Caso Ranucci, la Rai valuta il danno reputazionale

Signore e signori, buonasera», camicia bianco abbagliante, barba pepe-sale e un imbarazzo affilato come la lama di un rasoio, immaginiamo il momento del ritorno in video il 24 novembre prossimo di Sigfrido Ranucci dopo l’estate calda dell’inchiesta sui «proiettili d’amore» di Valter Lavitola, delle rivelazioni sulla discesa in campo (largo) e di tutto il resto. Vedremo che cosa accadrà dopo che Giampaolo Rossi, amministratore delegato Rai, avrà valutato la relazione consegnata ieri dal Comitato etico e che rimarrà secretata, come già accaduto in passato. Le valutazioni del Comitato, filtra dai piani alti della tv pubblica, non determineranno automatismi nella scelta editoriale riguardo la conduzione del programma. Ai vertici c’è forte contrarietà per il danno reputazionale e preoccupazione per le ripercussioni sugli investimenti pubblicitari. E si seguono con attenzione e insofferenza gli sviluppi dell’inchiesta giudiziaria. Difficile credere alla favola dell’attentato finalizzato a innalzare la protezione al giornalista. E accontentarsi del «no comment» opposto dall’avvocato di Lavitola alla domanda se Ranucci fosse a conoscenza della macchinazione del mandante-faccendiere.

Nell’attesa delle decisioni dei dirigenti di Viale Mazzini vien da chiedersi con quale faccia potrebbe ripresentarsi al suo pubblico il conduttore di Report. Quella del frequentatore del bistrot Cefalù gestito dal faccendiere pluricondannato e suo confidente? Quella del mancato candidato premier di centrosinistra sul quale il solito Lavitola aveva testato, con la consulenza di importanti opinionisti, il potenziale consenso? Quella del focoso amante di alcune sue fonti e collaboratrici? Quella di rivelatore, sempre a una fonte amica, della presenza in Rai di sacche di mafia e massoneria? O, infine, quella del giornalista che si paragona ai padri della patria Aldo Moro Piersanti Mattarella Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi da Cosa nostra e dalle Brigate rosse? Si sa, la televisione trasforma le persone, modifica l’autopercezione di chi la frequenta, provocando un distacco dalla realtà che favorisce deliri di onnipotenza. Tanto più se si frequentano adulatori interessati.

Ai piani alti della Rai si studia come salvare un marchio storico fondato nel 1994 e condotto per 22 anni da Milena Gabanelli. La quale ha già declinato l’invito a riprenderne le redini. Tra le ipotesi più accreditate c’è quella dei «due consoli», Giorgio Mottola e Giulio Valesini, che garantirebbero continuità e sarebbero un riconoscimento del valore della redazione. Altri nomi ricorrenti sono quelli di Maria Cuffaro del Tg3, e di Alessio Zucchini, conduttore del Tg1. Rimbalzano anche le ipotesi di Massimo Giletti (Lo stato delle cose), Federico Ruffo (Mi manda Raitre) e Sabrina Giannini (Indovina chi viene a cena), ma in questi casi si scoprirebbero le caselle dei rispettivi programmi. L’ultima ipotesi, trasformare Report nel nuovo Tv7, solo servizi senza conduttore, comporterebbe spostarlo in seconda serata. Tra le varie soluzioni la meno probabile sembra un Sigfrido Ranucci reoladed. Non è facile ricostruire la verginità televisiva dell’ex principe del giornalismo d’inchiesta. Se si volesse farlo a tutti i costi verrebbe da pensare che i dirigenti Rai hanno un basso concetto del servizio pubblico e dei telespettatori di Report. È il caso di escluderlo e di ammettere che gli errori di Ranucci, a prescindere dalle insistenze per la sospensione di Matteo Salvini e dalla strenua difesa degli esponenti dell’opposizione, non possono non avere conseguenze sul futuro del programma.

Certo, nella storia della televisione italiana si è già visto di tutto: da Michele Santoro che, abbandona il seggio di europarlamentare dell’Ulivo per riprendere il microfono di telepredicatore e di conduttore di Annozero su Rai 2, alla collega Lilli Gruber che lascia in anticipo Bruxelles e approda a Otto e mezzo di La7. Mai, però, si sarebbe visto riprendere da dove aveva lasciato un conduttore che ha carezzato l’idea di candidarsi premier dello schieramento avverso al governo che per anni ha bersagliato, in modo monocorde, con il suo programma. Se ciò accadesse, più che nel mondo del giornalismo d’inchiesta, ci troveremmo dentro uno show di cabaret.

 

La Verità, 14 agosto 2026

Chissà perché Dori Ghezzi non dice chi stima a destra

Dori Ghezzi è di sinistra e si è già esposta parecchio. C’è da capirla se dosa le parole, se misura le rivelazioni anche con qualche salutare reticenza. Essere la moglie vedova di un venerato poeta, di un cantautore anarchico e libertario com’era il suo Faber, dev’essere un compito piuttosto impegnativo. A volte anche gravoso, come in questi giorni, e sia detto senza alcuna ironia. Bisogna proteggere la memoria dell’ex compagno. Evitare che lo si spacci come un’icona della sinistra, come hanno fatto decine di pubblicazioni e centinaia di talk show mainstream, e guai a chi eccepisce. Tutelarne l’indipendenza impedendo che qualcuno lo arruoli e lo inscatoli nello schema dei migliori, cosa che lui per primo avrebbe aborrito. Fabrizio De André si proclamava «anarchico e libertario» e di sicuro avrebbe demolito quella forma di razzismo culturale che emana dal senso di superiorità di certi ambienti di sinistra, cantautori compresi, quando guardano dall’alto in basso chi non appartiene alla loro cerchia.

