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Rai e Veltroni a caccia del nuovo Montalbano

Questione di marchio, questione di logo. Quando c’è quello, la qualità passa in secondo piano. Si va sul sicuro e si compra a scatola chiusa. Walter Veltroni un marchio lo è di sicuro. Un brand, direbbe lui, ricorrendo al british come nei suoi romanzi. Dai quali, in perfetta linea TeleMeloni, la Rai e la Palomar di Carlo Degli Esposti traggono, per ora, una miniserie in due serate (Rai 1, 7 e 14 maggio), intitolata Buonvino – Misteri a Villa Borghese. Del resto, negli anni, il fondatore e primo segretario del Pd, vicepremier del governo Prodi e sindaco di Roma, è stato saggista, romanziere, autore di varietà televisivi, documentarista e regista cinematografico. Nella fiction, invece, non si era ancora cimentato. «Veltroni è un network»: ha ragione Andrea Minuz. Un ipertesto, si potrebbe anche dire, con numerosi link. E così, qui, oltre a fornire la base ispiratrice, i gialli del «ciclo del commissario Buonvino» pubblicati da Marsilio, eccolo comparire come consulente editoriale. Altro che oscurarlo, come si è scritto nel tentativo d’innescare la polemica. «Mi spiace che Il Fatto quotidiano abbia voluto trovare qualcosa che non c’è», chiarisce Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction, durante la presentazione alla stampa. «Non riesco a capire perché la Rai che fa una serie tratta dai libri di Veltroni poi debba oscurarlo. Per cortesia», taglia corto, «parliamo di cose che esistono e non di cose che non esistono. Veltroni è felicissimo del trattamento di questa serie, che firma come consulente e supervisore».
Il primo episodio è Il caso del bambino scomparso, secondo di sei racconti. Siamo a Villa Borghese, piccola patria di gioventù dell’autore, l’elemento meglio ritratto nella storia. Il parco, i viali alberati, il lago, le fontane: una Roma quasi inedita in mezzo alle solite suburre. Il secondo profilo ben definito è quello del protagonista (Giorgio Marchesi). Al quale, dopo un grave errore in un’indagine, si presenta l’agognata seconda possibilità non in un commissariato di montagna del Molise, ma appunto a Villa Borghese, a capo di una specie di «armata Brancaleone». E anche qui siamo in piena mielosità veltroniana. Nella prima scena il poliziotto raccoglie due gattini abbandonati dentro uno scatolone in un’aiuola e nella seconda chiede «un caffè, per favore» al barista che contraccambia il garbo praticandogli uno sconto. Poi scopriamo che Buonvino si è da poco separato dalla moglie, che si sposta su una Triumph decapottabile, altro che la Tipo malandata di Montalbano, che ascolta musica su ellepì in vinile e fa jogging sull’asfalto indossando vecchie Clarks modello desert boot. Insomma, un commissario buono, gentile e che incarna alcuni cliché. Un uomo che esprime «una leadership dolce», «incapace di arrabbiarsi, non un maschio alfa, ma un po’ controtempo», lo descrive Marchesi. Altrettanto di maniera è la composizione della squadra di agenti. C’è la belloccia, l’ispettrice Veronica Viganò (Serena Iansiti) con la quale Buonvino ha un passato da rinfrescare e, prevedibilmente, un futuro da costruire. C’è la nera che si chiama Ginevra (Daniela Scattolin) e non riesce a trovare casa perché gli immobiliaristi, gentili al telefono, frenano alla vista del colore della sua pelle. Poi Portanova, l’ispettore un po’ frustrato e dall’aria ambigua (Francesco Colella), Cecconi, l’agente scelto, ma presuntuoso (Matteo Olivetti) e, infine, l’agente semplice e sempliciotto Gozzi (Ivan Zerbinati). Le figurine Panini dei commissariati di polizia. Una squadra che, «come il Verona di Osvaldo Bagnoli che vinse lo scudetto nel 1985 con gli scarti delle big», con l’arrivo del nuovo capo si trasforma in un team dell’Fbi capace di risolvere un caso dimenticato che riaffiora dopo il ritrovamento di un cadavere nel parco. Il fuoriclasse della formazione, però, è lui che, mentre flirta con l’ispettrice, congiunge inaspettatamente tutti i puntini, trovando una quadratura quanto meno inverosimile.
Ma tant’è. Il marchio vince su tutto e il prodotto arriva infiocchettato al pubblico di Rai 1. Il ciclo del Commissario Buonvino è stato pensato così fin dall’origine. Basta provare a leggere i gialli ispiratori per accorgersi che, come la sceneggiatura televisiva, anch’essi forse necessitavano di un editing più vigile. E magari un po’ di burocratese – «il caso che era riuscito a sbrogliare aveva un elevato grado di complessità» o «i giornali e i siti faticavano a remunerare i dipendenti» – sarebbe stato emendato. Così come sarebbe stata sfrondata la folla di citazioni mainstream che ne intarsia la prosa dalle prime pagine.
Ma, realisticamente, non si può chiedere troppo perché l’operazione è chiara: trovare finalmente il personaggio che, dopo tante ricerche, dovrebbe sostituire Il Commissario Montalbano. Non a caso, per la produzione sono stati scelti Palomar, che aveva portato in tv i romanzi di Andrea Camilleri per Sellerio, e Salvatore De Mola uno degli sceneggiatori di quella serie fortunata. Il quale confessa: «Sono cresciuto con le iniziative di Veltroni, le figurine Panini e le videocassette di cinema, quando era direttore dell’Unità». Tutto torna, dunque. «Partiamo con questo assaggio per verificare se aumentare il dosaggio», confida Degli Esposti. E Ammirati: «Siamo abituati a verificare la tenuta della serialità. Se dovessero andare bene i primi episodi, proseguiremmo di corsa. I racconti sono tanti». Del resto, qual è l’editore, il produttore, il regista che può dire di no a Veltroni? O che può prendersi la briga di aprire la scatola prima di metterla sul mercato?

