Le vittorie degli atleti neri non c’entrano con i barconi

E ti pareva… Ti pareva che il giorno dopo il pieno di medaglie agli Europei di atletica leggera e di nuoto non partisse l’operazione pedagogica? Ti pareva che non si mettesse mano alla sceneggiatura colored perfetta per l’Academy di Hollywood? Parole d’ordine virtuose, multietnicità e integrazione. La sinossi è presto fatta: ecco l’Italia migliore, la nostra Italia, che vince solo negli sport dove schiera atleti di colore.
È così: Simona Quadarella completa il triplete dei 400, 800 e 1500 stile libero a Parigi e Larissa Iapichino svetta sul podio del salto in lungo a Birmingham? Non si può gioire accomunati solo dal tricolore, non si può emozionarsi con l’Inno di Mameli e stop. No, bisogna targarli questi successi e dire che hanno pigmentazioni particolari e natali esotici. Magari, come ha fatto il Corriere della Sera nell’editoriale a firma Aldo Cazzullo intitolato «Il meglio di noi», contrapponendoli all’«Italia ufficiale, della politica e della cultura» che trascorre l’estate a parlare dei video del generale Vannacci e della bomba di Valter Lavitola. Però le domande si accavallano: il «noi» di cui questi atleti sono «il meglio» non sarà mica composto da chi vuole tirare da una parte le loro imprese? Mentre cerchiamo la risposta, registriamo i «complimenti ai nostri Azzurri e alle nostre Azzurre», postato dal premier Giorgia Meloni su Instagram. «Ogni medaglia racconta talento, sacrificio, disciplina e ore di allenamento. Ma soprattutto racconta un’Italia che sa vincere e che non smette mai di crederci. Grazie per averci fatto emozionare. Siamo orgogliosi di voi». E chissà se soddisferà la più ufficiale delle risposte dell’«Italia ufficiale».
Altra domanda. Mentre in questi giorni Sara Curtis e Nadia Battocletti, Niccolò Martinenghi e la 4×400 di atletica e gli altri Azzurri bianchi e neri contendevano il primo posto nei medaglieri alla Gran Bretagna qualcuno si chiedeva davvero quante e quali medaglie provenissero da atleti integrati o nati chissà dove? O più probabilmente, abbiamo tutti gioito dell’energia che sprigionava in acqua la nuova primatista del mondo dei 50 dorso? E dell’allegria con cui contagiava le compagne di staffetta, il pubblico televisivo oltre a quello dell’Aquatic center? Qualcuno si sarà adombrato perché sua madre ballava in tribuna sventolando la bandiera e cantando Fratelli d’Italia? Sarebbe un peccato se ora, vista la spensieratezza di Sara qualcuno volesse trasformarla nella nuova testimonial delle battaglie degli «afrodiscendenti».
Come per le sue, ci siamo entusiasmati per le vittorie di Nadia, la mezzofondista di Cavareno, protagonista degli allunghi che all’ultimo giro di pista hanno incenerito tutte le concorrenti dei 5.000 e 10.000. E poi per il successo di Larissa Iapichino nel salto in lungo, figlia di Fiona May e del suo ex marito e allenatore. E ancora, per la conquista della medaglia d’oro nel salto triplo di Andy Díaz, atleta cubano naturalizzato italiano. E così per la prestazione di Mohamed Soudassi, marocchino arrivato ad Avola con la famiglia quando aveva un anno, che ha favorito la vittoria della 4×400.
Tutti loro meritano ammirazione perché incrementano il talento con costanza e sacrifici non per il colore della pelle. C’è qualcosa di ipocrita, quasi una forma di razzismo alla rovescia, nel pesare le medaglie in base alla pigmentazione di chi le ha conquistate. Ancora più mistificante può essere confondere le storie dell’immigrazione irregolare quelle di questi sportivi vincenti, come se anche loro avessero alle spalle odissee di emarginazione. In realtà, nella maggioranza dei casi si tratta di immigrati di seconda generazione o giunti in Italia da bambini con le famiglie.
Quanto al nostro sport, ha una storia di vittorie che li precede. Se nel calcio abbiamo perso il tocco magico non è per scarsa integrazione, ma per il motivo opposto visto che il nostro campionato è il più imbottito d’Europa di stranieri. E considerato che, cominciando da Fabio Liverani, madre somala e padre italiano, schierato in Nazionale nel 2001, e poi passando per Mario Balotelli, Destiny Udogie fino a Moise Kean, quando l’hanno meritato, nessuno ha frenato l’innesto di giocatori di colore o con origini di altri Paesi. Mistificante è mischiare le storie di persone che hanno seguito percorsi regolati dalle leggi italiane, con l’immigrazionismo incontrollato e selvaggio.
Negli altri sport, cominciando dal nuoto, abbiamo vinto parecchio anche prima della comparsa dell’adorabile Sara Curtis, figlia di Helen, ex atleta nigeriana arrivata da noi a vent’anni, e di Vincenzo, un camionista italiano tutto d’un pezzo. L’exploit di Larissa Iapichino è stato preceduto dalle medaglie olimpiche e mondiali conquistate già diversi anni fa dalla madre che, proveniente dalla Gran Bretagna, ha sposato Gianni Iapichino. Come Sara e Larissa, anche Nadia Battocletti, musulmana praticante, è figlia di un matrimonio misto tra il maratoneta Giuliano Battocletti e l’ottocentista marocchina Jawhara Saddogui. Quanto al neo campione europeo del triplo Andy Díaz, che fino al 2021 ha rappresentato Cuba, appena gli hanno messo la medaglia al collo, non ha mostrato nostalgia per Fidel Castro (che Rifondazione comunista commemora dal 26 al 30 agosto a Padova). Ma ha ringraziato Fabrizio Donato, l’ex triplista bronzo olimpico a Londra, che, contattato da Andy in fuga dal suo Paese, l’ha accolto in casa a Ostia, ha iniziato ad allenarlo e gli ha fatto ottenere l’asilo politico. Già, quante sorprese nelle vite degli atleti azzurri.

