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«L’Unione inventa nemici finti per sopravvivere»

Toni Capuozzo ha trascorso l’estate a Pantelleria a scrivere i testi di un programma televisivo e di uno spettacolo teatrale. «L’anno prossimo saranno 50 anni dal terremoto del Friuli e con il pianista Remo Anzovino, anche lui friulano, vogliamo provare a ricordarlo a modo nostro».
Si prepara anche a tornare in tv: quando e dove?
«In dicembre su Rete 4, con un programma che si chiama I giganti, dedicato ai grandi che hanno fatto la storia. È un ciclo di quattro puntate, cui forse ne seguiranno altri».
Chi saranno i primi giganti?
«Karol Woytila, la Regina Elisabetta, John Fitzgerald Kennedy e Leonardo da Vinci».
Leonardo?
«È un programma che non ha un tempo di elezione. Potevano esserci l’imperatore Adriano, Ciro il Grande o Giulio Cesare. Sono personaggi scelti in base al peso avuto nella storia, non in base all’epoca».
Di chi è stata l’idea?
«Di Pier Silvio Berlusconi».
C’entra la sua lettera a Silvio Berlusconi quando è mancato?
«Non ci ho pensato. Mi hanno chiesto di raccontare queste figure con il piglio dell’inviato. In passato, ho raccontato tante tragedie e personaggi minori. Dopo aver scartabellato tra i libri di storia, proverò a togliere un po’ di polvere a questi personaggi».
Perché è utile farne memoria?
«Essendomi occupato più volte di conflitti in Europa ho constatato che da una parte, la nostra, tendiamo a condannare la memoria, mentre a Est la si coltiva perché si è consapevoli che il passato insegna. Mi fa pensare la leggerezza con cui certi leader di oggi usano il termine “guerra”. Soffriamo di una forma di anoressia della memoria. Oggi siamo impegnati nella difesa dell’Ucraina e ci sfugge che il Donbass un diritto alla secessione ce l’aveva. Così come ce l’aveva il Kosovo, per difendere il quale siamo intervenuti. Oppure dimentichiamo che c’è stata la Brexit visto che oggi, a capo della coalizione dei “Volenterosi”, c’è il leader britannico Keir Starmer».
Perché ha scritto Vite di confine (Biblioteca dell’immagine): una sorta di «spoon river» sulle tante storie attraversate dai rivolgimenti della Giulia, di Gorizia e dell’Istria?
«Intanto perché sono nato e cresciuto da quelle parti. Poi perché ho passato la vita a raccontare guerre lontane che si combattono per contrasti sul possesso del territorio o delle materie prime. Così ho provato a rileggere la storia di queste terre con l’occhio di chi pensa che non siamo migliori dei russi e degli ucraini o più civili degli ebrei e dei palestinesi. Forse siamo più pacifici perché tanti danni li abbiamo già fatti. Quel confine è stato teatro di due guerre. Ci sono stati il Carso della Prima guerra mondiale e i partigiani di Tito e le foibe nella Seconda. Gorizia e Nuova Gorica sono capitale europea della cultura 2025».
Le comunità su quel confine colpite dalla globalizzazione sono un mondo finito?
«Non credo. La globalizzazione ha spinto per contraccolpo tante comunità locali ad avere più care le proprie radici e la propria storia. Il che non significa essere nemici della globalizzazione, ma guardarla con la propria identità».
Storia e radici sono risorse da cui ripartire?
«Certo. Purtroppo, molti conflitti, come in Siria, in Palestina o tra Russia e Ucraina, sono provocati da contrasti di identità. Due stili di vita, due caratteri e due modi di parlare che ci fanno ragionare in termini di “noi e gli altri” spesso si incarnano come unghie nella storia. I conflitti identitari sono più granitici dei conflitti d’interessi».
Perché in questi casi è più difficile mediare?
«Perché non è facile comprendere le identità senza negarle. Coinvolgere i sentimenti dei popoli è decisivo, ma purtroppo la nostra è un’Europa di ragionieri, non di popoli. Quando pensi a Erasmo puoi sentirti europeo, quando pensi ai trattati no. L’Europa è una banca di storia, di cultura e di appartenenze. Solo con le identità locali si può costruire un’identità comunitaria; essere europei non è in contraddizione con il sentirsi allo stesso tempo siciliani, valdostani o friulani».
Qual è il capitolo di storia ancora da scrivere che queste vite fanno emergere?
«Quello sul male compiuto. Il capitolo sul male che da italiani abbiamo fatto agli slavi durante il fascismo e il capitolo sul male che gli slavi hanno fatto agli italiani: i 600 desaparecidos di Gorizia e le migliaia di infoibati. Basta vedere le difficoltà di condividere sia il Giorno della Memoria che il Giorno del Ricordo per capirlo. Una visione idealistica ci porta a vedere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Ma, sempre parlando dei capitoli da scrivere, ricordiamo che i buoni hanno chiuso la Seconda guerra mondiale lanciando due bombe atomiche su due città di civili».
Che cosa pensa della richiesta della Slovenia di vedersi restituite molte opere d’arte in possesso dell’Italia?
«Penso che il principio della restituzione di beni legalmente acquisiti debba essere applicato con buon senso. La restituzione all’Etiopia dell’Obelisco di Axum aveva un valore simbolico perché diceva il nostro pentimento di Paese colonialista e premiava l’orgoglio indipendentista del popolo africano. Nel caso della richiesta della Slovenia, mi pare appartenga a un puntiglio notarile, figlio della cancel culture che vorrebbe riportare indietro l’orologio della storia. Come in un gioco dell’oca in cui si riparte da zero. L’acquisizione di opere d’arte racconta un’epoca storica come lo fa, a volte egregiamente, l’architettura fascista. Al British museum ci sono pochissime opere british, ma tutti, da europei, ne abbiamo goduto. Se l’Egitto dovesse richiedere indietro le sue opere, il Museo egizio di Torino chiuderebbe».
