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«La speranza? I “cattolici bambini” di Francia»

Susanna Tamaro, perché ha deciso di pubblicare questo saggio intitolato Dopo il diluvio – Riscoprire la saggezza educativa per salvare i nostri ragazzi (Solferino)?
«Perché quando ci si guarda intorno e si incontrano le persone ci si accorge di una deriva che produce disperazione e distruzione. È in continuo aumento la quantità di ragazzi che abusano di alcol e stupefacenti, che si devastano nella ricerca dello sballo, che praticano forme di autolesionismo. Tutti questi fenomeni sono il segno di una società che non ama la vita ed è incapace di affrontare il futuro».
Quand’è iniziato il diluvio a cui si riferisce?
«Negli anni Novanta del secolo scorso quando si sono messi in discussione i fondamenti etici della persona agendo sulla testa dei bambini. Le faccio un esempio: il telecomando in mano ai piccoli. Facendo click, un bambino vede la scena di uno spot, poi l’omicidio di un film e una notizia del telegiornale. È un disordine di immagini che gli fa percepire una realtà priva di senso».
In tempi recenti anche la pandemia è stata una forma di diluvio?
«Il Covid è stato uno spartiacque tra un prima e un dopo e, purtroppo, questo dopo manda bagliori molto sinistri. La Dad nelle scuole e l’annullamento della socialità hanno prodotto disastri. Oggi i ragazzi convivono con livelli di ansia sconosciuti». 
Dopo il Covid siamo diventati più succubi della tecnologia perché ci siamo illusi che aiutasse la rinascita?

«Durante i lockdown abbiamo imparato a coltivare i rapporti a distanza e poi abbiamo continuato a farlo. Tutti comunichiamo attraverso i messaggi, ma sappiamo che i rapporti veri sono quelli che comprendono i corpi, i contatti e le loro complessità».
Perché rimpiange il tempo in cui i bambini giocavano per strada?
«Perché era la palestra dell’umano. Da bambina ero una vittima sacrificale perché mai vincente nei giochi di gruppo. Ma in quegli anni ho scoperto come una folgorazione che esisteva la menzogna: qualcuno si diceva tuo alleato e invece ti tradiva alle spalle. Così, ho imparato che ci sono persone leali, altre false, altre carogne. Nella dimensione del gioco infantile, per fortuna in assenza dei genitori iperprotettivi di oggi, si imparava a difendersi da soli. Oggi viviamo nell’era della permalosità, tutti si offendono e sono feriti».
Quando è accaduto che il bambino è diventato un essere da proteggere come una reliquia?
«Da qualche decennio si è prodotto questo capovolgimento antropologico, gli adulti pendono dalle labbra del bambino come da quelle di un saggio».
Le cronache pullulano di adulti menati quando chiedono educazione o di professoresse aggredite per un brutto voto: perché gli adolescenti non tollerano la correzione?