 

La Verità, 18 agosto 2026

La terrazza della Biennale? Lontana da quelle romane

Tutta un’altra terrazza. Veneziana, non romana, ettorescolamente parlando. Una terrazza sul Canal grande, Ca’ Giustinian, sede della Fondazione La Biennale presieduta dall’indomito e controverso, Pietrangelo Buttafuoco. Spirito libero, liberissimo, avvezzo a posizioni scomode e urticanti e a una affabilità autentica, tanto da avere pochi paragoni. C’è la Festa del Redentore, come ogni anno nel terzo fine settimana di luglio, per memorare l’anniversario della fine della peste, che in due anni dal 1575, decimò la popolazione della Serenissima. Per l’occasione, la laguna si trasforma in un pandemonio di imbarcazioni, feste, canti, riti, tavolate anche molto goduriose, concluse dallo spettacolo pirotecnico della notte del sabato. 450 anni fa il Senato veneziano decise la costruzione alla Giudecca di una chiesa, ex voto dell’intera cittadinanza. E da allora, per volere del doge Alvise Mocenigo, si ricorda l’avvenimento. Per grazia ricevuta. Perciò, al quinto piano di Ca’ Giustinian la terrazza è affacciata sulla storia, sulla fede e sull’identità veneziana. Domenica, grazie al ponte di barche allestito per l’occasione che attraversa il canale della Giudecca, c’è stata la processione verso la chiesa per la celebrazione eucaristica, presieduta dal patriarca, monsignor Francesco Moraglia.
La condivisione della serata dei fuochi dal belvedere è una consuetudine inaugurata nel 2009 dall’allora presidente, Paolo Baratta. E, negli anni, è diventata appuntamento sempre più prestigioso. Ma ora che con Buttafuoco la Fondazione Biennale si è fatta più prossima ai veneziani e non solo, con eventi che si susseguono oltre le esposizioni e la Mostra del cinema, come la rinascita della Rivista trimestrale, la nuova sede dell’Archivio storico e le lectio magistralis, anche la terrazza sui fuochi del Redentore assume un carattere più definito. Un’espressione di differenza.
La Rai ha appena cancellato Lupus in fabula, la striscia radiofonica che Buttafuoco conduceva su Radio 1, 10 minuti alle 6.50 del mattino, giustificando la decisione con le parole del direttore di Radio Rai, Nicola Rao: «Quella fascia oraria è destinata ad altro». Espressione laconica che fa pensare a un ordine eseguito (simile a quello, come ha ricordato Francesco Borgonovo, attuato un anno fa per la soppressione di Giù la maschera di Marcello Foa, altro intellettuale disallineato). Inevitabile leggerla come una punizione perché Buttafuoco non ha chinato il capo ai diktat europei e governativi (mentre la filiera veneta, da Luca Zaia al suo successore Alberto Stefani fino al sindaco Simone Venturini è tutta dalla sua parte) che vietavano la riapertura del Padiglione russo, di proprietà della Russia stessa, all’ultima Esposizione d’arte contemporanea. Il presidente della Fondazione veneziana lo sapeva da un bel po’ e non se l’aspettava. Ma non ha voluto creare casi e ora non ha alcuna intenzione di fare il martire. L’autogol dei potenti è autoevidente. E ci si augura lo sia anche per chi, a sinistra, si elegge diuturnamente vittima del fascismo piangendo la fine della libertà d’espressione e la democrazia in pericolo.
Quanto dista la terrazza di Ca’ Giustinian per la Festa del Redentore, o «Festa famosissima», dai salotti, dalle trattorie, dai balconi sporgenti sul potere e sottopotere, dove si decidono nomine, posti, strapuntini e conduzioni televisive? «È una terrazza agli antipodi, diametralmente opposta a quelle romane», si lascia sfuggire Buttafuoco. Che quando poi, nel corso della serata, incrocia il cronista si porta le mani alle orecchie e strizza l’occhio. Ma soprattutto si cuce la bocca. Rifiuta repliche. Rifiuta padri e padrini. Zitto anche a proposito di «un islamico che festeggia il Redentore», forse a riprova della sua religiosità consapevole e moderata. E tira dritto, concentrato sui prossimi eventi. Giovedì, insieme al direttore della Sezione cinema Alberto Barbera, presenterà il cartellone dell’83ª Mostra, in programma dal 2 al 12 settembre, dov’è attesa la riscossa degli autori italiani (Nanni Moretti, Gianni Amelio e Mario Martone tra i probabili, e speriamo non ci sia troppa politica di mezzo), ignorati prima al Festival di Berlino e poi a quello di Cannes. Per l’autunno, probabilmente il 4 ottobre, nell’800º anniversario della morte di San Francesco, la Biennale propone la lettura dell’XI canto del Paradiso della Commedia di Dante Alighieri, arricchita dagli intermezzi del patriarca di Venezia. A seguire, dopo il festival musicale (10-24 ottobre), un evento dedicato a Pavel Florenskij, ancora da perfezionare.
Calendario fitto, dunque. Con Roma e i suoi palazzi sempre più lontani. Anche se prima dell’inizio della festa il presidente della Camera, il veronese Lorenzo Fontana, è passato a salutare i vertici della Fondazione. Ma ora la sera è diventata notte, in compagnia di Ottavia Piccolo, Giovanni Caccamo, erede artistico di Franco Battiato, è il vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli. Esplodono i primi fuochi. Tizzoni che squarciano il buio. Pioggia di scintille che precipita nel bacino di San Marco, popolato di centinaia d’imbarcazioni luccicanti. Spettacolo memorabile. Il balcone di Ca’ Giustinian si sporge ancora di più sulla bellezza. Anni luce lontano dalla terrazza romana in cerca di autori e padrini. Ettorescolamente parlando.

 

