Musetti costretto alla resa nel match della vita

Il braccio è proteso ad agguantarla ma, improvvisamente, la stella si allontana e il sogno svanisce. A un metro dal traguardo, dalla consacrazione definitiva, dalla conquista del terzo gradino delle classifiche mondiali, in questo momento il massimo possibile. È successo ieri pomeriggio a Melbourne, l’alba in Italia, sul campo centrale degli Australian Open che inaugurano la grande stagione tennistica. Lorenzo Musetti stava disputando la migliore partita della sua carriera, una pioggia di lungolinea vincenti, un’ottima resa del servizio. Era avanti due set a zero contro Novak Djokovic, 39 anni e 10 finali vinte su quel campo, quando il tennista di Carrara ha inclinato la testa per togliersi la fascia e si è avvicinato alla rete per stringere la mano al vecchio campione. Per la cronaca, il punteggio era 6-4 6-3 1-3 (15-40) in suo favore. Il dolore alla coscia destra si era fatto insopportabile. Soprattutto, continuando a giocare, avrebbe potuto compromettere buona parte della stagione. Essere costretti a ritirarsi mentre si sta esprimendo il proprio tennis migliore, con due terzi di vittoria in tasca contro l’ex numero 1 del mondo e il quasi sicuro approdo in semifinale dev’essere un’esperienza crudele.
«Voglio andare in campo pensando di poterla vincere», aveva promesso Musetti alla vigilia. Con il successo avrebbe raggiunto la semifinale che, se contro Jannik Sinner, avrebbe promosso un finalista italiano, e conquista il terzo posto del ranking, attualmente il massimo raggiungibile dietro i due mostri, scavalcando in un colpo sia lo stesso Djokovic che Alexandre Zverev.
«Dover lasciare mentre stavo giocando forse la miglior partita della mia carriera è tanto doloroso. È davvero difficile da spiegare», ha confessato Lorenzo trattenendo l’emozione. «Non ho parole per dire quanto sia triste per questo infortunio in questo momento. Conosco abbastanza bene il mio corpo da capire che non potevo andare avanti, sono piuttosto sicuro che si tratti di uno strappo». Il fastidio alla coscia si era presentato già all’inizio del secondo set, ma il suo coach Josè Perlas l’aveva incoraggiato a continuare: «Stai andando alla grande. Rilassati». La palla usciva bene dal piatto corde e il rovescio lungolinea continuava a funzionare, mentre dall’altra parte della rete il campione serbo faticava a reggere la pressione e inanellava errori gratuiti (32 a fine match). Alla fine del secondo set Novak si è fatto medicare una vescica a un piede. Poi si è ripreso a giocare e tutti pensavano che il match avesse ormai imboccato la sua naturale conclusione. Invece, sull’1-2 del terzo set l’italiano ha chiamato il fisioterapista. Ci ha provato ancora un paio di game, ma alla fine ha dovuto arrendersi.
Musetti è il primo giocatore costretto ad abbandonare nei quarti di uno slam mentre è in vantaggio due set a zero. Anche questo è un record. Della «sfiga» però, come ha borbottato lui stesso rivolgendosi al suo team: «Che devo fare?». «Tu conosci il tuo corpo, decidi liberamente, io appoggerò qualunque tua decisione», gli ha risposto Perlas. Dopo gli applausi tributati a Lorenzo dal pubblico della Road Laver Arena, Djokovic è parso quasi imbarazzato: «Non so cosa dire, mi dispiace per lui. Era stato il giocatore migliore in campo, io ero pronto ad andare a casa. È stato molto sfortunato, avrebbe dovuto essere il vincitore oggi», ha riconosciuto con grande sportività, «spero che abbia una rapida guarigione».
Già l’anno scorso in finale a Montecarlo e in semifinale a Parigi, sempre contro Carlos Alcaraz, Musetti era stato costretto al ritiro per un infortunio all’adduttore. Stavolta, potrebbe trattarsi di un altro muscolo nella stessa zona della coscia, lo si saprà dagli esami medici. Questi ripetuti ritiri potrebbero consigliare all’intero team del numero 5 una revisione del suo tennis, forse troppo impostato sulla difesa e la conquista di punti maratona, con conseguente notevole dispendio di energie. «È successo anche a me in passato», ha ricordato Djokovic. «Doversi ritirare avanti due set a zero nei quarti di uno slam, in totale controllo del match, è davvero una grande sfortuna. Per me è un’opportunità per andare avanti e spero di giocare meglio tra due giorni». Si troverà di fronte per l’undicesima volta Sinner (finora 6 a 4 per l’italiano), che nell’altro quarto di finale ha regolato come da pronostico Ben Shelton (6-3 6-4 6-4).
Questa esperienza sfortunata segnerà l’indole di Musetti, ma servirà certamente a rafforzare il suo enorme talento. Il sogno di diventare uno dei tre migliori tennisti del mondo è solo rinviato.

 

La Verità, 29 gennaio 2026

Sinner doma Alcaraz e fa il bis: è lui il Master 2025

Olé olé olé Sinner Sinner. Sarà pure «un carrarmato», un caterpillar, come l’ha definito Massimo Cacciari, ma dopo le Atp Finals che assegnano il titolo di Maestro della stagione, forse non vanno trascurate le doti tattiche e di forza mentale, che lo hanno fatto reagire nelle difficoltà, come quelle che ieri hanno consentito a Jannik Sinner di spuntarla al termine di un match combattuto e a tratti spettacolare, su Carlos Alcaraz, protagonista di un tennis «di sinistra», sempre secondo l’esegesi del tenebroso filosofo. Il risultato finale è 7-6 7-5. «Senza il team non siamo niente. È stata una partita durissima», ha commentato a caldo il nostro campione. «Per me vuol dire tanto finire così questa stagione. Vincere davanti al pubblico italiano è qualcosa di incredibile».
Aver sconfitto il fresco numero 1, oltre alla conferma del Master vinto l’anno scorso e all’incasso di oltre 5 milioni di dollari (4,3 milioni di euro), è di buon auspicio per il piano di riconquista del vertice che partirà dagli open d’Australia di gennaio. La sconfitta di settembre a New York è vendicata. Ora Sinner è atteso dal meritato riposo in famiglia e con la fidanzata, Laila Hasanovic. Alcaraz deve rinviare il proposito di riportare in Spagna il Master che manca al suo Paese dal 1998 quando lo vinse Alex Corretja (non ci sono riusciti il suo attuale coach Juan Carlos Ferrero e nemmeno Rafa Nadal).
Era inevitabile che, divenuta fenomeno pop, la rivalità tra Sinner e Alcaraz spingesse filosofi e intellettuali a farne dei simboli. Jannik pitagorico, Carlitos omerico. «Il yin e yang del tennis moderno», per Yevgeny Kafelnikov. La finale dell’Inalpi Arena di Torino è la bella dell’anno, ben oltre le posizioni del ranking, perché i duellanti ci arrivano dopo essersi divisi i quattro slam. L’italiano si è preso gli Australian open e Wimbledon, lo spagnolo il Roland Garros e Flushing Meadows. Nel conteggio degli scontri diretti di quest’anno, segnato per Jannik dai tre mesi senza tornei per il Clostebol, è avanti Carlos 4 a 1 (il match a Riad non fa testo, se non per il conto in banca), ma anche quando il nostro campione ha dovuto cedere sono state partite all’ultimo scambio, memorabile quella sul rosso sotto la Tour Eiffel. Nel corso del torneo dei maestri, l’italiano non ha perso neanche un set, mentre lo spagnolo ne ha ceduto uno a Taylor Fritz.
Ogni volta che li guardiamo affrontarsi siamo curiosi di scoprire quale nuovo colpo o tattica ha escogitato lo sconfitto del match precedente per ribaltare il pronostico. Ieri toccava a Sinner rendere più aggressivo il servizio per poter comandare gli scambi ed evitare il dritto dell’avversario, letale dal centro del campo.
All’inizio c’è qualche errore da entrambi le parti. Un passante di dritto di Carlos e un paio di ace di Jannik mantengono l’equilibrio. Dopo una lunga interruzione, l’italiano tiene un complicato turno di servizio. Olé olé olé Sinner Sinner, si scalda anche il pubblico. Si procede appaiati, gli scambi sono brevi. L’intenzione è evitare di offrire angoli allo spagnolo, tenendo il gioco sul terreno della geometria più che del ricamo o della trans agonistica. Dopo la prima palla break concessa – che è anche un set point – e annullata da Sinner, si arriva al tie break. Jannik non coglie un’occasione sotto rete, ma il rovescio successivo di Carlos esce di un niente come, subito dopo, una palla corta dell’italiano. Ma uno smash e un lob gli danno due palle set. Basta la prima. Alcaraz chiama il fisioterapista per un massaggio alla coscia destra, ma nel gioco non sembra frenato. Nel game d’apertura, dopo due doppi falli, Jannik cede per la prima volta nel torneo il servizio. Adesso, mentre scendono quelle dell’italiano, crescono le percentuali di prime dello spagnolo, ma dopo una volée e un dritto sbagliati, una palla corta di Jannik lo riporta sul tre pari. La prima latita, ma conquista il delicato, settimo gioco. Riprende il dominio dei servizi e Sinner sembra più solido. Mentre lui mostra il pugno al suo team, Alcaraz ci discute animatamente e cambia spesso posizione quando è alla risposta. Due passanti portano Jannik sul 6 a 5. Nel dodicesimo gioco lo spagnolo non è lucidissimo e si proietta avventurosamente a rete. Il Master 2025 è Jannik Sinner, il campione nel quale ci riconosciamo: «È stato più bello dell’anno scorso. Sono contento di dare qualcosa di positivo a tutti voi».

