Cobolli lotta come un leone, ma Zverev sfata il tabù

Disteso sulla terra rossa, Alexander Zverev si gode il momento di felicità. Alla quarta occasione ce l’ha fatta a conquistare il suo primo slam. Onore a Flavio Cobolli che ha lottato per cinque set. A Roma Adriano Panatta aveva dato appuntamento a Jannik Sinner per la premiazione sul Philippe Chatrier del Roland Garros. Invece, con grande eleganza, ha consegnato il trofeo al tedesco con il profilo da guerriero normanno, vincitore con il punteggio di 6-1 4-6 6-4 6-7 6-1.

La curiosità attorno a questa finale inedita riguarda soprattutto Alexander Zverev, già tre volte finalista di slam (Open Usa 2020, Parigi 2024 e Australian open 2025) e mai vincitore: gli sfuggirà questa irripetibile occasione, in assenza di Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, di conquistare il primo major? Sascha si avvicina alla trentina e chissà mai quando gli ricapiterà, inchiodato al numero tre delle classifiche ora che anche Novak Djokovic ripiega. Dall’altra parte c’è Flavio Cobolli, faccia d’angelo di strada, adolescenza fra Trigoria della Roma calcio e il Parioli, il circolo dei grandi. Quello di Adriano Panatta, che oggi è in tribuna d’onore per premiare il vincitore 50 anni dopo il memorabile 1976 quando i francesi lo ribattezzarono «Panattà» e, vedendo le sue volée in tuffo, scrissero che «cammina sulle acque».

Come Zverev anche Cobolli detto «Cobbo» è allenato dal padre. In questo i due amici si somigliano, come si somigliano i rapporti vivaci tra padri e figli del tennis. «Ammiro Flavio più come uomo perché come tennista può migliorare ancora tanto», ha detto Stefano Cobolli. Di rimando, il ragazzo gli fa pesare quando predisse che non sarebbe mai entrato nei primi 10. Invece, grazie all’exploit di questo torneo è già in top ten. E ora, in caso di vittoria, si isserebbe al numero cinque. Zverev non progredirebbe in classifica nemmeno vincendo, ma sfaterebbe un tabù che cambierebbe curriculum, autostima e conferenze stampa. Le carte in regola le ha tutte come dimostra il disco rosso alzato in faccia alla nouvelle vague, i vari Rafael Jódar e Jakub Menšík incontrati sul suo cammino. Cobbo invece consacra il momento di gloria di les italiens, con Matteo Arnaldi e Matteo Berrettini nei quarti di finale di un torneo senza Lorenzo Musetti e Jannik Sinner, fuori al secondo turno.

Zverev è più esperto e abituato a questi match, ha un servizio più potente, un rovescio più sicuro e un registro di gioco più limitato. Il suo punto di forza è la regolarità, soprattutto sulla diagonale del rovescio. Cobolli possiede un dritto esplosivo, maggior varietà di colpi, è dotato di gambe fenomenali che gli consentono grandi recuperi. La sua arma può essere la smorzata, perché Zverev non è un fulmine quando deve correre in avanti. I precedenti dicono 3-1 per il tedesco che per la prima volta si presenta da favorito alla finale di un major. Ma in questa primavera siamo uno pari, Cobbo vincitore a Monaco, Sascha a Madrid. Sarà decisiva la testa. Cioè, concentrazione, tranquillità e capacità di stare lì a giocarsi ogni singolo punto.

Pronti via, c’è il break e l’italiano deve subito inseguire. Sascha è solido con il rovescio e incrocia stretto con il dritto. Cobbo affretta i colpi nel tentativo di rientrare, ma diventa falloso. Il primo set è perso in un soffio. Bisogna liberarsi della tensione e aspettare con pazienza l’occasione buona. All’inizio del secondo set, Flavio è più disinvolto ed efficace al servizio. Riduce gli errori, introduce la smorzata e ottiene il break. Ora è Cobolli a comandare, i suoi turni di servizio si accorciano, quelli di Zverev si allungano. Al decimo game un ace e un lungolinea di rovescio portano l’italiano sull’uno pari. La situazione è capovolta. Flavio è più intraprendente, mentre Sascha ha perso sicurezza. Nel quarto gioco del terzo set, quando Cobbo annulla due palle break la fiducia cresce. Invece, mentre l’italiano si fa prendere dalla fretta, il tedesco non fa regali e si prende il terzo set. Ma il break conquistato all’inizio del quarto rimette subito in partita l’italiano. Nel sesto gioco il tedesco rientra. Il nemico di Flavio è la fretta che lo rende falloso. Il tie-break è un mezzo romanzo. Dopo un passante miracoloso, Cobolli manca una palla set facilissima, ma si rifà con un lungolinea di dritto. Si va al quinto. Flavio cede subito il servizio e poi ancora una seconda volta. Nel quarto gioco non sfrutta tre palle break per provare a rientrare. Finisce in un batter d’occhio. Vince il tedesco con il profilo da guerriero normanno, ma il ragazzo con la faccia d’angelo di strada può competere con i migliori del mondo. A presto.

 