La Verità, 21 luglio 2026

Viva i Sinner che sanno stare al loro posto

Questo è un elogio della famiglia fuori posto. I Sinner, il clan di Jannik. Fuori posto davanti alle telecamere. Davanti ai riflettori. Fuori posto nel royal box del centrale di Wimbledon, che infatti hanno evitato, declinando l’invito. «Lo sapevo, non sono stupito», ha confessato il numero 1 del mondo che li conosce bene. Hanspeter e Siglinde, due genitori atipici nel mondo del tennis e dello sport in generale. Due genitori timidi e, perciò, riservati, ritrosi, mai un’intervista, un’apparizione in primo piano. Giusto in tribuna, a qualche finale, in Europa. Ma anche lì ci stanno scomodi. «Ho visto che la mamma si è allontanata due volte, non è facile per lei», ha rivelato Jannik sul prato dell’All England Club dove aveva appena trionfato per il secondo anno di fila. L’emozione è troppa e la mamma scappa nelle retrovie per contenere la tachicardia. Avete presente certi genitori che assiepano le tribune dei campetti di provincia di calcio che, appena il loro rampollo si distingue tra gli allievi o i giovanissimi, non esitano a supportarlo con tifo sfrenato, urla e proteste e, se non bastano, abbandonano anche loro le tribune, ma per aggredire l’arbitro o qualche avversario poco ossequente verso il talento del loro ragazzo prodigio?
I Sinner no. Sono timidi, di una timidezza adorabile e salutare. Salutare per loro, innanzitutto, perché li preserva dall’invadenza dei media e del circo Barnum annesso. Ma salutare e protettivo anche per il fenomeno che hanno in casa ma che da quando è adolescente non sta più in casa perché è andato a studiare tennis alla scuola di Riccardo Piatti. Insomma, il talento è un dono, un regalo della natura, o della Provvidenza, che non va posseduto né strumentalizzato. I Sinner sembrano saperlo bene, loro che prima hanno adottato un figlio dalla Russia perché dai loro geni non arrivava, ma poi è arrivato eccome. E pensiamo che sensibilità e quanta naturalezza serva per tirare su due figli, il primo adottato che poi si vede crescere a fianco un fenomeno planetario. Pensiamo che equilibrio ci voglia, che capacità di dosare le attenzioni senza preferenze e differenze tra un numero 1 mondiale e Mark che fa il vigile del fuoco e ora vorrebbe prendere il brevetto per guidare gli elicotteri.
I Sinner stanno in disparte perché sanno che il talento va rispettato e coltivato adeguatamente. Si posizionano nell’emisfero opposto di tanti, troppi, genitori presenzialisti e invadenti. Agenti, manager, coach dei loro ragazzi. Ricordate Emanoul Aghassian, nato in Iran, naturalizzato americano con il nome di Mike Agassi, scomparso nel 2021, e primo allenatore tiranno di André Agassi, raccontato dall’ex numero 1 (grazie alle cure di Darren Cahill) nella celebre autobiografia Open, che così comincia: «Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore». Merito e demerito del padre coach, non il primo di una lunga serie.
La storia recente del tennis è costellata di genitori allenatori. Sono spesso rapporti complessi e burrascosi, come quello tra Venus e Serena Williams e papà «King Richard», raccontato nel film Una famiglia vincente. Il padre o la madre (come nel caso di Judy Murray, coach di Andy prima di farsi d parte) con un passato o un presente da tennista o maestro, proietta sul figlio allievo competenze e aspirazioni. Alexander Zverev senior allena stabilmente il figlio Sascha, ora con la consulenza di Toni Nadal, zio di Rafa, dopo che negli anni si sono defilati Juan Carlos Ferrero, Ivan Lendl e David Ferrer. Stefano Cobolli, giunto al numero 236 delle classifiche mondiali, resiste sulle montagne russe alla guida del figlio Flavio, ora nella top ten. Bryan Shelton, arrivato fino al numero 52, segue il figlio Ben, anche lui tra i primi dieci del mondo. Molto tormentato è il rapporto tra Stefanos Tsitsipas e Apostolos, sebbene la tennista professionista di famiglia sia stata la moglie Julia Salnikova. Tuttavia, fu il padre a smettere di insegnare per allenare Stefanos e seguirlo in giro per il mondo. Dopo il breve intervallo con Goran Ivanisevic nel 2025, è tornato il papà, dal quale Stefanos si è nuovamente separato prima di Wimbledon, annunciando come nuovo coach Patrick Mouratoglou. Poi c’è la sfilza di genitori presenzialisti, alcuni più controllati, come quelli di Novak Djiokovic e di Carlos Alcaraz, altri più smaniosi, come quelli di Matteo Berrettini.
Hanspeter Sinner, che pure gioca a tennis, si tiene fuori e continua a svolgere il suo abituale lavoro di cuoco in Val Fiscalina, così come mamma Siglinde gestisce un piccolo residence in zona. «Auguro a tutti i bambini di avere la libertà che ho avuto io», ha detto Jannik dopo aver vinto gli Australian open nel 2025. «Vorrei che tutti avessero dei genitori come i miei, non mi hanno mai messo sotto pressione e mi hanno permesso sempre di scegliere». Mica facile, in una terra di alpinisti, sciatori e montagne dominanti, dove lo sport è un’espressione di verticalità e di relazione con la natura, lasciare che tuo figlio dedichi la sua vita al tennis, una disciplina ultra competitiva, nella quale le risorse decisive scaturiscono dall’interiorità di chi la pratica. Merito di una certa timidezza, forse. E della consapevolezza che il talento è un dono.
A volte, essere fuori posto, vuol dire anche saper stare al proprio posto.

 

La Verità, 18 luglio 2026

L’erba di Wimbledon è sempre più Sinner

Stavolta Jannik Sinner ha dovuto sudarsela. Partita combattuta punto a punto soprattutto nei primi due set, quando si è anche temuto per l’esito finale. La svolta è avvenuta nel secondo tie-break, quando, all’improvviso, il numero 1 del mondo ha cominciato a rispondere al servizio di Alexander Zverev fino a quel momento quasi ingiocabile. Per conquistare il match-point ha dovuto fare un miracolo su una palla corta dell’avversario per poi chiudere con un dritto lungolinea. Ora può alzare il trofeo del suo quinto slam. Al momento del saluto finale si rivolge a Sascha: «Prima o poi riuscirai a vincere qui. So che un altro tuo obiettivo è diventare numero 1 e dobbiamo stare molto attenti», dice guardando il proprio team. Poi ringrazia tutti: «Ho visto che mia mamma è uscita un paio di volte… Il pubblico mi ha dato le sensazioni più belle che un giocatore possa provare».
L’interrogativo di questa finale è soprattutto di natura psicologica. Perché anche nel tennis la storia conta. I precedenti tra Jannik e Sascha dicono 10 a 4 in favore del campione altoatesino. Nelle ultime nove vittorie consecutive di Sinner, Zverev ha vinto appena due set. Ma in questa stagione la storia ha avuto un sussulto perché il tedesco ha infranto il tabù, conquistando il primo slam della carriera sul rosso del Roland Garros. E qui entra in gioco la psicologia, nella declinazione dell’autostima del giocatore con il profilo da guerriero normanno, da oggi al numero 2 del ranking, al posto di Carlos Alcaraz, fermo ai box. Quanto inciderà la nuova consapevolezza nel modo di stare in campo, sgravato dal marchio dell’eterno perdente? L’autostima lo aiuterà nella diagonale di dritto, quella dove il divario da Jannik sembra più netto? E lo aiuterà a superare la pressione che, quando è in svantaggio, a volte rende incerta la sua seconda palla?
Il tennis è uno sport alchemico, la testa e l’equilibrio nervoso influenzano l’efficacia dei colpi. «Quando vinci uno slam cambia tutto perché sai come si fa. Senti dentro di te questa convinzione, questa sicurezza», aveva confessato il tedesco dopo il successo a Parigi. Ma qui, sull’erba, superficie che non ama, e contro Jannik la salita diventa ripida per il tedesco. Perché, oltre che nel dritto, nella seconda di servizio e nella qualità della risposta, una certa differenza tra i due sfidanti si avverte proprio nella solidità e nella forza mentale. Sinner ha nella concentrazione, nella freddezza e nella capacità di fare quello che si prefigge la sua dote primaria. Non a caso gioca sempre al meglio i punti decisivi. Stavolta, però, Zverev non parte battuto. «Sarà una partita molto difficile e molto diversa da quelle che abbiamo disputato in passato», aveva previsto Sinner dopo il match dominato contro Djokovic grazie alla rifinitura indoor voluta da Darren Cahill per migliorare l’impatto sulla palla.
A seguire il match, oltre alla fidanzata Laila Hasanovic, da Sesto Pusteria è arrivata tutta la famiglia di Jannik, papà Hanspeter, mamma Siglinde e il fratello Mark. Nel royal box, invece, insieme ai principi di Windsor, William e Kate, c’è mezza Hollywood, da Dustin Hoffman a Nicole Kidman, da Rami Malek a Ben Stiller e Anna Wintour. Per l’Italia, il ministro dello Sport Andrea Abodi e il presidente del Coni Luciano Buonfiglio.
In palio ci sono 3,6 milioni di sterline, il 20% in più dell’anno scorso. Per Jannik c’è la possibilità di entrare nell’élite dei dieci giocatori che l’hanno vinto per due anni di fila, per Zverev vincere significherebbe smentire l’inferiorità conclamata rispetto all’italiano e la conquista di un torneo dove finora non ha mai superato gli ottavi.
Nei primi giochi, il servizio detta legge. Il tedesco è proprio un altro giocatore, sta vicino alla riga di fondo e non appare in soggezione. L’italiano si tira fuori da un paio di situazioni con altrettanti ace, ma quando serve il tedesco fa pochi punti. Sul 4-3 un doppio fallo gli offre la prima palla break, ma Sinner stecca la risposta e non sfrutta l’occasione. Il tie-break è inevitabile, per il tedesco conquistarlo è più importante che per l’italiano. È una guerra di ace: se la aggiudica 9 a 7 Zverev con un dritto lungolinea. Il set vinto può infondergli ulteriore sicurezza. Proprio il dritto che doveva essere il punto debole si rivela efficace, mentre quello di Jannik balbetta. Il numero 1 prova a introdurre qualche variazione, la palla corta e il servizio in kick, ma il problema è rispondere alla battuta dell’avversario. Si arriva a un altro tie-break. Perderlo potrebbe essere fatale per Jannik. Che parte deciso, ottenendo subito un minibreak, comanda il gioco e riesce finalmente a rispondere al servizio di Sascha: 7 a 2 per Sinner. L’italiano è rinfrancato, ritrova il tempo per la risposta e l’imprevedibilità dei colpi. Nessun calo, però, dall’altra parte della rete. Ora si scambia di più e Jannik salva una decisiva palla break nel settimo gioco. Quella che rompe l’equilibrio arriva nel gioco successivo. E con un ace il numero 1 del mondo incassa il terzo set: 6-3. La partita però è ancora da vincere perché Zverev martella con il servizio e non molla un punto. Ma nel settimo game Sinner gli strappa la battuta e va a prendersi il secondo Wimbledon consecutivo.