«Perché da bambini sono stati cresciuti come dei Buddha viventi. Le famiglie smembrate e le mamme single hanno distrutto il ruolo dell’autorità. Una volta c’erano anche i maestri maschi, una figura estinta. Risultato: tanti bambini e adolescenti sono certificati per sindromi particolari».
Perché?
«Perché le certificazioni tranquillizzano tutti, io stessa lo sarei stata. Per me andare a scuola era una tragedia, mi sarei tolta le scarpe e avrei strappato i quaderni, ma il livello di ordine che mi circondava rendeva impossibile seguire i miei istinti. Con un’insegnate di sostegno forse avrei sofferto di meno, ma alla fine ce l’ho fatta lo stesso. Credo che oggi le certificazioni siano esagerate, i problemi sono neurologici non psicologici».
Gli educatori moderni sono consapevoli, come diceva Pavel Florenskij, che i primi sette anni di vita sono determinanti per la vita di una persona?
«Secondo me no, perché, come abbiamo detto, si considera il bambino un saggio perfetto. Invece, come le piante anche il bambino ha uno sviluppo progressivo ed è inabitato da sensibilità sottili che aspettano di essere riconosciute e coltivate. Oggi si tende ad anticipare l’avvento della razionalità, chiudendo le porte della fantasia e dell’apertura all’invisibile».
Come si spiega i tanti ragazzi che accoltellano, uccidono o si uccidono per noia, per futili motivi o, quando ne hanno uno, per gareggiare sui social?
«È stata rimossa l’idea che il male sia parte dell’animo umano. Così, quando lo si ignora, può pendere il sopravvento».
Qual è la patologia principale di questa società?
«L’odio per la vita. Viviamo in una società tanatofila, in cui si parla solo dei diritti delle donne e dei bambini, di quando si vuole morire, di come morire, di come essere smaltiti. È una società che considera la vita una malattia di cui liberarsi. Invece, dovremmo dire ai ragazzi che la vita è un’ avventura straordinaria, a volte negativa, ma sempre da scoprire giorno dopo giorno».
Oggi l’istruzione ha sostituito l’educazione, ma il modo di proporla rimuove la ricerca di senso che abita i giovani perché la maggioranza degli insegnanti è figlia di una cultura che rimuove queste domande?
«È così. Ricordo con devozione l’insegnante di italiano delle medie dalla quale ho imparato molto. Dopo aver letto una mia intervista mi scrisse suo figlio, raccontandomi che sua madre gli aveva parlato di me come di un’allieva straordinaria. Una sola insegnante consapevole può fare la differenza rispetto a quei professori che ammanniscono istruzioni automatiche».
Lei scrive che «la semplicità è far capire che la vita è, prima di tutto, politically incorrect e che essere uomini vuol dire sapersi rapportare con la conflittualità e la contraddittorietà dei nostri giorni», ma le «mamme spazzaneve» e i «genitori elicotteri» fanno tutto per appianare ogni ostacolo.

