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«Ho studiato Cl per capire la rimozione di Carrón»

Marco Ascione è un giornalista che non disdegna le situazioni scomode. Capo della redazione politica del Corriere della Sera, bolognese con inizi professionali al Resto del Carlino, ha scritto Strana vita, la mia, l’autobiografia di Romano Prodi (Solferino). Nel nuovo libro per lo stesso editore si avventura nel mondo di Comunione e liberazione e dei suoi rapporti con la Santa sede, culminati il 15 novembre 2021 con le dimissioni di don Julián Carrón dalla presidenza della Fraternità. Titolo del volume: La profezia di Cl. Sottotitolo: Comunione e liberazione tra fede e potere. Da Formigoni a Carrón e oltre. Roba tosta.

Come nasce questo libro?

«Dalla curiosità. Mi è sembrato che Cl fosse passata da Luigi Giussani a Davide Prosperi senza interrogarsi sui 16 anni di Julián Carrón. E mi sono chiesto perché».

Per questo il libro è incentrato su di lui?

«Carrón è il grande convitato di pietra di cui alcuni in Cl faticano a parlare. Inoltre, lo stesso teologo spagnolo ha scelto di ritirarsi del tutto dalla vita pubblica».

Ha dovuto?

«Sicuramente centra il dovere di obbedienza. Quando si è dimesso si è limitato a dire che da quel momento in poi ognuno doveva assumersi la responsabilità del carisma».

Questo libro è stato suggerito da qualcuno?

«Da nessuno. Se non dalla mia curiosità giornalistica».

Qual è la profezia di Cl?

«Quella introdotta dallo stesso Giussani che, per primo, si preoccupò di creare una distanza tra il movimento e gli uomini che vi si erano formati e avevano scelto d’impegnarsi in politica».

La novità di Cl è anche che dal Concilio Vaticano II, con Luigi Giussani e poi Carrón, la proposta cristiana si rivolge alla libertà dell’uomo e non è più la prescrizione di alcuni comportamenti?

«Sicuramente Carrón si è mosso in coerenza con Giussani, con papa Francesco, Ratzinger e il Concilio. Tant’è che ama ripetere una frase sempre utilizzata prima da Benedetto XVI e poi da Francesco, e cioè che il cristianesimo si trasmette per attrazione e non per proselitismo».

Perché il suo lavoro parte dal docufilm Vivere senza paura nell’età dell’incertezza della regista Giulia Sodi?

«Insieme a lei, tra i curatori ci sono studiosi e filosofi di estrazione ciellina e non solo. Tutto parte da quel docufilm perché mi ha colpito il suo approccio innovativo e moderno alla fede, al punto che, dopo la sua visione, ho deciso di approfondire la conoscenza del pensiero di Cl. Questo fatto, insieme alla sensazione che Carrón fosse scomparso, mi hanno messo in moto».

La lezione di Carrón è che la Chiesa dev’essere «attrezzata per la battaglia della modernità»?

«La lezione del sacerdote dell’Estremadura è che la Chiesa deve imparare a confrontarsi con la modernità. È proprio questo il motivo per cui Carrón scelse di non schierare il movimento al Family day contro la legge Cirinnà».

L’ha fatto in linea con la cosiddetta scelta religiosa, prendendo le distanze dall’impegno politico e dagli eccessi di alcuni suoi esponenti?

«Bisogna intendersi su cosa significa scelta religiosa. Secondo me don Julián non ha voluto ritirare Cl dalla  vita pubblica, ma ha cambiato il metodo. Ha ritenuto che bisogna confrontarsi costantemente con ciò che è diverso».

La svolta più clamorosa si ebbe con la lettera a Repubblica del maggio 2012 in cui si scusava perché il movimento si «è identificato con l’attrattiva del potere, dei soldi e con stili di vita che nulla hanno a che vedere con quello che abbiamo incontrato»?

«È vero. Ricordò che Cl è un movimento di educazione alla fede. In questo senso si può dire che la sua sia stata una scelta religiosa».

Quella lettera risultò per molti ciellini un pezzetto di «liberazione»?

«Spaccò letteralmente il movimento che da quella divisione non si è ancora del tutto ripreso. Una parte la visse come una liberazione, un’altra come un tradimento della teologia della presenza che è ritenuta un tratto distintivo della storia della Fraternità».