 

La Verità, 13 luglio 2026

La volpe Sinner domina highlander Djokovic

Troppo Sinner per Djokovic. Supremazia netta e risultato mai in discussione: 6-4 6-4 6-4. L’abbraccio finale tra i due è rispettoso e affettuoso. Concentrato, concreto, atleticamente brillante, potente nei colpi e molto efficace al servizio, il campione altoatesino si è espresso nella sua versione migliore: 40 vincenti, 15 errori e 14 ace contro il miglior ribattitore del circuito. L’ex numero uno del mondo ora sceso all’ottavo, bugiardo, posto, ha dato il meglio di sé, ma contro questo Sinner non poteva bastare. «È bellissimo per me tornare qui e disputare un’altra finale del torneo più speciale che abbiamo», dice prima di lasciare il campo. «Novak è un grande campione, un esempio per le nuove generazioni. Con lui giochiamo sempre partite lottate, in Australia ho perso, dovevo adattarmi, ho cercato di essere aggressivo e di servire bene, provando a mescolare le cose. Sono soddisfatto. Il mio team mi mette sempre nella condizione per performare al meglio. Sono davvero felice. Grazie a tutti».
Domani, per difendere il titolo di un anno fa, Jannik se la vedrà con Alexander Zverev che ha disputato un ottimo torneo e ha regolato la rivelazione Alexander Fery (7-6 6-2 6-4 il punteggio).
Ormai è letteratura. Mitologia, epica, fiaba. Più che un classico, Jannik Sinner contro Novak Djokovic si candida ad archetipo dei duelli. Mors tua vita mea. Siamo dalle parti di BorgMcEnroe e FedererNadal, per citare nobili precedenti nella stessa disciplina. Sconfinando, tornano in mente CoppiBartali e ClayForeman. Rivalità epocali, somiglianze e contrasti. Ci sono 15 anni di differenza, 39 Novak e 24 Jannik, ma il più giovane si specchia nel più vecchio. E il più vecchio si rivede nel più giovane. Djokovic ha un grande avvenire dietro le spalle, cerca lo slam numero 25 e l’erba di Wimbledon, in assenza di un certo Carlos Alcaraz, può essere l’ultima chiamata. Sinner prova a scrivere la storia, è campione in carica e quest’anno non ha ancora vinto un major. Mitologia ed epica: le ragnatele di Spiderman contro la spada di Highlander. Letteratura e fiaba: la Volpe rossa contro il Lupo d’inverno (titolo del doc sul campione di Belgrado, dal 20 agosto su Prime video).
Siamo al dodicesimo duello, i precedenti dicono 6 a 5 per l’italiano, ma l’ultimo disputato a Melbourne se l’è portato a casa il serbo. Ogni sfida, però, è un romanzo diverso. Stavolta, Nole si presenta forte del successo conquistato al super tie-break del quinto set contro Felix Auger-Aliassime dopo oltre cinque ore di battaglia. In tutto il torneo è stato in campo 16 ore e mezza, tre in più del nostro campione e anche questo, pur con due giorni di riposo, potrebbe avere un certo peso, soprattutto se il match si allungherà. Dal canto suo, quest’anno sul verde dell’All England Club, Jannik non ha espresso il suo tennis migliore. Falloso soprattutto con il dritto. Bene, invece, il servizio. Se vuole prendersi la rivincita degli Australian open sa bene che deve alzare il livello di gioco. Insomma, Sinner è più riposato del Joker, ma il fatto di non aver incontrato finora avversari probanti può rivelarsi un handicap. Tirando le somme, se Jannik è lievemente favorito, quando il gioco si fa duro il Lupo ha più pelo sullo stomaco della Volpe.
Si comincia. Nel box di Novak c’è la moglie Jelena con i due figli, Stefan e Tara; in quello dell’italiano solo il team al completo. I primi game sono di studio, con tante prime di servizio in campo si scambia poco. Djokovic annulla la prima palla break al quinto gioco. Sembra una partita a scacchi, ma Jannik è solido anche con la seconda di servizio, mentre il Joker commette qualche doppio fallo. Nel nono gioco arrivano altre due palle break: Sinner sbaglia uno smash facile, ma trasforma un passante lungolinea di rovescio e, senza scossoni, incamera il primo set.
Rispetto ai giorni scorsi, Jannik sembra un altro. Determinato, poco falloso, potente e creativo allo stesso tempo. Djokovic non gioca male, ma la palla di Jannik è più pesante. Il serbo deve provare a mischiare le carte perché un match impostato su ritmo e violenza è favorevole all’italiano. Che è sempre efficace al servizio, il colpo chirurgico che, all’occorrenza, gli risolve qualche piccolo problema. Da fondo campo, poi, Sinner è una macchina. Colpi tosti e profondi, e a un ritmo che Novak stenta a tenere. Quando arrivano altre due palle break, il pubblico del centrale lo incoraggia: Nole, Nole, Nole. Il serbo regge, ma deve cedere nel successivo game di servizio dopo un rovescio incrociato e una palla corta improvvisa di Jannik. Che nel gioco successivo scaglia tre ace consecutivi. La sua superiorità è netta e un altro 6-4 gli consegna il secondo set. Nel primo gioco del terzo, Djokovic salva tre palle break, ma alla quarta perde la battuta, l’esito del match sembra scritto. C’è ancora un sussulto quando Novak conquista la prima palla break del match, innescando i cori del pubblico. Ma con due ace, Sinner spegne subito i propositi di rimonta e va a prendersi la finale di domani. La Volpe è troppo giovane per questo Lupo. Se gioca così, non si vede chi possa metterla in gabbia.

