondamentale per gli italiani». 
Lo conferma anche il fatto che alla manifestazione di Milano non avete esposto simboli?
«Abbiamo scelto di privilegiare la visibilità del Sì su quella del simbolo di partito».
Come spiega il fatto che il Pd aveva nel suo programma la separazione e l’Alta corte disciplinare fin dalla Bicamerale di D’Alema…
«Fin dal tempo dell’ex partigiano Giuliano Vassalli».
 E ora la segretaria Elly Schlein si schiera con il No?
«Lo spiego con il fatto che per il Pd diventa più importante raggranellare qualche voto di schieramento contro la Meloni piuttosto che fare una riforma che gran parte della sinistra condivide. Tant’è vero che ci sono molte persone intellettualmente oneste di quell’area che stanno facendo campagna per il Sì».
Perché una nutrita schiera di magistrati, da Nicola Gratteri a Nino Di Matteo fino a Henry John Woodcock, in passato favorevoli al sorteggio del Csm, ora contrastano la riforma?

«Perché vogliono difendere lo status quo».
In che modo pensa che questa riforma possa aiutare a superare le sentenze politiche sull’immigrazione e i divieti ai rimpatri?

«Attraverso il sorteggio del Csm che renderà i magistrati liberi dalle logiche delle correnti, mettendoli in grado di rispondere solo alla loro coscienza e a quello per cui hanno studiato. E attraverso l’Alta corte disciplinare, per cui i magistrati che sbagliano risponderanno dei loro errori. Grazie a questi due nuovi strumenti avremo una giustizia giusta e non ideologizzata».
Qual è la sua opinione sulla vicenda della famiglia del bosco?
«Ritengo che sia utile andare a fondo. In uno Stato di diritto la magistratura dovrebbe applicare le leggi in modo uniforme, in questo caso si ha l’impressione di un accanimento ideologico nei confronti di una famiglia solo perché non se ne condivide lo stile di vita. Togliere i figli ai genitori è una misura estrema, che dovrebbe essere applicata solo in casi in cui si siano appurati gravi abusi, ex post e non ex ante».
Anche in questo caso siamo di fronte a un eccessivo interventismo degli apparati sulla vita dei cittadini?
«Altroché. Lo stesso avviene, per esempio, anche quando un magistrato decide di non convalidare la permanenza nei Cpr di immigrati irregolari con procedimenti penali gravissimi come stupro, stupro di gruppo e pedofilia».
L’establishment e i poteri forti vivono il governo Meloni come una parentesi troppo lunga?
«Noi facciamo politica perché siamo al servizio dei cittadini. Ci interessano poco l’establishment, i salotti e i poteri forti».
Quanto lo scenario internazionale con le guerre in Ucraina, in Israele e ora in Iran ha complicato l’azione di governo?

«È chiaramente uno scenario molto complicato che preoccupa tutti. Abbiamo però la fortuna di avere un leader autorevole come Giorgia Meloni che gode di grande stima internazionale. E che sta lavorando su tutti i fronti per una de-escalation del conflitto e mettere in sicurezza gli italiani che vivono in quell’area».
Speravate in un rapporto più lineare e meno turbolento con la nuova amministrazione americana?
«Non siamo qui a misurare simpatie o antipatie. I rapporti sono quelli di un capo del governo con il presidente degli Stati Uniti, nostro storico alleato, eletto da milioni di americani».
Vi aspettavate una maggiore disponibilità dalle opposizioni, oltre a quella di Elly Schlein, all’offerta di una collaborazione sulle questioni internazionali?
«Certamente sì. Noi siamo sempre stati coerenti, perseguiamo le nostre idee, andando oltre le ideologie. Quando ci sono stati fatti allarmanti come l’invasione dell’Ucraina l’allora presidente del Consiglio poté contare sul nostro sostegno anche dai banchi dell’opposizione. Per quanto ci riguarda ci è molto chiaro che l’interesse della nazione è prioritario, purtroppo non è altrettanto chiaro a tutti».
Se fosse confermata dal referendum la riforma della giustizia basterebbe a caratterizzare la legislatura?
«Fortunatamente abbiamo fatto molte altre cose. Nonostante la situazione internazionale sia estremamente complessa la nazione è tornata a crescere. È ripartita l’economia, è ripartita l’occupazione, ci sono 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro. L’occupazione è cresciuta al Sud, è cresciuta quella femminile e a tempo indeterminato. Quando ci siamo insediati lo spread era a 230 punti. Ora, con due guerre in atto, è poco sopra 70».
Con la vittoria del Sì, sareste spronati a procedere con il premierato?
«Anche se non si vincesse, continueremmo a portare avanti i punti del programma. Il premierato è importante perché dà stabilità e quindi certezza economica alla nazione».
E se vincesse il No che conclusioni tirereste?
«Che gli italiani preferiscono tenersi un giustizia con tante fragilità».

 

 

La Verità, 14 marzo 2026

«I veri politici studiavano oggi improvvisano»

Buongiorno professore, quanti processi ha fatto nella sua carriera?

