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La storia vintage di Jashari nel calcio dei trilioni

Una storia unica, una vicenda romantica d’altri tempi. Nel calciomercato di questa folle estate, dove c’è chi s’incolla a Temptation island e chi non perde un trafiletto sulle indagini sul delitto di Garlasco, tra contratti ultramilionari e trasferimenti in lontane città del Golfo Persico c’è anche la storiella sentimentale di un giocatore che vorrebbe coronare il sogno che aveva da bambino. Proprio così. L’abbiamo sentito un miliardo di volte quando un giocatore posa con la maglia della sua nuova squadra ripete sempre la formuletta: si compie il sogno che avevo da bambino. Nel caso di Ardon Jashari, centrocampista svizzero che milita(va) nella squadra belga del Bruges e si è promesso al Milan, non si sa ancora se questo sogno coronato. E forse anche per questo la vicenda merita di essere rivisitata come una piccola parabola. Ognuno ha le proprie perversioni: c’è chi segue il gossip dei tradimenti di Raoul Bova e i trappoloni orditi da Fabrizio Corona, uno ogni estate, e chi si fa con le notizie di calciomercato e i mirabolanti cambi di casacca degli eroi pallonari. Nella società della comunicazione selvaggia non ci sono limiti alle patologie. Tuttavia, finché non si fa del male a nessuno, certi eccessi si possono tollerare, anche perché alimentano succosi spicchi di mercato, dalle riviste specializzate nelle storie di corna e ai reality show fino alle rubriche televisive e alle paginate dei quotidiani sportivi sui trasferimenti multimilionari dei calciatori.

Con l’apertura della frontiera araba, da qualche anno la campagna estiva di acquisti e vendite dei giocatori ha registrato una fantasmagorica accelerazione. Prima c’erano sostanzialmente due mondi che si contendevano le prestazioni degli eroi in mutande, Europa e Sudamerica, con qualche appendice nell’America settentrionale e la breve parentesi, già chiusa, della Cina, dove alcuni calciatori andavano a finire la carriera allettati da vagonate di milioni. Ora si assiste a un andirivieni continuo da Riad e dintorni di giocatori anche relativamente giovani e allenatori che, dopo appena un anno di cibo, tuniche e veli sauditi, salgono sull’aereo che li riporta nell’amato Occidente, accettano una manciata anziché un baule di milioni ma si consolano con la ribollita al posto del cous cous. L’ultimo caso è quello di Stefano Pioli, passato dalla panchina dell’All-Nassr di Cristiano Ronaldo a quella più confortevole della Fiorentina. Dietro di lui potrebbe tornare in quel di Firenze, anche Franck Kessie, altro pentito dell’emigrazione lastricata di petrodollari, scomparso dal calcio che conta dopo l’addio al Milan e un’inutile annata a Barcellona, e finito all’All-Ahli di Gedda sul Mar Rosso. A fronte di due ritorni nobili, degne di segnalazione sono due andate fresche di firma sotto una sfilza di zeri. Quella di Andrea Pirlo, il predestinato, l’architetto campione del mondo 2006, sul contratto che gli ha sottoposto lo United Fc di Dubai che milita nella serie B degli Emirati Arabi. E quella di Mateo Retegui, venduto dall’Atalanta per 68 milioni all’Al-Qadsiah, compagine senza troppe ambizioni con sede ad Al Khobar sul Golfo Persico, 11 ore di volo da Milano. Si è trasferito laggiù a 26 anni per 20 milioni di dollari all’anno e sembra contento, chissà i suoi famigliari e il neo Ct della Nazionale, Rino Gattuso. Ma così va il mondo del calcio, drogato dalle ambizioni degli sceicchi e dal gigantismo della Fifa che organizza carrozzoni come i Mondiali per club di un mese in piena estate negli Stati Uniti (Jurgen Klopp: «È la peggior idea mai vista nel calcio. La prossima stagione vedremo una raffica ancora maggiore di infortuni»).