 

La Verità, 11 luglio 2026

Flavio lotta come un leone ma Zverev sfata il tabù

Disteso sulla terra rossa, Alexander Zverev si gode il momento di felicità. Alla quarta occasione ce l’ha fatta a conquistare il suo primo slam. Onore a Flavio Cobolli che ha lottato per cinque set. A Roma Adriano Panatta aveva dato appuntamento a Jannik Sinner per la premiazione sul Philippe Chatrier del Roland Garros. Invece, con grande eleganza, ha consegnato il trofeo al tedesco con il profilo da guerriero normanno, vincitore con il punteggio di 6-1 4-6 6-4 6-7 6-1.

La curiosità attorno a questa finale inedita riguarda soprattutto Alexander Zverev, già tre volte finalista di slam (Open Usa 2020, Parigi 2024 e Australian open 2025) e mai vincitore: gli sfuggirà questa irripetibile occasione, in assenza di Carlos Alcaraz e Jannik Sinner, di conquistare il primo major? Sascha si avvicina alla trentina e chissà mai quando gli ricapiterà, inchiodato al numero tre delle classifiche ora che anche Novak Djokovic ripiega. Dall’altra parte c’è Flavio Cobolli, faccia d’angelo di strada, adolescenza fra Trigoria della Roma calcio e il Parioli, il circolo dei grandi. Quello di Adriano Panatta, che oggi è in tribuna d’onore per premiare il vincitore 50 anni dopo il memorabile 1976 quando i francesi lo ribattezzarono «Panattà» e, vedendo le sue volée in tuffo, scrissero che «cammina sulle acque».

Come Zverev anche Cobolli detto «Cobbo» è allenato dal padre. In questo i due amici si somigliano, come si somigliano i rapporti vivaci tra padri e figli del tennis. «Ammiro Flavio più come uomo perché come tennista può migliorare ancora tanto», ha detto Stefano Cobolli. Di rimando, il ragazzo gli fa pesare quando predisse che non sarebbe mai entrato nei primi 10. Invece, grazie all’exploit di questo torneo è già in top ten. E ora, in caso di vittoria, si isserebbe al numero cinque. Zverev non progredirebbe in classifica nemmeno vincendo, ma sfaterebbe un tabù che cambierebbe curriculum, autostima e conferenze stampa. Le carte in regola le ha tutte come dimostra il disco rosso alzato in faccia alla nouvelle vague, i vari Rafael Jódar e Jakub Menšík incontrati sul suo cammino. Cobbo invece consacra il momento di gloria di les italiens, con Matteo Arnaldi e Matteo Berrettini nei quarti di finale di un torneo senza Lorenzo Musetti e Jannik Sinner, fuori al secondo turno.

Zverev è più esperto e abituato a questi match, ha un servizio più potente, un rovescio più sicuro e un registro di gioco più limitato. Il suo punto di forza è la regolarità, soprattutto sulla diagonale del rovescio. Cobolli possiede un dritto esplosivo, maggior varietà di colpi, è dotato di gambe fenomenali che gli consentono grandi recuperi. La sua arma può essere la smorzata, perché Zverev non è un fulmine quando deve correre in avanti. I precedenti dicono 3-1 per il tedesco che per la prima volta si presenta da favorito alla finale di un major. Ma in questa primavera siamo uno pari, Cobbo vincitore a Monaco, Sascha a Madrid. Sarà decisiva la testa. Cioè, concentrazione, tranquillità e capacità di stare lì a giocarsi ogni singolo punto.

Pronti via, c’è il break e l’italiano deve subito inseguire. Sascha è solido con il rovescio e incrocia stretto con il dritto. Cobbo affretta i colpi nel tentativo di rientrare, ma diventa falloso. Il primo set è perso in un soffio. Bisogna liberarsi della tensione e aspettare con pazienza l’occasione buona. All’inizio del secondo set, Flavio è più disinvolto ed efficace al servizio. Riduce gli errori, introduce la smorzata e ottiene il break. Ora è Cobolli a comandare, i suoi turni di servizio si accorciano, quelli di Zverev si allungano. Al decimo game un ace e un lungolinea di rovescio portano l’italiano sull’uno pari. La situazione è capovolta. Flavio è più intraprendente, mentre Sascha ha perso sicurezza. Nel quarto gioco del terzo set, quando Cobbo annulla due palle break la fiducia cresce. Invece, mentre l’italiano si fa prendere dalla fretta, il tedesco non fa regali e si prende il terzo set. Ma il break conquistato all’inizio del quarto rimette subito in partita l’italiano. Nel sesto gioco il tedesco rientra. Il nemico di Flavio è la fretta che lo rende falloso. Il tie-break è un mezzo romanzo. Dopo un passante miracoloso, Cobolli manca una palla set facilissima, ma si rifà con un lungolinea di dritto. Si va al quinto. Flavio cede subito il servizio e poi ancora una seconda volta. Nel quarto gioco non sfrutta tre palle break per provare a rientrare. Finisce in un batter d’occhio. Vince il tedesco con il profilo da guerriero normanno, ma il ragazzo con la faccia d’angelo di strada può competere con i migliori del mondo. A presto.