 

La Verità, 17 novembre 2025

Alcaraz è straripante, Sinner abdica al trono

Onore a Carlos Alcaraz. Ha giocato meglio, è stato più continuo e più efficace al servizio. E ha meritato di vincere: 6-2 3-6 6-1 6-4 il punteggio finale. Premiato il suo piano tattico, servire bene e rispondere bene. I colpi d’inizio gioco hanno fatto la differenza. Lo spagnolo si è preso tutto. Oltre al trofeo degli Us Open, con annesso assegno di 5 milioni di dollari, il più ricco del circuito, anche il primo posto della classifica mondiale. Jannik Sinner glielo ha ceduto dopo 65 settimane consecutive, al termine di una partita in cui è stato più timido, più balbettante al servizio, più falloso. Ci sarà da lavorare.

Ancora loro. Jannik contro Carlos era la terza finale slam di quest’anno. Un evento serializzato (i precedenti sono 9 a 5 per lo spagnolo). Sulla terra rossa del Roland Garros aveva prevalso Alcaraz in cinque set, sull’erba di Wimbledon Sinner in quattro. La finale di ieri sul cemento degli Us Open (quarta consecutiva nel 2025 per Jannik come riuscito solo a Rod Laver, Roger Federer e Novak Djokovic), nell’ultimo major della stagione, era la bella. Sull’Arthur Ashe stadium, 23.771 spettatori, il più imponente teatro di tennis del pianeta. E davanti a Donald Trump, la cui presenza ha richiesto importanti misure di sicurezza, e a una schiera di star hollywoodiane e celebrità. Con i Big Two lo show è assicurato. Il duello dei contrasti è adrenalina pura non solo per gli intenditori. Il rosso e il nero, l’uomo Lego e l’uomo magia, la solidità e la fantasia, la pressione e l’invenzione. Sinner e Alcaraz – la versione 2.0 di Djokovic contro il mix di Federer e Nadal – non stanno facendo rimpiangere, come si temeva, i Big Three. Una serie con parecchi episodi e parecchie stagioni. Perché terzi incomodi all’orizzonte non se ne vedono. Ma c’è da divertirsi anche così.

Dalla sconfitta di Wimbledon, lo spagnolo ha studiato. «Ho lavorato sulla mia costanza e la mia tenuta per eliminare qualche su e giù all’interno della partita», ha rivelato. Ma alcuni miglioramenti si sono visti anche nella solidità e varietà del rovescio. Al contrario, Sinner ha ammesso che avrebbe dovuto elevare il rendimento del servizio, colpo chiave del match: «Il mio non è dove vorrei». E aveva annunciato una maggiore attenzione tattica. Ma la potenza dei colpi di Carlos non ha permesso a Jannik di tessere il suo piano.

Al primo gioco, con un paio di errori gratuiti, Sinner concede subito il break. Alcaraz è molto concentrato e per Jannik non ci sono punti facili. Allora si spinge a rete per conquistarli, ma i suoi turni di servizio sono sempre sofferti. Stasera lo spagnolo è solido anche con il rovescio; sia il lungolinea che lo slice incrociato mettono in difficoltà l’italiano. In 37 minuti è 6 a 2, mentre i punti sono 31 a 18 per Carlos. Serve una reazione. I primi giochi del secondo set sono fondamentali. Mentre il murciano martella senza cedimenti, l’altoatesino tiene con fatica il primo turno, poi un secondo e lentamente sembra crescere in fiducia. Ora guarda il suo team mostrando il pugno. Improvvisamente sembra entrato in partita, si muove meglio, alza il ritmo e nel quarto gioco ottiene il break. Alle percentuali basse di prime palle, Sinner rimedia con una buona efficacia della seconda. Si prosegue punto a punto e in 42 minuti il campione italiano incamera il secondo set. Uno pari. Ma all’inizio del terzo, con un dritto in corridoio, cede subito il servizio. Al quarto gioco altro break. Il terzo set sembra il replay del primo, con un Alcaraz molto aggressivo e un Sinner più falloso. Adesso bisogna capire come fermare l’onda. L’italiano deve fare qualcosa di più, come minimo trovare continuità al servizio. Invece, la prima seguita alatitare e al quinto gioco c’è il nuovo break. La partita sembra segnata. Lo spagnolo aumenta la potenza e l’efficacia dei suoi colpi. Alla fine, Sinner ha avuto solo una palla break contro le dieci dello spagnolo. Carlos Alcaraz vince la bella e da oggi è il nuovo numero uno. Arrivederci alle Finals di Torino.

 

La Verità, 8 settembre 2025

Sinner, talento globale, tiene svegli gli italiani

Jannik Sinner è una spanna sopra. Più solido, più continuo, più vincente. 6-1, 6-4, 6-2: l’esito della sfida con Lorenzo Musetti non è mai stato incerto. «Ho giocato un match solido», ha detto Jannik ancora sul centrale di Flushing Meadows. «Io e Lorenzo ci conosciamo bene, veniamo dallo stesso Paese. Giochiamo la Davis insieme. Ma dobbiamo mettere da parte l’amicizia per la partita». Poi la riflessione sul momento dell’Italia: «Siamo sempre più italiani che giocano i tabelloni principali. Grazie a chi ci ha seguito fino a quest’ora». Lì era quasi mezzanotte, da noi quasi le sei del mattino. «Qualcuno in Italia non sarà andato a dormire per questo match. Siamo orgogliosi di essere italiani. L’Italia è un Paese che ci dà molto, abbiamo grandissimo sostegno e siamo ovunque. È bello essere italiani».