«Per questo alla prima difficoltà i nostri giovani crollano. Quand’ero bambina, andavamo a scuola a piedi e anche allora c’erano i pedofili, ma senza spiegarci perché, i nostri genitori ci dicevano di non accettare caramelle da sconosciuti. Fidarci dell’autorità ci è bastato. Oggi c’è una preoccupazione continua, un’iperprotettività tossica, ultimamente diseducativa perché crea persone deboli».
«Crescere vuol dire saper scegliere e sapere che, scegliendo, si rinuncia a qualcosa. Ma sono proprio quelle rinunce a costruire l’impalcatura solida della vita». In realtà, l’intero sistema ci invita a non scegliere per possedere tutto…
«Dobbiamo consumare, mangiare e vedere tutto. Siamo una società pantagruelica come quella del Paese dei balocchi di Pinocchio, libro profetico. Ma sta arrivando Mangiafuoco e presto i ciuchini finiranno in fondo al mare».
C’è chi chiede i corsi sull’affettività a scuola, lei quale idea suggerirebbe al ministro Giuseppe Valditara?
«Prima di fare i corsi a scuola li farei ai genitori perché sono i primi ad aver bisogno di un indirizzo. Il problema evidentemente sta nel manico, nello stato di fragilità e di confusione in cui vivono ormai la maggior parte dei genitori».
A chi affiderebbe questi corsi?
«A psicologi, pedagoghi e personalità riconosciute che insegnino a distinguere tra il bene e il male. Dobbiamo, purtroppo, ammettere l’assenza della Chiesa su questi temi. Proporrei anche degli incontri per le neomamme e i neopadri perché fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo e nessuno lo insegna. Una volta c’era la linea generazionale, c’erano i nonni e le nonne, oggi questa trasmissione si è affievolita».
Elogiando le scuole parentali vuol farsi scomunicare dal partito politico-mediatico?
«Esattamente. Sono maestra elementare, per questo osservo con attenzione i cambiamenti della scuola che da elementare si è trasformata in primaria perdendo così la vocazione a creare le basi del sapere. Forse per questo sempre più persone, quelle che se lo possono permettere, mandano i loro figli alle scuole parentali o d’ispirazione cattolica».
Ha anche difeso la famiglia del bosco, elogiando il libro della madre Catherine Birmingham.
«Certamente. È un caso gravissimo che inquieta buona parte del Paese perché è un’azione sintomo di uno Stato che sta diventando totalitario».
Grazie alla sinergia tra servizi sociali e settori della magistratura?
«Se si trattava di un problema di igiene lo si poteva risolvere facilmente perché abbiamo di fronte persone colte e intelligenti che hanno un programma educativo che non mette a rischio la formazione dei bambini. Anzi».
Un’altra affermazione rivoluzionaria contenuta nel libro è: «La persona è la sua genealogia». Teorici del transumanesimo, fautori dell’eldorado tecnologico e del primato dell’egualitarismo antropologico inorridiranno.
«L’inorridimento è reciproco. Noi siamo la somma delle persone che, nel bene e nel male, ci hanno preceduto. Ho diversi amici della mia generazione che sono stati adottati da bambini e la ricerca del volto che li ha generati è stato un sottofondo costante, una grande domanda che fa parte della loro vita».
Se la sente di dare un consiglio al ministro per la Famiglia, le pari opportunità e la natalità Eugenia Roccella?
«Forse suggerirei che dobbiamo ricominciare da capo, provando a parlare dell’affettività come costruzione. Alla vita come consumo si deve opporre la vita come costruzione di senso. E soprattutto  rimettere al centro il fondamento dell’etica: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso».
All’indulgenza nei confronti delle cosiddette droghe leggere oppone l’origine della parola assassino.
«Perché deriva dalla setta degli hashishiyyin della Persia del XII secolo, cioè coloro che, prima di uccidere, fumavano hashish. Una sostanza oggi molto potenziata rispetto ad allora, perciò, parlare di droghe leggere è ingannevole».
Dove intravede un bagliore di speranza?
«Nel sempre maggiore bisogno di silenzio delle persone. Il livello di confusione è tale che sta nascendo un prepotente desiderio di discernimento e di vera libertà interiore.  Negli anni abbiamo visto crescere in maniera esponenziale il fenomeno dei cammini. E i cammini ci parlano di persone in ricerca di senso e di silenzio. L’invisibile parla nel silenzio».
Che cosa pensa di Papa Leone XIV?
«Ho seguito il suo viaggio in Francia in televisione e quando ho visto le folle a Lourdes partecipare al Rosario al lume dei flambeaux e cantare con lui Salve regina sono rimasta sorpresa che, in un mondo apparentemente scristianizzato, esistano ancora tanti “cattolici bambini”».

 

La Verità, 11 ottobre 2026

«Quanti inganni nella narrazione sulla cannabis»

Neurologo, scrittore, divulgatore scientifico, autore di bestseller come Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita (Mondadori, 2008), autorità riconosciuta in materia di funzionamento del cervello, Rosario Sorrentino ha appena pubblicato (con Francesca Weihs) Cannabis. Il grande inganno (Compagnia editoriale Aliberti). Il suo obiettivo è favorire la crescita serena dei giovani e la vita delle famiglie. «Voto e ho sempre votato Pd», dice, «ma devo riconoscere che sul contrasto alla diffusione degli stupefacenti la destra è più avanti».
Professor Sorrentino, qual è il grande inganno della cannabis?
«Raccontarla come una droga innocua, mentre, invece, può provocare danni irreversibili».
Perché lei e Francesca Weihs avete deciso di scrivere questo instant book?
«La miccia è stato un famoso podcast in cui Angelo Bonelli di Avs, che rispetto per la passione politica, faceva uno spot alla cannabis, invocandone la legalizzazione».
Lei è contrario?
«Non voglio che ci dividiamo in favorevoli e contrari. Forse tra vent’anni o più, quando nei giovani ci sarà la consapevolezza della pericolosità di questa droga, una consapevolezza che oggi manca, si potrà pensare di legalizzarla».
Intanto?
«Bisogna combattere la disinformazione perché può far sottovalutare il pericolo prodotto dall’uso di questa sostanza».
Perché definisce «priva di senso» la distinzione tra droghe leggere e pesanti che è un dogma a ogni latitudine?