 

La Verità, 8 giugno 2026

«Il signor Mattarella» e Panatta incoronano Sinner

Jannik Sinner è imperatore di Roma. Pronostico confermato. Al termine di un match senza grandi colpi di scena, la superiorità tecnica del numero 1 del mondo s’impone: 6-4 6-4. Il rosso non tradisce. È il sesto Master 1000 consecutivo, dopo Parigi Bercy, Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid. Un filotto da record inavvicinabile. Il terzo consecutivo sulla terra, un tris riuscito solo a Rafael Nadal. Di Novak Djokovic, invece, Sinner eguaglia il successo in tutti i nove Master 1000 del circuito, tra i quali mancavano proprio gli Internazionali d’Italia. Le vittorie consecutive di quest’anno sono 34. Una collezione di record. «Sono passati 50 anni dall’ultima vittoria italiana. Sono contento che uno di noi ha ottenuto questo risultato. C’è stata tanta tensione, ma sono contento», ha detto a caldo appena terminata la partita.
«Chi vince qui entra nella storia», ha sentenziato Adriano Panatta, uno che sa di cosa parla. Vincendo qui inaugurò il trionfante 1976, Roma Parigi Coppa Davis. Ora che Nicola Pietrangeli, l’altro storico trionfatore degli Internazionali d’Italia (1957 e 1961) non c’è più, è lui al fianco di Sergio Mattarella quando consegna la coppa a Sinner. «Sono sempre molto emozionato quando c’è il signor Mattarella…», abbozza Jannik. «In qualche modo riesco sempre a mettermi in posizioni non piacevoli quando devo stare davanti al presidente», dice strappando il sorriso di tutti i presenti. «Adriano, dopo 50 anni abbiamo riportato a casa questo trofeo molto importante», osserva, più a proprio agio, provocando l’ovazione del Centrale. «Non posso dire di averti visto vincere su questo campo, forse i miei genitori non si erano ancora messi insieme», continua sul filo dell’autoironia. Panatta sorride. Lui e Sinner, due tennisti e anche due uomini che più diversi è difficile. Estroso, romantico e irregolare nell’applicazione sportiva il primo, metodico, concentrato e votato al miglioramento continuo il secondo. Ma uniti dalla stima reciproca e dalla passione per il tennis. E, in un certo senso, anche dal desiderio di Adriano di vedere finalmente un altro italiano alzare al cielo la coppa che lui conquistò 50 anni fa. Prima di smarrirla, forse in qualche trasloco, come ha rivelato.
Mezzo secolo dopo siamo qui, per vedere se il nostro numero Uno è anche il gladiatore del Foro italico. A sottolineare il clima di festa è presente anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, proveniente dalla visita fuori programma ai feriti di Modena e Bologna. Vicino a lui siede il presidente della Fit Angelo Binaghi, e attorno numerosi ministri ed esponenti politici in giacca e cravatta. Poco più in là, la famiglia Sinner è al completo, papà Hanspeter, mamma Siglinde, emozionatissima, il fatello Mark e Laila Hasanovic, fidanzata di Jannik. A un certo punto si era pensato che, a causa della trasferta straordinaria, il capo dello Stato avrebbe rinunciato alla presenza sul Centrale. Invece non ha voluto mancare, fedele alla fama di portafortuna per gli atleti italiani, accreditata dai media, cominciando dalle Olimpiadi invernali di Milano Cortina. Insomma, se Sinner non va al Quirinale, Mattarella va al Foro italico. Per mettere, astutamente, il timbro su questa storica vittoria, presentandosi alla premiazione insieme a Panatta. E avendone un ritorno di popolarità.
La festa del tennis italiano comincia poco prima del suo arrivo con il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori che piegano la resistenza della coppia Granollers/Zeballos (7-6 6-7 10-3). 66 anni dopo quello di Pietrangeli e Sirola, un doppio italiano conquista Roma. «Un trofeo che non è nostro, ma di tutti voi che ci avete trascinato fin qui con l’affetto e il sostegno…», dice Simone. Parole di stima per gli avversari da Vavassori: «Siete una coppia fantastica. Questo è il doppio, due amici che giocano insieme».
L’unico deciso a guastare la festa del tennis tricolore è Casper Ruud, numero 25 della classifica mondiale ma in un momento di grande forma, come conferma il cammino sicuro per conquistare la finale contro Jannik. Il piano di gioco del norvegese è chiaro. Un tennis atletico, impostato sul fisico e su scambi lunghi, facendo leva sulla verosimile maggiore stanchezza dell’italiano dopo la maratona di due giorni contro Daniil Medvedev. Jannik sembra patire un pizzico di emozione per la pressione e le tante attese che lo circondano. Il famoso appuntamento con la storia. Subito break e, per fortuna, controbreak. Meglio non far scappare Casper che giostra con il dritto, il suo colpo migliore. Pian piano, però, emergono solidità e varietà del tennis di Jannik che nel nono gioco, con tre ottime palle corte, conquista il break e va a servire per il primo set. Con due dritti e uno smash vincente, lo incamera senza problemi. Il secondo set si apre con un altro break in favore di Sinner. La partita sembra indirizzata oltre che nel punteggio anche nel gioco. Quello di Ruud non crea problemi al rosso di Sesto Pusteria. Concentrato, concreto, ora efficace con la prima di servizio e con entrambi i colpi base. Poi c’è la smorzata, il suo colpo in più, sempre più chirurgico e disinvolto, la chiave con cui scardina le difese del norvegese. Che si scoraggia: l’italiano fa tutto meglio di lui. Ruud prova, comunque, a resistere e nell’ottavo gioco si conquista anche una palla break, che Jannik annulla con una prima seguita da un dritto vincente.
Arrivano tre championship point. Il Foro canta Sinner Sinner. Jannik alza le braccia e si distende in un largo sorriso. La festa può cominciare. Jannik scrive «Grazie» sul vetro della telecamera. Ma siamo noi a ringraziarlo.

 