I dati precisi su quanti sono stati i telespettatori che dalle 3 e mezza hanno seguito il derby azzurro agli Us Open si conosceranno solo oggi. Tuttavia, il fenomeno Sinner è esploso da tempo. Stavolta, con e contro di lui c’era anche Lorenzo Musetti, un altro top ten. Tra gli uomini era la prima volta nei quarti di finale di uno slam (nel 2015, sempre a New York, Flavia Pennetta e Roberta Vinci disputarono una storica finale, vinta da Flavia). Dunque, anche complice il fatto che la partita, oltre a Sky Sport era visibile in chiaro anche su Supertennis, una fetta d’Italia non è andata a dormire o ha puntato la sveglia per seguire questo meraviglioso confronto di stili. Un piatto prelibato non solo per raffinati amanti della racchetta. Il tennis italiano è leader nel mondo. In questo torneo, delle 32 teste di serie erano quattro quelle azzurre (Flavio Cobolli e Luciano Darderi oltre a Jannik e Lorenzo). Nella classifica mondiale abbiamo nove giocatori tra i primi 90. Siamo noi la meglio gioventù, le due coppe Davis consecutive lo attestano. Trainato da questo ragazzo nato al confine con l’Austria ma «orgoglioso di essere italiano», il tennis tiene svegli come un tempo facevano certe partite dei Mondiali di calcio, qualche match di Nino Benvenuti, Alberto Tomba o le imprese di Luna rossa. Questione di passione sportiva, certo. Di attrattiva e identificazione con i protagonisti, pure. Ma il fatto che ci sia un’Italia vincente aiuta a scavalcare i fusi orari e a metabolizzare una giornata contrappuntata da qualche sbadiglio.

Sinner contro Musetti è un confronto di differenze. Jannik è quello che Susanna Tamaro definirebbe «un uomo Lego» e non solo per l’abitudine di rilassarsi giocando con i famosi mattoncini. No; anche perché fa della costruzione e della solidità la caratteristica del suo tennis: una sinfonia, una tessitura completa, basata sul ritmo asfissiante, letale per l’avversario. Quello del campione di Sesto Pusteria è un talento globale, che avrebbe potuto esprimersi ad altissimi livelli anche in altri sport: talento atletico, ma soprattutto mentale, di fiducia, consapevolezza e autocontrollo (ha detto Musetti dopo il match: «Jannik è opprimente, ti manda fuori giri. È impressionante, ha vinto sotto tutti gli aspetti»). Lorenzo è un «uomo fantasia», un esteta dei gesti bianchi (anche se ieri notte era in total black), uno degli ultimi interpreti del rovescio a una mano, un talento specifico della racchetta attorno al quale ha coagulato le doti di atleta. Il suo gioco è fatto di varietà, improvvisazioni e rotazioni. I precedenti dicono due a zero in favore di Jannik e, fino a qualche mese fa, anche il pronostico di questa sfida sarebbe stato tutto dalla sua parte. Da questo torneo Musetti ha cominciato a sentirsi a proprio agio anche su questa superficie ed è diventato più concreto.

Ma il tennis non è solo questione di singoli colpi, di alcuni jolly, o di scegliere una tattica che poi l’avversario ti contesta e allora tutto si complica. È anche questione di fiducia, di consapevolezza, di abitudine a volare a queste altitudini. È questione di saper gestire i momenti.

Il risultato finale documenta una supremazia netta, messa timidamente e brevemente in discussione solo nel secondo set. Il numero 1 riparte dalla stessa modalità Robocob messa in campo contro il povero Alexandr Bublik. Un ciclone inarrestabile. Lorenzo, vittima dell’emozione, non trova la prima di servizio e in un amen siamo già 5 a 0 e poi 6 a 1. La partita non è ancora cominciata. Per alimentarla, il numero 10 deve liberarsi dalla tensione e giocare più vicino alla linea di fondo. Finalmente la prima comincia a funzionare, Musetti dà segni di vita e nel quarto gioco conquista una prima palla break. Il gioco successivo è molto combattuto e anche Lorenzo deve cancellare una palla break. Il secondo set è decisivo per l’esito finale. Il tennista di Carrara è obbligato a vincerlo perché sotto 0 a 2 difficilmente potrebbe rimontare. Entrambi lo sanno: al netto di qualche imprecisione, Jannik è sempre una furia, mentre Lorenzo cresce nelle percentuali di prime e piazza qualche vincente (uno splendido passante incrociato di rovescio). All’inizio del nono gioco l’altoatesino vince una battaglia di rovesci, poi si avventa come un fulmine su una palla corta. Il primo doppio fallo di Lorenzo consegna a Jannik la possibilità di servire per andare due set a zero. I giochi sono fatti. Nei momenti chiave del match Sinner è sempre in controllo, concentratissimo, esente da errori. A differenza di Musetti. Incamerato il secondo set, il numero 1 ottiene il break all’inizio del terzo. La partita è in discesa. Non avendo più nulla da perdere, Lorenzo gioca più sciolto e conquista due palle per il controbreak, poi una terza e una quarta. Alla fine, saranno sette in totale, senza che riesca a trasformarne nessuna. Un ulteriore break catapulta Sinner in semifinale.

L’altoatesino è parso inscalfibile. Stanotte all’una, se ne attende conferma stanotte all’una contro Félix Auger-Aliassime. Il vincente incontrerà chi uscirà dalla semifinale tra Carlos Alcaraz e Novak Djokovic. Il campione nel quale ci riconosciamo deve difendere il posto di numero 1 del mondo e il titolo conquistato qui l’anno scorso.

Ci sarà da divertirsi. È bello essere italiani.

 

La Verità, 5 settembre 2025

Jannik, Matteo and Co: è la Davis degli amici

Testa di Jannik Sinner più grinta di Matteo Berrettini fanno Coppa Davis bis. Per il secondo anno di fila siamo in vetta al mondo del tennis. E alziamo al cielo la preziosa Insalatiera. Merito di un gruppo unito, senza gelosie, guidato da Filippo Volandri, coraggioso a preferire contro l’Argentina il doppio «dream team» a quello composto da Simone Bolelli e Andrea Vavassori che quest’anno aveva disputato due finali slam. Si conclude con questo bellissimo successo il 2024 spaziale del tennis italiano che comprende anche la conquista della Billie Jean King cup, la Davis femminile. Un gruppo con caratteristiche precise che consacra soprattutto loro due, Jannik e Matteo. Il leader umile, il numero 1 ambizioso che vuole migliorare, il fuoriclasse che cerca ancora di imparare. E l’amico, il partner rinato, dopo un periodo di appannamento a causa di guai fisici. Uno che si era già issato al numero 6 del ranking, con una finale a Wimbledon nel 2021.