Com’è nata l’idea di scrivere Cos’è la guerra – I conflitti spiegati ai ragazzi (Signs books)?
«La prima volta l’avevo scritto 15 anni fa per Mondadori. Ho deciso di aggiornarlo su richiesta di alcune scuole e sulla spinta degli ultimi conflitti, a Gaza e in Ucraina, dove il nostro coinvolgimento è maggiore sia a livello emotivo che come fornitori di armi. Da bambino orecchiavo le notizie sulle guerre senza accontentarmi delle versioni cinematografiche dove il buono non moriva mai. Oggi i videogiochi possono far pensare ai ragazzi che la violenza sia virtuale. Anche noi adulti siamo più incapaci di leggere la follia della guerra e più succubi di una paura sottile perché cresciuti in un mondo di pace. Ma se pensiamo che la Svizzera costruisce bunker antiatomici e che le nostre armi sparano al confine tra Ucraina e Russia ci rendiamo conto che la guerra non riguarda solo il passato. Capire i conflitti in modo razionale è importante come capire di salute, di economia, di politica».
Con l’invasione dell’Ucraina stiamo tornando a uno scenario da Guerra fredda?
«È più complicato perché l’America si sta tirando indietro. Questa rischia di essere una Guerra fredda regionale, che riguarda solo l’Europa».
Dall’altra parte, come abbiamo visto a Pechino, si uniscono.
«C’è coesione, a differenza di ciò che c’è nel nostro continente, baciato dal benessere, anziano, e che non ha nessuna intenzione di mandare i propri figli a combattere. Siamo l’Europa dei principi, una specie di club inglese, molto esoso, che dispensa mandati di cattura a questo e a quel nemico che poi vediamo accolto sul tappeto rosso non solo in America. Siamo un club livoroso che non conta niente».
Come giudica la strategia dei «Volenterosi»?
«Nel migliore dei casi, sognano qualcosa che non è. L’accordo di pace con l’odiato Putin è un esercizio verbale. L’Europa sta cercando di giustificare gli errori di questi anni in cui, invece di mettere in atto una grande operazione per spegnere il conflitto, ha perseguito l’idea di combattere “fino all’ultimo ucraino”. Se dal 2014 si fosse concesso quello che si sta definendo adesso si sarebbe evitato il pericolo di trasformare una crisi regionale in una guerra mondiale. Si è dovuto aspettare l’arrivo del puzzone Donald Trump per parlare di pace. Per tre anni l’ha fatto solo il Papa. Mentre si lavora solo per nascondere gli errori compiuti, parlare di difesa della democrazia e del diritto internazionale è recitare una fiaba per bambini».
Diminuiscono anche le speranze di una soluzione in Medio Oriente.
«Lì la pace sembra una missione impossibile. Non ci sono spazi di mediazione a causa del fatto che, da Camp David in poi, i palestinesi hanno rifiutato accordi per i quali oggi brinderebbero. Esaurite le mediazioni resta la forza che, in questo momento, è dalla parte di Israele. Il quale se ne frega delle condanne del mondo. Come diceva Golda Meir: “Preferiamo le vostre condanne alle vostre condoglianze”. Non possiamo illuderci che si possa sconfiggere Hamas con strumenti militari: i ragazzi palestinesi che adesso hanno 11 anni, tra altri 10 anni cercheranno di replicare il 7 ottobre».
L’opinione pubblica europea però simpatizza per il popolo palestinese.
«Perché è un’opinione pubblica parolaia. La stessa che pensa di attuare la parità di genere cambiando le desinenze alle parole. O che raccoglie firme per escludere gli attori filo israeliani dalla Mostra di Venezia. Non faccio sconti a Netanyahu, ma non parlo di “genocidio” perché è solo un modo per dirsi dalla parte giusta. “Pulizia etnica” è già abbastanza grave».
Con sollievo di molti, Donald Trump non prenderà il Nobel, magari lo prenderà la Flotilla di Greta Thunberg?
«Sarebbe la tomba del Nobel. Che per altro è già in agonia da quando l’ha conferito a Barack Obama che faceva stragi di civili con i droni. Chi è stato in Afghanistan sa che ogni assembramento, fosse un matrimonio o un funerale, veniva bombardato senza troppe distinzioni. La Flotilla non verrà trattata con i guanti bianchi e Israele sarà accusato di essere violento e repressivo. È una regia già scritta da anime belle».
Cosa pensa degli ultimi richiami al protagonismo dell’Ue?
«Mi sembra una forma di accanimento terapeutico. Per tenere in vita un’istituzione morente e risollevare i consensi calanti in patria, non c’è di meglio che inventarsi un nemico. La Russia che vuole invaderci è perfetta».
È giusto giocare Italia Israele di calcio allo stadio di Udine o pensa che sia inopportuno?
«Per me sì. Si può anche esibire sugli spalti una bandiera palestinese, potrebbe essere un modo polemico di dialogare. Rinunciare alla partita sarebbe la condanna del silenzio».
Un’ultima domanda: che idea si è fatto della chiusura del programma radiofonico di Marcello Foa?
«Negli ambienti dove agisce la criminalità organizzata, le persone che si presentano in pubblico annunciano la propria appartenenza e provenienza. Anche nel giornalismo accade qualcosa di simile. I cani sciolti sono più fragili ed esposti agli attacchi, conviene avere un guinzaglio. Foa non ce l’aveva».