Ieri il Giornale ha pubblicato una lunga intervista nella quale Dori Ghezzi ha ricostruito i fatti accaduti durante il concerto in memoria di De André nella tenuta di famiglia in Sardegna. Ha ribadito le cose dette per smontare la contestazione di Matteo Salvini, presenza indesiderata per una insofferente ragazza in shorts jeans, e per rispondere alla nipote Alice, figlia di Cristiano, che aveva immaginato suo nonno cacciare il segretario leghista dal concerto stesso. Niente di tutto ciò, ha rimarcato Dori: «Fabrizio non mandava via nessuno. Se c’erano contestazioni politiche ai suoi concerti, le sedava e invitava tutti ad ascoltare e confrontarsi. Per lui la musica doveva unire». In buona sostanza, per tutelare l’irriducibilità del marito, Dori Ghezzi ha difeso Salvini, «che conosce a memoria tutte le canzoni di Fabrizio» e ha diritto ad assistere ai concerti, perché, ha sottolineato, «non ci sono selezioni, non ci sono esami di ammissione». Chissà come saranno state lette queste parole dai benpensanti che già le rinfacciano la disponibilità al dialogo con «uno come Salvini». Tanto più che, indifferente all’ulteriore scandalo, Dori si è spinta a rivelare che una volta lei e Faber stavano per votare uno di destra, per le sue doti, il capo della forestale… Poi non se ne fece nulla perché il Partito sardo d’azione riuscì a non farlo candidare. Il pepe dell’intervista, però, arriva nella coda quando la compagna di De André risponde alla domanda se, pur essendo di sinistra, c’è una figura di destra che stima? «Sì, ma non voglio parlare di questo. Non voglio fare nomi», ha chiuso lasciandoci con la curiosità. Chi sarà mai la personalità di destra che gode della stima della moglie dell’autore più irregolare e anarchico della canzone italiana? Un’altra donna di carisma? Il frequentatore dei concerti in memoria del marito? Qualcun altro che si muove più nell’ombra? C’è da capirla, si diceva. C’è da capire questa sua piccola reticenza pro-sopravvivenza. Avete presente quanti anatemi e scomuniche si è beccato Francesco De Gregori solo per aver detto che non si sente obbligato ad avere un’opinione su tutto e a schierarsi su Gaza o l’Ucraina durante i concerti. Bene, immaginatevi la disapprovazione dell’establishment, il disappunto dei salotti chic, le sopracciglia di Fabio Fazio e Lilli Gruber, il digrignare di Massimo Giannini e Andrea Scanzi se la sagoma del destrorso avesse fatto capolino nelle parole di Dori… No, molto meglio non farlo quel nome.

 

La Verità, 13 agosto 2026

La Rai richiama Ranucci: «Io troppo generoso»

Caro Sigfrido, voglio richiamare la tua attenzione sulle dichiarazioni da te rese nel corso della trasmissione di un’emittente concorrente di cui sei stato ospite e in particolare sulle affermazioni concernenti il ministro della Giustizia Nordio». Comincia così la lettera di Paolo Corsini a Sigfrido Ranucci, conduttore di Report che martedì scorso, nello studio di È sempre cartabianca, ha detto che il Guardasigilli ha visitato il ranch di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti, in Uruguay. Si tratta di una «lettera dialettica» del direttore degli Approfondimenti da cui dipende il programma di Rai 3, seguita a un colloquio telefonico intercorso tra Ranucci e Corsini, e giudicato da quest’ultimo non risolutivo. Anche se la lettera non è un provvedimento disciplinare, perché non concordata con le Risorse umane dell’azienda, cui però, insieme all’ufficio Affari legali, è stata inviata per conoscenza, tuttavia, il conduttore di Report è rimproverato per la scarsa deontologia del suo comportamento.
È questa la risposta della Rai alla richiesta di provvedimenti avanzata da Fdi tramite la vicepresidente della Commissione di vigilanza Augusta Montaruli. All’indomani dell’incidente, il malumore del partito di maggioranza si è scaricato sui massimi dirigenti di Viale Mazzini che preferiscono non fare dichiarazioni. Giampaolo Rossi risponde che è in riunione. Lo stesso Corsini rimanda al testo della lettera a Ranucci. L’argomento in discussione nel talk show di Rete 4 era la controversa grazia concessa dal capo dello Stato Sergio Mattarella all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi, con il tentativo dell’opposizione di scaricare la responsabilità del provvedimento sul Guardasigilli chiedendone le dimissioni e, a cascata, quelle di Giorgia Meloni. «Una voce poco fa mi ha detto che Carlo Nordio in marzo era in Uruguay ospite del ranch di Giuseppe Cipriani dove ci stava anche la Minetti e dove si organizzano festini», si era lanciato improvvidamente a dire Ranucci. Solo che, di fronte alla smentita del ministro, intervenuto in diretta, il principe del giornalismo d’inchiesta aveva balbettato, senza saper precisare tempi e circostanze della visita. Insomma, prima le accuse e poi i controlli. Il giornalista aveva parlato di una pista ancora da verificare, invitando alla visione della prossima puntata di Report, ironia della sorte davanti a Mario Giordano, anche lui ospite e conduttore del concorrente Fuori dal coro, in onda su Rete 4 come È sempre cartabianca. Bingo, con una notizia che era niente più che un’illazione diffamante.
Questo comportamento rischia «di esporre te e l’Azienda», prosegue la lettera di richiamo di Corsini, «a possibili conseguenze, quanto meno sul piano reputazionale. Sono certo che converrai sul fatto che dare pubblicamente spazio a voci non ancora verificate possa finire per compromettere non solo la credibilità dei nostri programmi d’inchiesta, ma anche quella dell’intero servizio pubblico». Basterà questo rimprovero a placare l’ira del partito di maggioranza e, a quanto si vocifera, della stessa premier nei confronti sia della tv di Stato che di Mediaset, rea di aver consentito nel talk di Bianca Berlinguer l’attacco di Ranucci e Rula Jebreal al governo?
In Rai, dopo la lettera l’imbarazzo è stato sostituito dal disappunto. Il vicedirettore ad personam Ranucci è recidivo. Un habitué dell’ospitata deflagrante dietro il paravento della presentazione di un libro, «ne scrive uno ogni sei mesi» sibila qualcuno, o la promozione del programma. Quando poi è davanti alle telecamere esonda e si schiera senza remore, per esempio annunciando ai quattro venti il suo No al referendum sulla giustizia. Già nel giugno scorso, in un’altra lettera dopo le comparsate a Otto e mezzo e Piazzapulita, l’azienda era stata costretta a ricordargli le regole di queste uscite. Ora, nel caso in cui il ministro Nordio sporgesse denuncia, la Rai non assicurerà le tutele legali che, invece, ha sempre garantito a Report, compreso quando l’ex ministro Gennaro Sangiuliano aveva querelato per la diffusione della famosa telefonata con la moglie. «Non ho timori di affrontare in giudizio il ministro della Giustizia che è anche custode dell’Albo dei giornalisti», annuncia il conduttore. Che poi la butta sui massimi sistemi: «Ci sono cose che hanno un prezzo e altre che hanno un valore. E per me la libertà di informazione è un valore inalienabile dell’umanità». Rimanendo nell’alveo della banale concretezza, sebbene Ranucci sostenga di non guardare in faccia nessuno, in realtà, le sue inchieste sembrano perseguire il centrodestra con predilezione per Fratelli d’Italia, come dimostrano quelle sugli ex ministri Sangiuliano e Daniela Santanché. Così, la schiena dritta si curva nella militanza. «Pur riconoscendo sempre il valore del giornalismo e l’autonomia editoriale della tua trasmissione», conclude Corsini, «non posso esimermi dall’evidenziare la necessità che ogni informazione diffusa sia sempre adeguatamente verificata e supportata da solidi riscontri, proprio nel rispetto degli standard del servizio pubblico». Tutte cose che Ranucci certamente sapeva. Ma la sagoma di Nordio, già nell’occhio di Mattarella e delle opposizioni, dev’essergli sembrata una preda troppo ghiotta.
Non sei stato avventato parlando della presenza del ministro nel ranch di Cipriani senza prima aver verificato la notizia? «No, semmai sono stato troppo generoso», risponde alla Verità il conduttore. In Rai c’è chi dice che dovrebbe essere chiamato a giustificare il suo comportamento alla Commissione di vigilanza. Qualcun altro ritiene che stavolta dovrebbe intervenire direttamente il Consiglio disciplinare dell’Ordine dei giornalisti.

