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Che noia l’Italcinema, mostra solo artisti e intellò

Due camere, cucina e una grande libreria. È la nuova variante del cinema-circoletto italiano. Libri, scrittori, artisti, editori, premi letterari… Dove tirano i film dei nostri registi in gara, e anche fuori, alla Mostra di Venezia lo si capisce dall’arredamento delle case. Del resto, sono tutte opere molto domestiche, persino claustrofobiche, «si esce poco la sera, compreso quando è festa» cantava Lucio Dalla. È tutto un lavaggio di panni e di rese dei conti tra le quattro mura e si capiscono subito il ceto, le professioni e le ambizioni dei protagonisti. Tinelli traboccanti di libri. Scaffali stipati. Mensole cariche di cd, piu spesso di vinili che fa molto tendenza. Succede anche nei film di autori stranieri, soprattutto europei. In Bunker di Florian Zeller, la coppia (anche nella vita) dell’upper class londinese, immigrata dalla Spagna, è composta dall’archistar interpretata da Javier Bardem e dalla responsabile della narrativa straniera di una casa editrice, cui dà volto e corpo la moglie Penelope Cruz. In Un peu avant minuit di Nicolas Pariser, Melvil Poupaud è un giornalista culturale che dopo la chiusura della sua prestigiosa rivista tiene dei corsi all’università e, in attesa di separarsi dalla compagna, rivede gli ex colleghi che stanno girando una serie tv sul loro magazine e riflette sul suo rapporto con le donne. Non è affascinante l’autoreferenzialità cinephile avvitata nei salotti dell’élite culturale e dell’establishment? Non è cool?

Nell’Italcinema, il fenomeno è persino più conclamato. Ieri è passato fuori concorso Scherzetto di Mario Martone. Un confronto di generazioni e sguardi agli antipodi. Un nonno vedovo, pittore e illustratore affermato, interpretato da Toni Servillo, per tenere il nipotino di cinque anni mentre i genitori sono a un convegno, torna da Milano a Napoli. Ma la vecchia casa dov’è cresciuto e il bambino, anche troppo sveglio, scardinano gli equilibri dell’austero signore facendo affiorare i fantasmi del passato e le frustrazioni del presente, dando vita a un thriller psicologico che si perde tra incomprensioni con l’editore e strani incubi.

Altrettanto opprimente è la storia del personaggio di Luca Marinelli in The echo chamber di Andrea Pallaoro che vorrebbe essere un regista alla Bernardo Bertolucci da cui ha preso l’ultima sceneggiatura. Qui siamo a Londra, Leo è un affermato produttore musicale, proprietario di un lussuosissimo appartamento foderato di cd, vinili e libri, assillato da una fortissima discopatia e dalla dipendenza dalla cocaina. Il salotto ospita anche pianoforte, chitarre e un essenziale studio di registrazione dove si può incidere; perciò, anche qui si esce «di rado», come cantava Adriano Celentano, e la cinepresa indugia sulla carta da parati, sulle porte chiuse e sulle docce del protagonista. Una volta che mette il naso fuori, è per provocare un grave incidente con la propria Jaguar.

Niente, di operai in Panda, nell’Italcinema che sfila qui al Lido, invece non se ne vedono. E nemmeno artigiani che caricano il furgone. In Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, si vede invece il salotto pieno di ninnoli e scaffali di libri dell’editor di narrativa interpretato da Lino Musella, figlio succube della nevrotica Vanessa Scalera che, al contrario di Servillo, da Napoli sale a Milano. Lui avrebbe tanto voluto fare lo scrittore e vincere lo Strega, «ma non ce l’ha fatta e ha ripiegato sull’editoria», serpeggia la mammina. Così, la sera della Vigilia di Natale, deve fare buon viso all’autoinvito dello scrittore (Tommaso Ragno) che si è fatto precedere da una cassa di champagne per brindare al nuovo contratto con la casa editrice di Musella. I cin cin non addolciranno la drammatica resa dei conti tra madre e figlio.