 

La Verità, 4 settembre 2025

«La cacciata di Foa? Tutto inizia dalla riforma Renzi»

Carlo Freccero non è particolarmente sorpreso dalla cancellazione di Giù la maschera, la striscia quotidiana su Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente della Rai, Marcello Foa. L’ex direttore di Rai 2, personalità vulcanica che non si fa problemi ad andare controcorrente, propone un ragionamento più articolato che non si limita al livello della dirigenza di Viale Mazzini e alla sua insipienza. «Non mi stupisce che uno dei pochi veri giornalisti in circolazione, Marcello Foa, sia stato cancellato con il suo staff di eccellenza dai palinsesti radiofonici della Rai della prossima stagione».

Non la stupisce perché il programma è stato cancellato per volere della politica?

«Il nuovo direttore di Radio 1, Nicola Rao, persegue una sua linea editoriale che suppongo non tanto dettata da politiche culturali, quanto da esigenze propagandistiche».

Marcello Foa è un ex giornalista del Giornale, un autore di saggi sul controllo dell’informazione, che si può iscrivere al mondo conservatore come la dirigenza della Rai di oggi: non c’è contraddizione nel chiudergli il programma?

«Questa è una lettura superficiale. Da sempre Foa ha fatto della controinformazione il suo terreno d’indagine».

Quindi, lei non è sorpreso.

«No. Perché Foa è rilevante in quanto non allineato e impegnato a smontare la propaganda del potere. Quindi, indipendentemente dalla sua attribuzione a una parte politica, rappresenta il contrario di quella propaganda che ha oramai colonizzato i media mainstream espellendo informazione, pluralismo, cultura».

La chiusura del suo programma è più causata dalla cappa del pensiero unico che dall’irritazione di qualche politico del governo?

«Oggi pensare, riflettere, denunciare è diventato sinonimo di complottismo. E, al di là di ogni schieramento ideologico, rivendicare libertà di espressione viene percepito a livello sociale come una forma di vera e propria insubordinazione all’ordine costituito».

D’accordo. Tuttavia, resta il fatto che ai vertici di questa Rai c’è una dirigenza di destra. Foa ha detto che, se poteva aspettarsi l’estromissione da una Rai di sinistra, certo non se l’aspettava da questa governance.
«Lo capisco. Ma oggi non esistono governi di destra o di sinistra. Esistono governi. E nell’attuale congiuntura politica i governi hanno il compito di attuare agende che non scrivono loro».

E chi le scrive?

«Gli organismi internazionali come l’Unione europea, il World economic forum, l’Organizzazione mondiale della sanità, la Nato, piuttosto che la sigla ultima arrivata, la sedicente coalizione dei volenterosi».
Ma i governi dei diversi Paesi hanno programmi elettorali diversi e rispondono a elettorati diversi.

«I rapporti di forza, soprattutto a livello internazionale, sono altri. Il riallineamento alle agende degli organismi sovranazionali avviene indipendentemente dal messaggio sostenuto in campagna elettorale. Anzi, necessariamente, in contrasto con esso. Che sia di destra o di sinistra questo messaggio va adattato alle necessità di eseguire ordini “dall’alto”. E questo non può che generare frustrazione in quell’elettorato che ha delegato il proprio incaricato a cambiare le cose, a recuperare indipendenza di giudizio, a ricreare un margine di democrazia almeno apparente».
Caro Freccero, a questo punto scatta l’accusa di complottismo.

«Ma quale complottismo… basta guardarsi intorno. Una volta giunti al governo questi delegati del popolo, trasformati in presidenti del consiglio, hanno un unico obiettivo: durare. Quindi non hanno alcun interesse a difendere un’ideologia, che sia di destra o di sinistra. Perché, qualora venisse rievocata, non farebbe che sottolineare lo scostamento dalla linea politica sostenuta in campagna elettorale».
E i media non devono disturbare, è questa la sua tesi?
«Nei confronti dei media i governi non cercano di imporre una linea editoriale, quanto una propaganda autoreferenziale. Non chiedono cultura, ma obbedienza. Non premiano il merito e le eccellenze, anche all’interno della loro area culturale, quanto la difesa dell’operato governativo indipendente da tutto».

Rai compresa? È da qui che deriva la soppressione del programma di Foa?
«Davanti all’ennesimo episodio di attacco al pluralismo Rai come la cancellazione di Giù la maschera non posso che ripetere come un mantra la convinzione che ripeto a partire dal 2015. La causa di tutto risiede nella riforma voluta da Matteo Renzi che ha affidato le nomine Rai direttamente al governo. Si badi bene: non alla politica, al governo».
In questo caso il governo ha soppresso il programma di un giornalista della sua area.

«Gliel’ho già spiegato. I governi oggi rispondono ad automatismi internazionali che hanno abbandonato la contrapposizione destra/sinistra. Se mai attuano la volontà di poteri forti contro il popolo».
Siamo sempre a élite contro popolo?

«Esatto. Le scelte non riguardano più il capitale culturale, ma l’efficienza aziendale e l’obbedienza a decisioni editoriali prese altrove».

Un quadro tragico, senza via d’uscita?

«Al momento non ne vedo».

 

La Verità, 1 settembre 2025

 

«Foa chiuso dalla Rai perché privo di affiliazioni»

Luca Ricolfi è presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume, insegna Analisi dei dati all’università di Torino ed è stato collaboratore di Giù la maschera su Radio 1 ideato e condotto dall’ex presidente della Rai Marcello Foa.
Professore, che cosa pensa della chiusura del programma?
«Sono sconcertato, non ne capisco le ragioni. Ma l’aspetto più inquietante è il silenzio che è immediatamente calato sulla vicenda. Nessuna spiegazione da parte dei vertici aziendali, nessuna presa di posizione pubblica da parte del mondo politico. Come già accadde nel caso del professor Marco Bassani, punito dall’Università per un tweet politicamente scorretto, la solidarietà verso il censurato arriva solo per vie private, da colleghi o amici che, però, di prendere una posizione pubblica non se la sentono proprio. Possiamo leggere tutto questo come indice di vigliaccheria, conformismo, opportunismo. Ma come sociologo mi sembra di poter dire che la radice non è individuale – ognuno fa i conti con la dotazione di coraggio e indipendenza di cui dispone – ma sociale: negli ultimi 5-6 anni, complice il Covid e due guerre drammatiche, nelle nostre civilissime società democratiche si è instaurato un clima di intimidazione e di paura che ci rende tutti più prudenti, timorosi di assumere posizioni che qualcuno potrebbe giudicare inaccettabili, con conseguente emarginazione di chi le professa. Anche in una cena privata, siamo tutti più guardinghi di un tempo. E se ci invitano a firmare un appello, troviamo difficile sottrarci, perché il clima è intimidatorio e manicheo».

Lei è stato tra gli opinionisti fissi del programma: ha interrotto la collaborazione perché si era trovato male?

«Assolutamente no, mi ero trovato benissimo, il mio ritiro è stato dovuto soltanto a ragioni personali, di scarsa compatibilità con altri impegni.