 

La Verità, 1 maggio 2026

 

Salvini, Delmastro e la fiaba dei giovani costituzionalisti

Cinque motivi della sconfitta più una favoletta di neoromanticismo politico.

A due giorni dal flop del Fronte del Sì al referendum, ora che il polverone post-spoglio si sta diradando, si iniziano a intravedere alcune ragioni della clamorosa sconfitta. Sconfitta lacerante perché densa di conseguenze: per il governo in carica con le attese dimissioni al ministero della Giustizia e per l’agenda dell’ultimo anno di legislatura; per la possibilità di migliorare anche in futuro la giustizia in Italia, relegandoci al livello dei Paesi retti da autocrazie o vere e proprie dittature dove le carriere dei magistrati sono unificate; per la possibilità, infine, di immaginare altre riforme che comportino modifiche alla Costituzione.

Ecco gli errori della campagna referendaria.

La latitanza di Matteo Salvini Durante tutta le settimane precedenti al voto il leader della Lega nonché vicepremier ha mantenuto un comportamento che, a essere benevoli, si può definire enigmatico. Volendo essere realisti bisognerebbe parlare di atteggiamento incomprensibile. Inspiegabile. In questi anni Salvini (da ex ministro degli Interni del governo Conte) è stato bersaglio della magistratura politicizzata. Sottoposto al processo per sequestro di persona e rifiuto di atti d’ufficio per lo sbarco negato di 147 persone soccorse dalla Ong Open arms, un processo durato tre anni, dal vicepremier ci si aspettava un protagonismo personale e un coinvolgimento del suo partito ben diversi. Invece ha assunto una posizione molto defilata. Il giorno dell’esito della consultazione era a Budapest per una riunione con altri leader sovranisti.

Tardive dimissioni di Delmastro (e di Giusi Bartolozzi) Difendere sempre la squadra va bene perché la compattezza del gruppo è apprezzabile. Ma se c’è un’eccezione è quando si rischia di mettere a repentaglio un traguardo inseguito da decenni com’era il completamento della riforma dell’ordinamento giudiziario per il giusto processo. Un obiettivo che avrebbe caratterizzato l’intera legislatura. È mancata la tempestiva richiesta della premier: Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, avrebbe dovuto essere sciolto dalle sue responsabilità per potersi difendere liberamente, senza rischiare di incrinare la trasparenza della squadra di governo (già peraltro intaccata dalla permanenza nel proprio ruolo di Daniela Santanchè).

Eccesso di tecnicismo Alla strategia di politicizzare il confronto studiata da Dario Franceschini si è scelto di replicare concentrandosi nel merito della riforma, sicuri delle ragioni del cambiamento. Purtroppo, si è esagerato in tecnicismi sui due Csm e i relativi sorteggi, mentre sarebbe stato più efficace sottolineare maggiormente la creazione dell’Alta corte disciplinare sulla base del principio che «Chi sbaglia paga». I magistrati, come tutte le categorie professionali. Gli esponenti del No hanno suonato solo due note per tutta la campagna: l’assoggettamento della magistratura al potere politico e l’intoccabilità della Costituzione. Due falsità, ma efficaci e vincenti.

La comunicazione disordinata Ognuno si è mosso per conto proprio. I leader di partito, la premier, i ministri. Solo nelle ultime due settimane, a sorpasso del No ormai compiuto, si sono mobilitati Giorgia Meloni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, Arianna Meloni e Giorgio Mulè di Forza Italia. Troppo tardi. Ancor più dopo che le gaffe del ministro della Giustizia Carlo Nordio e della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi avevano creato grave imbarazzo a tutto lo schieramento, pareggiando gli sfondoni dei testimonial del No (immaginate quanto avrebbero pesato le intemperanze e le citazioni fasulle di Nicola Gratteri senza le infauste uscite del Guardasigilli e della sua assistente).

Niente chiusura unitaria della campagna Altro grave errore: non aver previsto un momento finale comune delle componenti del Sì. Tutti i leader della maggioranza insieme sul palco con i testimonial del Comitato SiSepara avrebbero avuto un loro impatto. Niente. È stata la conseguenza della mancanza di strategia di comunicazione unitaria. Forse ci si sentiva sicuri della vittoria. Errore di superficialità e presunzione.