La Verità, 18 maggio 2026

Sinner pronto a diventare imperatore di Roma

Ace. Una pallata di Daniil Medvedev e ora siamo 4-3 per Jannik Sinner nel terzo e decisivo set. È un lampo, si decide tutto in pochi colpi. Questione di testa, di concentrazione, di freddezza. Doti conclamate di Jannik. In tribuna, c’è papà Hanspeter non mamma Siglinde. Troppa tensione, troppo pathos in un mini match ad alto contenuto emotivo. Sport strano, il tennis. Una partita può durare due giorni e farti attraversare la notte abbracciato ai dubbi e alle incertezze. Chi dorme? Rigiochi mentalmente tutti i colpi dei game appena finiti. Ripassi quel dritto uscito di un centimetro. Rivedi la tattica, il piano gara. Si decide tutto l’indomani, nervi saldi. Però, all’italiano testa fredda basta vincere i suoi due servizi per planare in finale agli Internazionali d’Italia. Oggi, cinquant’anni dopo Adriano Panatta: «Vincere Roma ti dà un posto nella storia». Mezzo secolo dopo quel formidabile 1976, Roma, Parigi e la Coppa Davis. Jannik lo sa. Conosce l’appuntamento che lo attende oltre l’ostacolo di questi pochi game contro lo scorbutico Medvedev.
Dopo il primo set incamerato venerdì sera in 32 minuti, la sfida con il russo, già numero 1 del mondo, ora sceso al nono posto ma rinato con l’arrivo del nuovo coach Thomas Johansson, sembrava una pratica di rapida soluzione, come i turni precedenti qui al Foro Italico (32 le vittorie consecutive nei Masters 1000, record tolto a Novak Djokovic). Invece, il secondo set si era complicato, l’umidità di una giornata piovosa che aveva ritardato l’inizio del match, i problemi di stomaco e il vomito. Nel secondo set Jannik era andato sotto 0-3, mentre dall’altra parte Daniil imprimeva il suo ritmo, comandando il gioco e costringendolo a troppe rincorse. Il numero 1 era risalito nel punteggio fino al 5 pari. Ma poi, alla terza occasione aveva dovuto cedere il set, il primo perso in tutto il torneo. All’inizio del terzo, Sinner scuoteva la testa, sfiduciato, ma un passaggio a vuoto del russo gli consegnava il break. L’arrivo della pioggia costringeva al rinvio al giorno successivo.
Dopo la notte, ora si ricomincia. Anche per uno freddo come il rosso di Sesto Pusteria sono tante le variabili da tenere a bada. L’aspetto psicologico. Il controllo. Il non offrire occasioni all’avversario di recuperare lo svantaggio. Dopo l’ace fulminante che avvicina il russo sul 3-4, Jannik va al servizio e se lo prende senza lasciare un punto. Medvedev invece, con un doppio fallo gli concede due match point consecutivi, ma li annulla con un altro ace e una prima vincente. Ora Jannik serve sul 5-4 per conquistarsi il posto in finale. Va sotto 0-15 poi risale e con un dritto dopo un’ottima prima conquista un’altra palla match. Un’altra prima e due rovesci incrociati inchiodano l’avversario. L’appuntamento con la storia è confermato. «Anche per uno come me che non ha mai problemi, ieri sera non è stato facile prendere sonno», ha ammesso a fine match.
Oggi è il gran giorno, ma sarebbe sbagliato sottovalutare il norvegese Casper Ruud. È un giocatore che dà il meglio sulla terra rossa, è stato già due volte finalista a Parigi, ha disputato un torneo convincente, impreziosito dall’eliminazione di Luciano Darderi con un inequivocabile doppio 6-1. I precedenti tra i due dicono 4 a 0 per Jannik. Quest’anno il norvegese appare molto più solido e preparato di un anno fa quando, nei quarti qui al Foro italico, Sinner gli aveva lasciato un solo game. Poi, in finale, a Jannik era sfuggita l’occasione al cospetto di un Carlos Alcaraz superiore e più agonista di lui che veniva dallo stop per il caso Clostebol. Stavolta, in tribuna ci sarà anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Speriamo porti fortuna e che si goda lo spettacolo, preceduto dall’antipasto della finale di doppio maschile che parla anche lei italiano dopo il successo di Simone Bolelli e Andrea Vavassori sui vincitori degli Open d’Australia Harrison-Skupski. Nel 2025 il capo dello Stato aveva presenziato alla finale di Jasmine Paolini, non a quella di Jannik. E qualcuno aveva interpretato quella scelta come una risposta alla mancata partecipazione del numero 1 del mondo al ricevimento al Quirinale delle squadre nazionali dopo la conquista della Coppa Davis e della Billie Jean King Cup. Invece, oggi il presidente ci sarà, a completare un periodo di visibilità sportiva, dopo la recente visita dei tennisti per i trofei conquistati anche nel 2025, e il ricevimento delle squadre finaliste della Coppa Italia di calcio.
Sinner è il numero 1 del mondo, ha già vinto quattro slam, ma non si è ancora consacrato nel torneo di casa. Un italiano che vince gli Internazionali d’Italia fa la storia. Prima di Panatta, nel 1976, ci era riuscito due volte Nicola Pietrangeli, nel 1961 e nel 1957. E andando ancora più indietro, Giovanni Palmieri (1934) e Emanuele Sertorio (1933). Questa, però, è preistoria più che storia. A premiare il vincitore sarà proprio Panatta. E speriamo che, cinquant’anni dopo il suo 1976, venga il 2026 di Sinner.

 

La Verità, 17 maggio 2026

Musetti costretto alla resa nel match della vita

Il braccio è proteso ad agguantarla ma, improvvisamente, la stella si allontana e il sogno svanisce. A un metro dal traguardo, dalla consacrazione definitiva, dalla conquista del terzo gradino delle classifiche mondiali, in questo momento il massimo possibile. È successo ieri pomeriggio a Melbourne, l’alba in Italia, sul campo centrale degli Australian Open che inaugurano la grande stagione tennistica. Lorenzo Musetti stava disputando la migliore partita della sua carriera, una pioggia di lungolinea vincenti, un’ottima resa del servizio. Era avanti due set a zero contro Novak Djokovic, 39 anni e 10 finali vinte su quel campo, quando il tennista di Carrara ha inclinato la testa per togliersi la fascia e si è avvicinato alla rete per stringere la mano al vecchio campione. Per la cronaca, il punteggio era 6-4 6-3 1-3 (15-40) in suo favore. Il dolore alla coscia destra si era fatto insopportabile. Soprattutto, continuando a giocare, avrebbe potuto compromettere buona parte della stagione. Essere costretti a ritirarsi mentre si sta esprimendo il proprio tennis migliore, con due terzi di vittoria in tasca contro l’ex numero 1 del mondo e il quasi sicuro approdo in semifinale dev’essere un’esperienza crudele.
«Voglio andare in campo pensando di poterla vincere», aveva promesso Musetti alla vigilia. Con il successo avrebbe raggiunto la semifinale che, se contro Jannik Sinner, avrebbe promosso un finalista italiano, e conquista il terzo posto del ranking, attualmente il massimo raggiungibile dietro i due mostri, scavalcando in un colpo sia lo stesso Djokovic che Alexandre Zverev.
«Dover lasciare mentre stavo giocando forse la miglior partita della mia carriera è tanto doloroso. È davvero difficile da spiegare», ha confessato Lorenzo trattenendo l’emozione. «Non ho parole per dire quanto sia triste per questo infortunio in questo momento. Conosco abbastanza bene il mio corpo da capire che non potevo andare avanti, sono piuttosto sicuro che si tratti di uno strappo». Il fastidio alla coscia si era presentato già all’inizio del secondo set, ma il suo coach Josè Perlas l’aveva incoraggiato a continuare: «Stai andando alla grande. Rilassati». La palla usciva bene dal piatto corde e il rovescio lungolinea continuava a funzionare, mentre dall’altra parte della rete il campione serbo faticava a reggere la pressione e inanellava errori gratuiti (32 a fine match). Alla fine del secondo set Novak si è fatto medicare una vescica a un piede. Poi si è ripreso a giocare e tutti pensavano che il match avesse ormai imboccato la sua naturale conclusione. Invece, sull’1-2 del terzo set l’italiano ha chiamato il fisioterapista. Ci ha provato ancora un paio di game, ma alla fine ha dovuto arrendersi.
Musetti è il primo giocatore costretto ad abbandonare nei quarti di uno slam mentre è in vantaggio due set a zero. Anche questo è un record. Della «sfiga» però, come ha borbottato lui stesso rivolgendosi al suo team: «Che devo fare?». «Tu conosci il tuo corpo, decidi liberamente, io appoggerò qualunque tua decisione», gli ha risposto Perlas. Dopo gli applausi tributati a Lorenzo dal pubblico della Road Laver Arena, Djokovic è parso quasi imbarazzato: «Non so cosa dire, mi dispiace per lui. Era stato il giocatore migliore in campo, io ero pronto ad andare a casa. È stato molto sfortunato, avrebbe dovuto essere il vincitore oggi», ha riconosciuto con grande sportività, «spero che abbia una rapida guarigione».
Già l’anno scorso in finale a Montecarlo e in semifinale a Parigi, sempre contro Carlos Alcaraz, Musetti era stato costretto al ritiro per un infortunio all’adduttore. Stavolta, potrebbe trattarsi di un altro muscolo nella stessa zona della coscia, lo si saprà dagli esami medici. Questi ripetuti ritiri potrebbero consigliare all’intero team del numero 5 una revisione del suo tennis, forse troppo impostato sulla difesa e la conquista di punti maratona, con conseguente notevole dispendio di energie. «È successo anche a me in passato», ha ricordato Djokovic. «Doversi ritirare avanti due set a zero nei quarti di uno slam, in totale controllo del match, è davvero una grande sfortuna. Per me è un’opportunità per andare avanti e spero di giocare meglio tra due giorni». Si troverà di fronte per l’undicesima volta Sinner (finora 6 a 4 per l’italiano), che nell’altro quarto di finale ha regolato come da pronostico Ben Shelton (6-3 6-4 6-4).
Questa esperienza sfortunata segnerà l’indole di Musetti, ma servirà certamente a rafforzare il suo enorme talento. Il sogno di diventare uno dei tre migliori tennisti del mondo è solo rinviato.