«L’aggettivo qualificativo “leggera” è falso e pericoloso perché rispetto agli anni Settanta oggi la cannabis è molto più potente. E, sebbene non sia mai stata leggera, oggi, con alti contenuti di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo ndr), può innescare malattie psichiatriche, slatentizzare turbe profonde, produrre attacchi di panico, apatia, sindrome amotivazionale e altre patologie anche irreversibili».
Questo perché hashish e marijuana agiscono nel cervello soprattutto degli adolescenti?
«L’adolescenza è un’età meravigliosa, ma con un’alta esposizione al pericolo. Il cervello dei giovani e giovanissimi è un cantiere aperto dove si svolgono passaggi neurobiologici delicati che lo rendono molto vulnerabile. La cannabis, l’alcol, la mancanza di sonno e la dipendenza dai social sono un intervento a gamba tesa sul cervello, che è il direttore d’orchestra del nostro organismo».
Perché è sbagliata l’idea che consumare una «droga leggera» sia normale, un semplice rito di gruppo?
«Perché non siamo davanti a una sostanza innocua e innocente».
Chi sono «i cattivi maestri» delle «droghe leggere»?
«Tutti coloro che pensano di fare ideologia, demagogia e calcolo politico su questo argomento per conquistare consenso e apparire moderni, anche a costo di non raccontare tutta la verità sul caso».
Perché se gran parte della comunità scientifica concorda sugli effetti della cannabis, la narrazione prevalente la assolve quando non la promuove?
«Perché l’ideologia prevale sulla scienza, che è una Cenerentola inascoltata, mentre dovrebbe orientare le politiche sociali per segnalare i rischi che gli adolescenti corrono in maniera crescente».
C’è anche una generazione di genitori tra i cinquanta e i sessanta che si vanta di «fumare», di «farsi uno spinello, cosa vuoi che sia»…
«Vedo adolescenti che non diventano adulti e genitori che si atteggiano a ragazzi in una sorta di adolescenza comune e perpetua, arrivando ad assolvere la cannabis per assolvere sé stessi e la propria mancata vigilanza sui figli. A volte questi adulti condividono con i più giovani il presunto innocente spinello».
Lotta all’ansia, ricerca di rilassamento, conciliazione del sonno, riduzione dello stress, contrasto alla timidezza, aiuto a superare ostacoli: la cannabis è una forma di automedicazione emotiva?
«L’uso è molteplice. Viene assunta per motivi socializzanti, ricreativi, voluttuari o come una sorta di stampella biologica per mascherare le proprie vulnerabilità».
Quali sono i suoi effetti immediati e quelli mediati?
«Gli effetti della cannabis si fanno sentire dopo circa dieci minuti dall’assunzione e possono durare per tre o quattro ore. Possono essere euforizzanti, rilassanti, socializzanti, con un aumento dell’interattività e delle connessioni nei rapporti interpersonali. Ma, a volte, dietro questi effetti si nascondono le sorprese».
Quali?
«Fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione».
Cioè?
«Senso di distacco dalla realtà, dal proprio corpo. Attacchi di panico, fenomeni di allucinazione, episodi psicotici con sintomi neurovegetativi, tachicardia, sudorazione e, nei casi più eclatanti, richiesta di aiuto per correre al pronto soccorso».
E gli effetti a lungo termine?
«Disturbi del comportamento con manifestazioni impulsive, flessione del tono dell’umore, disturbi dell’attenzione, della concentrazione, dell’apprendimento, apatia e isolamento sociale».
Che cos’è la de-empatizzazione?
«Il progressivo distacco verso il contesto in cui si vive fino all’isolamento e, nei casi più gravi, una chiusura affettiva che riguarda sia i sentimenti che le emozioni».
Il ricorso alla cannabis e ai suoi derivati può rallentare la formazione della sfera razionale e prolungare l’adolescenza?
«Negli assuntori abituali non solo ritarda la formazione della corteccia prefrontale, la parte del cervello dove abitano la ragione, la razionalità e il senso del discernimento ma, in soggetti predisposti, la complica notevolmente producendo disturbi di difficile gestione. Favorendo ulteriori conflitti tra genitori e figli, dove il linguaggio dell’emozione e quello della ragione si confrontano in un dialogo tra sordi».
Come spiega che sempre più spesso adolescenti commettono crimini efferati senza provarne dispiacere o pentirsene come nel caso di Lamin Saidilly, il ventiduenne di origine gambiana che ha accoltellato senza motivo un passante e poi si è detto pronto a rifarlo perché si era divertito?