Sul terreno del confronto e dell’apertura alla modernità Carrón avrebbe dovuto incontrare l’approvazione di papa Francesco: perché non è accaduto?

«A questa domanda non è facile rispondere. Alcuni degli interlocutori con cui mi sono confrontato sostengono che potrebbe essere mancata un’alchimia tra Bergoglio e il sacerdote spagnolo. Ma sarebbe più corretto affermare che questo Papa appare in genere piuttosto severo con i movimenti. Forse è vero quello che sostiene Robi Ronza, storico intervistatore di Giussani, quando dice che Francesco viene da un continente dove si avverte meno bisogno della presenza dei movimenti. E dove la teologia del pueblo, ossia la tradizione religiosa popolare, occupa il loro posto».

C’è differenza tra Bergoglio e Ratzinger in rapporto ai movimenti?

«Dal punto di vista di Carrón non ce n’è».

E oggettivamente?

«Ratzinger e Giovanni Paolo II li possiamo considerare i due papi più vicini ai movimenti».

Bergoglio vuole istituzionalizzarli?

«Secondo me sta facendo per certi versi un’operazione di trasparenza. Credo si possa dire che li vuole istituzionalizzare».

Non c’è il pericolo che inseguire la modernità tolga alla Chiesa il mistero e l’autorevolezza che le derivano dal suo essere un’entità dell’altro mondo?

«Questo rischio c’è, ma la Chiesa deve avere il coraggio di capire che è corretto confrontarsi con la complessità del presente. Personalmente mi affascina molto un cristianesimo capace di attrarre per contagio, senza mai cercare di imporre i propri valori».

Prima o poi però bisogna annunciare che Cristo è la risposta a questa complessità, o no?

«Dal punto di vista della Chiesa e di Cl in particolare, certamente sì. Mi pare che il movimento lo faccia».

San Paolo invita anche a non conformarsi alla mentalità del secolo per poter discernere ciò che è gradito a Dio.

«Non conformarsi non equivale a non confrontarsi».

Perché il capitolo più lungo del libro riguarda il rapporto con i diritti civili?

«Perché è la chiave di volta dell’azione di Carrón all’interno del movimento sotto il profilo del rapporto con la politica e il potere».

Addirittura?

«Sì, credo che i momenti chiave siano la lettera a Repubblica, la decisione di non schierare Cl ai Family day e il secondo volantino sul caso di Eluana Englaro».

Quello che diceva che abbiamo bisogno di «una carezza del Nazareno»?

«Tentando di spostare lo sguardo anche sul padre di quella ragazza».

C’è differenza tra accompagnare delle situazioni di sofferenza anche estrema e lasciare campo libero ai desideri che diventano diritti di minoranze inflessibili?

«La Chiesa ha tutto il diritto di esprimere il proprio punto di vista, lasciando che lo Stato faccia lo Stato e legiferi su queste situazioni anziché rimettersi alla supplenza della magistratura».

Come valuta il fatto che all’udienza del 15 ottobre per il centenario di don Giussani, Francesco ha parlato di «impoverimento nella presenza di un movimento… da cui la Chiesa, e io stesso, spera di più»?

«Lo valuto come una critica al movimento tutto. In quel contesto il Papa ha elogiato Carrón facendo poi seguire il suo discorso da un “tuttavia” che ha lasciato intendere che le sue critiche fossero estese anche al prete spagnolo. E questo nonostante, secondo me, la sua azione sia stata nel solco dell’invito magisteriale alla “Chiesa in uscita”».

Carrón ha suggerito la via della testimonianza invece di quella della militanza.

«Testimonianza non è sinonimo di assenza».

Lo scrive verso la fine del libro: «Il prete che ha rivoltato Cl si trova, nei fatti, messo alla porta dal Vaticano». Una contraddizione che anche lei fatica a spiegarsi?

«Sì, fatico a spiegarmela. Ma credo vada collocata nel raggio più ampio dell’azione del Papa nei confronti dei movimenti. Cl ha temporeggiato nella riforma chiesta dal Vaticano e questo evidentemente non è stato gradito da Francesco».

Perché il Vaticano ha chiesto a Cl una revisione dello statuto?