Che cosa apprezzava di più e cosa di meno del programma?

«Due cose apprezzavo più di altre. La prima è che, pur avendo a disposizione un’ora di tempo, Foa non è mai caduto nella tentazione del <minestrone> di argomenti, come fanno tanti programmi. E sa come mai poteva reggere un’intera ora su un unico argomento? Perché dietro quell’ora c’era tantissimo lavoro dello staff – Nancy Squitieri, Mauro Convertito e altri – che permetteva al conduttore di approfondire il tema, anziché toccarlo superficialmente per poi passare ad altro. Senza contare il valore aggiunto della sondaggista Alessandra Ghisleri, una miniera di informazioni sugli atteggiamenti della popolazione. La seconda cosa che apprezzavo è la scelta dei temi, compresi i tre tabù di questi anni: Covid, Ucraina, Gaza (per non parlare dei tabù minori come Vannacci e l’annullamento delle elezioni in Romania. Ora che ci penso, forse è questo che è stato fatale al programma. Perché Giù la maschera non solo non evitava gli argomenti tabù, ma li affrontava senza la pretesa di indicare il punto di vista corretto».

Mentre collaborava, e anche dopo se ha continuato a seguirlo, immaginava che avrebbe potuto incontrare degli ostacoli?

«Non mi è mai venuto in mente, il programma era ok e Foa un ex presidente Rai».

Cosa pensa del fatto che i dirigenti della Rai non abbiano spiegato all’interessato il motivo della decisione?

«Non mi stupisce, a me sono capitate cose consimili: quando il tuo interlocutore non vuole darti retta, preferisce sparire piuttosto che dire dei no espliciti. È il classico mix italiano di maleducazione, sciatteria, superficialità. Però il caso di Foa va oltre, perché è stato presidente della Rai. Liquidarlo senza una parola è un gesto di arroganza che la dice lunga sui tempi che vive la tv pubblica. E pure sui tempi che viviamo in generale: succede anche all’università, quando un professore sta per andare in pensione – e quindi non conterà più nulla nei concorsi – spesso la deferenza si tramuta repentinamente in indifferenza».

Foa dice che il programma è stato chiuso perché troppo indipendente, concorda?

«Temo che la ragione sia più sottile: non è il suo programma ad essere troppo indipendente, è lui che è troppo libero. Può sembrare la stessa cosa, ma non lo è. Il problema di Foa è che non è organico né alla destra né alla sinistra, e quindi non ha la protezione che deriva dall’appartenenza. Penso che se avesse avuto una affiliazione, non importa se a destra o a sinistra, il suo programma sarebbe stato difeso con le unghie e con i denti».

Disturbava poteri e ambienti che non potevano tollerarlo?

«Non più di altri scrittori, studiosi o conduttori tv. Il nodo non sono le sue idee, ma la non affiliazione, la non organicità. Possiamo mettere la cosa anche in altro modo. Prendiamo il caso dell’Ucraina. Posizioni anti-occidentali, o ben lontane dalla fedeltà atlantica, sono state più volte espresse anche da persone di sinistra: Massimo Cacciari e Luciana Castellina, ad esempio. Ma nessuno li ha mai lapidati con l’accusa di putinismo, che invece implacabilmente colpisce tanti altri».

Perché?

«Ma è semplice: perché sono dei nostri, appartengono alla cerchia dei progressisti, la loro fede democratica è fuori discussione. Quindi possono dire quel che vogliono, nessuno li accuserà di alcunché. Se invece le stesse cose o cose consimili le dice, o permette che vengano dette, una persona di destra, o accusata di sovranismo, o semplicemente non schierata, scatta la demonizzazione. Che rimane relativamente sopportabile se quella persona ha una contro-appartenenza (ad esempio è iscritta alla Lega, o a Fratelli d’Italia), ma diventa un macigno se quella persona non ha una cerchia che la protegge. Detto brutalmente: nel clima attuale, essere liberi è molto più pericoloso che essere di destra».

Condivide la riflessione di Foa quando dice che poteva aspettarsi un trattamento di questo tipo da una Rai con una dirigenza di sinistra ma non da una Rai con una governance di destra?

«No, su questo la penso diversamente. Non credo che, sul piano culturale, la destra sia più liberale della sinistra. Semmai è meno organizzata, e ha meno truppe».

TeleMeloni, ammesso che ci sia visto che rinnova poco rispetto alle gestioni precedenti, fa notizia perché cancella un irregolare di destra?

«La notizia sarà già sparita dai radar quando questa intervista verrà stampata».

Hanno ragione quegli osservatori che si aspettavano un cambio di passo più netto nella gestione della tv pubblica?

«Direi di no. Quegli osservatori hanno confuso le loro speranze con la realtà».

A suo avviso, questa vicenda è sintomo di qualcosa di più generale?

«Sì, ma è qualcosa di generico e composito: l’arroganza del potere, il disprezzo per la cultura, forse anche il ricambio generazionale negli enti pubblici. Tutte cose di cui la trasmissione Giù la maschera non è l’unica vittima».

Nella gestione dei fondi ministeriali del cinema e nella direzione di alcuni enti culturali qualche segnale di novità si inizia a vedere. È ancora troppo poco?

«È ancora troppo poco, ma è comunque un inizio. Del resto fare peggio del centrosinistra era quasi impossibile».

Alcuni commentatori hanno apprezzato il discorso tenuto da Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, qualcun altro ha osservato che il premier è più efficace quando parla di quando opera in concreto. Lei che cosa ne pensa?

«Penso che Giorgia Meloni sia altrettanto efficace quando parla davanti a un grande pubblico e quando agisce. Semmai il problema è che i media si occupano molto di quel che dice, pochissimo di quel che fa. Specie se quel che fa è poco spettacolarizzabile, come i primi passi del piano Mattei, o le innumerevoli micro-misure in campo economico-sociale».
Nel contesto di apparati e burocrazie anche internazionali controllati dalla sinistra, bisogna concedere a questo governo un margine di tempo maggiore perché possa essere incisivo?