Il tema dell’inviolabilità della Carta vantato da molti testimonial del No introduce quello del nuovo innamoramento di analisti e commentatori. I giovani per la Costituzione. I patrioti per la Costituzione. La più bella del mondo, intoccabile. La Generazione Z, la Generazione Gaza. Detto senza giri di parole, che ne sanno i giovani dell’inalterabilità della Costituzione? Dal 1948 a oggi è stata modificata una ventina di volte, le ultime nel 2001, per la riforma del Titolo V (redistribuzione delle competenze tra Stato e regioni), e nel 2020, per la riduzione del numero dei parlamentari. E, senza referendum, quando sono stati inseriti in Costituzione il pareggio di bilancio e la difesa dell’ambiente. Quanto ai giovani che catalizzano la narrazione post referendaria, più che di patriottismo sembra corretto parlare di «feticismo costituzionale». Quello che ha ammaliato i tantissimi che ancora non sono entrati in un’aula di tribunale o non hanno visto come ne sono uscite le vittime della sciatteria di tante indagini, da Enzo Tortora (vedere la serie Portobello di Marco Bellocchio su Hbo Max) a Beniamino Zuncheddu (32 anni di galera da innocente) fino a Stefano Esposito (Massacro giudiziario di Ermes Antonucci per Liberilibri). Tanto per citare, non a caso, i primi nomi che vengono alla mente…

 

Autogol della destra in Rai: chiuso il programma di Foa

Chiamarla RadioMeloni va di moda, ma poi, se non appartieni al mainstream, con tutte le credenziali e i timbri giusti, non duri. Prima o poi un motivo si trova per buttarti giù ed estrometterti dal consesso. E pazienza se la tua voce allarga il perimetro del dibattito e sfonda i confini del prevedibile. L’autogol di giornata del centrodestra è la cancellazione di Giù la maschera, la striscia del mattino di Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente della Rai di formazione montanelliana Marcello Foa, con la partecipazione di Peter Gomez, direttore del Fatto quotidiano online, della sondaggista Alessandra Ghisleri, di Giorgio Gandola, grande firma della Verità e Panorama e, all’inizio, del sociologo Luca Ricolfi. Una squadra di conduttori indipendenti. Eppure, sorpresa a ciel sereno: il programma che due anni fa aveva sostituito Forrest di Marianna Aprile e Luca Bottura è sparito dal palinsesto senza spiegazione alcuna. Silenzio dai vertici aziendali. Imbarazzo ai piani alti di Via Teulada. Sverniciato come un graffito su un monumento. Solo che qui si parla di una rubrica radiofonica di approfondimento di un’ora al giorno. Informazione, confronto delle idee, libertà nella scelta degli argomenti. Un programma di cui il servizio pubblico dovrebbe andare fiero. «Pluralismo non è solo far parlare ospiti che hanno opinioni diverse o opposte, ma anche non avere argomenti tabù, affrontando anche quelli che altrove si evitavano», racconta Gomez che si dice «sbigottito» per quanto successo. «In questi due anni, abbiamo parlato di tutti i temi caldi, compresa la riforma della Rai. Mai una volta che sia stato detto: questo argomento meglio evitarlo».
La faccenda clamorosa è che il programma funzionava, sebbene Radio 1 fosse in lieve calo e da qualche tempo abbia deciso di non pubblicare i dati di audience. A confermare il successo della striscia c’erano i riscontri degli ascoltatori, gli apprezzamenti del pubblico, la scia di reazioni sui social. «La cosa curiosa», è sempre Gomez a raccontare, «è che per la strada la gente non mi diceva l’ho vista in tv (per L’alieno in patria, in onda su Rai 3 ndr), ma l’ho ascoltata in radio».
Ieri Foa ha postato sui social un video con tutta la sua amarezza. Dopo la promessa del nuovo direttore di Radio 1 Nicola Rao, considerato vicino a FdI, subentrato a Francesco Pionati, di inclinazione leghista, di farsi sentire entro la prima quindicina di luglio, nessuno si è più fatto vivo. «Come accade in Rai quando c’è un cambio di direttore i partiti politici hanno messo la loro voce per cercare di influenzare i palinsesti. È così da tanti anni. Quello che però è accaduto è abbastanza sconcertante perché il sottoscritto, ex presidente della Rai, non ha avuto notifica della decisione. L’ho appresa per caso dai media. E poi, questo è molto importante, perché gli altri programmi sono stati confermati», continua Foa. «Il principale a essere stato cancellato è proprio Giù la maschera. Finora, nessun politico di centrodestra ha avuto il coraggio di pronunciarsi su questa vicenda».
Un anno fa Giù la maschera era stato potenziato. «Certo», riprende l’ex presidente, «sull’Ucraina, su Gaza, sul Covid non ci siamo appiattiti sulla retorica ufficiale. Anche sull’Unione europea o le elezioni in Romania, ricordo una puntata che fece discutere. Ma davamo spazio a tutte le posizioni». Ogni giorno il programma affrontava un solo argomento introdotto da un breve editoriale di Foa, poi c’erano le interviste, gli approfondimenti e il confronto, mentre la conclusione era affidata al co-conduttore. «Foa è una persona pacata», riprende Gomez, «abbiamo posizioni diverse, ma siamo persone intellettualmente oneste. Il dialogo era sempre tranquillo, poi, certo, qualcuno poteva risultare più efficace di altri, ma questo appartiene all’ordine delle cose».
Giù la maschera era attento alla geopolitica e alle crisi internazionali su cui si faceva vanto di invitare intellettuali autorevoli, dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, a Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari internazionali, da Alan Friedman, che attaccava immancabilmente Donald Trump, al giornalista Alessandro Nardone che sapeva farne una difesa efficace. Su Gaza e la crisi mediorientale gli ospiti andavano da Fiamma Nirenstein a Gabriele Segre, da Gianandrea Gaiani di Analisi e difesa alla controversa Francesca Albanese. Un programma troppo sovranista? «Un programma libero e per questo, probabilmente, scomodo», è la risposta dell’ex presidente Rai. Avevate qualche nemico dentro l’azienda? Magari l’Usigrai… «Certo, l’Usigrai non apprezzava il nostro lavoro», ammette Gomez, «ma non credo abbia molta influenza sui vertici di questa Rai».
Forse no, adesso però nei suoi uffici scorre lo champagne. Il silenzio dei vertici conferma che la chiusura deriva dalla scomodità di un programma che tra i primi ha rivelato i problemi di salute di Joe Biden. Che ha mandato in onda l’audio di Mario Draghi al Senato in cui diceva che il blocco degli stipendi è stata l’arma scelta per mantenere competitività in Europa. Che sulla crisi tra Israele e Palestina ha tenuto una linea autonoma. E che non disdegnava sconfinamenti su religione e scienza, con le ospitate a Federico Faggin, a Guidalberto Bormolini, padre spirituale di Franco Battiato, alla madre di Carlo Acutis.
Nei giorni scorsi l’ex presidente Monica Maggioni si è licenziata dalla Rai ottenendo la garanzia di mantenere la conduzione di In mezz’ora su Rai 3. «Non si possono fare paragoni», risponde Foa, «perché Monica Maggioni è sempre stata una dipendente Rai, io ho un percorso diverso». Diverso è anche il trattamento riservato ai vostri programmi. «È una domanda da rivolgere ai vertici aziendali». Che però sono spariti. «La mancata comunicazione della decisione con una qualche motivazione è ciò che più mi amareggia. Forse hanno ragione Marcello Veneziani ed Ernesto Galli della Loggia quando parlano della mancanza di un cambio di passo di questa maggioranza. Magari quelle critiche meritano di essere approfondite. Io non ho mai chiesto favori alla politica», conclude Foa, «ma se, forse, potevo aspettarmi di essere estromesso da una Rai di sinistra, mi sembra sorprendente che lo faccia una Rai che si considera di destra».
La chiamano RadioMeloni. Ma FdI e Lega sono riuscite a cancellare uno dei programmi più liberi e indipendenti della Rai. Elly Schlein non avrebbe saputo fare di meglio.