La Verità, 8 giugno 2026

«Il signor Mattarella» e Panatta incoronano Sinner

Jannik Sinner è imperatore di Roma. Pronostico confermato. Al termine di un match senza grandi colpi di scena, la superiorità tecnica del numero 1 del mondo s’impone: 6-4 6-4. Il rosso non tradisce. È il sesto Master 1000 consecutivo, dopo Parigi Bercy, Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid. Un filotto da record inavvicinabile. Il terzo consecutivo sulla terra, un tris riuscito solo a Rafael Nadal. Di Novak Djokovic, invece, Sinner eguaglia il successo in tutti i nove Master 1000 del circuito, tra i quali mancavano proprio gli Internazionali d’Italia. Le vittorie consecutive di quest’anno sono 34. Una collezione di record. «Sono passati 50 anni dall’ultima vittoria italiana. Sono contento che uno di noi ha ottenuto questo risultato. C’è stata tanta tensione, ma sono contento», ha detto a caldo appena terminata la partita.
«Chi vince qui entra nella storia», ha sentenziato Adriano Panatta, uno che sa di cosa parla. Vincendo qui inaugurò il trionfante 1976, Roma Parigi Coppa Davis. Ora che Nicola Pietrangeli, l’altro storico trionfatore degli Internazionali d’Italia (1957 e 1961) non c’è più, è lui al fianco di Sergio Mattarella quando consegna la coppa a Sinner. «Sono sempre molto emozionato quando c’è il signor Mattarella…», abbozza Jannik. «In qualche modo riesco sempre a mettermi in posizioni non piacevoli quando devo stare davanti al presidente», dice strappando il sorriso di tutti i presenti. «Adriano, dopo 50 anni abbiamo riportato a casa questo trofeo molto importante», osserva, più a proprio agio, provocando l’ovazione del Centrale. «Non posso dire di averti visto vincere su questo campo, forse i miei genitori non si erano ancora messi insieme», continua sul filo dell’autoironia. Panatta sorride. Lui e Sinner, due tennisti e anche due uomini che più diversi è difficile. Estroso, romantico e irregolare nell’applicazione sportiva il primo, metodico, concentrato e votato al miglioramento continuo il secondo. Ma uniti dalla stima reciproca e dalla passione per il tennis. E, in un certo senso, anche dal desiderio di Adriano di vedere finalmente un altro italiano alzare al cielo la coppa che lui conquistò 50 anni fa. Prima di smarrirla, forse in qualche trasloco, come ha rivelato.
Mezzo secolo dopo siamo qui, per vedere se il nostro numero Uno è anche il gladiatore del Foro italico. A sottolineare il clima di festa è presente anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, proveniente dalla visita fuori programma ai feriti di Modena e Bologna. Vicino a lui siede il presidente della Fit Angelo Binaghi, e attorno numerosi ministri ed esponenti politici in giacca e cravatta. Poco più in là, la famiglia Sinner è al completo, papà Hanspeter, mamma Siglinde, emozionatissima, il fatello Mark e Laila Hasanovic, fidanzata di Jannik. A un certo punto si era pensato che, a causa della trasferta straordinaria, il capo dello Stato avrebbe rinunciato alla presenza sul Centrale. Invece non ha voluto mancare, fedele alla fama di portafortuna per gli atleti italiani, accreditata dai media, cominciando dalle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Insomma, se Sinner non va al Quirinale, Mattarella va al Foro italico. Per mettere, astutamente, il timbro su questa storica vittoria, presentandosi alla premiazione insieme a Panatta. E avendone un ritorno di popolarità.
La festa del tennis italiano comincia poco prima del suo arrivo con il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori che piegano la resistenza della coppia Granollers/Zeballos (7-6 6-7 10-3). 66 anni dopo quello di Pietrangeli e Sirola, un doppio italiano conquista Roma. «Un trofeo che non è nostro, ma di tutti voi che ci avete trascinato fin qui con l’affetto e il sostegno…», dice Simone. Parole di stima per gli avversari da Vavassori: «Siete una coppia fantastica. Questo è il doppio, due amici che giocano insieme».
L’unico deciso a guastare la festa del tennis tricolore è Casper Ruud, numero 25 della classifica mondiale ma in un momento di grande forma, come conferma il cammino sicuro per conquistare la finale contro Jannik. Il piano di gioco del norvegese è chiaro. Un tennis atletico, impostato sul fisico e su scambi lunghi, facendo leva sulla verosimile maggiore stanchezza dell’italiano dopo la maratona di due giorni contro Daniil Medvedev. Jannik sembra patire un pizzico di emozione per la pressione e le tante attese che lo circondano. Il famoso appuntamento con la storia. Subito break e, per fortuna, controbreak. Meglio non far scappare Casper che giostra con il dritto, il suo colpo migliore. Pian piano, però, emergono solidità e varietà del tennis di Jannik che nel nono gioco, con tre ottime palle corte, conquista il break e va a servire per il primo set. Con due dritti e uno smash vincente, lo incamera senza problemi. Il secondo set si apre con un altro break in favore di Sinner. La partita sembra indirizzata oltre che nel punteggio anche nel gioco. Quello di Ruud non crea problemi al rosso di Sesto Pusteria. Concentrato, concreto, ora efficace con la prima di servizio e con entrambi i colpi base. Poi c’è la smorzata, il suo colpo in più, sempre più chirurgico e disinvolto, la chiave con cui scardina le difese del norvegese. Che si scoraggia: l’italiano fa tutto meglio di lui. Ruud prova, comunque, a resistere e nell’ottavo gioco si conquista anche una palla break, che Jannik annulla con una prima seguita da un dritto vincente.
Arrivano tre championship point. Il Foro canta Sinner Sinner. Jannik alza le braccia e si distende in un largo sorriso. La festa può cominciare. Jannik scrive «Grazie» sul vetro della telecamera. Ma siamo noi a ringraziarlo.

 

La Verità, 18 maggio 2026

Sinner pronto a diventare imperatore di Roma

Ace. Una pallata di Daniil Medvedev e ora siamo 4-3 per Jannik Sinner nel terzo e decisivo set. È un lampo, si decide tutto in pochi colpi. Questione di testa, di concentrazione, di freddezza. Doti conclamate di Jannik. In tribuna, c’è papà Hanspeter non mamma Siglinde. Troppa tensione, troppo pathos in un mini match ad alto contenuto emotivo. Sport strano, il tennis. Una partita può durare due giorni e farti attraversare la notte abbracciato ai dubbi e alle incertezze. Chi dorme? Rigiochi mentalmente tutti i colpi dei game appena finiti. Ripassi quel dritto uscito di un centimetro. Rivedi la tattica, il piano gara. Si decide tutto l’indomani, nervi saldi. Però, all’italiano testa fredda basta vincere i suoi due servizi per planare in finale agli Internazionali d’Italia. Oggi, cinquant’anni dopo Adriano Panatta: «Vincere Roma ti dà un posto nella storia». Mezzo secolo dopo quel formidabile 1976, Roma, Parigi e la Coppa Davis. Jannik lo sa. Conosce l’appuntamento che lo attende oltre l’ostacolo di questi pochi game contro lo scorbutico Medvedev.
Dopo il primo set incamerato venerdì sera in 32 minuti, la sfida con il russo, già numero 1 del mondo, ora sceso al nono posto ma rinato con l’arrivo del nuovo coach Thomas Johansson, sembrava una pratica di rapida soluzione, come i turni precedenti qui al Foro Italico (32 le vittorie consecutive nei Masters 1000, record tolto a Novak Djokovic). Invece, il secondo set si era complicato, l’umidità di una giornata piovosa che aveva ritardato l’inizio del match, i problemi di stomaco e il vomito. Nel secondo set Jannik era andato sotto 0-3, mentre dall’altra parte Daniil imprimeva il suo ritmo, comandando il gioco e costringendolo a troppe rincorse. Il numero 1 era risalito nel punteggio fino al 5 pari. Ma poi, alla terza occasione aveva dovuto cedere il set, il primo perso in tutto il torneo. All’inizio del terzo, Sinner scuoteva la testa, sfiduciato, ma un passaggio a vuoto del russo gli consegnava il break. L’arrivo della pioggia costringeva al rinvio al giorno successivo.
Dopo la notte, ora si ricomincia. Anche per uno freddo come il rosso di Sesto Pusteria sono tante le variabili da tenere a bada. L’aspetto psicologico. Il controllo. Il non offrire occasioni all’avversario di recuperare lo svantaggio. Dopo l’ace fulminante che avvicina il russo sul 3-4, Jannik va al servizio e se lo prende senza lasciare un punto. Medvedev invece, con un doppio fallo gli concede due match point consecutivi, ma li annulla con un altro ace e una prima vincente. Ora Jannik serve sul 5-4 per conquistarsi il posto in finale. Va sotto 0-15 poi risale e con un dritto dopo un’ottima prima conquista un’altra palla match. Un’altra prima e due rovesci incrociati inchiodano l’avversario. L’appuntamento con la storia è confermato. «Anche per uno come me che non ha mai problemi, ieri sera non è stato facile prendere sonno», ha ammesso a fine match.
Oggi è il gran giorno, ma sarebbe sbagliato sottovalutare il norvegese Casper Ruud. È un giocatore che dà il meglio sulla terra rossa, è stato già due volte finalista a Parigi, ha disputato un torneo convincente, impreziosito dall’eliminazione di Luciano Darderi con un inequivocabile doppio 6-1. I precedenti tra i due dicono 4 a 0 per Jannik. Quest’anno il norvegese appare molto più solido e preparato di un anno fa quando, nei quarti qui al Foro italico, Sinner gli aveva lasciato un solo game. Poi, in finale, a Jannik era sfuggita l’occasione al cospetto di un Carlos Alcaraz superiore e più agonista di lui che veniva dallo stop per il caso Clostebol. Stavolta, in tribuna ci sarà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Speriamo porti fortuna e che si goda lo spettacolo, preceduto dall’antipasto della finale di doppio maschile che parla anche lei italiano dopo il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori sui vincitori degli Open d’Australia Harrison-Skupski. Nel 2025 il capo dello Stato aveva presenziato alla finale di Jasmine Paolini, non a quella di Jannik. E qualcuno aveva interpretato quella scelta come una risposta alla mancata partecipazione del numero 1 del mondo al ricevimento al Quirinale delle squadre nazionali dopo la conquista della Coppa Davis e della Billie Jean King Cup. Invece, oggi il presidente ci sarà, a completare un periodo di visibilità sportiva, dopo la recente visita dei tennisti per i trofei conquistati anche nel 2025, e il ricevimento delle squadre finaliste della Coppa Italia di calcio.
Sinner è il numero 1 del mondo, ha già vinto quattro slam, ma non si è ancora consacrato nel torneo di casa. Un italiano che vince gli Internazionali d’Italia fa la storia. Prima di Panatta, nel 1976, ci era riuscito due volte Nicola Pietrangeli, nel 1961 e nel 1957. E andando ancora più indietro, Giovanni Palmieri (1934) e Emanuele Sertorio (1933). Questa, però, è preistoria più che storia. A premiare il vincitore sarà proprio Panatta. E speriamo che, cinquant’anni dopo il suo 1976, venga il 2026 di Sinner.