Riavvolgendo rapidamente il nastro della Mostra, in Nessun dolore di Gianni Amelio Alessandro Borghi fa il libraio in un chiosco dalle parti del Vaticano. Ma per una catena di accadimenti finisce per trovarsi, accondiscendente, la casa ribollente di extracomunitari. Gli intellettuali, buoni per definizione, sono protesi all’accoglienza. Ma i libri ci (e li) salveranno perché, quando la comune di clandestini che si è impossessata della mansarda con soppalco del mite bancarelliere, la abbandonerà portandosi via mobili e suppellettili, lascerà lì, sparsa sul parquet tutta la sua biblioteca privata. Davvero una scena catartica. Nel primo film italiano in concorso, il sopravvalutato Succederà questa notte di Nanni Moretti, è Louis Garrel, l’insistente amante di Jasmine Trinca, ad avere una libreria a poche centinaia di metri dal chiosco di Borghi, nel quartiere Prati. Un luogo, un simbolo, un circoletto. Non sarebbe meraviglioso scoprire che, mentre interpretavano contemporaneamente un ruolo simile nei rispettivi set, Borghi e Garrel si sono scambiati qualche romanzo? Anzi, potrebbe essere l’idea di un nuovo film, magari diretto dalla neo-regista Valeria Golino che in quello di Amelio è una professoressa democratica che regala i libri che le avanzano al bravo e superaccogliente personaggio di Borghi. Trama: due attori che stanno interpretando in due film diversi due librai con negozi poco distanti tra loro si conoscono e iniziano a scambiarsi libri e consigli di lettura. Non è una bella storia? Il cinema che supera la realtà. Anzi, la realtà che diventa cinema. No, il cinema che si fa realtà. La realtà che si fa cinema…

Chiamate l’ambulanza.

 

La Verità, 11 settembre 2026

Amelio accoglie i migranti con una favola buonista

Il primo film italiano di questa 83ª Mostra del cinema di Venezia s’intitola Nessun dolore, è fuori concorso ed è diretto da Gianni Amelio, l’autore che già oltre trent’anni fa, con Lamerica, premiato qui al Lido con l’Osella d’oro per la miglior regia, fu tra i primi a riflettere sull’emergenza immigrazione. Davide, interpretato da Alessandro Borghi, è un trentenne, molto buono, forse troppo, che vende libri usati, mentre Elsa, Valeria Golino, è una docente democratica. Domanda retorica: con due protagonisti così (per inciso, i due attori rispuntano in coppia in Serpenti, nella sezione Venezia Spotlight) che storia può nascere? Invece, siamo davanti a un film emblematico di tutta la Mostra: il fenomeno dell’immigrazione si affronta con i sentimenti o con la politica? Un film anche importante, nella sua povertà e nella sua ricchezza. La povertà è quella dei contenuti, talmente basati su cliché che si sa già un minuto prima cosa capiterà. La ricchezza, invece, è quella del cast produttivo. Oltre a RaiCinema che coproduce e distribuisce (come quasi tutte le opere italiane in programma), gli altri produttori sono la Kavac film di Marco Bellocchio e Simone Gattoni, la Our films di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, e la Be Water film di Mattia Guerra. Insomma, l’élite dell’Italcinema. Infine, l’ultima ricchezza è quella dei fondi del ministero della Cultura all’opera di interesse nazionale.

Dicevamo della storia. Davide ha un chiosco di libri vicino al Vaticano e cammina dentro giacconi di velluto che avvolgono spalle gravate dal peso del mondo. Elsa indossa basco e sciarpa in tono, da habitué dei salotti colti e lo rifornisce dei libri già letti che traboccano dagli scaffali. Proprio la passione per i libri li rende complici, ma la loro affinità viene ostacolata dagli imprevisti. Il più fastidioso dei quali è un bambino nordafricano che prende improvvisamente a seguire ovunque Davide. Quando finalmente sembra sia riuscito a liberarsene, il bambino viene travolto da un motociclista. Superata la crisi di panico, adesso è il senso di colpa a presentare il conto. Nel pronto soccorso dove attende notizie, Davide assiste al maltrattamento di un’immigrata incinta che decide di ospitare per la notte. Ma dopo aver appreso che il bambino è morto, tornando a casa sempre più lacerato dalla colpa, la trova piena di parenti e amici dell’ospite. Anche se i nordafricani aumentano ogni giorno e s’impossessano di tutto, Davide trasforma l’invasione indesiderata in un modo per espiare il proprio errore. Non avrà ripensamenti nemmeno quando, insospettiti dal via vai, gli inquilini del palazzo lo denunciano facendolo finire in galera per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Si è scritto che i registi italiani presenti alla Mostra hanno scelto, in prevalenza, di riflettere sui sentimenti e le tematiche legate ai rapporti interpersonali, dentro e fuori della famiglia, mentre i cineasti internazionali sembrano più propensi a cimentarsi con le crisi della politica. Con questo film, Amelio tenta una sintesi, affrontando in modo intimista un’emergenza epocale. Nel senso di colpa di Davide si può intravedere quello dell’Occidente, predatore e colonialista. E, di fronte all’invasione della casa, la scelta di dormire nel chiosco può simboleggiare la debolezza dell’Europa disposta alla «sottomissione».