«Non solo nel nostro Paese esistono sacche di disagio mentale non diagnosticate e trascurate che possono esplodere per futili motivi e portare alcune persone a commettere atti orrendi. Insieme a condizioni ambientali sfavorevoli, alcune droghe determinano un assottigliamento della corteccia prefrontale, la parte del cervello che dovrebbe far sentire agli adolescenti quella voce interiore che dice: “Fermati, non lo puoi dire”, “Fermati, non lo puoi fare”. I giovani che ricorrono alle sostanze sono più propensi a seguire impulsi di varia natura, la rabbia, l’aggressività e, purtroppo, la violenza».
Le cause di origine neurologica si aggiungono alla mancata integrazione?
«Integrarsi in un ambiente vuol dire anche poter contare su quella sorveglianza del tessuto sociale che può aiutare a percepire i primi segnali di qualcosa di negativo e scomposto che sta montando».
Sorprende anche lei l’assenza di dispiacere e pentimento in alcuni giovani criminali?
«Certamente. Ricordiamoci che chi commette certi crimini spesso ha un bassissimo se non nullo senso di empatia, necessario per capire che le loro azioni mettono in grave pericolo la vita altrui. Tutti, nessuno escluso, stiamo subendo un processo generale di de-empatizzazione a causa del quale il valore della vita è sempre meno importante».
Siccome gli oppiacei hanno scopi terapeutici, allora ci stanno anche gli spinelli ricreativi?
«È un gigantesco equivoco. La cannabis terapeutica è prescritta da un medico che controlla tempi e dosaggi, quella ricreativa è quasi sempre incontrollata. Inoltre, nella prima si aumenta il Cbd (cannabidiolo ndr) e si riduce notevolmente il Thc che ha effetti psicotropi».
È solo un potente alibi per la fruizione ricreativa?
«E dietro l’alibi sanitario i furbi fanno affari. Poi c’è un altro mito da sfatare, quello della non dipendenza. Nel 30% dei casi chi consuma marijuana o hashish sviluppa un’addiction da queste sostanze».
Dipendenza chimica e psicologica?
«Tutte le principali droghe hanno una sorta di sosia nel cervello. Prendiamo la cannabis e la cocaina, le più diffuse. Una volta penetrata nel cervello, la cannabis sfratta l’endocannabinoide naturale, l’anandamide, sostituendosi a essa come un inquilino prepotente. La cocaina fa lo stesso con la dopamina. Il problema è che oggi subiamo il dominio assoluto della dopamina, la molecola più potente di cui siamo dotati, che gestisce il desiderio, il piacere, la motivazione e la gratificazione. Quando c’è dipendenza, questo strapotere agisce senza che la corteccia prefrontale riesca a frenare lo squilibrio chimico».
Lei che, come rivela nel libro, ha sempre votato Pd, che cosa pensa delle politiche della sinistra riguardo agli stupefacenti?
«Nelle mie chiacchierate con Goffredo Bettini, architetto del campo largo, ho sempre trovato grande attenzione e sensibilità per la salute mentale e il futuro dei giovani. È stato proprio Bettini a favorire il confronto, aspro ma civile, con Bonelli. Per me è una battaglia etica e di responsabilità».
L’attenzione di Bettini è un fatto nuovo perché finora il Pd è sempre stato molto permissivo.
«Ha ragione. Ma ora, con Bettini, vorremmo migliorare l’informazione sul tema e fare vera prevenzione».
Lei che cosa chiede alla politica?
«Sono un uomo di scienza e non un politico, e ho un’illusione: che su questo argomento destra e sinistra si uniscano e marcino insieme nell’interesse dei giovani, della famiglia e della società. Finora la cannabis è stata il pomo della discordia, ma mi auguro che finalmente si superino le divisioni tra detrattori e promotori per perseguire il bene comune».
Come valuta l’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su questi temi?
«Mantovano ha avviato un lavoro egregio che ha finalmente acceso il faro sull’epidemia in atto. Su questo tema devo riconoscere che la destra è avanti a tutti».
Come spiegherebbe a un giovane che l’uso reiterato di hashish e marijuana è autodistruttivo?
«Il mio prossimo impegno è entrare nelle scuole. Bisogna creare incontri mensili con l’aiuto delle neuroscienze, coinvolgendo studenti, esperti, genitori e insegnanti. Questa battaglia si vince tutti insieme. Sia in ambulatorio che nelle scuole mostro che cos’è il cervello. Ai giovani che ho di fronte dico: questi siete voi e questo è ciò che avviene quando fumate uno spinello o tirate hashish. Anche se ne salverò uno soltanto la mia azione avrà avuto uno scopo».