 

La Verità, 17 maggio 2026

Musetti costretto alla resa nel match della vita

Il braccio è proteso ad agguantarla ma, improvvisamente, la stella si allontana e il sogno svanisce. A un metro dal traguardo, dalla consacrazione definitiva, dalla conquista del terzo gradino delle classifiche mondiali, in questo momento il massimo possibile. È successo ieri pomeriggio a Melbourne, l’alba in Italia, sul campo centrale degli Australian Open che inaugurano la grande stagione tennistica. Lorenzo Musetti stava disputando la migliore partita della sua carriera, una pioggia di lungolinea vincenti, un’ottima resa del servizio. Era avanti due set a zero contro Novak Djokovic, 39 anni e 10 finali vinte su quel campo, quando il tennista di Carrara ha inclinato la testa per togliersi la fascia e si è avvicinato alla rete per stringere la mano al vecchio campione. Per la cronaca, il punteggio era 6-4 6-3 1-3 (15-40) in suo favore. Il dolore alla coscia destra si era fatto insopportabile. Soprattutto, continuando a giocare, avrebbe potuto compromettere buona parte della stagione. Essere costretti a ritirarsi mentre si sta esprimendo il proprio tennis migliore, con due terzi di vittoria in tasca contro l’ex numero 1 del mondo e il quasi sicuro approdo in semifinale dev’essere un’esperienza crudele.
«Voglio andare in campo pensando di poterla vincere», aveva promesso Musetti alla vigilia. Con il successo avrebbe raggiunto la semifinale che, se contro Jannik Sinner, avrebbe promosso un finalista italiano, e conquista il terzo posto del ranking, attualmente il massimo raggiungibile dietro i due mostri, scavalcando in un colpo sia lo stesso Djokovic che Alexandre Zverev.
«Dover lasciare mentre stavo giocando forse la miglior partita della mia carriera è tanto doloroso. È davvero difficile da spiegare», ha confessato Lorenzo trattenendo l’emozione. «Non ho parole per dire quanto sia triste per questo infortunio in questo momento. Conosco abbastanza bene il mio corpo da capire che non potevo andare avanti, sono piuttosto sicuro che si tratti di uno strappo». Il fastidio alla coscia si era presentato già all’inizio del secondo set, ma il suo coach Josè Perlas l’aveva incoraggiato a continuare: «Stai andando alla grande. Rilassati». La palla usciva bene dal piatto corde e il rovescio lungolinea continuava a funzionare, mentre dall’altra parte della rete il campione serbo faticava a reggere la pressione e inanellava errori gratuiti (32 a fine match). Alla fine del secondo set Novak si è fatto medicare una vescica a un piede. Poi si è ripreso a giocare e tutti pensavano che il match avesse ormai imboccato la sua naturale conclusione. Invece, sull’1-2 del terzo set l’italiano ha chiamato il fisioterapista. Ci ha provato ancora un paio di game, ma alla fine ha dovuto arrendersi.
Musetti è il primo giocatore costretto ad abbandonare nei quarti di uno slam mentre è in vantaggio due set a zero. Anche questo è un record. Della «sfiga» però, come ha borbottato lui stesso rivolgendosi al suo team: «Che devo fare?». «Tu conosci il tuo corpo, decidi liberamente, io appoggerò qualunque tua decisione», gli ha risposto Perlas. Dopo gli applausi tributati a Lorenzo dal pubblico della Road Laver Arena, Djokovic è parso quasi imbarazzato: «Non so cosa dire, mi dispiace per lui. Era stato il giocatore migliore in campo, io ero pronto ad andare a casa. È stato molto sfortunato, avrebbe dovuto essere il vincitore oggi», ha riconosciuto con grande sportività, «spero che abbia una rapida guarigione».
Già l’anno scorso in finale a Montecarlo e in semifinale a Parigi, sempre contro Carlos Alcaraz, Musetti era stato costretto al ritiro per un infortunio all’adduttore. Stavolta, potrebbe trattarsi di un altro muscolo nella stessa zona della coscia, lo si saprà dagli esami medici. Questi ripetuti ritiri potrebbero consigliare all’intero team del numero 5 una revisione del suo tennis, forse troppo impostato sulla difesa e la conquista di punti maratona, con conseguente notevole dispendio di energie. «È successo anche a me in passato», ha ricordato Djokovic. «Doversi ritirare avanti due set a zero nei quarti di uno slam, in totale controllo del match, è davvero una grande sfortuna. Per me è un’opportunità per andare avanti e spero di giocare meglio tra due giorni». Si troverà di fronte per l’undicesima volta Sinner (finora 6 a 4 per l’italiano), che nell’altro quarto di finale ha regolato come da pronostico Ben Shelton (6-3 6-4 6-4).
Questa esperienza sfortunata segnerà l’indole di Musetti, ma servirà certamente a rafforzare il suo enorme talento. Il sogno di diventare uno dei tre migliori tennisti del mondo è solo rinviato.