 

La Verità, 29 agosto 2025

Dialogo tra un boomer e Gaia, assistente virtuale

Abbiamo tutti fatto esperienza di esasperanti attese con i call center di vari servizi pubblici e privati: «Se volete parlare con l’ufficio vendite digitate 1, se volete parlare con…». Ma una cosa come quella di stamattina, quando ho chiamato il concessionario di un’importante casa automobilistica straniera per fissare un appuntamento, non mi era ancora successa. Dopo il breve interrogatorio e il dirottamento al centralino desiderato, parte la solita solfa: «Ci scusiamo per l’attesa, tutti gli operatori sono momentaneamente occupati…». Dotato di auricolari, mi dispongo ad aspettare dedicandomi ad altro. Finché una voce femminile mi spiazza: «Buongiorno, sono Gaia, la sua assistente virtuale, in che cosa posso esserle utile?». Dopo un attimo di sbandamento, blatero laconico: «Vorrei prenotare un appuntamento». «Per quale necessità», incalza la voce dall’altra parte. «Dovrei cambiare gli pneumatici e fare altri controlli», mi giustifico – sempre ricorrendo al condizionale. Mentre parlo, sento il ticchettio sulla tastiera, chissà come attivata, penso tra me. «Ho preso nota», è la risposta, «verrà ricontattato al numero da cui ci sta chiamando, se acconsente». Acconsento. Rapido ticchettio. L’assistente virtuale mi ringrazia e si scusa per un’ultima domanda: «Da 1 a 5 come classificherebbe la mia assistenza?». Uno, rispondo. «Perché?», m’interroga l’entità con cui sto dialogando dopo una pausa che sembra di sorpresa, «lo chiedo per sapere come posso migliorare». «Temo che non possa», replico, «vorrei parlare con un assistente in carne e ossa». Ticchettio e click, senza saluti. Mentre aspetto che qualcuno mi richiami continuo a chiedermi se l’ho offesa.

 

La Verità, 24 ottobre 2024

Gli «imbavagliati» si lamentano a reti unificate

Sabato sera, rientrando da una gita, ho acceso la tv trovandola sintonizzata su La7, il canale dove l’avevo spenta al mattino. A In altre parole Massimo Gramellini diceva rivolto a Roberto Vecchioni: la prossima settimana quest’uomo incontrerà il capo dello Stato Sergio Mattarella e, dopo esser stato ricevuto da papa Francesco, chiuderà un concerto sul sagrato di piazza San Pietro. «Quest’uomo». A quel punto sono saltato su Rai 3, cadendo dentro Chesarà della «co-censurata» Serena Bortone, imbattendomi in Gene Gnocchi con inguardabili calzini grigi copri-malleolo che sbertucciava in serie Roberto Vannacci, Matteo Salvini e i pro-life. Tornato su La7, dopo una stoccatina al solito generale, Gramellini stava dando il benvenuto a «un altro Roberto», ovvero Saviano. In cerca di riparo, ho virato su Rete 4. Ma lì, tra gli ospiti di Stasera Italia spiccava Giovanna Vitale di Repubblica, inflessibile nello stigmatizzare il premier Giorgia Meloni, «che non si è mai dichiarata antifascista», e «l’ossessione per il controllo dell’informazione che passa per il controllo della Rai». Insomma, gli imbavagliati imperversavano a reti unificate.
Quella stessa mattina, sotto il titolo d’apertura «Libertà, l’Italia arretra», dalle colonne del quotidiano di proprietà del gruppo Gedi, la medesima Vitale aveva nuovamente rilanciato l’allarme democratico, paventando «l’occupazione militare dell’informazione targata Fratelli d’Italia (…) che risponde a un preciso disegno di potere e di sdoganamento della cultura post-fascista concepito a Palazzo Chigi». Proprio così, il regime è dietro l’angolo. Forse, già davanti. Insieme agli opinionisti dei gruppi editoriali legati all’opposizione lo denunciano il segretario della Fnsi Vittorio Di Trapani, già leader dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico che ieri ha imposto un giorno di sciopero dei tg. Uno dei più politici degli ultimi decenni, le cui motivazioni contro l’accorpamento delle testate e la mancata stabilizzazione dei precari sono il contorno della vera ciccia, ovvero la Rai ridotta a «megafono governativo» e (l’inesistente) caso Scurati.
Sommessamente, a me pare che qualcosa non torni. E che coloro che lamentano la «deriva orbaniana» lo facciano strillando contro TeleMeloni e l’avvento dell’egemonia della destra comodamente seduti negli studi di Lilli Gruber, di Marco Damilano, di Serena Bortone o di Giovanni Floris. Sarebbe interessante quantificare la frequenza con cui i talk show riveriscono direttori, editorialisti e grandi firme, da Maurizio Molinari a Massimo Giannini, da Stefano Cappellini a Michele Serra, da Concita De Gregorio a Corrado Augias, solo per stare al quotidiano che denuncia l’italica riduzione delle libertà.
Per circostanziare un attimo lo stato delle cose può tornare utile un’occhiata a una settimana tipo di programmazione serale. Scorrendola in orizzontale si trovano le varie strisce quotidiane: su La7 c’è il sempre uguale a sé stesso Otto e mezzo, mentre su Rete 4 il nuovo Prima di domani può vantare le new entry di Stefano Cappellini, Concita De Gregorio, Ginevra Bompiani e Gad Lerner. Su Rai 3 l’ex direttore dell’Espresso Marco Damilano conduce Il cavallo e la torre e, dopo il Tg1, Bruno Vespa condensa il suo «approfondimento» in Cinque minuti. Passando al palinsesto verticale, il lunedì sera ci sono Quarta Repubblica di Nicola Porro su Rete 4, le inchieste di cronaca di Far West di Giuseppe Sottile (Rai 3) e i reportage di Cento minuti di Corrado Formigli e Alberto Nerazzini su La7 che, dopo La torre di babele di Corrado Augias, riempiono il vuoto lasciato dallo spostamento di Report alla domenica. Il martedì il salotto di Giovanni Floris è il think tank dei guru d’opposizione (Pier Luigi Bersani, Michele Santoro, Augias e Romano Prodi) e su Rete 4 Bianca Berlinguer cerca una problematica quadratura bipartisan in È sempre cartabianca, mentre su Rai 3, al fallimento di Avanti popolo si è fatta seguire l’irrilevanza di Petrolio di Duilio Gianmaria. Il mercoledì, grazie alle inchieste e agli ascolti, resta Fuori dal coro di nome e di fatto Mario Giordano. Il giovedì su La7 Piazzapulita di Corrado Formigli punta a vincere il concorso di programma più antimeloniano dell’etere, perdendo però regolarmente con Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio (Rete 4). Il venerdì sera si può scegliere tra l’antagonismo di Propaganda live (La7), che insidia le ambizioni di Formigli mixando i «monocordologhi» di Andrea Pennacchi con il retroscenismo left oriented di Filippo Ceccarelli, e la satira d’opposizione di Fratelli di Crozza sul Nove. Il sabato, come detto, ci aspetta la coppia fotocopia Massimo Gramellini e Serena Bortone (rischiando il gulag Vecchioni e Gramellini sono stati i primi a declamare il testo di Scurati sul 25 aprile). La domenica sera, invece, si chiude in bellezza con Zona bianca di Giuseppe Brindisi, che l’altro ieri ha intervistato Giuseppe Conte, Report di Sigfrido Ranucci su Rai 3 e, sul Nove, il velluto blu innervato di vendette anti-Rai di Che tempo che fa.
Questo è il quadro del regime che ci sta avvolgendo e nel quale le poche voci dissidenti rischiano quotidianamente la strozza. In realtà, «non c’è mai stata libertà d’informazione come oggi», ha detto Antonio Padellaro, incenerendo la povera Bortone. Anzi, pur considerando le tre serate di Porta a porta (di certo più bipartisan di Linea notte), l’equilibrio di Quarta Repubblica e il controcanto di Diritto e rovescio e Fuori dal coro, la teleinformazione serale resta orientata dalla solita parte. Per certi versi, con Bianca Berlinguer a Mediaset, la bilancia è più sbilenca di prima. Nelle intenzioni, la chiamata dell’ex direttrice del Tg3 doveva essere la contromisura all’annunciato spostamento a destra dell’informazione Rai. Invece, considerati i flop e il lungo rodaggio che stanno rendendo una chimera il «riequilibrio» della tv pubblica, il risultato finale è che l’asse dell’infosfera rimane, nel suo complesso, tuttora ben spostato a sinistra. Con buona pace dei presunti perseguitati dal regime.