 

 

La Verità, 9 luglio 2026

Risé: «Politici e giornalisti omertosi sulla cannabis»

Claudio Risé ha una vita doppia. È psicanalista e giornalista. È tra i fondatori del quotidiano La Repubblica e ha partecipato alla nascita della Comunità di San Patrignano. Vive tra Milano e Bolzano, precisamente a Renon, da dove si gode la vista mozzafiato delle vette del Sella, del Sassolungo, dello Scillar e del Catinaccio. «Sono milanese, ma ho sposato una donna di qui (Moidi Paregger, medico specializzato in omeopatia e medicina antroposofica ndr): come potevo convincerla alla metropoli?». Così lui si divide, un paio di giorni a Milano tre volte al mese, il resto quassù «vicino alla natura, non saprei trovare di meglio. E poi Sigmund Freud, che ci veniva in vacanza, scrisse a Collalbo alcuni dei suoi testi più importanti. C’è anche una lettera a Jung in cui decanta questi posti. Invece Bronislaw Malinowski, lo studioso polacco che si può considerare il fondatore dell’antropologia, stabilì qui proprio la sua dimora di famiglia. Insegnava a Londra, andava in Australia per le ricerche sulla popolazione della Melanesia, e poi tornava tra queste montagne». La casa di Risé, sviluppata in altezza, è fatta di scale e stanze strette e vetrate larghe, per godere il panorama. Le pareti, invece, non si vedono, ricoperte di libri: «Circa ventimila, di antropologia, filosofia, scienze umane, storia delle religioni, organizzazioni politiche, economia. Quelli di psicologia, invece, sono nella casa di Milano». Più che mai personaggio controcorrente, in anni di femminismo e femminilità imperanti, ha pubblicato diversi saggi dedicati al «maschio selvatico» e al padre, «assente inaccettabile». Sul settimanale Io donna del Corriere della Sera, una delle numerose testate cui collabora, cura il blog intitolato «Psiche lui».

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Sigmund Freud a Renon con la moglie

Come fa a tenere insieme tutte queste attività?

«Grazie alla passione per la vita e alla curiosità per la psiche umana».

Lei però ha iniziato come giornalista.

«Mi ero laureato all’Institut Universitaire des Hautes Etudes Internationale di Ginevra perché volevo entrare all’Onu. Divenni allievo di Jean Meynaud, l’inventore dei gruppi di pressione, ma intanto mandavo corrispondenze economiche da Parigi e Ginevra all’Espresso. Quando vollero aprire una redazione a Milano di economia, mi fecero un’offerta importante e tornai a Milano».

Dove trovò Eugenio Scalfari.