 

La Verità, 29 gennaio 2026

Sinner doma Alcaraz e fa il bis: è lui il Master 2025

Olé olé olé Sinner Sinner. Sarà pure «un carrarmato», un caterpillar, come l’ha definito Massimo Cacciari, ma dopo le Atp Finals che assegnano il titolo di Maestro della stagione, forse non vanno trascurate le doti tattiche e di forza mentale, che lo hanno fatto reagire nelle difficoltà, come quelle che ieri hanno consentito a Jannik Sinner di spuntarla al termine di un match combattuto e a tratti spettacolare, su Carlos Alcaraz, protagonista di un tennis «di sinistra», sempre secondo l’esegesi del tenebroso filosofo. Il risultato finale è 7-6 7-5. «Senza il team non siamo niente. È stata una partita durissima», ha commentato a caldo il nostro campione. «Per me vuol dire tanto finire così questa stagione. Vincere davanti al pubblico italiano è qualcosa di incredibile».
Aver sconfitto il fresco numero 1, oltre alla conferma del Master vinto l’anno scorso e all’incasso di oltre 5 milioni di dollari (4,3 milioni di euro), è di buon auspicio per il piano di riconquista del vertice che partirà dagli open d’Australia di gennaio. La sconfitta di settembre a New York è vendicata. Ora Sinner è atteso dal meritato riposo in famiglia e con la fidanzata, Laila Hasanovic. Alcaraz deve rinviare il proposito di riportare in Spagna il Master che manca al suo Paese dal 1998 quando lo vinse Alex Corretja (non ci sono riusciti il suo attuale coach Juan Carlos Ferrero e nemmeno Rafa Nadal).
Era inevitabile che, divenuta fenomeno pop, la rivalità tra Sinner e Alcaraz spingesse filosofi e intellettuali a farne dei simboli. Jannik pitagorico, Carlitos omerico. «Il yin e yang del tennis moderno», per Yevgeny Kafelnikov. La finale dell’Inalpi Arena di Torino è la bella dell’anno, ben oltre le posizioni del ranking, perché i duellanti ci arrivano dopo essersi divisi i quattro slam. L’italiano si è preso gli Australian open e Wimbledon, lo spagnolo il Roland Garros e Flushing Meadows. Nel conteggio degli scontri diretti di quest’anno, segnato per Jannik dai tre mesi senza tornei per il Clostebol, è avanti Carlos 4 a 1 (il match a Riad non fa testo, se non per il conto in banca), ma anche quando il nostro campione ha dovuto cedere sono state partite all’ultimo scambio, memorabile quella sul rosso sotto la Tour Eiffel. Nel corso del torneo dei maestri, l’italiano non ha perso neanche un set, mentre lo spagnolo ne ha ceduto uno a Taylor Fritz.
Ogni volta che li guardiamo affrontarsi siamo curiosi di scoprire quale nuovo colpo o tattica ha escogitato lo sconfitto del match precedente per ribaltare il pronostico. Ieri toccava a Sinner rendere più aggressivo il servizio per poter comandare gli scambi ed evitare il dritto dell’avversario, letale dal centro del campo.
All’inizio c’è qualche errore da entrambi le parti. Un passante di dritto di Carlos e un paio di ace di Jannik mantengono l’equilibrio. Dopo una lunga interruzione, l’italiano tiene un complicato turno di servizio. Olé olé olé Sinner Sinner, si scalda anche il pubblico. Si procede appaiati, gli scambi sono brevi. L’intenzione è evitare di offrire angoli allo spagnolo, tenendo il gioco sul terreno della geometria più che del ricamo o della trans agonistica. Dopo la prima palla break concessa – che è anche un set point – e annullata da Sinner, si arriva al tie break. Jannik non coglie un’occasione sotto rete, ma il rovescio successivo di Carlos esce di un niente come, subito dopo, una palla corta dell’italiano. Ma uno smash e un lob gli danno due palle set. Basta la prima. Alcaraz chiama il fisioterapista per un massaggio alla coscia destra, ma nel gioco non sembra frenato. Nel game d’apertura, dopo due doppi falli, Jannik cede per la prima volta nel torneo il servizio. Adesso, mentre scendono quelle dell’italiano, crescono le percentuali di prime dello spagnolo, ma dopo una volée e un dritto sbagliati, una palla corta di Jannik lo riporta sul tre pari. La prima latita, ma conquista il delicato, settimo gioco. Riprende il dominio dei servizi e Sinner sembra più solido. Mentre lui mostra il pugno al suo team, Alcaraz ci discute animatamente e cambia spesso posizione quando è alla risposta. Due passanti portano Jannik sul 6 a 5. Nel dodicesimo gioco lo spagnolo non è lucidissimo e si proietta avventurosamente a rete. Il Master 2025 è Jannik Sinner, il campione nel quale ci riconosciamo: «È stato più bello dell’anno scorso. Sono contento di dare qualcosa di positivo a tutti voi».

 

La Verità, 17 novembre 2025

Alcaraz è straripante, Sinner abdica al trono

Onore a Carlos Alcaraz. Ha giocato meglio, è stato più continuo e più efficace al servizio. E ha meritato di vincere: 6-2 3-6 6-1 6-4 il punteggio finale. Premiato il suo piano tattico, servire bene e rispondere bene. I colpi d’inizio gioco hanno fatto la differenza. Lo spagnolo si è preso tutto. Oltre al trofeo degli Us Open, con annesso assegno di 5 milioni di dollari, il più ricco del circuito, anche il primo posto della classifica mondiale. Jannik Sinner glielo ha ceduto dopo 65 settimane consecutive, al termine di una partita in cui è stato più timido, più balbettante al servizio, più falloso. Ci sarà da lavorare.

Ancora loro. Jannik contro Carlos era la terza finale slam di quest’anno. Un evento serializzato (i precedenti sono 9 a 5 per lo spagnolo). Sulla terra rossa del Roland Garros aveva prevalso Alcaraz in cinque set, sull’erba di Wimbledon Sinner in quattro. La finale di ieri sul cemento degli Us Open (quarta consecutiva nel 2025 per Jannik come riuscito solo a Rod Laver, Roger Federer e Novak Djokovic), nell’ultimo major della stagione, era la bella. Sull’Arthur Ashe stadium, 23.771 spettatori, il più imponente teatro di tennis del pianeta. E davanti a Donald Trump, la cui presenza ha richiesto importanti misure di sicurezza, e a una schiera di star hollywoodiane e celebrità. Con i Big Two lo show è assicurato. Il duello dei contrasti è adrenalina pura non solo per gli intenditori. Il rosso e il nero, l’uomo Lego e l’uomo magia, la solidità e la fantasia, la pressione e l’invenzione. Sinner e Alcaraz – la versione 2.0 di Djokovic contro il mix di Federer e Nadal – non stanno facendo rimpiangere, come si temeva, i Big Three. Una serie con parecchi episodi e parecchie stagioni. Perché terzi incomodi all’orizzonte non se ne vedono. Ma c’è da divertirsi anche così.

Dalla sconfitta di Wimbledon, lo spagnolo ha studiato. «Ho lavorato sulla mia costanza e la mia tenuta per eliminare qualche su e giù all’interno della partita», ha rivelato. Ma alcuni miglioramenti si sono visti anche nella solidità e varietà del rovescio. Al contrario, Sinner ha ammesso che avrebbe dovuto elevare il rendimento del servizio, colpo chiave del match: «Il mio non è dove vorrei». E aveva annunciato una maggiore attenzione tattica. Ma la potenza dei colpi di Carlos non ha permesso a Jannik di tessere il suo piano.