«L’ha chiesto a tutti i movimenti. Nel caso di Cl si aggiunge anche il commissariamento dei Memores domini (i laici del movimento che fanno voto di povertà, castità e obbedienza ndr) che ha tolto a Carrón ogni potestà su di loro».

Le autorità vaticane hanno suggerito un metodo elettivo per scegliere i responsabili, con mandati rinnovabili fino a un tempo massimo: una sorta di riforma democratica?

«In qualche modo lo è. La differenza è minima perché, dopo l’indicazione di Giussani, Carrón è sempre stato rieletto dagli organi direttivi. Per altro una nuova elezione non c’è ancora stata perché il Vaticano ha concesso anche all’attuale guida, Davide Prosperi, ulteriore tempo per la riforma dello statuto».

Il pensiero di base è che, dopo i fondatori, il carisma non risiede stabilmente in una sola persona?

«Sì, questa è la preoccupazione di Bergoglio. Di fondatore ce n’è uno, tutti gli altri sono portatori del testimone».

Il paragone storico è con gli ordini religiosi, dopo San Francesco o San Benedetto come ci si è regolati?

«Secondo Robi Ronza vale per i movimenti ciò che vale anche per gli ordini religiosi. Ci si ricorda solo di San Francesco e non dei successori».

Il libro si chiude con lo spauracchio del ritorno in campo di Roberto Formigoni e il comunicato di Davide Prosperi per la morte di Silvio Berlusconi. L’obiettivo è mettere in guardia da un nuovo collateralismo con il centrodestra?

«No, non lo è. Tanto che non userei la parola spauracchio. Il libro ha l’ambizione di essere un racconto e un’analisi. E di rapportarsi alla realtà, termine fondamentale nel vocabolario del movimento. Ancora non sappiamo se cambierà l’approccio di Cl alla politica. Mi sembra che Prosperi ora sia più preoccupato degli equilibri interni e del rapporto col Vaticano».

Ha fatto bene Giorgia Meloni a non andare al Meeting di Rimini, dove invece si sono visti il cardinal Matteo Zuppi e Sergio Mattarella?

«Mi rimetto alla vulgata, secondo la quale essendoci il presidente della Repubblica, la premier ha ritenuto di non dover presenziare. In compenso, c’era mezzo governo e Matteo Salvini ha trovato calda accoglienza».

Come vede il futuro di Cl e qual è il suo sentimento nei suoi confronti?

«Il futuro è nelle loro mani. Il mio è un apprezzamento per una grande storia che non m’impedisce di vedere sia le luci che le ombre».

Sbaglio se dico che i suoi punti di riferimento sono Romano Prodi e il cardinal Matteo Zuppi?

«Zuppi e Prodi sono due importanti protagonisti del nostro tempo. Più che avere punti di riferimento, faccio il cronista e mi limito a raccontare quello che vedo».

 

La Verità, 26 agosto 2023

Per il Celeste meglio il processo in tv che in aula

Ho avuto una vita ricchissima e interessantissima, piena di successi e anche di qualche sconfitta. Ho accettato tutto, perché un uomo maturo deve saperlo fare», dice un Roberto Formigoni riflessivo ma fiero, al termine del documentario a lui dedicato, in onda sul Nove la sera di giovedì 5 gennaio (e disponibile su Discovery+). È un bilancio in chiaroscuro quello che lui stesso fa in coda alla raffica di critiche anche aspre, valutazioni indulgenti e osservazioni problematiche, contenute negli 80 minuti di Il Celeste. Roberto Formigoni. Le tonalità del giudizio ci sono tutte, ma alla fine anche le accuse più dure non cancellano un residuo rispetto dovuto alla percezione di essere davanti a un protagonista della vita pubblica dal carisma non comune. Non era scontato perché, considerato il parterre di oppositori convocati dagli autori (Giulia Cerulli, produttrice e regista, per Videa Next Station, Carmen Vogani, Danilo Chirico, Marco Carta e Lorenzo Avola), si temeva che un’altra requisitoria mediatica si aggiungesse alla già discussa sentenza con la quale la Cassazione ha condannato l’ex governatore della Lombardia per corruzione a 5 anni e dieci mesi e alla confisca dei beni. Dopo i cinque mesi scontati nel carcere di Bollate (a causa della «Spazzacorrotti» voluta dal primo governo Conte, poi dichiarata incostituzionale), dove nel febbraio 2019 si era presentato spontaneamente, Formigoni sta terminando la pena agli arresti domiciliari in una casa di Corso Sempione a Milano, dov’è stato a lungo intervistato e dove lo si vede mangiare da solo, leggere, pregare.