«Tanti, ma giuro che non li ho contati».

Fra gli altri ha difeso Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi: qual è il ricordo più significativo di una vita nelle aule giudiziarie?

«È difficile da dire, anche perché su molte vicende permane il riserbo. Sul piano umano sono tutte esperienze importanti».

Le è mai capitato di veder condannato qualcuno che sa innocente?

«Più di una volta. Porto in me il dolore di non essere riuscito a farne riconoscere l’innocenza. Ma mi faccio forza con la speranza di poter essere ancora di aiuto a questo scopo».

È difficile convivere con questo sentimento?

«Non ci dormo la notte. Come per il caso di Sabrina Misseri e della mamma Cosima, a mio avviso condannate ingiustamente e in carcere da quasi dieci anni».

Franco Coppi è l’avvocato delle difese disperate. Se le probabilità di essere assolti sono scarse o minime ci si rivolge a lui. Penalista di luminosa fama, professore emerito alla Sapienza di Roma, decano della categoria, oltre ad Andreotti per concorso esterno in associazione mafiosa e a Berlusconi nel processo Mediaset e in quello relativo a Ruby Rubacuori, Coppi ha difeso l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro per i fatti della caserma Diaz, l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio nello scandalo della Banca Antonveneta e una montagna di altri, timorosi, imputati. Abitualmente si esprime senza impennate polemiche, forte della saggezza accumulata. Ma qualche giorno fa ha recuperato l’iperbole di un vecchio criminalista, Francesco Carrara, che disse: «Se mi accusassero di aver rubato la Torre di Pisa scapperei immediatamente».

Sputi il rospo professore, dove l’ha nascosta?

«La Torre di Pisa sta ancora lì e spero che i magistrati inquirenti ne siano convinti».

Un senso d’insicurezza aleggia nel cielo della giustizia italiana?

«Purtroppo il rischio di finire sotto processo oggi spaventa. Tenendo conto dei tempi della giustizia e delle difficoltà che incontra la difesa nello svolgimento del suo compito, non è una bella posizione nella quale trovarsi».

La presunzione di colpevolezza ha sostituito quella di innocenza?

«A volte si ha questa impressione. Quando si sente un importante magistrato asserire che un imputato assolto è, in realtà, un delinquente che l’ha fatta franca, il ribaltamento dell’onere della prova è palese».

È una mentalità che deriva da Mani pulite?

«Direi che sono tanti i fattori che hanno portato a questa situazione».

Quali?

«Mi sembra ci siano minore tensione morale e minore passione nelle cose della giustizia. Anche tra gli addetti ai lavori vedo un affievolimento di tanti principi, compreso quello della presunzione di non colpevolezza».

Che impressione le fa vedere Piercamillo Davigo sostenere in televisione che «l’errore italiano è sempre stato dire: aspettiamo le sentenze»?

«Già prima facevo riferimento a lui: Davigo è una persona simpaticissima e gradevole. Ha osservato che se vede un ospite uscire di casa con la sua argenteria non aspetta la sentenza per non invitarlo di nuovo a cena. Il riferimento è alla polemica riguardante l’applicazione della pena già dopo la sentenza d’appello senza aspettare il verdetto della Cassazione».

Un ospite pescato mentre scappa con l’argenteria è in flagranza di reato. Per non reinvitarlo basta anche meno…

«Sono di vecchia scuola e aspetto le sentenze. È impensabile che il provvedimento di custodia cautelare sia equiparato alla pena di una sentenza definitiva. Detto questo, l’esecuzione della sentenza dopo l’appello, anche in presenza del ricorso in Cassazione, è un tema molto discusso».

Il governo in carica è guidato da un suo collega che si era proclamato avvocato del popolo.

«Avvocati e magistrati sono stati spesso protagonisti in politica. Pur non avendo avuto esperienze precedenti l’attuale premier ha dimostrato che la preparazione da giurista può servire a svolgere bene queste funzioni».

Non crede che di fronte a una crisi tanto drammatica sarebbe stato utile un approccio più pragmatico?

«Bisognerebbe valutare caso per caso. In passato le carriere politiche godevano di una formazione specifica. I vecchi leader democristiani crescevano alla scuola della Fuci e dell’Azione cattolica. I politici del partito comunista si formavano alle Frattocchie. La politica non è qualcosa che si improvvisa».

Le pare che ci sia stata adeguata considerazione dello scandalo delle intercettazioni tra magistrati rivelate dalla Verità nelle quali si insultavano politici sgraditi e si prefiguravano attacchi a prescindere dal diritto?

«Per il momento la risposta è stata promessa, attendiamo di vedere quale sarà. Certamente il fatto è grave e la merita».

Lei ha invocato un gesto forte del presidente della Repubblica, il quale, se non può scioglierlo, potrebbe dire che non intende presiedere questo Csm. Ha avuto qualche riscontro questo suo invito?

«Non posso pretendere riscontri a una battuta che voleva sottolineare la delicatezza della posizione del presidente della Repubblica, che ha l’onere di presiedere il Csm in una situazione che si può definire disperata».