Al primo gioco, con un paio di errori gratuiti, Sinner concede subito il break. Alcaraz è molto concentrato e per Jannik non ci sono punti facili. Allora si spinge a rete per conquistarli, ma i suoi turni di servizio sono sempre sofferti. Stasera lo spagnolo è solido anche con il rovescio; sia il lungolinea che lo slice incrociato mettono in difficoltà l’italiano. In 37 minuti è 6 a 2, mentre i punti sono 31 a 18 per Carlos. Serve una reazione. I primi giochi del secondo set sono fondamentali. Mentre il murciano martella senza cedimenti, l’altoatesino tiene con fatica il primo turno, poi un secondo e lentamente sembra crescere in fiducia. Ora guarda il suo team mostrando il pugno. Improvvisamente sembra entrato in partita, si muove meglio, alza il ritmo e nel quarto gioco ottiene il break. Alle percentuali basse di prime palle, Sinner rimedia con una buona efficacia della seconda. Si prosegue punto a punto e in 42 minuti il campione italiano incamera il secondo set. Uno pari. Ma all’inizio del terzo, con un dritto in corridoio, cede subito il servizio. Al quarto gioco altro break. Il terzo set sembra il replay del primo, con un Alcaraz molto aggressivo e un Sinner più falloso. Adesso bisogna capire come fermare l’onda. L’italiano deve fare qualcosa di più, come minimo trovare continuità al servizio. Invece, la prima seguita alatitare e al quinto gioco c’è il nuovo break. La partita sembra segnata. Lo spagnolo aumenta la potenza e l’efficacia dei suoi colpi. Alla fine, Sinner ha avuto solo una palla break contro le dieci dello spagnolo. Carlos Alcaraz vince la bella e da oggi è il nuovo numero uno. Arrivederci alle Finals di Torino.

 

La Verità, 8 settembre 2025

Sinner, talento globale, tiene svegli gli italiani

Jannik Sinner è una spanna sopra. Più solido, più continuo, più vincente. 6-1, 6-4, 6-2: l’esito della sfida con Lorenzo Musetti non è mai stato incerto. «Ho giocato un match solido», ha detto Jannik ancora sul centrale di Flushing Meadows. «Io e Lorenzo ci conosciamo bene, veniamo dallo stesso Paese. Giochiamo la Davis insieme. Ma dobbiamo mettere da parte l’amicizia per la partita». Poi la riflessione sul momento dell’Italia: «Siamo sempre più italiani che giocano i tabelloni principali. Grazie a chi ci ha seguito fino a quest’ora». Lì era quasi mezzanotte, da noi quasi le sei del mattino. «Qualcuno in Italia non sarà andato a dormire per questo match. Siamo orgogliosi di essere italiani. L’Italia è un Paese che ci dà molto, abbiamo grandissimo sostegno e siamo ovunque. È bello essere italiani».

I dati precisi su quanti sono stati i telespettatori che dalle 3 e mezza hanno seguito il derby azzurro agli Us Open si conosceranno solo oggi. Tuttavia, il fenomeno Sinner è esploso da tempo. Stavolta, con e contro di lui c’era anche Lorenzo Musetti, un altro top ten. Tra gli uomini era la prima volta nei quarti di finale di uno slam (nel 2015, sempre a New York, Flavia Pennetta e Roberta Vinci disputarono una storica finale, vinta da Flavia). Dunque, anche complice il fatto che la partita, oltre a Sky Sport era visibile in chiaro anche su Supertennis, una fetta d’Italia non è andata a dormire o ha puntato la sveglia per seguire questo meraviglioso confronto di stili. Un piatto prelibato non solo per raffinati amanti della racchetta. Il tennis italiano è leader nel mondo. In questo torneo, delle 32 teste di serie erano quattro quelle azzurre (Flavio Cobolli e Luciano Darderi oltre a Jannik e Lorenzo). Nella classifica mondiale abbiamo nove giocatori tra i primi 90. Siamo noi la meglio gioventù, le due coppe Davis consecutive lo attestano. Trainato da questo ragazzo nato al confine con l’Austria ma «orgoglioso di essere italiano», il tennis tiene svegli come un tempo facevano certe partite dei Mondiali di calcio, qualche match di Nino Benvenuti, Alberto Tomba o le imprese di Luna rossa. Questione di passione sportiva, certo. Di attrattiva e identificazione con i protagonisti, pure. Ma il fatto che ci sia un’Italia vincente aiuta a scavalcare i fusi orari e a metabolizzare una giornata contrappuntata da qualche sbadiglio.

Sinner contro Musetti è un confronto di differenze. Jannik è quello che Susanna Tamaro definirebbe «un uomo Lego» e non solo per l’abitudine di rilassarsi giocando con i famosi mattoncini. No; anche perché fa della costruzione e della solidità la caratteristica del suo tennis: una sinfonia, una tessitura completa, basata sul ritmo asfissiante, letale per l’avversario. Quello del campione di Sesto Pusteria è un talento globale, che avrebbe potuto esprimersi ad altissimi livelli anche in altri sport: talento atletico, ma soprattutto mentale, di fiducia, consapevolezza e autocontrollo (ha detto Musetti dopo il match: «Jannik è opprimente, ti manda fuori giri. È impressionante, ha vinto sotto tutti gli aspetti»). Lorenzo è un «uomo fantasia», un esteta dei gesti bianchi (anche se ieri notte era in total black), uno degli ultimi interpreti del rovescio a una mano, un talento specifico della racchetta attorno al quale ha coagulato le doti di atleta. Il suo gioco è fatto di varietà, improvvisazioni e rotazioni. I precedenti dicono due a zero in favore di Jannik e, fino a qualche mese fa, anche il pronostico di questa sfida sarebbe stato tutto dalla sua parte. Da questo torneo Musetti ha cominciato a sentirsi a proprio agio anche su questa superficie ed è diventato più concreto.

Ma il tennis non è solo questione di singoli colpi, di alcuni jolly, o di scegliere una tattica che poi l’avversario ti contesta e allora tutto si complica. È anche questione di fiducia, di consapevolezza, di abitudine a volare a queste altitudini. È questione di saper gestire i momenti.

Il risultato finale documenta una supremazia netta, messa timidamente e brevemente in discussione solo nel secondo set. Il numero 1 riparte dalla stessa modalità Robocob messa in campo contro il povero Alexandr Bublik. Un ciclone inarrestabile. Lorenzo, vittima dell’emozione, non trova la prima di servizio e in un amen siamo già 5 a 0 e poi 6 a 1. La partita non è ancora cominciata. Per alimentarla, il numero 10 deve liberarsi dalla tensione e giocare più vicino alla linea di fondo. Finalmente la prima comincia a funzionare, Musetti dà segni di vita e nel quarto gioco conquista una prima palla break. Il gioco successivo è molto combattuto e anche Lorenzo deve cancellare una palla break. Il secondo set è decisivo per l’esito finale. Il tennista di Carrara è obbligato a vincerlo perché sotto 0 a 2 difficilmente potrebbe rimontare. Entrambi lo sanno: al netto di qualche imprecisione, Jannik è sempre una furia, mentre Lorenzo cresce nelle percentuali di prime e piazza qualche vincente (uno splendido passante incrociato di rovescio). All’inizio del nono gioco l’altoatesino vince una battaglia di rovesci, poi si avventa come un fulmine su una palla corta. Il primo doppio fallo di Lorenzo consegna a Jannik la possibilità di servire per andare due set a zero. I giochi sono fatti. Nei momenti chiave del match Sinner è sempre in controllo, concentratissimo, esente da errori. A differenza di Musetti. Incamerato il secondo set, il numero 1 ottiene il break all’inizio del terzo. La partita è in discesa. Non avendo più nulla da perdere, Lorenzo gioca più sciolto e conquista due palle per il controbreak, poi una terza e una quarta. Alla fine, saranno sette in totale, senza che riesca a trasformarne nessuna. Un ulteriore break catapulta Sinner in semifinale.