«C’era di mezzo Dio, non so se mi spiego», premette Giuseppe Civati, suo avversario in Regione: «Forse qualcuno pensava anche di esserlo». Parlando del sistema sanitario lombardo, Marco Cappato, radicale e anticlericale scomodo, dice invece che «il conflitto d’interessi era incastrato in ogni ganglio di potere». Completa il reparto dell’accusa Ferruccio Pinotti, giornalista del Corriere della Sera, «esperto di lobby cattoliche e politica», argomento su cui ha prodotto alcuni libri, casualmente ben in vista sulla scrivania. Infatti, la sua acrimonia si concentra più su Comunione e Liberazione, definita «una lobby interessata al potere e al denaro», che applica «un metodo massonico» ed è pronta «a occupare manu militari tutti i posti della dirigenza». Eppure anche «il ficcanaso», com’è presentato, ammette che l’ex governatore «ha accettato una condanna di una certa importanza per gli standard italiani. E ha taciuto, mentre avrebbe potuto far cadere molte teste».

E lui, il Celeste, come si difende? «Negli ultimi tempi ho dovuto subire pesanti ingiustizie… Reati mi sembra di non averne commessi… Ho avuto la fortuna di avere un amico ricco e generoso»». Nel documentario lo vediamo inginocchiato in preghiera con la barba di tre giorni nella basilica di Sant’Ambrogio deserta. Subito dopo sorride compiaciuto mentre accusa le cronache, alcune serie altre che «fanno scappare da ridere». Eccolo nella famosa foto del tuffo dallo yacht del faccendiere Pierangelo Daccò. Quando, ai tempi del Movimento popolare, dice in poche parole cos’è il cristianesimo. Poi ballare con Simona Ventura e Massimo Boldi a Quelli che il calcio. Indossare giacche arancioni e camicie hawaiane («Nelson Mandela ne aveva di bellissime»). In compagnia di Emanuela Talenti, di cui si era invaghito («Gesù dice che il giusto pecca 70 volte al giorno, figuriamoci io che non lo sono»). Situazioni eterogenee e insolite per un appartenente ai Memores domini di Cl che promettono castità, povertà e obbedienza. Situazioni che descrivono una personalità sfaccettata, un mattatore controverso. Lui parla spesso in terza persona e non lesina autostima: «Mi sono candidato in tredici elezioni e in dodici sono arrivato primo, ho strabattuto chi si contrapponeva. Sono stato presidente della Lombardia per vent’anni…», riassume la bacheca dei successi. Don Luigi Giussani, che gli ha cambiato la vita, lo incontra in Cattolica: «Io comincio a notare lui e lui comincia a notare me», dice inavvertitamente.

Dopo la crisi del Sessantotto, Gioventù studentesca diventa Comunione e Liberazione e dopo i referendum persi, si rilancia attraverso il Meeting di Rimini che Formigoni apre e chiude regolarmente («quindi», assicura, «il personaggio più importante del Meeting era Roberto Formigoni»). Nel 1984 viene eletto al Parlamento europeo nelle file della Dc. È ribattezzato Mister preferenze. Ma gli avversari, ricorda David Parenzo, che lo intervistò più volte a Telelombardia, lo definiscono «lo Stalin dei boy scout». Dieci anni dopo, decapitata la Dc da Mani pulite e nato il Ppi, Ignazio La Russa, inviato da Silvio Berlusconi, gli prospetta la presidenza della Regione Lombardia. Inizia la stagione più entusiasmante e controversa del Celeste. Simona Ventura, «governatrice della tv e sua talent-scout televisiva», lo aiuta a darsi un’immagine nazionalpopolare. La sanità diventa il banco di prova della sua rivoluzione. Formigoni si ricandida nel 2000 e nel 2005 e vince con «più del 50% dei consensi. Aveva il controllo totale della Regione Lombardia… Su cento dirigenti, solo due o tre non sono sotto l’influenza della maggioranza» (Civati). «Io ho fissato una regola», ribatte lui, «quando dovete scegliere un dirigente tra un ciellino e un non ciellino scegliete il non ciellino. Non voglio che l’appartenenza a Cl sia un motivo di favore, anzi».

