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La Roccella e quella «fede» per il marito ritrovato

A volte, anche le personalità pubbliche, quelle che la vulgata chiama i potenti della Terra, sono bersagliate dalle tragedie. Eugenia Roccella ha vissuto 40 giorni di «straziante attesa», dal 27 giugno della scomparsa del marito Luigi Cavallari fino al 4 agosto scorso, giorno del ritrovamento del suo corpo. Oggi nella chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma saranno celebrate le esequie di quest’uomo colto e riservato, professore emerito di architettura, per cinquant’anni schivo compagno del ministro per la Famiglia e le Pari opportunità. Appena avuta notizia del recupero del corpo del consorte dopo giorni e notti di incessanti ricerche, Roccella ha postato su Facebook un ringraziamento per i militari e gli appartenenti ai corpi dello Stato che si sono spesi nelle operazioni e «per le tante persone che mi hanno letteralmente inondato di affetto in questo momento così difficile e doloroso». Immaginiamo lo scorrere dei giorni, uno sull’altro, dopo che in quel torrido sabato pomeriggio aveva visto il marito tuffarsi nelle acque del lago in cerca di un po’ di refrigerio. E poi l’aveva visto riaffiorare un momento dicendo di sentirsi male, prima di essere di nuovo inghiottito dal lago. Definitivamente. Un paio di settimane dopo, il ministro era tornato alla sua attività nell’aula della Camera, raccogliendo l’applauso unanime dei presenti. Immaginiamo l’autocontrollo e il trepidare dell’attesa sul bordo delle ricerche continue del corpo, senza il quale il conforto della sepoltura e la possibilità di far visita alla persona amata per una vita non sarebbero state possibili. In un momento così, Roccella ha trovato in sé lo spazio per ringraziare gli altri, coloro che si sono adoperati nelle ricerche e coloro che le sono stati vicini.
Chi la conosce, o anche chi ha solo letto il suo romanzo-autobiografia, Una famiglia radicale (Rubbettino), forse il libro più osteggiato dell’ultimo decennio dalle frange delle democraticissime femministe, sa che Eugenia Roccella ha una vita segnata dalle tragedie. L’abbandono da piccola dei genitori, papà Franco e mamma Wanda, fondatore del Partito radicale lui, artista e femminista lei, che, per dedicarsi alla vita pubblica e alla militanza tra Bologna e Roma, la lasciarono in Sicilia alle cure della zia. Crebbe vedendoli molto di rado, patendone le conseguenze con l’anoressia e altre problematiche. E ancor meno li vide la sorellina minore Simonetta che, trasferita all’ospedale di Palermo per motivi di salute, vi morì sola, senza che nessuno si presentasse a riprenderla quand’era sulla via della guarigione. Una vicenda che tramortisce solo a scriverla.
Come l’attuale ministro abbia potuto riavvicinarsi ai propri genitori e accudirli, prima la madre durante la lunga malattia, e poi il padre quando, dopo i formidabili anni, si ritirò a Riesi nell’entroterra di Caltanissetta, morendo quasi dimenticato, è difficile comprendere. Umanamente, è difficile.
Grazie all’educazione della zia paterna che si fece valere con il fratello e padre della bimba, già da piccola Eugenia si era avvicinata alla fede cristiana, ricevendo il battesimo e poi la comunione, concessi dal genitore solo in virtù del suo maschilismo di stampo siciliano: «Per una donna non è così sbagliata la religione, ma voglio decidere io chi ti farà da padrino o madrina». Risultato: Sergio Stanzani, futuro segretario del Pr, e Liliana Pannella, sorella di Marco, due persone che dopo quelle volte mai più entrarono in una chiesa, accompagnarono la piccola al battesimo e alla comunione. Negli anni a venire, grazie al professore di religione di una scuola laica di Roma, Eugenia coltivò ancora il proprio senso religioso al punto che, in quella «famiglia radicale», la trasgressione era uscire per frequentare la messa domenicale. Vennero gli anni della militanza, del femminismo, delle notti insonni a discutere con il papà, Pannella e tutti gli altri, nello storico appartamento all’ultimo piano di Via della Panetteria, vicino alla Fontana di Trevi. Fu proprio il padre a presentare il futuro marito a Eugenia. «L’ho incontrato a 18 anni e non ci siamo più lasciati», ha detto lei ricordando la loro lunga storia fino a oggi. Hanno attraversato insieme anni di sogni e utopie, anni di illusioni e abbandoni. Compreso quello di Eugenia al Pr, dopo l’avvertimento di Pier Paolo Pasolini che preconizzava il tradimento dei chierici. Quando mamma Wanda si ammalò, al suo capezzale Eugenia si ritrovò ad assisterla e a pregare per la sua sopravvivenza, perdonandola per ciò che aveva fatto a lei e alla sorellina in tempi lontani. Anni dopo corse in soccorso anche del padre, trovando il denaro per saldare un debito, quando Pannella lo scaricò rinfacciandoglielo in pubblico.
Anche se si è tra i «potenti della Terra», senza il dono della fede è difficile unire i puntini di un’esistenza fitta di dolori.
«Aver ritrovato Luigi», ha scritto Roccella in quel post, «non lenisce la sofferenza del distacco ma restituisce a me, ai nostri figli, ai familiari e alle tante persone che l’hanno conosciuto e amato, la possibilità di quella “corrispondenza d’amorosi sensi” che è il legame profondo tra i vivi e chi non è più in questo mondo».
Oggi chi ha conosciuto Luigi Cavallari ed Eugenia Roccella potrà salutarli, ancora insieme.