P.s. Come hanno documentato i biglietti ferroviari e la prenotazione dell’hotel per la trasferta romana in occasione della partecipazione al programma Chesarà, Antonio Scurati non ha subito alcuna censura da parte della Rai.

 

La Verità, 7 maggio 2024

La sala stampa non ci sta e tira Ama dalla solita parte

Niente da fare. Non si rassegnano. Un Festival di Sanremo non militante non può esistere. Meno che mai se non orientato dalla solita parte. Giornalisti, cronisti, critici e guastatori non si danno pace. Com’è possibile? Neanche uno straccio di monologo, un predicozzo, qualcosa che arruffi le platee e il benpensantismo gauchiste. Nemmeno un collegamento con, chessò, un Roberto Saviano. O un manifesto Lgbtq+. O una bella intervista a Nichi Vendola. Niente? Ma che Festival è? Eppure Amadeus l’aveva anticipato chiaro e tondo: è meglio se la politica sta fuori dall’Ariston. Detto per inciso, peccato averci pensato solo al quinto anno (magari per favorire la permanenza di Roberto Sergio, sagace spalla di Fiorello, sulla poltrona di amministratore delegato Rai). Comunque sia, il messaggio non è passato e la sala stampa ribolle.

Ieri, il capolavoro, dal suo punto di vista, l’ha compiuto Enrico Lucci, guastatore di Striscia la notizia. Interrompendo la serie di domande rivolte a Marco Mengoni debuttante nel ruolo di co-conduttore, ha chiesto al megadirettore artistico con la sua aria faceta da Tenente Colombo: «Teniamo la politica fuori dal Festival, ok. Ma ti puoi definire antifascista?». «Certo», ha abbozzato Amadeus, cosa poteva rispondere? «Anch’io», si è subito accodato Mengoni. «E allora fateci un accenno di Bella Ciao», ha incalzato Enrichetto. Attimo d’imbarazzo. «Qualche anno fa ho tentato di invitare due interpreti de La casa di carta», ha provato a deviare il discorso il conduttore. Ma Lucci non si è accontentato. «Dài, accennatela insieme». Così, Amadeus e Mengoni hanno intonato: «Una mattina mi son svegliato…», mentre buona parte della sala stampa ha subito accompagnato con battito di mani a tempo. «Per la gioia della Meloni», ha commentato Lucci. Il quale, va detto, innesca queste micce per goliardia oltre che per militanza disincantata.

Da due giorni si parla della presenza di una rappresentanza del movimento dei trattori a una serata della kermesse. Verranno? E quando? In un primo momento, la Rai ha smentito trattative ufficiali con esponenti della protesta. «Porte aperte», ha ribadito Amadeus. L’ipotesi più probabile è che il passaggio avvenga nella serata di venerdì, quella dei duetti. «Ma in ogni caso non sarà un comizio», ha precisato. Del resto, «quest’anno non sta succedendo niente, l’ospite di sabato potrebbe essere il Codacons», aveva gigioneggiato Fiorello, abituato a dire la verità anche quando cazzeggia. Insomma, per rompere la calma piatta, il Festival si attacca al trattore. «È un problema serio e importante che riguarda non solo l’Italia», ha chiosato Amadeus. «Ho detto di sì e rimango di questa idea. La fase successiva è che qualcuno contatti la Rai ed esprima il desiderio di essere presente».