Sinner e Berrettini hanno vinto un’altra volta la Coppa Davis. Il secondo anno consecutivo. Per la verità, l’anno scorso Matteo era stato spettatore dell’apoteosi di Jannik che, per rincuorarlo, aveva stretto con lui un patto: «L’anno prossimo la rivinceremo insieme». Promessa mantenuta. Superati nel girone Belgio, Brasile e Olanda (con Flavio Cobolli, Matteo Arnaldi, Bolelli e Vavassori oltre a Berrettini), a Malaga abbiamo battuto in sequenza Argentina, Australia e di nuovo Olanda. «Siamo contenti di aver conquistato un trofeo di questa importanza da condividere con tutto il popolo italiano», la dedica finale di Jannik.

Oggi Sinner appare un campione quasi imbattibile. Sabato, dopo la nona sconfitta consecutiva in altrettanti incontri, Alex De Minaur l’ha definito «un puzzle impossibile da risolvere». Ieri, contro il numero 1 orange, il determinato Tallon Griekspoor, quando affiorava qualche sintomo di stanchezza al termine di una stagione lunghissima sempre al vertice, ha fatto appello alla sua forza mentale per giocare meglio i punti decisivi nel tie break al termine di un primo set complicato. Dopo un colpo di coda a inizio del secondo, con break e contro break consecutivi, Jannik non ha mollato la presa e ha strappato il servizio a Griekspoor proprio quando sembrava ritrovare spavalderia. Con freddezza e lucidità l’ha spento, rimettendo le mani sull’Insalatiera.

Con un fuoriclasse così, si parte sempre dall’1 a 0, perciò il match decisivo è quello che disputa l’altro singolarista. Contro Botic van de Zandschulp, Berrettini ha ottenuto il break a zero al nono gioco, quando l’avversario ha smarrito la prima di servizio. Nel secondo set il game di svolta è stato il terzo. L’olandese era avanti 40 a 0, ma Matteo è risalito con due passanti, due dritti sulla riga per conquistare la parità, poi un lungolinea che ha incenerito il rivale che ha ceduto il gioco con un eloquente doppio fallo. Da lì è stata una partita in discesa, nobilitata da una grandinata di ace e dritti abrasivi. 6-4 6-2 il risultato finale contro un giocatore che nel girone di Bologna lo aveva fatto sudare parecchio. Dopo un periodo di problemi, infortuni e anche la tentazione di mollare tutto, Berrettini è tornato il giocatore che avevamo ammirato fino a un paio di stagioni fa. Più maturo e consapevole, però.

Dietro Jannik e Matteo, il leader e il gladiatore, il predestinato e il martello, c’è la forza del gruppo. «Tutte le sere ci riuniamo a discutere equilibri, decisioni, scenari. Ogni scelta è condivisa dal team», ha rivelato Berrettini. È la vittoria della fiducia e della positività. Di un leader che contagia chi gli sta intorno. Matteo l’ha raccontato dopo il successo in doppio con l’Argentina: «Jannik è un ragazzo speciale, anche se è il numero 1 si comporta con l’umiltà dell’ultimo arrivato. Sto prendendo spunto dalla sua voglia di migliorare sempre. Uno così lo guardi e ti domandi in cosa potrebbe crescere ancora, eppure lui cerca di fare sempre di più. È un’ispirazione». Basta pensare alla concentrazione, alla tenuta mentale, all’equilibrio di questo ragazzo di 23 anni che gioca, continuando a migliorarsi, pur avendo in un angolo della testa il fantasma del ricorso presentato dall’Agenzia mondiale antidoping (Wada) al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) sul caso del Clostebol, l’agente chimico contenuto in un farmaco usato dal suo fisioterapista per medicare una ferita, e finito per uno 0,1 milionesimo di grammo per litro nel suo organismo. Sono talenti anche l’equilibrio, la concentrazione, l’autocontrollo. Chi conosce il tennis lo sa. E capisce quale tesoro sia avere con noi un ragazzo così speciale. Così adesso siamo la nazione più forte, il Paese con il movimento tennistico più vincente del pianeta. Considerando anche i successi di Jasmine Paolini, numero 4 del mondo, finalista a Parigi e a Wimbledon, il fortissimo doppio con Sara Errani (medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi), con Lucia Bronzetti, Elisabetta Cocciaretto e Martina Trevisan, capitanate da Tathiana Garbin, fresche vincitrici della Davis femminile.

Godiamoci queste vittorie, belle e piene di contenuti. Con la fiducia che potranno arrivarne altre.

 

La Verità, 25 novembre 2024

La Wada usa Sinner per ridarsi una credibilità

Adesso la partita più dura si gioca fuori dal campo. Ieri mattina, mentre Jannik Sinner sconfiggeva l’insidioso russo Roman Safiullin per 3-6 6-2 6-3 negli ottavi del torneo di Pechino, l’Agenzia mondiale antidoping (Wada) annunciava di aver presentato ricorso al Tribunale arbitrale dello sport (Tas) contro l’assoluzione decisa dalla International tennis integrity agency (Itia) per la positività al Clostebol del campione italiano, riscontrata nel marzo scorso. «Sono molto sorpreso e deluso da questo appello perché abbiamo già avuto tre perizie. Tutte e tre sono state a mio favore», ha detto il numero 1 del mondo durante la conferenza stampa al termine della partita. «Non me l’aspettavo. Ho saputo un paio di giorni fa che avrebbero fatto appello e che oggi sarebbe diventato ufficiale», ha poi rivelato. Con il suo proverbiale autocontrollo, in campo Sinner non aveva palesato particolari titubanze. Dopo un avvio un po’ contratto, alzando progressivamente alzato il livello di gioco, aveva domato con numerosi vincenti le velleità dell’attuale numero 36 del ranking. Domani, ai quarti, lo attende il ceco Jiri Lehecka, numero 37, già battuto in due precedenti.

Anche se il nuovo match con la Wada si combatte fuori, Sinner dovrà rimanere «centrato» perché potrà continuare a giocare fino all’inizio delle udienze della Corte arbitrale di Losanna – potrebbero volerci tre mesi – dove verranno presentate le memorie e convocati i testimoni. Il 10 marzo scorso nel corpo del campione fu riscontrata una quantità infinitesimale di metaboliti derivati dal Clostebol (86 picogrammi per millilitro). Alle contro analisi della settimana successiva la quantità era ancora inferiore e totalmente ininfluente sul rendimento del numero 1 del tennis mondiale. Secondo la versione della difesa, la presenza della sostanza proibita era dovuta alla contaminazione avvenuta a causa del trattamento, senza guanti, del fisioterapista Giacomo Naldi che, a sua volta, stava curando con Trofodermin, un farmaco spray contenente il Clostebol prestatogli dal preparatore atletico Umberto Ferrara, un taglio patito al mignolo della mano sinistra. I massaggi durante il torneo di Indian Wells, dove Sinner venne eliminato in semifinale da Carlos Alcaraz, avrebbero introdotto inavvertitamente nel suo organismo la quantità infinitesimale di «sostanza dopante». Il 15 agosto scorso l’Itia aveva stabilito che nella circostanza il tennista altoatesino non aveva avuto «nessuna colpa o negligenza». Qualche giorno dopo, il fisioterapista e il preparatore atletico erano stati licenziati. Ma ora la Wada mostra di non credere alla sua versione: «È opinione dell’agenzia», si legge nel ricorso, «che la constatazione di “nessuna colpa o negligenza” non fosse corretta ai sensi delle norme applicabili». Da qui la richiesta di riesame, in base a una tempistica particolarmente cavillosa nel calcolo della scadenza per la presentazione della stessa, con l’ipotesi, improbabile, di squalifica da uno a due anni per l’atleta (senza perdita dei punti e dei premi acquisiti da marzo a oggi).