 

La Verità, 29 gennaio 2026

Sinner doma Alcaraz e fa il bis: è lui il Master 2025

Olé olé olé Sinner Sinner. Sarà pure «un carrarmato», un caterpillar, come l’ha definito Massimo Cacciari, ma dopo le Atp Finals che assegnano il titolo di Maestro della stagione, forse non vanno trascurate le doti tattiche e di forza mentale, che lo hanno fatto reagire nelle difficoltà, come quelle che ieri hanno consentito a Jannik Sinner di spuntarla al termine di un match combattuto e a tratti spettacolare, su Carlos Alcaraz, protagonista di un tennis «di sinistra», sempre secondo l’esegesi del tenebroso filosofo. Il risultato finale è 7-6 7-5. «Senza il team non siamo niente. È stata una partita durissima», ha commentato a caldo il nostro campione. «Per me vuol dire tanto finire così questa stagione. Vincere davanti al pubblico italiano è qualcosa di incredibile».
Aver sconfitto il fresco numero 1, oltre alla conferma del Master vinto l’anno scorso e all’incasso di oltre 5 milioni di dollari (4,3 milioni di euro), è di buon auspicio per il piano di riconquista del vertice che partirà dagli open d’Australia di gennaio. La sconfitta di settembre a New York è vendicata. Ora Sinner è atteso dal meritato riposo in famiglia e con la fidanzata, Laila Hasanovic. Alcaraz deve rinviare il proposito di riportare in Spagna il Master che manca al suo Paese dal 1998 quando lo vinse Alex Corretja (non ci sono riusciti il suo attuale coach Juan Carlos Ferrero e nemmeno Rafa Nadal).
Era inevitabile che, divenuta fenomeno pop, la rivalità tra Sinner e Alcaraz spingesse filosofi e intellettuali a farne dei simboli. Jannik pitagorico, Carlitos omerico. «Il yin e yang del tennis moderno», per Yevgeny Kafelnikov. La finale dell’Inalpi Arena di Torino è la bella dell’anno, ben oltre le posizioni del ranking, perché i duellanti ci arrivano dopo essersi divisi i quattro slam. L’italiano si è preso gli Australian open e Wimbledon, lo spagnolo il Roland Garros e Flushing Meadows. Nel conteggio degli scontri diretti di quest’anno, segnato per Jannik dai tre mesi senza tornei per il Clostebol, è avanti Carlos 4 a 1 (il match a Riad non fa testo, se non per il conto in banca), ma anche quando il nostro campione ha dovuto cedere sono state partite all’ultimo scambio, memorabile quella sul rosso sotto la Tour Eiffel. Nel corso del torneo dei maestri, l’italiano non ha perso neanche un set, mentre lo spagnolo ne ha ceduto uno a Taylor Fritz.
Ogni volta che li guardiamo affrontarsi siamo curiosi di scoprire quale nuovo colpo o tattica ha escogitato lo sconfitto del match precedente per ribaltare il pronostico. Ieri toccava a Sinner rendere più aggressivo il servizio per poter comandare gli scambi ed evitare il dritto dell’avversario, letale dal centro del campo.
All’inizio c’è qualche errore da entrambi le parti. Un passante di dritto di Carlos e un paio di ace di Jannik mantengono l’equilibrio. Dopo una lunga interruzione, l’italiano tiene un complicato turno di servizio. Olé olé olé Sinner Sinner, si scalda anche il pubblico. Si procede appaiati, gli scambi sono brevi. L’intenzione è evitare di offrire angoli allo spagnolo, tenendo il gioco sul terreno della geometria più che del ricamo o della trans agonistica. Dopo la prima palla break concessa – che è anche un set point – e annullata da Sinner, si arriva al tie break. Jannik non coglie un’occasione sotto rete, ma il rovescio successivo di Carlos esce di un niente come, subito dopo, una palla corta dell’italiano. Ma uno smash e un lob gli danno due palle set. Basta la prima. Alcaraz chiama il fisioterapista per un massaggio alla coscia destra, ma nel gioco non sembra frenato. Nel game d’apertura, dopo due doppi falli, Jannik cede per la prima volta nel torneo il servizio. Adesso, mentre scendono quelle dell’italiano, crescono le percentuali di prime dello spagnolo, ma dopo una volée e un dritto sbagliati, una palla corta di Jannik lo riporta sul tre pari. La prima latita, ma conquista il delicato, settimo gioco. Riprende il dominio dei servizi e Sinner sembra più solido. Mentre lui mostra il pugno al suo team, Alcaraz ci discute animatamente e cambia spesso posizione quando è alla risposta. Due passanti portano Jannik sul 6 a 5. Nel dodicesimo gioco lo spagnolo non è lucidissimo e si proietta avventurosamente a rete. Il Master 2025 è Jannik Sinner, il campione nel quale ci riconosciamo: «È stato più bello dell’anno scorso. Sono contento di dare qualcosa di positivo a tutti voi».

 

La Verità, 17 novembre 2025