L’altoatesino è parso inscalfibile. Stanotte all’una, se ne attende conferma stanotte all’una contro Félix Auger-Aliassime. Il vincente incontrerà chi uscirà dalla semifinale tra Carlos Alcaraz e Novak Djokovic. Il campione nel quale ci riconosciamo deve difendere il posto di numero 1 del mondo e il titolo conquistato qui l’anno scorso.

Ci sarà da divertirsi. È bello essere italiani.

 

La Verità, 5 settembre 2025

Jannik, Matteo and Co: è la Davis degli amici

Testa di Jannik Sinner più grinta di Matteo Berrettini fanno Coppa Davis bis. Per il secondo anno di fila siamo in vetta al mondo del tennis. E alziamo al cielo la preziosa Insalatiera. Merito di un gruppo unito, senza gelosie, guidato da Filippo Volandri, coraggioso a preferire contro l’Argentina il doppio «dream team» a quello composto da Simone Bolelli e Andrea Vavassori che quest’anno aveva disputato due finali slam. Si conclude con questo bellissimo successo il 2024 spaziale del tennis italiano che comprende anche la conquista della Billie Jean King cup, la Davis femminile. Un gruppo con caratteristiche precise che consacra soprattutto loro due, Jannik e Matteo. Il leader umile, il numero 1 ambizioso che vuole migliorare, il fuoriclasse che cerca ancora di imparare. E l’amico, il partner rinato, dopo un periodo di appannamento a causa di guai fisici. Uno che si era già issato al numero 6 del ranking, con una finale a Wimbledon nel 2021.

Sinner e Berrettini hanno vinto un’altra volta la Coppa Davis. Il secondo anno consecutivo. Per la verità, l’anno scorso Matteo era stato spettatore dell’apoteosi di Jannik che, per rincuorarlo, aveva stretto con lui un patto: «L’anno prossimo la rivinceremo insieme». Promessa mantenuta. Superati nel girone Belgio, Brasile e Olanda (con Flavio Cobolli, Matteo Arnaldi, Bolelli e Vavassori oltre a Berrettini), a Malaga abbiamo battuto in sequenza Argentina, Australia e di nuovo Olanda. «Siamo contenti di aver conquistato un trofeo di questa importanza da condividere con tutto il popolo italiano», la dedica finale di Jannik.

Oggi Sinner appare un campione quasi imbattibile. Sabato, dopo la nona sconfitta consecutiva in altrettanti incontri, Alex De Minaur l’ha definito «un puzzle impossibile da risolvere». Ieri, contro il numero 1 orange, il determinato Tallon Griekspoor, quando affiorava qualche sintomo di stanchezza al termine di una stagione lunghissima sempre al vertice, ha fatto appello alla sua forza mentale per giocare meglio i punti decisivi nel tie break al termine di un primo set complicato. Dopo un colpo di coda a inizio del secondo, con break e contro break consecutivi, Jannik non ha mollato la presa e ha strappato il servizio a Griekspoor proprio quando sembrava ritrovare spavalderia. Con freddezza e lucidità l’ha spento, rimettendo le mani sull’Insalatiera.

Con un fuoriclasse così, si parte sempre dall’1 a 0, perciò il match decisivo è quello che disputa l’altro singolarista. Contro Botic van de Zandschulp, Berrettini ha ottenuto il break a zero al nono gioco, quando l’avversario ha smarrito la prima di servizio. Nel secondo set il game di svolta è stato il terzo. L’olandese era avanti 40 a 0, ma Matteo è risalito con due passanti, due dritti sulla riga per conquistare la parità, poi un lungolinea che ha incenerito il rivale che ha ceduto il gioco con un eloquente doppio fallo. Da lì è stata una partita in discesa, nobilitata da una grandinata di ace e dritti abrasivi. 6-4 6-2 il risultato finale contro un giocatore che nel girone di Bologna lo aveva fatto sudare parecchio. Dopo un periodo di problemi, infortuni e anche la tentazione di mollare tutto, Berrettini è tornato il giocatore che avevamo ammirato fino a un paio di stagioni fa. Più maturo e consapevole, però.

Dietro Jannik e Matteo, il leader e il gladiatore, il predestinato e il martello, c’è la forza del gruppo. «Tutte le sere ci riuniamo a discutere equilibri, decisioni, scenari. Ogni scelta è condivisa dal team», ha rivelato Berrettini. È la vittoria della fiducia e della positività. Di un leader che contagia chi gli sta intorno. Matteo l’ha raccontato dopo il successo in doppio con l’Argentina: «Jannik è un ragazzo speciale, anche se è il numero 1 si comporta con l’umiltà dell’ultimo arrivato. Sto prendendo spunto dalla sua voglia di migliorare sempre. Uno così lo guardi e ti domandi in cosa potrebbe crescere ancora, eppure lui cerca di fare sempre di più. È un’ispirazione». Basta pensare alla concentrazione, alla tenuta mentale, all’equilibrio di questo ragazzo di 23 anni che gioca, continuando a migliorarsi, pur avendo in un angolo della testa il fantasma del ricorso presentato dall’Agenzia mondiale antidoping (Wada) al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) sul caso del Clostebol, l’agente chimico contenuto in un farmaco usato dal suo fisioterapista per medicare una ferita, e finito per uno 0,1 milionesimo di grammo per litro nel suo organismo. Sono talenti anche l’equilibrio, la concentrazione, l’autocontrollo. Chi conosce il tennis lo sa. E capisce quale tesoro sia avere con noi un ragazzo così speciale. Così adesso siamo la nazione più forte, il Paese con il movimento tennistico più vincente del pianeta. Considerando anche i successi di Jasmine Paolini, numero 4 del mondo, finalista a Parigi e a Wimbledon, il fortissimo doppio con Sara Errani (medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi), con Lucia Bronzetti, Elisabetta Cocciaretto e Martina Trevisan, capitanate da Tathiana Garbin, fresche vincitrici della Davis femminile.

Godiamoci queste vittorie, belle e piene di contenuti. Con la fiducia che potranno arrivarne altre.

 

La Verità, 25 novembre 2024

La Wada usa Sinner per ridarsi una credibilità

Adesso la partita più dura si gioca fuori dal campo. Ieri mattina, mentre Jannik Sinner sconfiggeva l’insidioso russo Roman Safiullin per 3-6 6-2 6-3 negli ottavi del torneo di Pechino, l’Agenzia mondiale antidoping (Wada) annunciava di aver presentato ricorso al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) contro l’assoluzione decisa dalla International tennis integrity agency (Itia) per la positività al Clostebol del campione italiano, riscontrata nel marzo scorso. «Sono molto sorpreso e deluso da questo appello perché abbiamo già avuto tre perizie. Tutte e tre sono state a mio favore», ha detto il numero 1 del mondo durante la conferenza stampa al termine della partita. «Non me l’aspettavo. Ho saputo un paio di giorni fa che avrebbero fatto appello e che oggi sarebbe diventato ufficiale», ha poi rivelato. Con il suo proverbiale autocontrollo, in campo Sinner non aveva palesato particolari titubanze. Dopo un avvio un po’ contratto, alzando progressivamente alzato il livello di gioco, aveva domato con numerosi vincenti le velleità dell’attuale numero 36 del ranking. Domani, ai quarti, lo attende il ceco Jiri Lehecka, numero 37, già battuto in due precedenti.