È l’impalcatura del buonismo, ultimo surrogato del progressismo travestito da accoglienza incondizionata, anche se messa a dura prova. Come ha argomentato l’altra sera George Clooney ricevendo il Leone d’oro alla carriera, «le storie sono sempre pericolose per chi specula sulla paura». E infatti recita l’esergo del film: «La storia che raccontiamo non è ancora realmente accaduta». Suona come una minaccia, ma a volte, raccontare storie di fantasia può aiutare a dimenticare e a non misurarsi con ciò che accade quotidianamente nelle nostre periferie e riempie le cronache dei media (oltre alle carceri).

Sebbene Amelio ricordi di essersi interrogato già un trentennio fa sul fenomeno migratorio, oggi «il problema dei problemi chiama in causa l’attuale presidente degli Stati Uniti visto che ha dettato un comportamento suicida oltre che fratricida perché l’America è stata per decenni un punto di accoglienza di tutti i popoli, simbolo della democrazia, mentre ora è tutto il contrario. Da noi», ha proseguito, «con gli ultimi ingressi dal Marocco, in Europa il problema dei problemi non va affrontato dai singoli paesi come la Spagna o l’Italia, ma da un’Europa che funzioni, coesa e non coatta (come, invece, gli scappa detto). Qualche giorno fa Michele Serra ha scritto che per l’accoglienza basta il cuore, ma per l’inserimento serve la politica. Ecco, speriamo che l’Europa si svegli. Se dico a mio nipote o a mio figlio che andrà tutto bene, colgo in loro un senso di incredulità». Alla fine, sollecitato ancora sul mondo prigioniero della paura, il regista ha ammesso che tutto è peggiorato: «Non solo a proposito dell’accoglienza, ma anche per l’inaridimento umano in generale e per l’incapacità di molti ad aprirsi, a condividere i sentimenti e il pane, chiusi come sono nel proprio particulare. Ma per fortuna», ha concluso, non senza una certa contraddizione con il suo film, «le persone che mi circondano me le scelgo io, le altre non le voglio vedere. Anche quando vado a votare…».

 

 

La Verità, 4 settembre 2026

L’arte di Golino, feuilleton con ambizioni d’autrice

Dopo la serie ispirata da M – Il figlio del secolo di Antonio Scurati, in omaggio al fascismo eterno, seconda produzione in perfetta sintonia con lo spirito del tempo, Sky manda in onda L’arte della gioia, sei episodi tratti dall’omonimo romanzo di Goliarda Sapienza, consacrati all’affermazione senza se e senza ma della fluidità.

Siamo nella Sicilia d’inizio Novecento e nel monastero dove una bambina – unica superstite del rogo della sua casa seguito a una violenza domestica – viene accolta da suore solerti ma perplesse, fede e devozione sono poco più che soprammobili. Le monache, infatti, sono impegnate soprattutto a combattere le tentazioni e a infliggere punizioni a chi trasgredisce le regole. La prima delle quali sarebbe che in quell’istituto le vocazioni sono correlate al censo. Perciò Modesta (Tecla Insolia), un nome che ne rivela le origini ma ne maschera la tempra, non potrebbe aspirare alla vita consacrata, non fosse per la magnanimità dell’ambigua madre superiora (Jasmine Trinca), zelante nell’imporre l’eccezione. Tuttavia, per quanto ci si adoperi, la selvaggia istintività dell’adolescente confligge con l’ordine costituito, scatenando turbamenti e ritorsioni. Non resta che arrendersi all’assenza della vocazione e dirottare i servizi della ragazza nella tenuta di campagna della decadente principessa Gaia Brandiforti (Valeria Bruni Tedeschi), gestita da figli e servitori, ognuno con i propri misteri, a cominciare dal custode don Carmine (Guido Caprino). Tra statue e affreschi, Modesta ribattezzata Modì (come maudit), e divenuta avida lettrice dei poeti maledetti, continuerà a gestire sfrontatamente e sagacemente la sua sensualità non binaria, vero segreto dell’arte della gioia.

Furbamente costruita con i caratteri del romanzo d’appendice, confezionata con fotografia e scenografia vellutate e molto ben recitata dal cast in grandissima parte femminile, la storia trae vantaggio dall’alone di libro maledetto, consolidato dalla travagliata pubblicazione postuma nel 1998, a 22 anni dalla prima stesura. È facile immaginare che persino nei formidabili anni Settanta la vicenda di una ragazzina bisessuale nata il primo gennaio del 1900 che, pur di soddisfare le proprie vulcaniche passioni non esitava a lasciarsi dietro una scia di cadaveri, potesse risultare un tantino scabrosa. Oggi, invece, può essere proposta con tutti gli onori come la storia di un’eroina oppressa, ma anticipatrice della lotta contro i vecchi stereotipi. Purtroppo in forza di altri, nuovi, ma ugualmente ingombranti.

 

La Verità, 13 marzo 2025