 

La Verità, 25 aprile 2026

Montalbano, la Tipo e il tempo sospeso di Vigata

La cosa più sorprendente delle tante che si vedono in una puntata de Il Commissario Montalbano è che ha ancora una Fiat Tipo. Una Fiat Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe quasi da scrivere bleu, come si diceva fino a qualche decennio fa, tanto è vintage. La Tipo è un’auto che ha almeno una ventina d’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese la casa madre ne sta proponendo un nuovo modello che di quella conserva solo il marchio. Quando sulle nostre strade sfrecciava la Tipo, il Muro di Berlino era appena caduto e l’euro era ancora fantascienza, perciò si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. Dunque, quella del poliziotto più amato dagli italiani (ieri ha sfiorato il 41 per cento di share con 10,3 milioni di spettatori) non può che essere una macchina un tantino malandata e con i cerchioni ammaccati. Il padrone non è tipo che si formalizza e bada al sodo. Però, questa cosa della Tipo è divertente perché dà il polso del successo della serie di Raiuno tratta dai libri di Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti. Si fa presto a dire “Montalbano è rassicurante”. In realtà è molto più di questo, perché il poliziotto che tutti invidiamo vive in un tempo e in un luogo particolari, quasi una dimensione sospesa, senza l’urgenza della contemporaneità, considerata dalla critica la categoria discriminante delle fortune di una serie o di un film. Anzi, paradossalmente, proprio la non ricerca delle mode e dell’attualità, è uno dei principali segreti del successo della fiction.

Per dire, arriva la prima interruzione pubblicitaria e veniamo bombardati di spot con i nuovi modelli di Suv e monovolumi, con il sistema uconnect e i portelloni che si aprono con un battito di ciglia. C’è appena stato il Salone di Ginevra e il settore dell’auto è tra quelli che trainano la ripresa. Ma di tutto ciò, giustamente, Montalbano se ne strabatte i cabbasisi. Anche perché a Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, la Tipo mai che finisca in una coda o incroci un’auto che procede in direzione opposta, nelle indagini il suo pilota s’inoltra spesso su strade sterrate e il doppio bluetooth non serve. Per la verità, serve pochino anche il cellulare stesso. In casa, Salvo nostro usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non si vede traccia.

Beato Montalbano. Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa. Invidia: molto anche per quel vivere con lentezza, per quell’assenza di stress, per il tempo sospeso, i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi e nessuna ressa, le nuotate con l’acqua tutta per lui. Come le strade…