Anche se il nuovo match con la Wada si combatte fuori, Sinner dovrà rimanere «centrato» perché potrà continuare a giocare fino all’inizio delle udienze della Corte arbitrale di Losanna – potrebbero volerci tre mesi – dove verranno presentate le memorie e convocati i testimoni. Il 10 marzo scorso nel corpo del campione fu riscontrata una quantità infinitesimale di metaboliti derivati dal Clostebol (86 picogrammi per millilitro). Alle contro analisi della settimana successiva la quantità era ancora inferiore e totalmente ininfluente sul rendimento del numero 1 del tennis mondiale. Secondo la versione della difesa, la presenza della sostanza proibita era dovuta alla contaminazione avvenuta a causa del trattamento, senza guanti, del fisioterapista Giacomo Naldi che, a sua volta, stava curando con Trofodermin, un farmaco spray contenente il Clostebol prestatogli dal preparatore atletico Umberto Ferrara, un taglio patito al mignolo della mano sinistra. I massaggi durante il torneo di Indian Wells, dove Sinner venne eliminato in semifinale da Carlos Alcaraz, avrebbero introdotto inavvertitamente nel suo organismo la quantità infinitesimale di «sostanza dopante». Il 15 agosto scorso l’Itia aveva stabilito che nella circostanza il tennista altoatesino non aveva avuto «nessuna colpa o negligenza». Qualche giorno dopo, il fisioterapista e il preparatore atletico erano stati licenziati. Ma ora la Wada mostra di non credere alla sua versione: «È opinione dell’agenzia», si legge nel ricorso, «che la constatazione di “nessuna colpa o negligenza” non fosse corretta ai sensi delle norme applicabili». Da qui la richiesta di riesame, in base a una tempistica particolarmente cavillosa nel calcolo della scadenza per la presentazione della stessa, con l’ipotesi, improbabile, di squalifica da uno a due anni per l’atleta (senza perdita dei punti e dei premi acquisiti da marzo a oggi).

La procedura adottata dalla Wada risulta alquanto insolita, anche considerando il fatto che tre medici indipendenti legati alla stessa agenzia, Jean-François Naud, Xavier de la Torre e David Cowan, si erano già pronunciati per l’innocenza di Jannik. Avranno pesato certe prese di distanza di qualche campione del tennis mondiale come Roger Federer che, pur accreditando la versione di Sinner, adombrava un trattamento di favore per il fatto che aveva potuto continuare a giocare durante l’istruttoria? L’appello della Wada contro la sentenza di un tribunale indipendente resta un fatto unico, come dimostra anche il mancato ricorso nell’analogo caso di Marco Bortolotti, il doppista italiano numero 94 del ranking che, assolto per la positività al Clostebol in circostanze simili, non ha dovuto sottostare a nuovi procedimenti.

Mentre nel controllo del doping servirebbe maggior certezza del diritto, a volte sembra sussistere un’eccessiva discrezionalità degli enti incaricati. Molto chiacchierata era stata, per esempio, la rapida assoluzione deliberata dalla stessa Wada dei 23 nuotatori cinesi trovati positivi alla trimetazidina prima delle Olimpiadi di Tokio del 2021 («contaminazione alimentare» era stata la giustificazione). Agli ultimi Giochi di Parigi l’unico mostruoso record del mondo del nuoto è stato stabilito dal cinese Pan Zhanle, che non era tra i 23 accusati, con il tempo di 46’40, con uno scarto di 40/100 rispetto al suo stesso precedente primato, e con un distacco abissale di oltre un secondo dalla medaglia d’argento. Tutto questo per dire che la credibilità degli organismi preposti necessita di essere implementata. E che il ricorso contro l’assoluzione di Sinner non sembra andare in questa direzione.
Ora, oltre che a Losanna, la partita si gioca nella testa del fuoriclasse italiano. Già in primavera aveva dimostrato di saper gestire una pressione anomala vincendo a Cincinnati e ad Halle (gli Us Open sono arrivati dopo l’assoluzione). Prossimamente, il calendario prevede le Finals di Torino e la fase finale della Davis. «Non è molto semplice, ma non posso controllare tutto», ha aggiunto in conferenza stampa il fuoriclasse di Sesto Pusteria. Prima di ribadire in un comunicato ufficiale lo stupore per l’appello: «Capisco che queste cose devono essere indagate a fondo per mantenere l’integrità dello sport che tutti amiamo. Tuttavia, è difficile capire cosa può venir fuori chiedendo a un diverso gruppo di tre giudici di esaminare di nuovo gli stessi fatti e la stessa documentazione. Detto questo», si legge ancora, «non ho nulla da nascondere e, come ho fatto per tutta l’estate, collaborerò pienamente con il processo d’appello e fornirò tutto ciò che potrebbe essere necessario per provare ancora una volta la mia innocenza». Un anno fa, proprio vincendo a Pechino, Sinner completò la svolta di gioco e consapevolezza che, nel giro di pochi mesi, lo portò alla conquista della Coppa Davis con la Nazionale di Filippo Volandri e poi del primo slam in Australia. Ecco perché il campione nel quale possiamo riconoscerci farà di tutto per vincere anche questa battaglia.

 

La Verità, 29 settembre 2024

Cara Biennale, senza padri gli stranieri sono ovunque

Terzomondismo e terzosessismo. In fondo, con un titolo così, era prevedibile. Stranieri ovunque – Foreigners everywhere è un gigantesco link alle minoranze. Un magnete di vittimismi. La 60ª Biennale d’Arte di Venezia è una chiamata a raccolta delle comunità outsider, laterali, emarginate, violentate dal potere, dagli Stati, dal pensiero unico, dalla globalizzazione. Ecco allora il terzomondismo e l’ideologia queer alzare il proprio pianto, lamentarsi, recriminare. Un coro a più voci, nelle varie tonalità che compongono la polifonia finale. Quella dell’esclusione patita. Della vessazione. Del sopruso. Dell’oppressione. Migranti, nomadi, apolidi, indigeni, aborigeni, sradicati, rifugiati ed espatriati si accostano a omosessuali, queer, fluidi, disforici, non binari in una comune condanna dell’Occidente colonialista, selettivo, discriminatorio, razzista. Il quale, per sgravarsi dal pesante complesso di colpa, li accoglie, li sdogana, li legittima e li esalta secondo i dogmi dell’inclusione e dell’accoglienza. Parole care anche a papa Francesco che, prima volta di un Pontefice, visiterà la Biennale, in particolare il Padiglione Vaticano (alla quarta partecipazione) allestito nel penitenziario femminile all’isola della Giudecca per l’esposizione intitolata Con i miei occhi e realizzata con la supervisione del cardinal José Tolentino de Mendoça (prefetto del dicastero per la cultura e l’educazione). Ad aspettarlo, domenica mattina Francesco troverà l’opera di Maurizio Cattelan: due piante di piedi, come quelli che ogni giovedì santo Bergoglio va a lavare nel carcere femminile di Rebibbia.

Su questa edizione ha già scritto magistralmente Marcello Veneziani, basandosi sul titolo voluto dal precedente presidente Roberto Cicutto, con sagacia ereditato da Pietrangelo Buttafuoco, e segnalando le parole del curatore che tiene a proclamarsi queer Adriano Pedrosa: «In profondità, siamo tutti stranieri». Niente di nuovo sul fronte artistico. Non serviva vedere i padiglioni e le installazioni se non per trovare conferme e aggiungere dettagli, rilievi formali, classificazioni di schieramenti.