«Sì, 5 anni non bastano. Ma il problema non sono solo gli apparati e le burocrazie internazionali controllate dalla sinistra, c’è anche il problema delle piccole guerre fra alleati di governo, lo stillicidio di polemiche minori senza che emerga in modo chiaro qual è il disegno del centrodestra, quali sono gli ostacoli da superare, quali sono gli obiettivi realistici».

Se dovesse dare un consiglio non richiesto a questo governo che cosa suggerirebbe?

«Di non nascondere o negare quel che ancora non è stato fatto, e di usare precisamente il non-fatto per chiedere un secondo mandato. Come fece a suo tempo – con successo – il premier riformista Tony Blair».

 

La Verità, 31 agosto 2025

«Foa cancellato perché libero. È una vergogna»

Alberto Contri, sul Sussidiario.net lei ha scritto una lettera aperta all’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi sulla inaspettata chiusura di Giù la maschera, la striscia quotidiana di Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente Marcello Foa. Risposte?
«Nessuna».
Come se lo spiega?
«Penso che non mi considerino degno di attenzione. Ma non tanto me come persona, quanto l’argomento che ho sollevato. Non dev’essere trattato perché crea solo imbarazzo».
Eppure, con Rossi ha lavorato a stretto contatto a Rainet. Anche per una vecchia colleganza una risposta era opportuna.
«Siamo stati in uffici attigui per quattro anni. Io gestivo e lui apprezzava e dichiarava su Rainet. Ma eravamo anche ottimi amici e lo stimavo molto. Da quando è diventato prima direttore generale poi amministratore delegato non sono più riuscito a parlargli».
Il silenzio dei vertici aziendali è un tratto distintivo di questa vicenda. Anche il direttore di Radio 1, Nicola Rao, dopo un colloquio con Foa in cui aveva promesso risposte, si è dileguato. Come se lo spiega?
«Temo che sia lo stile di questa gestione che ci sta portando silenziosamente nel Grande fratello di George Orwell».
In che senso?
«
Se guarda i telegiornali sono a base di notizie non date, omertà, incensamenti e tagli di nastri. E il resto è tutto intrattenimento che addormenta e non deve disturbare».
Un quadro tragico.
«Non me l’aspettavo. Essendo politicamente un moderato mi aspettavo maggiore attenzione alla diffusione del senso critico, che invece vedo anestetizzato. Prendiamo, per esempio, le notizie sul caso del ministro della Salute Orazio Schillaci o le nuove evidenze emerse dai video delle riunioni del Cts (Comitato tecnico scientifico) sui vaccini: di tutta questa discussione sui tg Rai non c’è traccia alcuna. È ciò che, paradossalmente avviene anche sulla stampa sugli obiettivi del deep state e del potere di oggi in Italia».
Può spiegarsi?
«Al Meeting di Rimini i nipotini di don Giussani hanno applaudito ugualmente Mario Draghi e Giorgia Meloni che, in realtà, dovrebbero essere su fronti opposti. L’establishment e il deep state comandano».
Accuse pesanti. Torniamo al caso del giorno: un ex presidente della Rai non ha ricevuto comunicazione ufficiale della cancellazione del suo programma.
«È una vergogna con la v maiuscola. Perché non è solo un fatto di galateo: come diceva Giovanni Testori, la forma è essa stessa sostanza. Non aver sentito il bisogno di incontrarlo è la cartina di tornasole dell’atteggiamento stile Marchese del Grillo, “Io sono io…”, il seguito lo conosce. O, per meglio dire, la convinzione di padroneggiare la comunicazione fa calpestare qualsiasi regola di rispetto professionale».
A volte lei è stato ospite, che tipo di programma era Giù la maschera?
«Per me rappresenta la quintessenza del servizio pubblico».
Che cosa le piaceva in particolare?
«In un’ora si affrontava un argomento di attualità, anche delicato, con tre ospiti di opinioni e tendenze diverse trattati con garbo e uguale spazio. Non si prendeva mai parte per uno o l’altro, a differenza dei talk show dove si cerca la rissa per fare audience e non si insegue minimamente uno straccio di verità».
Ricorda qualche puntata che ha sollevato proteste?
«Quella dove fu invitato il dottor Massimo Citro Della Riva che aveva avuto espressioni molto severe nei confronti dei vaccini. Ma nonostante l’equilibrio dato dalla presenza di personalità che interpretavano il pensiero ufficiale delle istituzioni (erano presenti l’ex funzionario dell’Oms Francesco Zambon e l’infettivologo Massimo Galli ndr), Foa fu obbligato a una trasmissione riparatrice. Che però, essendo fatta sempre con il sistema tre opinioni diverse, non accontentò del tutto chi l’aveva pretesa».
Era un programma sotto costante osservazione?
«Sicuramente, perché trattava temi spesso delicati con indipendenza e anche con la partecipazione di Alessandra Ghisleri che forniva dati e ricerche documentate».
Perché il servizio pubblico che dovrebbe vantare questo programma come la sua quintessenza invece lo ha chiuso?
«Per questo ho scritto la lettera aperta indirizzandola a Giampaolo Rossi ma, in realtà, rivolgendomi a quello che chiamo il giro del fumo che avvolge la Rai e la politica».
Oltre all’establishment o al deep state era disturbato anche l’Usigrai, che avrà brindato.
«Certo. C’è stata una quantità di argomenti come il declino demografico e l’immigrazione che intersecavano e sollecitavano l’attività del governo. La mia supposizione è che, forse, questi argomenti e gli ospiti che li trattavano magari esprimendo pareri negativi sull’attività del governo, possano essere stati troppi».
Foa ha detto che poteva aspettarsi la chiusura da una Rai di sinistra non da una Rai con questa governance.
«Assolutamente. È il motivo del mio grande stupore».
Una buona parte dell’opinione pubblica aspetta ancora qualche segnale chiaro di innovazione della Rai che la vulgata chiama teleMeloni.
«Se il buongiorno si vede dal mattino non siamo messi benissimo. Mi sembra che il motto di questa gestione sia quieta non movere et mota quietare (non agitare ciò che è calmo e calma ciò che è agitato). Soprattutto: non disturbare il manovratore».
La prima vittima di radioMeloni, sempre che ci sia, è un programma condotto da un ex presidente di area moderata e di formazione montanelliana?
«Questo è il fatto politico preoccupante. Comunque, chi ha deciso la defenestrazione, ovvero il direttore di Radio 1 Nicola Rao, risulta essere una persona di provata fede meloniana».
Radio e teleMeloni, sempre che ci siano, cancellano gli irregolari di destra?
«Siamo davanti a una sorta di eterogenesi dei fini. So per certo che non si vuol dare l’impressione di occupare la tv pubblica, ma in questo caso si è andati ben oltre, liberando la Rai di una persona di centrodestra per poter dimostrare di essere equidistanti».
Nessuno dagli ambienti politici, né la Lega né Fratelli d’Italia, ha difeso il programma.
«È vero, nessuno l’ha difeso nella maggioranza. E i queruli esponenti di Articolo 21, sempre prontissimi a difendere il servizio pubblico e la libertà d’informazione, dove sono finiti?».
O sei omologato o anche la destra ti cancella?
«Sì».