Però, dài. I trattori sono roba troppo popolare e così poco glamour. Perciò, non ci si rassegna. E si prova in tutti i modi a colorare l’evento alla solita maniera. «Visto che ci è piaciuta Bella ciao, restiamo in quel mood», è intervenuto un collega di Fanpage, «se venisse qualche ragazzo di Ultima generazione accetteresti anche loro?». Amadeus ha dondolato il nasone: «Lo spazio a Sanremo non è illimitato. Ci sono tanti argomenti che sarebbero da trattare. Mercoledì avremo Giovanni Allevi con la sua testimonianza sulla malattia, giovedì Stefano Massini e Paolo Jannacci ci parleranno delle morti sul lavoro. L’Ariston non può essere un palco dove portare tante manifestazioni di protesta. I trattori sono un fenomeno europeo. Non ne faccio una questione politica, ma di persone. La politica poi sposa delle cause. Io ho fatto l’agrario, mi hanno detto di andare a zappare, lo so fare e so anche guidare il trattore. E so che si tratta di persone in difficoltà. Non sono contro qualcuno».

Insomma, respinti con perdite i tifosi dell’Ariston arcobaleno. Il fatto che quest’anno in gara ci sono trenta cantanti non andrebbe sottovalutato. Bisogna andare di corsa e già stanotte abbiamo avuto un assaggio dell’orario in cui cala il sipario. Non c’è spazio per prediche, invettive, moralismi e performance che non siano quelle canore, dei grandi ospiti o, al massimo, per i promo delle fiction della casa madre. Nemmeno, in assenza di Lucio Presta, l’agente da cui Amadeus ha divorziato che nel 2023 fu il regista della partecipazione di Sergio Mattarella e Roberto Benigni alla serata per i 75 anni della Costituzione, si prevedono altre ospitate politicamente orientate.

I nostalgici dei monologhi dovrebbero cominciare a rassegnarsi. È vero: vasto programma. «Senti, Marco, visto che nei tuoi concerti alle canzoni alterni spesso dei monologhi, non è che anche qui…», gli ha chiesto il giornalista musicale del Corriere della Sera. «Amadeus ha già detto che i monologhi non ci saranno…», ha risposto, paziente, Mengoni. «Ci sarà un po’ di tutto… seguiremo il flow della serata». Ecco.

 

La Verità, 7 febbraio 2024

Grillo torna comico, punge Conte e attacca Bongiorno

Dopo Patrick Zaki, Vincenzo De Luca ed Elly Schlein, ecco Beppe Grillo presentarsi davanti all’acquario di Che tempo che fa. Più ancora che il Parlamento, dove agiscono deputati e senatori dem e pentastellati, e le piazze, dove si sventolano bandiere e si urlano slogan per battere le destre, è la televisione il territorio più visibile dell’opposizione al governo Meloni. Grillo arriva per consolidare l’altalenante intesa intravista in piazza del Popolo a Roma, con Giuseppe Conte presente alla manifestazione Pd, circondato dai suoi colonnelli e dai pontieri di Schlein? È la domanda che sta sottotraccia all’ospitata del comico genovese nel programma del conduttore savonese. Una connessione anche geografica, non senza spinose interruzioni nascoste nel passato. Ma risposte non ne sono arrivate. Grillo entra e porge a Fabio Fazio una campanella: «Se esagero, mi fermi». Il conduttore lo aveva presentato con gli epiteti e gli insulti che lo precedono nei suoi show a teatro: Grillo è il peggiore. «Sono qui per capire chi sono. Sono davvero il peggiore? Voglio capire in base a quello che voi vedete in me», dice rivolto al pubblico in studio. Intanto ingrana la retromarcia dalla politica: «Non posso condurre e portare a buon fine un movimento politico. L’ultima intervista che ho fatto in tv abbiamo perso le elezioni e quelli che ho mandato affanculo adesso sono al governo». È l’ammissione di un fallimento. Il comico, l’uomo di spettacolo subentra al leader del M5s. Anche se sottolinea alcune cose buone fatte o suggerite sulla transizione ecologica. Salta da un argomento all’altro, «la televisione finta», «le statistiche finte», i giornali online «che sono peggio di quelli cartacei, c’è la foto di un bambino morto e poi subito a fianco Jennifer Lopez in mutande». Fazio tenta di arginarlo. L’idea di promuovere il campo largo non passa. Poi «ci sono alcuni personaggi inopportuni, come l’avvocato Giulia Bongiorno, che è presidente della commissione giustizia e fa dei comizietti davanti ai tribunali». Per inciso, è anche l’avvocato difensore della vittima di stupro nel processo che vede imputato suo figlio Ciro. Fortunatamente il conduttore lo ferma.

Schlein, De Luca, Grillo: sul Nove il campo largo è una telerealtà certificata dal ritorno in televisione a quasi dieci anni dall’ultima volta, ospite di Bruno Vespa, del comico fondatore e ora garante del M5s. Era il 19 maggio 2014, praticamente un’altra era politica, quando Beppe Grillo si era accomodato sulla poltroncina bianca di Porta a Porta e aveva sparato la sua raffica contro l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, definito «l’ebetino». E ancora più lontani sono i tempi in cui, febbraio 2013, annunciando che sarebbe andato a cantare al Festival di Sanremo quell’anno condotto da Fazio, il comico genovese definiva Che tempo che fa il «programma stuoino del Pdmenoelle». Ora il Pdl non c’è più, è rimasto solo «il Pdmenoelle», nel frattempo diventato alleato dei Cinque stelle prima nel governo giallorosso e, potenzialmente, ora all’opposizione. Perché, soprattutto, adesso c’è la destra al governo e, dunque, ecco la rimpatriata dei liguri Fazio e Grillo, tra Francesco Guccini e Bella ciao, l’immancabile Roberto Burioni e l’ideologo della compagnia, Michele Serra. Il quale, in apertura di serata, con un’acrobazia consentita ai saltimbanchi dell’ideologia, citando San Francesco e «sorella morte», ha appoggiato il primato della volontà di morte dei medici inglesi sul desiderio di vita dei genitori di Indi Gregory.

Poi ci avevano pensato le grandi firme del giornalone unico a preparare il terreno alla questione all’ordine del giorno. Il campo largo si avvicina o no? «La piazza c’è, l’alternativa non ancora» (Massimo Giannini), «Le persone ci sono, adesso bisogna vedere i leader cosa costruiscono, anche perché a questo governo fa bene l’opposizione» (Fiorenza Sarzanini).