In questa cornice risalta la storia dal sapore vintage di Ardon Jashari, un calciatore che ha compiuto 23 anni, nato a Cham in Svizzera, da dove, quand’era ragazzino, andava tutte le domeniche a San Siro in macchina con i genitori per vedere il Milan. Bene. La trattativa per il suo trasferimento nel club rossonero dura da un mese e mezzo nonostante fra il giocatore e il Bruges ci fosse un patto per il quale, a fronte di un’offerta consona di un grande club, l’avrebbero lasciato partire. Per il cartellino la sua società ha sempre chiesto 35 milioni di base più cinque di bonus. L’accordo tra il giocatore e il Milan è definito da tempo: 2,5 milioni per quattro anni, ma il ragazzo è disposto anche a ridursi l’ingaggio per agevolare la trattativa. L’ultima offerta del Milan per il cartellino del miglior giocatore del campionato belga nonché nazionale svizzero è di 33,5 milioni di base fissa più due di bonus facilmente raggiungibili (la possibilità che la squadra si qualifichi per la Champions una volta nei prossimi cinque anni) e altri due per obiettivi meno facili, per un totale di circa 38 milioni. Quello che conta però è che i 35 milioni di base siano sostanzialmente garantiti. Invece no. Per i dirigenti del Bruges non è così, offerta respinta. Siamo al muro contro muro perché il Milan ha fatto sapere di ritenere la sua offerta ragionevole e non si spingerà oltre. Prendere o lasciare. E mentre il club belga ha dovuto chiudere i profili social per le incursioni poco urbane dei tifosi rossoneri, in mezzo c’è il giocatore con la sua favola romantica. Un ragazzo fermo nella decisione, che ha rifiutato altre proposte da Borussia Dortmund, Nottingham Forest e Aston Villa e vuole andare solo al Milan. Anzi, davanti all’ultimo niet del Bruges e al tentativo dei dirigenti di creare un’asta sollecitando altre società della Premier a pagare i 40 milioni richiesti, il ragazzo ha annunciato che non giocherà più con la maglia a strisce nerazzurre.

Anche i sogni hanno un prezzo. Vedremo se quello di Ardon si realizzerà.

 

La Verità, 31 luglio 2025

Favola di Natale: Il fattore umano del Milan

Massì, scriviamolo: quest’anno la favola di Natale è quella del Milan. Scriviamolo, rischiando un po’, perché poi magari la storia non sarà a lieto fine. È molto possibile, se non proprio probabile. Però scriviamolo lo stesso perché, in tempi di sofferenze e tragedie, forse la favola del Milan può alleggerirci un po’ e aiutarci a ritrovare un briciolo di leggerezza.

Qualcuno tra gli osservatori inizia ad accorgersene. Comincia a cogliere che nella parabola della squadra che un anno fa perdeva 5 a 0 in casa dell’Atalanta e ora è in testa al campionato di Serie A, c’è qualcosa di più di un mero fatto tecnico. Rileggiamo l’incipit di Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport dopo il successo all’ultimo respiro contro la Lazio: «Stefano Pioli ha la faccia radiosa di George Bailey quando alla fine abbraccia i suoi ragazzi a un passo dal Natale: La vita è meravigliosa! Neanche Frank Capra avrebbe immaginato un film del genere…». Sempre dopo il fischio finale di Milan-Lazio i giornalisti di Sky Calcio Show hanno chiesto al capitano Alessio Romagnoli che cosa sia scattato nella squadra che, da ingenua e fragile, si è trasformata in un gruppo mai rassegnato e dalle infinite risorse? Quale alchimia si sia instaurata tra i giocatori e l’allenatore? «C’è un’intensità nel Milan che nessun altro ha, qualcosa di antico, di poco descrivibile, che copre i limiti di giornata… Una squadra di amici», ha sintetizzato Mario Sconcerti sul Corriere della sera. Poi, certo, potrà accadere che lo scudetto lo vinceranno l’Inter o la Juventus come quasi tutti gli addetti ai lavori pronosticano. I valori tecnici alla fine non mentiranno e le rose sono di valore diverso. Il Milan, per dire, è la squadra più giovane del campionato, nonostante il trentanovenne Zlatan Ibrahimovic. Eppure è lì, per ora. Eppure ha superato mille avversità, finora. Compreso il Covid dell’allenatore, del vice e del giocatore più determinante.