Quindi riscontri dal Quirinale non ne ha avuti?

«Neanche potrò averne».

E da altri ambienti?

«In genere non ricevo approvazioni o dissensi alle mie interviste. Volevo sottolineare l’imbarazzo di presiedere un organo esposto a fortissime tensioni, immaginando che potrebbe venir voglia di non presiederlo. Non certo ipotizzare che il presidente Mattarella possa tirarsi indietro davanti a obblighi istituzionali».

Se queste intercettazioni avessero rivelato trame ai danni della sinistra pensa che avrebbero avuto più risalto nei media?

«Forse sì, ma non sono sicuro. Mi pare che sia stata colta la gravità dei fatti».

È riformabile il sistema della magistratura?

«Tutto nella vita lo è. Mi auguro che ciò avvenga non in peggio, com’è accaduto per il Codice di procedura penale».

La cui riforma doveva servire a sveltire i processi e invece…

«La riforma del codice ha fallito tutti gli obiettivi. Lo dico in base alla mia esperienza nelle aule giudiziarie. Poi potrà esserci qualche statistico che mi smentisce. Ma sul piano della velocità dei processi, confrontando il codice attuale con quello precedente, è difficile non dire che ha fallito».

Perché la magistratura è l’unica categoria nella quale la carriera si sviluppa per anzianità senza verifiche su qualità e deontologia professionale?

«È un argomento che va certamente approfondito. Credo vadano introdotte forme di controllo e di verifica su come i magistrati svolgono la loro professione, riducendo lo sviluppo automatico delle carriere».

C’è chi propone il sorteggio nell’elezione del Csm.

«Anche in questo campo non esiste la soluzione perfetta. Il sorteggio puro eliminerebbe alcuni problemi, ma ne introdurrebbe altri. Per esempio, un magistrato di fresca nomina potrebbe diventare membro del Csm».

Intanto, la riforma continua a slittare. Crede che un governo come questo se ne faccia prima o poi carico?

«Per ciò che abbiamo visto finora non c’è da essere ottimisti. Però voglio sperare che, superata la fase acuta dell’epidemia, si radunino poche persone esperte, invitandole a studiare i rimedi alle storture dell’attuale codice. Voglio essere fiducioso».

Settori di questo governo hanno un filo diretto con i vertici della magistratura: che cosa la fa essere così fiducioso?

«Tutti i giorni indosso la toga, pensando di avere davanti un giudice imparziale. Vedo i problemi e posso immaginare che sia come dice lei, ma non mi hanno mai molto interessato le dietrologie».

Non le sembra che le intercettazioni lascino poco spazio all’immaginazione?

«Non posso rispondere a questa domanda».

Cosa pensa a proposito del fatto che Luca Palamara ha detto da Bruno Vespa che non si dimette perché ama la magistratura?

«Abbiamo parlato di presunzione di non colpevolezza: anche Palamara ha diritto di difendersi dalle accuse che gli vengono mosse. Cosa poteva rispondere a Vespa? Mi auguro che il processo venga istruito rapidamente. Quando in un’inchiesta l’indagato è un magistrato o un politico, quel processo dovrebbe avere la precedenza ed essere celebrato nel minor tempo possibile. Perché il cittadino deve sapere se è giudicato da una persona per bene o se a capo di un partito c’è una persona corretta. Dovremmo sapere subito, e non tra otto o dieci anni, se Palamara ha commesso reati o no. Anche a costo di far cadere in prescrizione qualche altro processo».

Cosa che non accadrà, considerata l’abolizione in arrivo.

«La riforma della prescrizione è la prova del fallimento della giustizia penale sottoscritta dal governo. Vuol dire ammettere di non essere in grado di applicare una giustizia rapida ed efficace. Per il resto, è una riforma che mi trova assolutamente dissenziente».

Parlando dell’operato del ministro Alfonso Bonafede, come giudica il trasferimento agli arresti domiciliari di centinaia di condannati per reati di criminalità organizzata a causa del timore dei contagi?

«Credo che il ministro c’entri poco. Un conto è l’incompatibilità con la carcerazione per ragioni di salute – per la quale, se un detenuto è affetto da tumore, lo si manda dove può essere curato – un altro conto è il carattere farsesco del timore del contagio, che dovrebbe valere per tutti i detenuti. Li mandiamo tutti a casa in attesa del passaggio dell’epidemia?».

Qual è il suo giudizio sull’azione del governo durante l’emergenza sanitaria?

«Quando facevo il professore dicevano che ero molto severo. Invecchiando sono diventato più buono, perciò darei la sufficienza, nella speranza che possa migliorare».

Anche perché ci attende una difficile ricostruzione. Pensa che la deroga al Codice degli appalti attuata per il ponte di Genova potrebbe essere estesa a tutte le grandi opere? E che una certa cultura inquisitoria ostacoli questa possibilità?

«Concordo con la sua riflessione e la necessità di accelerare le procedure. Anche se a volte la cronaca svela situazioni che tendono a rimettere tutto in discussione».

 

La Verità, 6 giugno 2020