Il 2008 «è l’anno dello sfregio» (Parenzo). Per molti osservatori e per molti esponenti del Polo delle libertà,   è il successore designato del Cavaliere. Il quale, tuttavia, lo stima ma anche lo teme. Il piano comune è che si trasferisca a Roma per puntare alla presidenza del Senato. Dopo che il Pdl stravince le elezioni, sarà invece Renato Schifani a conquistare Palazzo Madama. Nel 2010 Formigoni diventa per la quarta volta presidente della Lombardia. Forse una di troppo. Infatti, il mandato si apre con il caso della consigliera Nicole Minetti, condannata per favoreggiamento della prostituzione. A causa di un’altra inchiesta vengono arrestati due assessori della giunta vicini al governatore. Per il Celeste è tutta una macchinazione. Finché l’indagine sulla clinica Maugeri incentrata su Daccò stringe il cerchio anche attorno a lui. La condanna è per aver «ricevuto 6,6 milioni in vacanze, barche, ville di lusso, finanziamento di elezioni e contanti». La Ventura non molla «chi finisce nella polvere». Per Giancarlo Cesana, ideologo ciellino, «ha pagato le camicie sgargianti, i tuffi dallo yacht, il fatto che gli piacesse un po’ la vita. L’hanno preso e messo nel mirino». Per Parenzo «Formigoni avrà probabilmente una terza vita, un po’ come i gatti che ne hanno sette».

Lui non esclude un ritorno in politica al termine della pena, nella prossima estate. «Intanto aiuto le suore di un istituto nello studio delle lingue», dice. E rovescia sul tavolo lo scatolone delle tante lettere di stima e solidarietà che ha ricevuto in questi anni.

 

La Verità, 3 gennaio 2022

«Mi dimisi per dignità, ma i soloni non si scusano»

Buongiorno Maurizio Lupi, come sta?

«Sto bene perché non ho nessun rimpianto e nessuna recriminazione. Quando mi sono dimesso da ministro l’ho fatto per difendere un’idea di politica e di governo, ma soprattutto la mia storia e la mia famiglia. Non potevo, né volevo, dimettermi da padre. E nemmeno modificare il giudizio sui miei collaboratori. Con quel gesto ho voluto riaffermare le ragioni per cui un giorno ho deciso di entrare in politica».

E come si sta, pubblicamente riabilitati?

«Sono stato fortunato a non essere mai indagato, a non dover spendere denaro per avvocati, a poter continuare a fare politica in un altro ruolo. Al contempo, provo grande dispiacere pensando a coloro che hanno ingiustamente pagato con il carcere e processi continui, da innocenti».

Il 15 marzo 2015, senza essere indagato, Maurizio Lupi si dimise da ministro delle Infrastrutture in seguito all’inchiesta Grandi opere secondo la quale l’imprenditore Stefano Perotti e il superdirigente del ministero, Ercole Incalza, si sarebbero interessati all’assunzione del figlio Luca. Al quale, in occasione della laurea, Perotti, amico di vecchia data del ministro, regalò un orologio Rolex. L’archiviazione dell’indagine è di aprile, ma la notizia è stata divulgata solo il 6 novembre. Nel 2018 Lupi è stato rieletto deputato nelle file di Noi con l’Italia, confluito nel Gruppo misto della Camera.

Sono passati 4 anni e mezzo dalle sue dimissioni da ministro del governo Renzi, dopo quello Letta: che anni sono stati?

«Di continuo cambiamento. La prima certezza saltata è stata il ruolo di ministro. Poi è cambiato il partito di riferimento, da Forza Italia e dall’Ncd, con un gruppo di amici abbiamo dato vita a Noi con l’Italia. Infine, è evoluta anche l’idea di centrodestra. L’unica certezza che si è consolidata è che bisogna essere sempre pronti a mettersi in gioco».

Perché si dimise nonostante non fosse indagato?