La chiameremo «fattore umano» la favola di questo Milan. Un fattore nel quale Pioli ha i meriti principali. Insieme a Paolo Maldini. E anche agli altri dirigenti, compreso Zvonimir Boban che si è dimesso. Basta tornare all’inizio di questo disgraziato 2020. Poco dopo quello 0-5 patito a Bergamo, Maldini e Boban convincono l’amministratore delegato del fondo Elliott Ivan Gazidis a richiamare Ibrahimovic dal viale del tramonto dei Los Angeles Galaxy. Sarebbe arrivato da salvatore della causa. Da deus ex machina. E l’investitura avrebbe stuzzicato assai il suo considerevole ego. Nel frattempo il destino di Pioli il traghettatore è segnato. Al suo posto viene allertato Ralf Rangnick, coach teutonico circondato da un alone messianico, depositario di un calcio moderno e dogmatico. È tutto fatto. Motivo per cui il poco diplomatico Boban rilascia un’intervista dopo la quale non può che andarsene. Ma, a sorpresa, dopo il lockdown la squadra inizia a dare segnali di risveglio e il brutto anatroccolo a trasformarsi. L’assenza dei tifosi sulle tribune, la minor pressione e un clima più disteso resettano la scheda madre dell’ambiente. La cura Ibra e il nuovo modulo tattico fanno il resto. 2-0 alla Roma, 3-0 in trasferta alla Lazio, vittoria in rimonta sulla Juventus, pareggio con l’Atalanta mostrando un calcio prolifico. Nel frattempo, interrogato sul suo futuro, Pioli non fa una piega, nessuna smorfia di amarezza o di orgoglio. «Io faccio il mio lavoro fino all’ultimo giorno, giochiamo una partita alla volta. Poi la società prenderà le sue decisioni». Un autocontrollo raro nel mondo del calcio (e non solo) dove, alla prima difficoltà, dirigenti e coach sono abituati a sbottare e a togliersi sassoloni dalle scarpe, magari anche maltrattando giornalisti e commentatori. Pioli vuol far parlare i risultati. E il fattore umano inizia a lasciare il segno. I giocatori sono compatti dalla sua parte. Gli osservatori cominciano a dire che meriterebbe di portare avanti il lavoro iniziato. La sera del 21 luglio (vittoria sul Sassuolo), tornando clamorosamente e meritoriamente sui suoi passi, Gazidis ufficializza la conferma dell’allenatore. Il resto è storia recente. Il Milan non perde in campionato da 26 partite e ha conquistato i sedicesimi dell’Europa League. Chi ha visto i filmati dei tifosi che hanno accompagnato il pullman allo stadio nella luce rossa dei bengala o le facce dei giocatori a fine partita inizia a capire che, dentro tutto questo, c’è qualcosa di speciale. «Giochiamo con il fuoco dentro», ha sintetizzato Pioli.

Andrà come andrà. E non è affatto detto che sarà «tutto bene» come preconizzavano i balconi del primo lockdown o come, appunto, favoleggiano i film natalizi di Capra. I valori tecnici contano e sono dalla parte di squadre che hanno investito e investono di più. E poi, tutta questa storia messa su solo per l’incornata allo scadere di Theo Hernandez. Tutto vero: pura fortuna e puri dettagli. Chissà.

Di Pioli, leader mite, si è sempre detto che con le sue squadre partiva bene ma si spegneva presto. Ora è sotto monitoraggio. La mattina del 4 marzo 2018 allenava la Fiorentina quando nella camera di un albergo di Udine dove, al pomeriggio, avrebbe dovuto sfidare l’Udinese, Davide Astori fu improvvisamente trovato senza vita. Quel giorno la Serie A fu sospesa. Pioli dice spesso che la morte di quel giocatore esemplare lo ha segnato come uomo e come allenatore. Chissà se quella tragedia c’entra qualcosa con la favola di oggi.