La procedura adottata dalla Wada risulta alquanto insolita, anche considerando il fatto che tre medici indipendenti legati alla stessa agenzia, Jean-François Naud, Xavier de la Torre e David Cowan, si erano già pronunciati per l’innocenza di Jannik. Avranno pesato certe prese di distanza di qualche campione del tennis mondiale come Roger Federer che, pur accreditando la versione di Sinner, adombrava un trattamento di favore per il fatto che aveva potuto continuare a giocare durante l’istruttoria? L’appello della Wada contro la sentenza di un tribunale indipendente resta un fatto unico, come dimostra anche il mancato ricorso nell’analogo caso di Marco Bortolotti, il doppista italiano numero 94 del ranking che, assolto per la positività al Clostebol in circostanze simili, non ha dovuto sottostare a nuovi procedimenti.

Mentre nel controllo del doping servirebbe maggior certezza del diritto, a volte sembra sussistere un’eccessiva discrezionalità degli enti incaricati. Molto chiacchierata era stata, per esempio, la rapida assoluzione deliberata dalla stessa Wada dei 23 nuotatori cinesi trovati positivi alla trimetazidina prima delle Olimpiadi di Tokio del 2021 («contaminazione alimentare» era stata la giustificazione). Agli ultimi Giochi di Parigi l’unico mostruoso record del mondo del nuoto è stato stabilito dal cinese Pan Zhanle, che non era tra i 23 accusati, con il tempo di 46’40, con uno scarto di 40/100 rispetto al suo stesso precedente primato, e con un distacco abissale di oltre un secondo dalla medaglia d’argento. Tutto questo per dire che la credibilità degli organismi preposti necessita di essere implementata. E che il ricorso contro l’assoluzione di Sinner non sembra andare in questa direzione.
Ora, oltre che a Losanna, la partita si gioca nella testa del fuoriclasse italiano. Già in primavera aveva dimostrato di saper gestire una pressione anomala vincendo a Cincinnati e ad Halle (gli Us Open sono arrivati dopo l’assoluzione). Prossimamente, il calendario prevede le Finals di Torino e la fase finale della Davis. «Non è molto semplice, ma non posso controllare tutto», ha aggiunto in conferenza stampa il fuoriclasse di Sesto Pusteria. Prima di ribadire in un comunicato ufficiale lo stupore per l’appello: «Capisco che queste cose devono essere indagate a fondo per mantenere l’integrità dello sport che tutti amiamo. Tuttavia, è difficile capire cosa può venir fuori chiedendo a un diverso gruppo di tre giudici di esaminare di nuovo gli stessi fatti e la stessa documentazione. Detto questo», si legge ancora, «non ho nulla da nascondere e, come ho fatto per tutta l’estate, collaborerò pienamente con il processo d’appello e fornirò tutto ciò che potrebbe essere necessario per provare ancora una volta la mia innocenza». Un anno fa, proprio vincendo a Pechino, Sinner completò la svolta di gioco e consapevolezza che, nel giro di pochi mesi, lo portò alla conquista della Coppa Davis con la Nazionale di Filippo Volandri e poi del primo slam in Australia. Ecco perché il campione nel quale possiamo riconoscerci farà di tutto per vincere anche questa battaglia.

 

La Verità, 29 settembre 2024

Cara Biennale, senza padri gli stranieri sono ovunque

Terzomondismo e terzosessismo. In fondo, con un titolo così, era prevedibile. Stranieri ovunque – Foreigners everywhere è un gigantesco link alle minoranze. Un magnete di vittimismi. La 60ª Biennale d’Arte di Venezia è una chiamata a raccolta delle comunità outsider, laterali, emarginate, violentate dal potere, dagli Stati, dal pensiero unico, dalla globalizzazione. Ecco allora il terzomondismo e l’ideologia queer alzare il proprio pianto, lamentarsi, recriminare. Un coro a più voci, nelle varie tonalità che compongono la polifonia finale. Quella dell’esclusione patita. Della vessazione. Del sopruso. Dell’oppressione. Migranti, nomadi, apolidi, indigeni, aborigeni, sradicati, rifugiati ed espatriati si accostano a omosessuali, queer, fluidi, disforici, non binari in una comune condanna dell’Occidente colonialista, selettivo, discriminatorio, razzista. Il quale, per sgravarsi dal pesante complesso di colpa, li accoglie, li sdogana, li legittima e li esalta secondo i dogmi dell’inclusione e dell’accoglienza. Parole care anche a papa Francesco che, prima volta di un Pontefice, visiterà la Biennale, in particolare il Padiglione Vaticano (alla quarta partecipazione) allestito nel penitenziario femminile all’isola della Giudecca per l’esposizione intitolata Con i miei occhi e realizzata con la supervisione del cardinal José Tolentino de Mendoça (prefetto del dicastero per la cultura e l’educazione). Ad aspettarlo, domenica mattina Francesco troverà l’opera di Maurizio Cattelan: due piante di piedi, come quelli che ogni giovedì santo Bergoglio va a lavare nel carcere femminile di Rebibbia.

Su questa edizione ha già scritto magistralmente Marcello Veneziani, basandosi sul titolo voluto dal precedente presidente Roberto Cicutto, con sagacia ereditato da Pietrangelo Buttafuoco, e segnalando le parole del curatore che tiene a proclamarsi queer Adriano Pedrosa: «In profondità, siamo tutti stranieri». Niente di nuovo sul fronte artistico. Non serviva vedere i padiglioni e le installazioni se non per trovare conferme e aggiungere dettagli, rilievi formali, classificazioni di schieramenti.

Per esempio, il fatto che, rispetto a quello di origine geografica, il sentimento di estraneità a causa dell’orientamento sessuale è quantitativamente maggioritario forse perché più di moda tra le élite intellettuali. All’ingresso dell’Arsenale ci accoglie Refugee Astronaut II, creazione dell’artista britannico-nigeriano Yinka Shonibare, quasi una summa delle precarietà e dei disconoscimenti odierni. È un astronauta a grandezza naturale, che indossa una tuta di stoffa con motivi nigeriani e porta in un sacco di rete attrezzi e strumenti per superare sfide ecologiche e umanitarie. Senza, però, riuscire ad ambientarsi, tanto da rivolgersi allo spazio. Inoltrandosi nei saloni ai Giardini, invece, si trovano denunce più circostanziate. Nei dipinti elementari di Marlene Gilson che affiancano soldati e indigeni c’è l’oppressione subita dagli aborigeni dell’Australia, mentre nelle fotografie e negli arredi di Pablo Delano si ripercorre la storia di Porto Rico dalla dominazione spagnola alla subalternità agli Stati Uniti. La critica al colonialismo tocca anche l’Italia nell’opera Gheddafi in Rome: anatomy of a friendship di Alessandra Ferrini, artista fiorentina che ripropone l’incontro del leader libico con Silvio Berlusconi del 2009, analizzando il rapporto tra i due Stati fin dall’occupazione italiana del secolo scorso. Nell’enorme arazzo di Pacita Abad (Singapore), si fotografa invece la stratificazione sociale della globalizzazione: nella fascia alta dei grattacieli compaiono le sigle della finanza, nella seconda i marchi della moda, nella terza le famiglie dei ceti medi e nell’ultima, a terra, i più poveri. Il racconto della resistenza al regime di Pinochet realizzato su grandi tele da Arpilleristas, artiste cilene ignote, è ingenuo e colorato dal sole, segno di una speranza che non demorde. Restando in Sudamerica, l’argentina Mariana Telleria dichiara che Dios es inmigrante nell’installazione con alberi di barche a vela che compongono una grande croce, collocata nel giardino di un ostello vicino al porto di Buenos Aires. Più militante e antipotere il lavoro di Disobedience archive, raccolta di «tattiche di resistenza contemporanea» realizzata dal Marco Scotini, composta da una collezione di video sulle forme di protesta nel mondo. È una delle poche opere audiovisive del capitolo sullo sradicamento geografico che riempie anche i padiglioni dei Giardini, dove il frontespizio è affrescato dal collettivo brasiliano Mahku. Per il resto, dominano pittura, scultura e la stoffa degli arazzi, familiari nelle comunità terzomondiste degli anni Settanta.