«A volte, più di tante parole valgono i gesti. Siamo uomini pubblici. Quasi tutti mi avevano sconsigliato di farlo e tanti non l’hanno fatto. Io ho preferito lasciare che qualcun altro proseguisse il lavoro iniziato. Quando ho visto che si dipingeva una cupola di corruzione ho voluto dare un segnale di assoluta libertà».

Perché la richiesta di archiviazione presentata ad aprile è divenuta pubblica solo pochi giorni fa?

«Bisognerebbe chiederlo a loro. Ringrazio il giornalista del Corriere della sera che ha dato la notizia. Era la seconda archiviazione in un anno e mezzo. Nel nostro Paese il sostegno a un’indagine su un reato, prima che sia comprovato, comincia già sui giornali. Per altro, dopo la divulgazione della notizia entrano in funzione i soloni del tribunale etico».

Anche i funzionari e imprenditori più coinvolti di lei saranno riabilitati?

«Questo è il dolore maggiore. Quando si agitano le manette bisognerebbe ricordare che la presunzione di innocenza, oltre a essere scritta nella Costituzione, serve a tutelare la vita delle persone. È giusto che chi commette degli errori ne risponda. Ma ora chi ripagherà un’impresa con 100 dipendenti tra le migliori d’Europa nel suo campo che ha dovuto chiudere? E chi risarcirà un alto dirigente statale che ha fatto 70 giorni di carcere ed è stato assolto 17 volte su 17? Infine, chi risponderà del danno per il clima inquisitorio instaurato che rende sempre più faticoso il processo decisionale nelle istituzioni?».

Quell’indagine era partita da alcune intercettazioni male interpretate.

«I magistrati di Milano hanno detto che la Procura di Firenze ha male interpretato un dialogo nel quale in realtà si stava ribadendo una norma di legge. Cioè, l’hanno interpretato al contrario, come espressione di un intento affaristico. Se decontestualizzi le conversazioni puoi prendere grandi abbagli. Da anni si attende la definizione della normativa sull’uso delle intercettazioni, ma finché ciò non avviene ognuno le usa liberamente».

La riforma del ministro Alfonso Bonafede la fa ben sperare?

«Dalla legge “Spazzacorrotti” in poi s’interviene solo con l’inasprimento delle pene o con l’introduzione di nuove figure e mezzi investigativi. Se si prescinde dalla proporzionalità della pena al reato alla lunga non ci resterà che la pena di morte».

Quanta soddisfazione le dà il fatto che è stata proprio la Procura di Firenze a chiedere l’archiviazione?

«C’è un giudice buono a Berlino. Si può sbagliare, ma riconoscere l’errore può far intraprendere una strada nuova».

Perché l’archiviazione dell’indagine ha avuto così scarso rilievo sui giornali?

«Perché non fa notizia dire, a distanza di anni, che era un’inchiesta infondata. Tutto brucia rapidamente. Fortunatamente c’è la Rete che permette una pur minima pubblicità delle notizie positive. Se dovessimo stare a gran parte dei giornali…».

Francesco Merlo su Repubblica ha distinto tra assoluzione penale e decenza politica.

«Certi opinionisti indossano i panni del grande inquisitore: sì, non c’era niente, ma ha sbagliato comunque. Anche Marco Travaglio ha ribadito che dovevo dimettermi, tirando in ballo la questione etica. Ma se non c’era reato, non c’era corruzione, non c’era alcuna richiesta di favori, non ero indagato allora e non sono stato condannato dopo e c’era trasparenza assoluta, dov’è la questione etica?».

Ha meno fiducia nei giornalisti che nei magistrati?

«Tra i commentatori non ho visto ammissioni di errori. Per qualcuno dovevo dimettermi anche da padre. Mio figlio, laureato in ingegneria con 110 e lode, aveva trovato un lavoro. Mi chiamò in lacrime da New York dicendomi che sotto il suo ufficio c’erano decine di giornalisti e chiedendomi quale fosse la colpa di aver ricevuto un regalo di laurea da una persona che conosceva da anni. Quando ci si accorge di aver sbagliato ci si può scusare, invece i Torquemada continuano per la loro strada. A loro vorrei regalare Pensieri improvvisi, un libriccino di Andrej Sinjavskij: “Quando ti becchi una malattia venerea, solo allora ti accorgi che tutti gli uomini sono puliti”».