 

La Verità, 30 agosto 2025

Autogol della destra in Rai: chiuso il programma di Foa

Chiamarla RadioMeloni va di moda, ma poi, se non appartieni al mainstream, con tutte le credenziali e i timbri giusti, non duri. Prima o poi un motivo si trova per buttarti giù ed estrometterti dal consesso. E pazienza se la tua voce allarga il perimetro del dibattito e sfonda i confini del prevedibile. L’autogol di giornata del centrodestra è la cancellazione di Giù la maschera, la striscia del mattino di Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente della Rai di formazione montanelliana Marcello Foa, con la partecipazione di Peter Gomez, direttore del Fatto quotidiano online, della sondaggista Alessandra Ghisleri, di Giorgio Gandola, grande firma della Verità e Panorama e, all’inizio, del sociologo Luca Ricolfi. Una squadra di conduttori indipendenti. Eppure, sorpresa a ciel sereno: il programma che due anni fa aveva sostituito Forrest di Marianna Aprile e Luca Bottura è sparito dal palinsesto senza spiegazione alcuna. Silenzio dai vertici aziendali. Imbarazzo ai piani alti di Via Teulada. Sverniciato come un graffito su un monumento. Solo che qui si parla di una rubrica radiofonica di approfondimento di un’ora al giorno. Informazione, confronto delle idee, libertà nella scelta degli argomenti. Un programma di cui il servizio pubblico dovrebbe andare fiero. «Pluralismo non è solo far parlare ospiti che hanno opinioni diverse o opposte, ma anche non avere argomenti tabù, affrontando anche quelli che altrove si evitavano», racconta Gomez che si dice «sbigottito» per quanto successo. «In questi due anni, abbiamo parlato di tutti i temi caldi, compresa la riforma della Rai. Mai una volta che sia stato detto: questo argomento meglio evitarlo».
La faccenda clamorosa è che il programma funzionava, sebbene Radio 1 fosse in lieve calo e da qualche tempo abbia deciso di non pubblicare i dati di audience. A confermare il successo della striscia c’erano i riscontri degli ascoltatori, gli apprezzamenti del pubblico, la scia di reazioni sui social. «La cosa curiosa», è sempre Gomez a raccontare, «è che per la strada la gente non mi diceva l’ho vista in tv (per L’alieno in patria, in onda su Rai 3 ndr), ma l’ho ascoltata in radio».
Ieri Foa ha postato sui social un video con tutta la sua amarezza. Dopo la promessa del nuovo direttore di Radio 1 Nicola Rao, considerato vicino a FdI, subentrato a Francesco Pionati, di inclinazione leghista, di farsi sentire entro la prima quindicina di luglio, nessuno si è più fatto vivo. «Come accade in Rai quando c’è un cambio di direttore i partiti politici hanno messo la loro voce per cercare di influenzare i palinsesti. È così da tanti anni. Quello che però è accaduto è abbastanza sconcertante perché il sottoscritto, ex presidente della Rai, non ha avuto notifica della decisione. L’ho appresa per caso dai media. E poi, questo è molto importante, perché gli altri programmi sono stati confermati», continua Foa. «Il principale a essere stato cancellato è proprio Giù la maschera. Finora, nessun politico di centrodestra ha avuto il coraggio di pronunciarsi su questa vicenda».
Un anno fa Giù la maschera era stato potenziato. «Certo», riprende l’ex presidente, «sull’Ucraina, su Gaza, sul Covid non ci siamo appiattiti sulla retorica ufficiale. Anche sull’Unione europea o le elezioni in Romania, ricordo una puntata che fece discutere. Ma davamo spazio a tutte le posizioni». Ogni giorno il programma affrontava un solo argomento introdotto da un breve editoriale di Foa, poi c’erano le interviste, gli approfondimenti e il confronto, mentre la conclusione era affidata al co-conduttore. «Foa è una persona pacata», riprende Gomez, «abbiamo posizioni diverse, ma siamo persone intellettualmente oneste. Il dialogo era sempre tranquillo, poi, certo, qualcuno poteva risultare più efficace di altri, ma questo appartiene all’ordine delle cose».
Giù la maschera era attento alla geopolitica e alle crisi internazionali su cui si faceva vanto di invitare intellettuali autorevoli, dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, a Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari internazionali, da Alan Friedman, che attaccava immancabilmente Donald Trump, al giornalista Alessandro Nardone che sapeva farne una difesa efficace. Su Gaza e la crisi mediorientale gli ospiti andavano da Fiamma Nirenstein a Gabriele Segre, da Gianandrea Gaiani di Analisi e difesa alla controversa Francesca Albanese. Un programma troppo sovranista? «Un programma libero e per questo, probabilmente, scomodo», è la risposta dell’ex presidente Rai. Avevate qualche nemico dentro l’azienda? Magari l’Usigrai… «Certo, l’Usigrai non apprezzava il nostro lavoro», ammette Gomez, «ma non credo abbia molta influenza sui vertici di questa Rai».
Forse no, adesso però nei suoi uffici scorre lo champagne. Il silenzio dei vertici conferma che la chiusura deriva dalla scomodità di un programma che tra i primi ha rivelato i problemi di salute di Joe Biden. Che ha mandato in onda l’audio di Mario Draghi al Senato in cui diceva che il blocco degli stipendi è stata l’arma scelta per mantenere competitività in Europa. Che sulla crisi tra Israele e Palestina ha tenuto una linea autonoma. E che non disdegnava sconfinamenti su religione e scienza, con le ospitate a Federico Faggin, a Guidalberto Bormolini, padre spirituale di Franco Battiato, alla madre di Carlo Acutis.
Nei giorni scorsi l’ex presidente Monica Maggioni si è licenziata dalla Rai ottenendo la garanzia di mantenere la conduzione di In mezz’ora su Rai 3. «Non si possono fare paragoni», risponde Foa, «perché Monica Maggioni è sempre stata una dipendente Rai, io ho un percorso diverso». Diverso è anche il trattamento riservato ai vostri programmi. «È una domanda da rivolgere ai vertici aziendali». Che però sono spariti. «La mancata comunicazione della decisione con una qualche motivazione è ciò che più mi amareggia. Forse hanno ragione Marcello Veneziani ed Ernesto Galli della Loggia quando parlano della mancanza di un cambio di passo di questa maggioranza. Magari quelle critiche meritano di essere approfondite. Io non ho mai chiesto favori alla politica», conclude Foa, «ma se, forse, potevo aspettarmi di essere estromesso da una Rai di sinistra, mi sembra sorprendente che lo faccia una Rai che si considera di destra».
La chiamano RadioMeloni. Ma FdI e Lega sono riuscite a cancellare uno dei programmi più liberi e indipendenti della Rai. Elly Schlein non avrebbe saputo fare di meglio.