«Era il padre nobile dell’avventura, ma presto litigammo su Michele Sindona (il banchiere e faccendiere siciliano membro della P2 ndr). Passai al Corriere, poi feci il vicedirettore di Espansione, ma quando fondò Repubblica Scalfari mi richiamò. Ho fatto il giornalista in senso stretto per dieci anni, senza esserne appagato. L’anno scorso ho festeggiato cinquant’anni d’iscrizione all’Ordine».

Come arrivò alla psicanalisi?

«In quegli anni di riflessione su me stesso tornò prepotente la curiosità per la psiche. Gli amici dicevano che era la mia vera vocazione perché da sempre rompevo le scatole con l’antropologia… Così, ripresi a studiare. Quando nacque l’Ordine degli psicologi presentai i miei lavori e iniziai a insegnare nelle università».

Tra i suoi lavori più osteggiati c’è un libro del 2007: Cannabis – Come perdere la testa, e a volte la vita.

«L’ho scritto nel 2007 quando mio figlio aveva 14 anni e l’ho dedicato a sette miei amici, alcuni dei quali morti a causa della droga».

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

La copertina del libro sulla cannabis di Claudio Risé

Diversa dalla cannabis, immagino. Che cosa pensa del dibattito sulla liberalizzazione tornato d’attualità dopo il caso del ragazzino di Lavagna che si è ucciso durante la perquisizione della sua camera?

«Alcuni di quei miei amici sono morti proprio a causa della cannabis, erroneamente considerata una droga leggera. A fugare ogni dubbio sulla sua dannosità basta il fatto che l’hashish è molto apprezzato da chi ha interessi alla sua diffusione perché nel 95% cento dei casi è la base di partenza alla tossicodipendenza. È lo strumento d’iniziazione alla droga».

Quali effetti ha?

«Molto precisi. All’inizio trasmette una sensazione di rilassamento e di sospensione dalle contingenze immediate. Innesca uno stato di limitata incoscienza. Ci si sente un po’ fuori, ma non troppo come avviene con l’eroina e l’lsd. Si dice che è una droga sociale perché c’è qualcuno che te la propone come integrazione con i tuoi pari. E poi la prendono tutti, anche gli adulti, magari tuo padre, qualche insegnante e i politici, come dimostrò un famoso servizio delle Iene. Ben presto, soprattutto nei giovani e giovanissimi, il fumo produce isolamento. Uno degli effetti più ricorrenti sono le paranoie, le cosiddette pare, espressione non a caso nata in questi ambienti. Si crede che gli altri siano ostili. I genitori, gli amici, anche la fidanzata: non solo non ti vogliono bene, ma ti vogliono fregare».

Chi sostiene che sia innocua sottolinea che se ne fa anche un uso terapeutico.

«In maniera molto ridotta, sotto controllo medico, per patologie specifiche e con dosaggi infinitesimali».

Qundi nessun dubbio che sia nociva?

«Tutti gli istituti scientifici e medici nazionali e internazionali sono unanimi nel riconoscere la dannosità della cannabis e dei suoi derivati. E insistono affinché venga espunta dagli elenchi delle droghe leggere. Chi la assume con continuità ha un crollo nel rendimento scolastico. Oppure stenta a garantire continuità nel lavoro. In particolare nel cervello di un adolescente, che è in formazione, può produrre danni devastanti. La cannabis agisce sulle funzioni cerebrali, nervose e motorie, riduce le capacità cognitive e di memoria. Venendo assorbito attraverso i grassi, il suo principio attivo agisce anche in tempi medi lenti. Per questo la disintossicazione è molto impegnativa».

Tornando al dibattito sulla liberalizzazione, non potrebbe essere il modo per sconfiggere i cartelli dei trafficanti?

«Personalmente, non credo, ma lo Stato faccia le sue scelte. Importantissimo è che non le faccia in base all’idea falsa che l’haschish e la marijuana sono innocui. Sono indignato dalla disinformazione che sta alla base di questi discorsi. Sono sconcertato dall’acriticità, che forse è connivenza, di giornalisti e opinionisti. Due giorni dopo la vicenda di Lavagna, il Times ha pubblicato due pagine nelle quali un Lord della Camera britannica raccontava la storia di due suoi figli deceduti per overdose di skunk, un tipo di cannabis molto potente che si coltiva anche indoor. In Italia nessuno ha ripreso la notizia. Tolte rarissime eccezioni, come il professor Giuseppe Remuzzi oltre al sottoscritto, i nostri media sono omertosi».