Perché chi opera negli appalti delle infrastrutture è sempre in odore di corruzione?

«È una fama giustificata, ci sono precise responsabilità della politica. L’errore è generalizzare buttando il bambino con l’acqua sporca. Alla fine degli anni Ottanta fu promulgata una legge che bloccò fino al 2001 la realizzazione delle grandi opere per sconfiggere la corruzione. È il motivo per cui in questo campo l’Italia è un paese arretrato. Serve un patto trasversale per le infrastrutture materiali e immateriali. Poi chi governa deciderà come farle».

Che cosa pensa del crollo del ponte Morandi?

«Aldilà delle responsabilità accertate, penso che se avessimo costruito la Gronda quella tragedia non si sarebbe verificata. Le opere non realizzate spesso si trasformano in tragedie».

Rinnoverebbe la concessione ad Atlantia della famiglia Benetton per la gestione di Autostrade per l’Italia?

«In uno Stato di diritto si ritirano le concessioni solo nel momento in cui è accertato il mancato rispetto del contratto. Una volta documentate le responsabilità, chi ha sbagliato paga e ricostruisce. La tragedia del ponte Morandi era l’occasione per ridefinire le regole del rapporto concessionario. Ora si pensa al ritorno dello Stato padrone come fosse immune da errori, ma la storia ha già mostrato che non è così».

Il Mose e l’alluvione di Venezia?

«I ritardi nell’ultimazione del Mose sono l’evidenza di come si è tradita Venezia e quindi l’Italia. Nella primavera del 2014 era realizzato all’87%. Avrebbe dovuto essere pronto nel giugno 2016 e attivo, dopo i collaudi, nel gennaio 218. Lo scandalo delle tangenti ha fatto bloccare i lavori ed è iniziato lo scaricabarile tra le autorità. Invece, mentre la giustizia avrebbe dovuto fare il suo percorso pretendendo i rimborsi dai responsabili, si sarebbero dovuti accelerare i lavori di completamento dell’opera».

Ex Ilva, Tav, Mose, ponte Morandi, aree terremotate: come può esserci unità d’intenti se nello stesso governo ci sono il partito del Pil e quello della decrescita?

«Anche un movimento di moralizzatori potrebbe capire che la sfida della politica non è la campagna elettorale, ma governare il Paese. Se il reddito di cittadinanza si rivela un provvedimento assistenzialista e con quei soldi si può tagliare il cuneo fiscale, bisogna avere la forza di cambiarlo e di convincere il proprio elettorato».

Non è facile come dirlo.

«Bisogna provarci. Se hai il ministero dello Sviluppo economico, prima con Luigi Di Maio e ora con Stefano Patuanelli, e fai chiudere la più grande acciaieria d’Europa qualche domanda te la devi fare».

Noi per l’Italia aderirà alla coalizione degli italiani con Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni?

«Noi con l’Italia è a pieno titolo nel centrodestra. Senza esser presuntuosi vogliamo far tornare rilevante la proposta politica del centro, senza il quale il centrodestra si chiamerebbe destra».

Che spazio vede per i cattolici in politica?

«Uno spazio enorme. Oggi il partito dei cattolici sarebbe antistorico. Ma in uno scenario in continua e rapida evoluzione, i cattolici, come tanti altri, possono testimoniare un impegno al servizio del bene comune per ricostruire una società che nasca dalla persona e dalla libertà».

Cosa pensa della disponibilità al dialogo verso Salvini manifestata dal cardinal Ruini?

«Non si può non dialogare con chi rappresenta un terzo degli italiani. Trovando, nelle differenze, punti in comune su cui lavorare insieme. Salvini non è il diavolo, così come i comunisti non mangiavano i bambini».

Che cosa direbbe oggi al suo amico Roberto Formigoni?

«Quello che gli dico quando vado a trovarlo: che il suo operato ha cambiato la Lombardia ed è stato un modello per l’Italia di attuazione del principio di sussidiarietà con al centro la persona. Gli dico anche che non è solo».

E sulla sua vicenda giudiziaria?

«Le sentenze si rispettano e Roberto lo sta facendo. Ma, per conto mio, quella che lo riguarda non racconta ciò che è stata l’azione politica e di governo di Roberto Formigoni».

 

La Verità, 17 novembre 2019