Più variegata nei linguaggi, sebbene sia assente quello digitale, la denuncia delle comunità omosessuali, queer e non binarie. Si va dalla performance video di danza su lenzuola appese al soffitto di Isaac Chong Wai (Hong Kong) alle raffigurazioni di gaiezza quotidiana dell’americano Louis Fratino. Il sudafricano Sabelo Mlageni sceglie invece dei murales in spazi rurali per raccontare la sua non binarietà, mentre Puppies Puppies intitola Woman la scultura di un maschio normodotato. Ahmed Umar, queer sudanese e musulmano riparato in Norvegia, assomma entrambe le forme di estraneità, ritraendosi in abiti, gioielli e trucco femminili nell’opera intitolata Talitin, ovvero «terzo», tipico insulto arabo. Più inquietante è l’evoluzione di Void, il video di Joshua Serafin (Filippine), in cui un corpo evolve in uno spazio fangoso dalla condizione strisciante a essere eretto, fino a proporsi come divinità fluida. La rappresentazione più estrema è, però, quella di Xiyadie, «padre, contadino, omosessuale, lavoratore, migrante e artista» che illustra su enormi tele il disagio dell’identità queer in Cina, raffigurando fellatio e scene di autolesionismo genitale. Infine, in Cyber-Teratology Operation di Agnes Questionmark (Italia), un corpo in sala operatoria, gravido e con arti pinnati – quindi trans-specie, transgender e transumano – è una sorta di summa dello sterminato capitolo dedicato ai percorsi trans.

In conclusione, la tonalità ultima della polifonia è quella del pianto, lamento non sempre fuso nella protesta. In cui più che la qualità e l’innovazione artistica, conta il messaggio originato dall’appartenenza a una delle minoranze rappresentate. Tuttavia, lo stupore è in modica quantità. In un’epoca che con il Sessantotto ha ucciso i padri e abolito il principio di autorità e con l’avvento della globalizzazione ha cancellato le patrie, gli stranieri sono ovunque. E, grazie alla Biennale d’Arte di Venezia, ai media mainstream e all’industria dell’audiovisivo hanno molte possibilità di diventare maggioranza.

 

Ma il Padiglione Italia e il Padiglione Venezia hanno una visione altra

Un piccolo grande elemento di discontinuità rispetto allo spartito immaginato dalla coppia Roberto Cicutto Adriano Pedrosa, rispettivamente ex presidente e attuale direttore della sezione arte della Biennale viene dal Padiglione Italia e dal Padiglione Venezia, curati da Luca Cerizza e Giovanna Zabotti. Sono avulsi dalla narrazione della gran parte degli altri spazi perché parlano una lingua diversa, costruttiva verrebbe da dire se non fosse una parola tabù nel nichilismo imperante. Al Giardino delle Tese dell’Arsenale, ecco Two here (due qui) che, giocando sull’assonanza con To hear (ascoltare), suggerisce una sorta di sospensione per fare spazio all’altro. In un labirinto di tubi innocenti echeggia un suono costante e rigonfio che forse vorrebbe richiamare il perenne saliscendi dell’acqua e fango che riempiono un grande catino. All’inaugurazione il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro vi ha immerso le mani, schizzando come in uno scherzo impertinente che ha suscitato la riprovazione dell’autore, Massimo Bartolini («Lei sta dando pessimo esempio…»). Ma trovando l’immediata difesa del presidente Pietrangelo Buttafuoco: «Il nostro sindaco è come quel bambino che fa i baffi alla Gioconda». In conclusione, appare curioso che il padiglione italiano vanti un titolo inglese, ma tant’è.

Più coerenti e, in un certo senso, orientate in direzione contraria, risultano le proposte dello spazio Venezia, in fondo ai Giardini. Il titolo è Sestante domestico e dice della ricerca di una bussola per il presente, sulla scorta di una poesia di Franco Arminio: «Abbiamo bisogno/ di un luogo: ci vuole/ una mano/ una casa, un sorriso/ qualcosa che ci faccia/ da perimetro». E gli artisti si sono espressi al meglio. Vittorio Marella ha dipinto una parete di sabbia nella quale due ragazzi si abbracciano («Mi è stato chiesto di rappresentare la mia idea di casa, proprio mentre stavo cercando casa… Invece, ho trovato una persona. Nel nostro volerci bene, nel nostro abbraccio, c’è la mia casa»). L’ottantenne Safet Zec, pittore e grafico della Bosnia-Erzegovina, già esule per la guerra e da un ventennio cittadino veneziano, espone povere figure in preghiera e padri che corrono per portare in salvo figli sofferenti. Opere intrise di tenerezza che si intitolano «Vie della bellezza».

 

La Verità, 24 aprile 2024

 

 

Gioco partita incontro: che fantastica storia, Jannik

La consacrazione è avvenuta. Abbiamo un campione. Un fuoriclasse nel quale riconoscerci. Talento e regolatezza. Genio e affidabilità. Estro e concretezza. Sembrano binomi inconciliabili. Ma quando si coniugano, danno effetti speciali. C’entrano i geni altoatesini, la disponibilità al sacrificio, la passione per lo sport che si pratica. L’umiltà con cui lo si fa. «Grazie alla mia famiglia, vorrei che tutti avessero i genitori che ho avuto io. Non mi hanno mai messo sotto pressione e mi hanno sempre dato la possibilità di scegliere», ha detto Jannik Sinner da Sesto Pusteria, di anni 22, con il trofeo dell’Australian Open in mano. La consacrazione si compie al culmine di un torneo fantastico in cui, prima della finale (3-6 3-6 6-4 6-4 6-3), aveva perso un solo set e demolito il numero uno, sua maestà Novak Djokovic, il maestro (ha vinto l’ultimo Master proprio battendo Jannik). Dopo l’autunno vincente, la conquista della Coppa Davis ancora con lo storico successo su Nole, annullandogli tre match point consecutivi, si è detto e scritto che mancava la vittoria in uno slam. Eccola, 48 anni dopo quella di Adriano Panatta a Parigi, al termine di un crescendo iniziato con la vittoria a Pechino in settembre. Lì, dopo sei sconfitte consecutive, Sinner aveva battuto proprio Daniil Medvedev, poi regolato altre due volte, prima di ieri. È un successo storico per il tennis e per lo sport italiano. Non a caso, archiviate le critiche per la mancata partecipazione alle semifinali della Davis per privilegiare la preparazione, oggi «siamo tutti peccatori». La «Sinnermania» è un fenomeno che ricorda la partecipazione che accompagnava un vincente guascone come Alberto Tomba. Mentre ora, davanti al Pel di Carota di Sesto Pusteria che Amadeus vorrebbe a tutti i costi all’Ariston, sono altre le doti nelle quali possiamo specchiarci.