Per esempio, il fatto che, rispetto a quello di origine geografica, il sentimento di estraneità a causa dell’orientamento sessuale è quantitativamente maggioritario forse perché più di moda tra le élite intellettuali. All’ingresso dell’Arsenale ci accoglie Refugee Astronaut II, creazione dell’artista britannico-nigeriano Yinka Shonibare, quasi una summa delle precarietà e dei disconoscimenti odierni. È un astronauta a grandezza naturale, che indossa una tuta di stoffa con motivi nigeriani e porta in un sacco di rete attrezzi e strumenti per superare sfide ecologiche e umanitarie. Senza, però, riuscire ad ambientarsi, tanto da rivolgersi allo spazio. Inoltrandosi nei saloni ai Giardini, invece, si trovano denunce più circostanziate. Nei dipinti elementari di Marlene Gilson che affiancano soldati e indigeni c’è l’oppressione subita dagli aborigeni dell’Australia, mentre nelle fotografie e negli arredi di Pablo Delano si ripercorre la storia di Porto Rico dalla dominazione spagnola alla subalternità agli Stati Uniti. La critica al colonialismo tocca anche l’Italia nell’opera Gheddafi in Rome: anatomy of a friendship di Alessandra Ferrini, artista fiorentina che ripropone l’incontro del leader libico con Silvio Berlusconi del 2009, analizzando il rapporto tra i due Stati fin dall’occupazione italiana del secolo scorso. Nell’enorme arazzo di Pacita Abad (Singapore), si fotografa invece la stratificazione sociale della globalizzazione: nella fascia alta dei grattacieli compaiono le sigle della finanza, nella seconda i marchi della moda, nella terza le famiglie dei ceti medi e nell’ultima, a terra, i più poveri. Il racconto della resistenza al regime di Pinochet realizzato su grandi tele da Arpilleristas, artiste cilene ignote, è ingenuo e colorato dal sole, segno di una speranza che non demorde. Restando in Sudamerica, l’argentina Mariana Telleria dichiara che Dios es inmigrante nell’installazione con alberi di barche a vela che compongono una grande croce, collocata nel giardino di un ostello vicino al porto di Buenos Aires. Più militante e antipotere il lavoro di Disobedience archive, raccolta di «tattiche di resistenza contemporanea» realizzata dal Marco Scotini, composta da una collezione di video sulle forme di protesta nel mondo. È una delle poche opere audiovisive del capitolo sullo sradicamento geografico che riempie anche i padiglioni dei Giardini, dove il frontespizio è affrescato dal collettivo brasiliano Mahku. Per il resto, dominano pittura, scultura e la stoffa degli arazzi, familiari nelle comunità terzomondiste degli anni Settanta.

Più variegata nei linguaggi, sebbene sia assente quello digitale, la denuncia delle comunità omosessuali, queer e non binarie. Si va dalla performance video di danza su lenzuola appese al soffitto di Isaac Chong Wai (Hong Kong) alle raffigurazioni di gaiezza quotidiana dell’americano Louis Fratino. Il sudafricano Sabelo Mlageni sceglie invece dei murales in spazi rurali per raccontare la sua non binarietà, mentre Puppies Puppies intitola Woman la scultura di un maschio normodotato. Ahmed Umar, queer sudanese e musulmano riparato in Norvegia, assomma entrambe le forme di estraneità, ritraendosi in abiti, gioielli e trucco femminili nell’opera intitolata Talitin, ovvero «terzo», tipico insulto arabo. Più inquietante è l’evoluzione di Void, il video di Joshua Serafin (Filippine), in cui un corpo evolve in uno spazio fangoso dalla condizione strisciante a essere eretto, fino a proporsi come divinità fluida. La rappresentazione più estrema è, però, quella di Xiyadie, «padre, contadino, omosessuale, lavoratore, migrante e artista» che illustra su enormi tele il disagio dell’identità queer in Cina, raffigurando fellatio e scene di autolesionismo genitale. Infine, in Cyber-Teratology Operation di Agnes Questionmark (Italia), un corpo in sala operatoria, gravido e con arti pinnati – quindi trans-specie, transgender e transumano – è una sorta di summa dello sterminato capitolo dedicato ai percorsi trans.

In conclusione, la tonalità ultima della polifonia è quella del pianto, lamento non sempre fuso nella protesta. In cui più che la qualità e l’innovazione artistica, conta il messaggio originato dall’appartenenza a una delle minoranze rappresentate. Tuttavia, lo stupore è in modica quantità. In un’epoca che con il Sessantotto ha ucciso i padri e abolito il principio di autorità e con l’avvento della globalizzazione ha cancellato le patrie, gli stranieri sono ovunque. E, grazie alla Biennale d’Arte di Venezia, ai media mainstream e all’industria dell’audiovisivo hanno molte possibilità di diventare maggioranza.

 

Ma il Padiglione Italia e il Padiglione Venezia hanno una visione altra

Un piccolo grande elemento di discontinuità rispetto allo spartito immaginato dalla coppia Roberto Cicutto Adriano Pedrosa, rispettivamente ex presidente e attuale direttore della sezione arte della Biennale viene dal Padiglione Italia e dal Padiglione Venezia, curati da Luca Cerizza e Giovanna Zabotti. Sono avulsi dalla narrazione della gran parte degli altri spazi perché parlano una lingua diversa, costruttiva verrebbe da dire se non fosse una parola tabù nel nichilismo imperante. Al Giardino delle Tese dell’Arsenale, ecco Two here (due qui) che, giocando sull’assonanza con To hear (ascoltare), suggerisce una sorta di sospensione per fare spazio all’altro. In un labirinto di tubi innocenti echeggia un suono costante e rigonfio che forse vorrebbe richiamare il perenne saliscendi dell’acqua e fango che riempiono un grande catino. All’inaugurazione il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro vi ha immerso le mani, schizzando come in uno scherzo impertinente che ha suscitato la riprovazione dell’autore, Massimo Bartolini («Lei sta dando pessimo esempio…»). Ma trovando l’immediata difesa del presidente Pietrangelo Buttafuoco: «Il nostro sindaco è come quel bambino che fa i baffi alla Gioconda». In conclusione, appare curioso che il padiglione italiano vanti un titolo inglese, ma tant’è.

Più coerenti e, in un certo senso, orientate in direzione contraria, risultano le proposte dello spazio Venezia, in fondo ai Giardini. Il titolo è Sestante domestico e dice della ricerca di una bussola per il presente, sulla scorta di una poesia di Franco Arminio: «Abbiamo bisogno/ di un luogo: ci vuole/ una mano/ una casa, un sorriso/ qualcosa che ci faccia/ da perimetro». E gli artisti si sono espressi al meglio. Vittorio Marella ha dipinto una parete di sabbia nella quale due ragazzi si abbracciano («Mi è stato chiesto di rappresentare la mia idea di casa, proprio mentre stavo cercando casa… Invece, ho trovato una persona. Nel nostro volerci bene, nel nostro abbraccio, c’è la mia casa»). L’ottantenne Safet Zec, pittore e grafico della Bosnia-Erzegovina, già esule per la guerra e da un ventennio cittadino veneziano, espone povere figure in preghiera e padri che corrono per portare in salvo figli sofferenti. Opere intrise di tenerezza che si intitolano «Vie della bellezza».

 

La Verità, 24 aprile 2024