 

La Verità, 8 agosto 2026

E l’overdose di Telecorona finì per cancellare il Tg

Improvvisamente, tutti sudditi di Sua Maestà. Era dall’8 settembre, giorno della morte della regina Elisabetta II d’Inghilterra, che il Tg1 si preparava. Ma quello a cui abbiamo assistito ieri è stato un piccolo contrappasso: lo speciale Elisabetta II, l’addio, immancabilmente condotto da Monica Maggioni, ha fagocitato il Tg1, ridotto a tre minuti di titoli telegrafici con i quali la povera Laura Chimenti ha sintetizzato i fatti di giornata. È stata la prevedibile conclusione di un martellamento di dieci giorni di tg della sera e di mezzodì farciti di servizi di corrispondenti e inviati, con le altre notizie ridotte in pillole. Per non essere fraintesi va detto che ieri l’evento c’era tutto. Alle solenni esequie della regina del Commonwealth partecipavano oltre 200 presidenti (esclusi i rappresentanti della Federazione russa, non invitati) e 500 dignitari provenienti da tutto il mondo. La tradizione, la solennità, la scenografia trasudavano di un’austerità e di un rispetto dell’autorità di altri tempi. E difatti, oltre allo Speciale Tg1, anche il TgLa7 con Enrico Mentana (Dario Fabbri ed Enrica Roddolo del Corriere della Sera) e Canale 5 con Silvia Toffanin (Cesara Buonamici e Francesco Rutelli) hanno trasmesso in diretta il lungo addio. Quelli che stonano sono l’enfasi, la retorica e l’afflato condito da centinaia di aggettivi. Alle 14 Mentana ha ceduto la linea al telegiornale per dare le notizie di giornata, mentre sulla Rai 1 del presunto servizio pubblico si è andati avanti imperterriti con Telecorona. Bisognava seguire la cerimonia minuto per minuto senza perdere un battito di ciglia di Carlo III di Windsor e della consorte Camilla Shand, di Harry e William e delle loro mogli. O privarsi di un’inquadratura del percorso del feretro dopo la liturgia nell’Abbazia di Westminster, prima a piedi per le vie di Londra e poi in auto fino al Castello di Windsor, illustrato persino su Google maps. Così la cronaca in stile Downton Abbey si è dipanata per tutto il giorno. «In un’epoca in cui succedono milioni di cose in un istante», si è accorata Maggioni, «ci sono 4,5 miliardi di persone a guardare il rito lento e solenne di saluto alla regina». A sostenere l’imperversante direttrice c’erano i corrispondenti Marco Varvello e Natalia Augias, la scrittrice Simonetta Agnello Hornby, il docente di Letteratura inglese alla Sapienza Andrea Peghinelli. Tutti hanno sottolineato le ali di folla sul percorso del corteo funebre perché «il popolo era affezionato alla regina, la narrazione dei populisti che divide il popolo dall’élite è sbagliata». Siamo tutti sudditi di Sua Maestà.

 

La Verità, 20 settembre 2022