Costruzione di un campione

Il lavoro giorno per giorno. L’applicazione feroce, ma serena. La dedizione del team composto da Simone Vagnozzi e Umberto Ferrara, ai quali si è aggiunta l’esperienza di Darren Cahill che ha portato Lleyton Hewitt, Andre Agassi e Simona Halep a svettare nel ranking. La cognizione del tennis del coach australiano. La consapevolezza che non sempre vince chi effettua i colpi più spettacolari. Certo, il talento è fondamentale, ma lo è altrettanto il lavoro. E soprattutto la testa, il tennis non mente. Ci possono persino essere giocatori in possesso di un estro maggiore, con una fantasia tennistica superiore, Carlos Alcaraz per esempio. Ma poi bisogna fare il punto. E l’estro bisogna governarlo. E finalizzarlo. È la concretezza del tennis. Nessuno oggi, anche grazie alla consulenza del dottor Riccardo Ceccarelli, ha la testa, il controllo emotivo e la forza mentale di Jannick Sinner. È con queste doti che, sotto due set a zero, con l’avversario che appariva più sicuro e intraprendente di lui, l’altoatesino si è tirato fuori dall’inferno. «Quando pensi che sia finita è proprio allora che comincia la salita», cantava Antonello Venditti in Che fantastica storia è la vita.

Vittoria epica

Gli ultimi tre match contro Sinner, il russo li aveva persi. Inoltre, lui era più stanco perché è stato in campo sei ore più dell’avversario, avendo disputato tre partite al quinto set. Dalla sua parte c’era invece l’esperienza, la maggior abitudine a disputare finali slam. Possibilmente, doveva cercare di vincere rapidamente. Così, attua una strategia precisa. Servizio e scambi abbreviati. Sinner invece è contratto, patisce l’emozione. Al terzo gioco non gli entra mai la prima e c’è subito il break, dopo che in tutto il torneo ne aveva subiti solo due. Al nono game serve ancora poche prime e perde il primo set. L’inizio del secondo è già delicatissimo e, per non andare subito sotto, Sinner deve fare miracoli. Invece, i turni del moscovita finiscono in un amen. In pochi minuti è avanti 5 a 1. Sembra l’inizio della fine, il sogno che s’infrange. Dopo che ha dominato il torneo e annichilito Djokovic, sta consegnandosi all’avversario. Jannik sembra un pugile che resta in piedi per orgoglio. Ma prima che il russo inizi a servire per conquistare il secondo set, Vagnozzi esorta Sinner: «Usa questo game per fare qualcosa di diverso». Con una buona risposta e due rovesci profondi strappa il servizio a Daniil e sale 2 a 5. Poi si aggiudica il suo. Qualcosa sembra che cominci a cambiare. Ma dopo aver annullato un’altra palla break, Medvedev incamera anche il secondo set.

 Parete di sesto grado

Il break conquistato e un altro sfiorato sono la scossa. Ora si combatte anche nei turni di Medvedev. È il gancio a cui aggrapparsi per iniziare la risalita a patto di mettere dentro più prime. Finora Sinner ha ceduto sulla diagonale del rovescio, ma nel terzo gioco riesce a spuntarla due volte di fila prima di chiudere il game con un ace. Piccoli segnali. Il russo è meno brillante, il lavoro ai fianchi comincia a pagare. Meno diagonale di rovescio, più variazioni e palle corte fanno il resto. Al decimo gioco c’è il break e si va al quarto set. Adesso è l’altoatesino a imporre il ritmo. Jannick colpisce meglio e ha più idee. Fa male anche con il dritto lungolinea. Nel settimo game il moscovita ha la possibilità di strappargli il servizio. Ma Sinner l’annulla con un ace e con un altro sale 4 a 3. È la svolta. Daniil è alle corde, mentre Jannik continua a martellare e si prende il quarto set. La situazione è completamente rovesciata. All’inizio del quinto, Sinner vince un braccio di ferro di 39 colpi e con un ace di seconda si aggiudica il primo gioco. S’intravvede il traguardo. Medvedev si tiene a galla con la battuta, ma nel sesto game Jannik gli toglie il servizio e poi tiene il suo alla fine di uno scambio interminabile. La resistenza del russo è domata. Al primo match point, con un dritto lungolinea, Pel di Carota conquista il primo slam della sua carriera. Il primo di tanti, verosimilmente. Anche se ancora numero 4 del ranking, in questo momento è il miglior tennista del mondo.

Che fantastica storia è quella di Jannik Sinner.

 

La Verità, 29 gennaio 2024

 

Grazie a Sinner, campione nel quale riconoscersi

La pasta non è venuta perfetta. Bisognerà riprovarci. Dosare meglio gli ingredienti, il sale, i pomodorini, la cottura: secondo la metafora di Jannik Sinner. Si può ancora migliorare. Stasera c’è stato un po’ di appannamento fisico ed è mancata forse un pizzico di fiducia nel piano partita. Soprattutto nella prima parte, Novak Djokovic è parso un muro invalicabile. Con un doppio 6-3 il campione serbo si è laureato Maestro dell’anno per la settima volta. Questo genere di match bisogna essere abituati a giocarli. A Jannik è mancato il guizzo finale. Ma per il nostro giocatore, che ha disputato uno splendido torneo, il successo è solo rinviato. Un altro passo verso la vetta è stato fatto e se continuerà a lavorare con la determinazione dimostrata in quest’ultimo anno e mezzo, il vertice non potrà sfuggirgli. Il tempo, la serietà, l’applicazione e la qualità del team composto da Simone Vagnozzi, Darren Cahill e Umberto Ferrara sono dalla sua parte.

Che la finale sarebbe stata una partita diversa da quella di qualche giorno fa lo si era intuito dal modo in cui Djokovic aveva liquidato Carlos Alcaraz, concedendogli solo cinque games. Stavolta il numero 1 del mondo giocava davanti ai suoi bambini seduti in tribuna. Una motivazione in più, che lo ha aiutato a stare concentrato e a non lasciarsi andare a polemiche nei confronti del pubblico schierato con il beniamino di casa. A volte sono certi dettagli, che tali non sono, a fare la differenza. Il campione è sempre una persona. Lo ha detto anche Sinner di sé stesso. «Quello che faccio in campo dipende dalla persona che sono fuori dal campo». Parole consapevoli, che forse spiaceranno a qualcuno abituato a separare il fattore tecnico dal fattore umano.

Il match di ieri era particolarmente interessante perché per la prima volta Djoker il cannibale e Jannik Capel di carota si sfidavano in una finale. Due campioni che si assomigliano sia nel gioco che nel temperamento. Nel gioco: solidità da fondo campo, colpi di base senza punti deboli, ritmo, grandi qualità difensive, capacità di esprimersi in tutte le parti del campo, buona disposizione per le variazioni, doti tattiche. Nel temperamento: concentrazione, tenuta nei momenti difficili, autocontrollo e capacità di nascondere le emozioni (su questo Sinner è persino superiore, totalmente privo di tic e scaramanzie). Ecco perché, in un certo senso, quando si incontrano Novak e Jannik si assiste a un match allo specchio.