 

La Verità, 29 agosto 2025

«Così cambio la Rai al tempo del coronavirus»

Quando è stato decretato il lockdown, il presidente della Rai Marcello Foa si trovava all’estero con la famiglia. Era la notte di sabato 7 marzo. «Sono rientrato subito a Roma, rispettando le norme di sicurezza, mentre i miei familiari sono rimasti lì», racconta dall’ufficio di Viale Mazzini. «È un sacrificio minimo, nulla in confronto a quello che fa chi è in prima linea, negli ospedali e altrove. Da inviato del Giornale, mi è già capitato di stare lontano dalla famiglia per lunghi periodi. Non ho avuto esitazioni a tornare qui per essere vicino a chi lavora. Per incoraggiare i giornalisti che rischiano e aiutare a mettere tutti nelle condizioni di dare il meglio».

Lavora in ufficio o da remoto?

«È importante per tutti quelli che lavorano in Rai vedere i vertici, dal nostro amministratore delegato Fabrizio Salini alla task force creata per questa emergenza, presenti e sempre operativi. La sede è quasi deserta per ragioni di sicurezza, ma noi ci siamo e ci saremo fino alla fine della crisi».

Nella Rai dell’emergenza, Foa, 56 anni, nato a Milano, allievo di Indro Montanelli che lo assunse al Giornale, presidente della tv pubblica dal settembre 2018, tiene insieme la squadra e guarda al dopo epidemia. Un dopo che sarà inevitabilmente diverso anche per il mondo della cultura, dell’informazione e dell’intrattenimento. In questi giorni, però, si parla di Rai per l’iniziativa del regista Pupi Avati che ha chiesto di cambiare i palinsesti e, approfittando della crisi, avviare una fase di crescita culturale programmando film, concerti e biografie dei grandi artisti italiani, molti dei quali sconosciuti alle giovani generazioni.

Avati ha sottolineato che lei ha «apprezzato molto, non solo a parole». Dopo il ritorno delle serate di Alberto Angela sui Rai 1 e la proposta dei Grandi della letteratura di Edoardo Camurri su Rai 3 dobbiamo aspettarci altre novità?

«Una novità è già la decisione di prolungare le serate di Angela per altri due mesi fino a fine maggio. Pupi Avati è una persona deliziosa e di grande sensibilità umana e intellettuale, un maestro del cinema che ha scritto di getto una lettera commovente e visionaria alla Rai. Parlando con lui in privato è emerso un bisogno comune di contenuti che affondano le radici nella storia e nella cultura del nostro Paese. È una vicinanza che non può che farmi piacere. E sono felice di annunciare che intanto Rai 1 dedicherà al grande cinema due serate a settimana: ogni martedì pellicole internazionali e il venerdì la commedia italiana».

Qualche titolo?

«La lista delle opere è in via di definizione. Fra le altre ci sarà Pavarotti di Ron Howard».

Ha ragione Avati quando dice che non c’è sintonia tra i palinsesti televisivi e la realtà quotidiana dei telespettatori?

«Quella di Avati è una giusta provocazione intellettuale. Ma credo che non si possa semplificare troppo. La Rai sta compiendo uno sforzo incredibile, riconosciuto anche all’estero, per modificare i palinsesti nel pieno di un’emergenza con forti ripercussioni sull’attività dell’azienda stessa. Sono sparite intere produzioni. Non è stato più possibile avere pubblico in studio. Gli ospiti partecipano solo dall’esterno. Oggi la sfida principale è assecondare le esigenze del Paese, cercando di mantenere qualità nell’emergenza. La Rai è un colosso di 13.000 dipendenti con un numero notevole di canali televisivi e radiofonici. L’azione di un grande esercito non si modifica schioccando le dita. Più si è grandi e più la flessibilità è complessa. Dobbiamo saper coniugare equilibrio e dinamismo».

In un momento in cui larghi settori delle istituzioni sono paralizzati dalla burocrazia, un’altra sfida può essere mostrare prontezza di riflessi nel cambiamento?

«Facciamo ciò che è possibile con i mezzi a disposizione. Per esempio, assicurando un palinsesto informativo completo e puntuale. La situazione evolve molto velocemente e informare la popolazione spiegando le normative per noi è un compito di assoluta priorità. Altre emittenti europee hanno subìto maggiormente le limitazioni imposte dalle esigenze di sicurezza, finendo per ridurre addirittura l’informazione».