Ma Grillo ha scombinato i piani e deluso le attese. La sua autocritica sembra sincera e diventa un torrente inarrestabile, fra transizione ecologica e attacchi sparsi. Fa un sondaggio col pubblico: ditemi cosa devo fare, il comico o il politico? Ma queste idee le dai a Conte?, prova a riportarlo sul binario della politica Fazio. «Luigi Di Maio era il politico più preparato che avevamo. Siamo stati noi a scegliere Conte. Non si può fare l’opposizione totale, sempre: anche un orologio fermo due volte al giorno segna l’ora giusta. Questo governo è una decalcomania, più gli sputi sopra più si appiccica. Adesso lasciamo che facciano da soli. Conte l’abbiamo scelto perché non potevo andare avanti sempre con il vaffanculo. È un bell’uomo, laureato, curriculum prestigioso, sapeva l’inglese, quando parlava si capiva poco perciò era perfetto per la politica, poi è migliorato. Adesso ci mette un po’ più di cuore, siamo stati un movimento evangelico, siamo nati il 4 ottobre, San Francesco. Questo governo fa quello che può. Non è tutta colpa di questo governo… Avete visto i giovani? Sono depressi, demotivati, non credono più a niente, neanche in Dio. La scomparsa di Dio è un fatto grave, io non sono credente, ma senza Dio è un problema, non ci sarebbe niente, non ci sarebbe più l’arte, c’è un algoritmo. Il cristianesimo ha fatto la nostra storia, la nostra cultura. Siete sorpresi? Lo capisco…».

 

La Verità, 13 novembre 2023

De Girolamo-Boccia, una coppia un format tv

Di martedì, fra iene e belve può succedere che il popolo, anziché avanzare, finisca sbranato. E allora, ecco la trovata: perché non allestire una bella sit-com in famiglia? Un politic family nel vero senso? A volte i colpi di genio sono l’uovo di colombo. E la percezione che di grande trovata promozionale si tratti c’è tutta.

Su Rai 3 debutta stasera Avanti popolo condotto da Nunzia De Girolamo. E, per l’occasione, si è pensato di invitare come primo ospite Francesco Boccia, dal 2011 consorte della conduttrice. Lei, già ministro in un governo Berlusconi e anche con Enrico Letta. Donna di centrodestra. Ri-inventatasi volto tv dopo la mancata rielezione, quando fu sorprendentemente candidata a Bologna dov’era impossibile farcela. E così ecco la nuova gavetta, ospite di Massimo Giletti e Corrado Formigli, poi le conduzioni Rai di Ciao maschio ed Estate in diretta. Lui, capo dei senatori Pd molto vicino a Elly Schlein, dalla quale ha avuto l’incarico di occuparsi delle faccende Rai. Lo ha fatto bene. Anzi, benissimo. Perché, già che si era a buon punto, si è pensato di puntare dritti sull’effetto Sandra e Raimondo della politica, come già li ritrae nel suo sito Roberto D’Agostino. Moralisti come sono, abituati a considerarsi sempre una spanna eticamente sopra gli altri e a vedere conflitti d’interessi solo dalla parte opposta, a sinistra manifestano imbarazzo. Volti seri, mezze frasi di circostanza…

Avanti popolo, titolo sagacemente attinto da Bandiera rossa, ma le sorprese sono in agguato, è il programma che sostituisce Cartabianca di Bianca Berlinguer, felicemente accasata e in onda da oltre un mese su Mediaset. C’è molta attesa. E anche molta apprensione in Viale Mazzini. Il salotto di De Girolamo è l’unico talk politico di prima serata della Rai. Ed è anche il programma che certifica la virata a destra della Terza rete, già Telekabul. Del resto, di talk sinistri ce ne sono già due nell’affollatissimo palinsesto del martedì sera, la più presidiata della settimana. E dunque, bando agli indugi. Dopo qualche esordio stagionale non proprio esaltante, non è contemplato sbagliare. Ci vogliono ospiti di peso, tematiche forti per garantire buoni ascolti. Così, non si è badato troppo ai risparmi, affidandosi alla produzione esterna di Fremantle, che proprio per poter offrire cachet invitanti, ha fatto lievitare il costo a puntata fino a 200.000 euro.

La povera Nunzia, che si sente «di stare in una casa in territorio sismico», apre buon’ultima la sua boutique sulla via della tv generalista. I target sono già tutti assegnati. Su La7 c’è il circolo della sinistra radicale, con Pierluigi Bersani o Corrado Augias nei panni di oracoli apriserata, al quale Berlinguer replica su Rete4 con i volti pop, Mauro Corona e Iva Zanicchi, e le inchieste sul malessere quotidiano della gente comune. Su Italia 1, nonostante l’avvicendamento di Belen Rodriguez con Veronica Gentili, il format del giornalismo giustiziere e raddrizzatorti mantiene sempre una buona cera. Infine, su Rai 2 c’è l’atelier glamour di Francesca Fagnani, interviste tendenza Vanity Fair con outing incorporato, anche questo prodotto da Fremantle. Ops: non ci sarà mica anche qui sentore di conflitto, o di conflittino, o di scaramuccia d’interessi? Su Rai 2 e Rai 3 vanno in contemporanea due programmi prodotti dalla stessa società esterna. Nemmeno si può dire che Belve evita di sbranare i politici perché, per esempio, stasera l’ospite di punta sarà Emma Bonino. Di sicuro, dei due programmi Rai fraternamente concorrenti si occuperanno gruppi di lavoro blindati e inibiti alla reciproca comunicazione, e quindi si può stare tranquilli…

Insomma, che poteva fare la povera Nunzia? Ci voleva una trovata, qualcosa per farsi largo in un contesto tanto agguerrito. Perciò, ecco l’idea, la lettera rubata che nessuno scovava era proprio lì davanti, in bella vista. Perché non intervistare il marito che milita dall’altra parte? Alla maniera di Aboccaperta di Gianfranco Funari, 100 persone in studio, praticamente un panel, discutono per alzata di mano, Avanti popolo è un people show che mette a confronto su un tema di attualità tesi e personalità contrapposte. La prima contrapposizione, Nunzia ce l’ha in casa. Il suo rapporto coniugale è il simbolo, l’emblema del format. Anzi, è il format stesso. Perciò, per esemplificarlo, niente di meglio che convocare il consorte sulle ali della leggerezza e dell’autoironia. Se sarà un’intervista accomodante avrà prevalso il sentimento. Se pungente, la politica. Più format di così. Si saprà domani se il pubblico avrà gradito e gli ascolti daranno ragione alla coppia mediatica più bipartisan del bigoncio.

L’amore non è bello se non è litigarello, recitava un vecchio adagio. Litigarello d’interessi.

 

La Verità, 10 ottobre 2023