Parte a servire Djokovic e si ha subito la sensazione della partita a scacchi in cui ogni colpo è studiato per comandare lo scambio. Nei primi due giochi Djokovic scaglia quattro ace e da fondo non concede niente. Sinner sembra intimorito, meno brillante dei giorni scorsi e al quarto gioco subisce il break da 40-15 con un dritto sulla riga invece chiamato fuori (e Sinner non chiede la verifica). La differenza la fanno la percentuale di prime di servizio e il numero di ace: 7 a 3 per Novak. Il break subito in apertura del secondo set arriva quasi come una sentenza. Jannik rischia di subire anche il secondo, ma resta aggrappato al match, nella speranza che l’avversario abbia un calo, soprattutto nel servizio. L’occasione si presenta sul 15-40 del sesto gioco, servizio Djokovic, ma con tre prime palle il serbo si porta sul 4 a 2. Il settimo gioco è interminabile, Sinner prova soluzioni alternative, attacchi in contro tempo e palle corte. Anche Djokovic spreca qualche occasione a rete. Sembra esserci ancora una partita e sullo 0-30 arriva un’altra occasione per rientrare, ma Sinner mette in rete la risposta a una seconda di servizio. L’opportunità svanita è il tramonto della partita. La prossima volta la pasta verrà ancora meglio, ma già quella di questa settimana è di grandissima qualità.

Dobbiamo essere grati a questo ragazzo che gioca a tennis con la leggerezza dei suoi 22 anni, ma con la maturità e la disciplina di un veterano. Abbiamo un campione nel quale specchiarci. Jannik è un fuoriclasse formidabile. Un talento di tecnica, di concentrazione e forza mentale. Talento e regolatezza. Djokovic è il campione che conosciamo da tanti anni e non ha alcuna intenzione di cedere il trono. Appuntamento la prossima settimana alla Coppa Davis.

Djoker Vs Carlitos, c’è vita sul pianeta tennis

C’è una nuova, entusiasmante, rivalità nel tennis. Un antagonismo generazionale. Un confronto di talenti, scuole e psicologie. Vissuto senza esclusione di colpi e lontano dalle ipocrisie. Un duello al vertice, sorpassi e controsorpassi, che sta regalando agli appassionati la bellezza e l’epica di questo sport straordinario. È la rivalità che mette Carlos Alcaraz, spagnolo di Murcia, vent’anni compiuti in maggio, il più precoce numero 1 del ranking mondiale, di fronte a Novak Djokovic, trentaseienne serbo, vincitore di 23 slam e attuale numero 2 mondiale. Poco più di un mese fa era stato il giovane spagnolo a imporsi in cinque set sul prato inglese, togliendo al serbo la possibilità di ambire al Grande slam, la vittoria consecutiva dei quattro major (Australia, Parigi, Wimbledon, Flushing Meadows). La finale di domenica notte nel 1000 di Cincinnati era, dunque, «la rivincita di Wimbledon». Il successo di Djokovic è arrivato al culmine di 3 ore e 49 minuti di lotta. Uno dei match più belli, intensi ed emozionanti degli ultimi anni, forse preludio di una nuova, possibile sfida agli U.S. Open in calendario da lunedì. Alla fine dei quali, non dovendo difendere punti conquistati nel torneo del 2022, non disputato in quanto non vaccinato, al campione serbo basterà superare il primo turno per scavalcare in vetta alla classifica mondiale il rivale costretto a confermare il successo di un anno fa per non perdere punti.

A Cincinnati Djoker tornava a calcare i campi americani dopo due anni di assenza a causa del divieto imposto dalla federazione americana agli atleti non vaccinati. Alla vigilia si era detto emozionato, ma lungi dal rinfocolare polemiche, il campione serbo è riuscito a incanalare tutte le energie nel suo tennis.

Dopo aver vinto i match di avvicinamento sempre disputati in notturna, domenica la finale è prevista nel pomeriggio. La temperatura è di 35°, l’umidità ai massimi, il campo è tagliato a metà dall’ombra e quando si schiera nella parte inondata dal sole, Djokovic si protegge con un cappellino. Fino a metà del primo set Alcaraz sembra più tonico, ma sorprendentemente Novak gli strappa il servizio. Subito dopo lo perde a sua volta, accusando un vistoso calo fisico. Nole appare stravolto, i colpi non partono alla solita velocità, commette errori inusuali e, al cambio campo, urla al proprio team di procurargli gli integratori. L’inerzia è tutta dalla parte del campione spagnolo che si aggiudica il set 7 – 5. A sorpresa, o forse nel desiderio di vedere un match più equilibrato, il pubblico della città dell’Ohio sembra schierato dalla parte di Novak. Tuttavia, appena tornato in campo dopo un break in spogliatoio, commette tre doppi falli consecutivi e Carlos scappa avanti. Djokovic è sull’orlo del baratro. Lo staff medico gli misura la pressione e gli dà nuovi integratori. Il campione di mille battaglie non vuole abbandonare, nella speranza di ritrovare energie e l’occasione per rientrare. Dall’altra parte Alcaraz vede il traguardo avvicinarsi e sceglie un’andatura più controllata, snaturando un po’ il suo tennis esuberante e talentuoso. Così Nole si riorganizza aumentando le discese a rete anche sul secondo servizio, quando Carlos risponde dalle retrovie. Un calo di concentrazione e tre errori consecutivi dello spagnolo riportano l’avversario sul 4 pari. Ora i giocatori si colpiscono come pugili sul ring. Sul 6 – 5 del tie-break Alcaraz ha il match point, ma Djokovic serve una prima e chiude di diritto, scende a rete su una seconda e conquista il set al termine di uno scambio durissimo. Carlos è nervosissimo, mentre Djokovic si è tirato fuori dall’inferno e appare rinfrancato. Dopo un avvio titubante, lo spagnolo riprende a martellare. Ma il serbo entra in modalità «non sbaglio più». Si procede testa a testa, con la sensazione che Djokovic ne sappia di più. Al settimo gioco e alla quinta palla break, Alcaraz cede il servizio, i game si allungano e il tennis sale ancora di livello. Sul 5 a 3 arriva un match point per Novak, ma lo spagnolo lo annulla con un passante spettacolare. Poi disorienta Nole con una serie di servizi in kick e discese a rete. La tensione è massima, il pubblico in piedi, il finale sulle montagne russe. Come in un thriller, ogni punto cambia la previsione sulla vittoria finale. Djokovic commette doppio fallo su un altro match point. Ma resetta e resta concentrato. Nel tie-break si susseguono i colpi vincenti. Fino all’urlo finale del Djoker, che si strappa la maglietta sul petto come un supereroe. E al pianto commovente di Alcaraz.

Chi pensava che, dopo la fine dei Big three, il tennis avrebbe perso attrattiva può iniziare a ricredersi. Lo sport individuale più completo e complesso che esista continua a regalare scontri epici e storie di eroi. «Ogni volta che gioco contro di te, imparo qualcosa», ha detto Carlos nel discorso dopo la premiazione. «Tu non ti arrendi mai! Amo questa tua qualità, anche se a volte vorrei che giocassi qualche punto in modo meno perfetto», gli ha replicato Novak. «Gli spagnoli non muoiono mai!», è riuscito a scherzare lo spagnolo. «Sì, l’ho vissuto sulla mia pelle, più o meno», ha echeggiato il serbo riferendosi a Rafa Nadal.

Continua a Flushing Meadows.

 

La Verità, 22 agosto 2023