Qualcuno dice che avete fatto poco.

«Parlare a bocce ferme è semplice, agire nell’emergenza lo è meno. Ci rendiamo conto che il Paese, oltre all’informazione, ha bisogno del conforto della cultura, della leggerezza dell’intrattenimento e persino di distrazione. In questo momento stiamo operando con 4500 persone in smart working e con pesanti limitazioni per le troupe da mandare in giro. Abbiamo dovuto chiudere alcuni studi, e anche normali strumenti di produzione sono paralizzati o drasticamente inibiti. Infine, non si possono girare film e fiction».

Motivo in più per attingere al serbatoio delle Teche Rai?

«Che sono un patrimonio enorme e ben gestito da Maria Pia Ammirati, come dimostra il successo di Techetechetè e di altri programmi che vi attingono. Ma sono operazioni che non si possono improvvisare dall’oggi al domani: parliamo di archivi enormi con vincoli derivati da tecnologie analogiche e in formati diversi da quello attualmente in uso».

Lei ha scritto che, per rinnovare i palinsesti, bisogna tenere anche conto delle «diverse sensibilità culturali»: che cosa vuol dire?

«Che c’è una varietà di pubblici di cui tener conto. Questa crisi ha dimostrato che esiste un Paese più ricco e variegato, culturalmente, di quanto fino a ieri ci diceva la maggior parte dei sociologi. Emerge un attaccamento alla famiglia e a valori identitari profondi che un mese fa venivano considerati quasi obsoleti. Per essere specchio di questo mondo, sapendolo accompagnare nella modernità, la Rai dev’essere versatile e polifonica».

A questo dovrebbero servire i canali di cui dispone oltre alle reti generaliste, ma la cui programmazione è poco nota ai telespettatori.

«Questo è un problema reale. Ci vorrebbe più gioco di squadra per dare visibilità anche nelle reti principali alla proposta dei canali tematici. Se l’azienda crede nella sua programmazione deve promuoverla adeguatamente».

È più facile dedicare alla cultura una rete o alcune fasce orarie?

«Premesso che la gestione del palinsesto non rientra nelle competenze del presidente, noi abbiamo già tre canali dedicati alla cultura: Rai 5, Rai storia e Rai scuola. Poi c’è Radio 3. Sono cresciuto alla scuola di Montanelli, imparando che compito di chi comunica è rendere semplice la complessità, e accessibili e godibili conoscenze che si ritenevano destinate alle élites».

Per questo è stato riproposto Ulisse – Il piacere della scoperta?

«La capacità e lo stile divulgativo di Alberto Angela sono un esempio cui rifarsi. Auspico che la Rai del futuro sia in grado di schierare altri conduttori che, come lui, sappiano coinvolgere con umiltà e semplicità un pubblico ampio e variegato, trasmettendo il fascino di contenuti altrimenti appannaggio di pochi. Per arrivare a questo traguardo occorre trovare chiavi culturali, interpreti giusti e un certo coraggio editoriale».

Esattamente ciò che suggerisce Avati.

«È una sfida che raccogliamo. Il servizio pubblico ha la fortuna di una stabilità economica che ci consente di sperimentare. E concordo sulla opportunità di scelte anche visionarie. Tuttavia, non possiamo permetterci il lusso di uscire dal mercato, trascurando completamente gli ascolti. Dobbiamo essere consapevoli che la crisi che stiamo attraversando cambierà il nostro modo di fruire l’arte e la bellezza. E anche il nostro modo di avvicinarci alla musica. In più, a mio avviso, questa situazione sta portando un’altra novità…».

Quale?

«Si sta riducendo la distanza tra le generazioni. Il coronavirus sta avvicinando figli, padri e nonni e ha fatto riscoprire il valore dell’autenticità dei sentimenti. Capiremo più avanti che cosa questo vorrà dire per il futuro».

Proprio per questo non varrebbe la pena di dare un segnale forte, programmando su una rete importante qualcosa di intergenerazionale su cui tutti concorderebbero, tipo I Promessi sposi o qualcosa del genere?

«Sono decisioni che esulano dalle mie competenze. Credo però che la cultura debba essere dinamica, non solo rivolta al passato. Alla fine degli anni Settanta la Rai ripropose Storia di un italiano attraverso i film di Alberto Sordi. Ebbe enorme successo, grazie a un racconto coerente di ciò che eravamo stati modulato sul presente».

Come ritrovare questa capacità di narrazione rappresentativa dello spirito del tempo?

«Oggi molti programmi sono produzioni esterne o parzialmente esterne. Grazie alla sua stabilità economica la Rai deve ritrovare centralità, riproporsi come fucina e palestra di talenti, catalizzatrice di autori, sceneggiatori e produttori, per far esplodere la creatività italiana di cui questa crisi può essere elemento deflagratore. Sarebbe un processo che l’intero mondo della cultura apprezzerebbe».

Oltre a lei, le personalità che si sono mostrate sensibili all’appello di Avati sono state Giordano Bruno Guerri, Renzo Arbore, Ernesto Galli Della Loggia, tutti di area moderata e conservatrice.

«Forse è un’area culturale in sintonia con lo spirito del momento. Vedo in questo fenomeno quasi una rivincita per tutto un mondo al quale appartengo, che ha continuato a produrre libri, arte, musica, teatro negli ultimi decenni senza ottenere la giusta ribalta. È significativo che un mondo che non sempre si espone, in questo caso si sia mostrato pronto. È il segno di un pluralismo e di una ritrovata ricchezza della cultura nazionale».

Come sta rispondendo il personale Rai all’emergenza?

«Lavorando unito, ben oltre le polemiche che spesso vengono dall’esterno. È lo storico orgoglio della Rai, fatto di collaborazione e solidarietà reciproca, di una voglia di fare che attraversa le squadre di tecnici, le redazioni e i gruppi autoriali e che, a volte, va frenata per restare nei parametri delle norme di sicurezza. Ma è uno spirito positivo che appartiene al dna del servizio pubblico, utile ad assecondare il Paese nel momento difficile che sta attraversando».

 

La Verità, 5 aprile 2020