E i nostri politici?

«Basta dire che, a differenza di Francia, Svizzera e Germania, l’Italia è l’unico Paese europeo che non ha fatto campagne di sensibilizzazione televisive o cartellonistiche contro l’assunzione di stupefacenti prima di mettersi alla guida. Insieme con la Cecoslovacchia l’Italia è il Paese con gli indicatori più elevati di consumo di droga. E, non a caso, siamo anche in testa alle classifiche di abbandono scolastico e di mancato accesso al lavoro».

A proposito di scuola, non l’ha colpita il fatto che attorno al ragazzo e alla madre di Lavagna ci fosse il vuoto, al punto che lei è ricorsa alla Guardia di finanza?

«Queste sostanze creano dipendenza. Da solo un ragazzo non riesce a uscirne. Quando con Vincenzo Muccioli andavamo a recuperare nelle sale d’aspetto delle stazioni quelli che scappavano, erano loro che ci dicevano di legarli. Quando una madre vede il crollo verticale del rendimento scolastico e il declino della passione sportiva di suo figlio non può non allarmarsi. Scuola, Chiesa, organizzazioni politiche? Restano le macerie».

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Antonella Riccardi al funerale del figlio Giovanni

Richiedo: che responsabilità ha la politica?

«La responsabilità principale. Prendiamo la scuola: cos’è stato fatto? La crisi della nostra società nasce dalla distruzione della scuola. L’educazione avviene lì. Un ragazzo ha bisogno di formarsi, cioè di assumere una forma. E la forma, che è fatta anche di limiti, dev’esserci qualcuno che te la dà, accompagnandoti».

Invece?

«Abbiamo criminalizzato ogni tipo di formazione. Nella scuola perché dev’essere solo istruzione. E nella famiglia perché i ruoli, il padre e la madre, sono scomparsi e tutto è interscambiabile. Poi abbiamo bandito anche la formazione religiosa perché siamo un mondo laico e il progresso è laicità. L’Occidente ha stabilito la necessità dell’assenza di regole. Così eccoci in quella che Zygmunt Bauman chiamava la società liquida, dove tutto straripa senza argini».

È la società dell’arbitrio. Un mondo in cui l’uomo è libero sia di abortire che di far figli a ogni costo.

«È la società dell’abolizione del limite. Lo dicevano già Nietzsche e Dostoevskij: “Se Dio è morto, tutto è possibile”. Invece, l’uomo si forma attraverso i limiti. La soluzione non è certo una società repressiva, ma la misura cantata dai trovatori. Oggi tutto è abbondante ed eccessivo. Il 75% delle morti deriva dal mangiare troppo, dal bere, dal drogarsi. La cannabis, che spegne e addormenta, è funzionale a questa evoluzione perché contribuisce a eliminare il senso del dramma dalla vita».

L’età più drammatica è proprio l’adolescenza. Ma se mancano gli educatori come si fa?

«L’adolescenza è l’età più delicata. Soltanto aiutando i ragazzi a riconoscere e accettare l’idea che per diventare uomo devi combattere li portiamo dentro la vita. Dobbiamo aiutarli a capire che l’esistenza è una cosa tosta. In fondo, quando la madre di Lavagna invitava a cercare lo straordinario diceva qualcosa di simile. La faccenda è anche socialmente vergognosa perché i più colpiti e indifesi di fronte alla diffusione degli stupefacenti sono gli strati più poveri, del sud, poco istruiti. Solo l’accettazione della drammaticità della vita permette di coglierne la bellezza. E farla intravedere è compito di noi adulti».

 

                                                                                                      La foto di testata è by Ludiko Film – BS

 

La Verità, 26 febbraio 2017