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Sarà pure Realpolitik, ma sembra un talk di La7

Dopo 2 ore e 14 minuti di servizi e interventi la costruzione di Realpolitik è crollata come un castello di carte scosso da un urto al tavolo su cui era allestito. Il copione seguito fino a quel momento era tutta la Flotilla minuto per minuto, con l’abbordaggio della Marina militare israeliana e i collegamenti dalle piazze d’Italia, Roma, Milano e tutte le altre date per scontate, per dire che dietro la «missione umanitaria» c’è un’adesione diffusa e unanime. Questo schema si era protratto con pochi dissensi degli ospiti non allineati, quando Tommaso Labate ha dato la parola a Federico Rampini, collegato da casa sua negli States. L’abbordaggio alla Flotilla e l’adesione delle piazze alla missione era quello che si aspettava? «Devo dire che qui negli Stati Uniti se ne parla abbastanza poco», ha esordito lo scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, «se guardate il sito del New York Times, che pure è un giornale molto attento alle questioni internazionali e al Medio Oriente e con una linea editoriale pro palestinese, la Flotilla non è fra i dieci titoli principali. Qui si parla piuttosto del Piano per Gaza e della possibilità che Hamas lo accetti. Io seguo anche molti giornali internazionali e tutti, come anche qui in America, ritengono che il futuro del popolo palestinese dipenda più dal Piano Gaza che non dalle sorti della Flotilla». Castello crollato e gioco finito.
Fino a quel momento, il Pååiano per Gaza come pure l’intervento di Sergio Mattarella e la disponibilità del Patriarcato latino di Gerusalemme a distribuire il cibo ai palestinesi, non erano quasi stati citati. È bastato allargare lo sguardo per accorgersi che la narrazione dominante in Italia è frutto del provincialismo ideologizzato dei nostri media. Stupisce che, da qualche tempo, vi si stia accodando anche Rete 4, in particolare con il nuovo programma di Labate (mercoledì, ore 21,30, share del 5% e 650.000 spettatori). Walter Veltroni, Vincenzo De Luca, Virginia Raggi, Giuseppe Conte, Elly Schlein in collegamento e Maurizio Landini sono stati protagonisti dei faccia a faccia delle prime due puntate (3,7 e 3,6% di share). La terza, mentre scorrevano le immagini dalle barche degli attivisti e dalle piazze pro Pal e dopo un collegamento con Francesca Albanese, ha visto fronteggiarsi prima Debora Serracchiani e Galeazzo Bignami ai quali si è aggiunto Nicola Fratoianni, e poi due giornalisti di Libero e della Stampa, tra i quali è spuntato Stefano Bonaccini da Bruxelles. Il parterre di Realpolitik è un piano inclinato sempre da una parte. Anche per questo, oltre che per l’insistenza degli applausi in uno studio che ricorda quello di DiMartedì, vien da chiedersi se si è sintonizzati su Rete 4 o su La7.

 

La Verità, 3 ottobre 2025

«Lezioni di mafie» e lezioni di marketing

Comincia dalla Locride la prima delle quattro Lezioni di mafie che Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Napoli, terrà al mercoledì sera su La7. Questa è dedicata al «Potere della ’ndrangheta», materia che il magistrato e saggista conosce a fondo quanto il territorio nel quale si muove con disinvoltura essendo originario di Gerace (ore 21,20, share del 7,1%, 1,1 milioni di telespettatori). Coadiuvato da Antonio Nicaso, docente di Storia sociale della criminalità organizzata e suo partner in numerose pubblicazioni, e da Paolo Di Giannantonio, ex conduttore del Tg1 e di Unomattina, il procuratore illustra meccanismi, storia e gerarchie delle ’ndrine, le formazioni più blindate e impenetrabili dell’arcipelago criminale nostrano. Qui non ci sono passaggi da una cosca all’altra e, a differenza dei clan camorristici e di Cosa nostra, i collaboratori di giustizia sono più unici che rari. Nonostante il titolo del format, lungi da ambizioni pedagogiche, l’approccio è investigativo, pragmatico e fattuale. Nel Teatro Palladium è stato convocato un gruppo di universitari di Roma 3 che partecipano alla lezione con domande preparate. Ci sono due cattedre e uno schermo nel quale scorrono i servizi sia per il pubblico del teatro che per quello a casa. Messa così, difficile immaginare qualcosa di più statico e antitelevisivo. Per fortuna, non si rimane a lungo nel teatro-aula, ambiente che Gratteri frequenta abitualmente quando nel tempo libero incontra gli studenti. Le parti più fruibili sono quelle in esterna, i dialoghi all’aperto con Nicaso chissà perché schermato da occhiali da sole, sugli intrecci fra religiosità e «la picciotteria», antenata della ’ndrangheta nel profondo Aspromonte, o le connessioni ramificate con gli ambienti della politica. In studio si smonta il mito dei guadagni elevati con il crimine, vero solo per i livelli gerarchici più alti. A confronto con galoppini e manovali, un idraulico o un elettricista fanno molti più soldi e soprattutto vivono meglio. C’è spazio anche per una citazione autoreferenziale quando si passa per il centro storico di Gerace, «qui sopra negli anni Ottanta c’era la prima radio privata ionica». Indovinate chi era il dj?

Non deve sorprendere il buon risultato di ascolti di un programma un filo noioso e poco accattivante. È semplicemente un format mirato sul pubblico di riferimento della rete. A differenza di quello che alla prima uscita è parso non essere Realpolitik di Tommaso Labate, altro conduttore originario della Locride. Per l’audience di Rete 4 (3,7% di share), Walter Veltroni, Vincenzo De Luca e Virginia Raggi tutti insieme in una sera, forse sono un po’ troppi.

 

La Verità, 19 settembre 2025

«Vorrei parlare di politica senza risse e tifoserie»

Tommaso Labate è il giornalista che rivelò il piano per la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Quella volta il Quirinale smentì con una nota ufficiale, ma poi si sa come andarono le cose. Eppure Labate, cronista politico del Corriere della Sera, conduttore televisivo e radiofonico, si considera ancora un ragazzo di Calabria, precisamente di Marina di Gioiosa ionica, il paese dove, quando può, ritorna. Pier Silvio Berlusconi lo considera «un bravo giornalista e una faccia televisiva». «Sono contento di questa stima, spero di meritarla», abbozza lui.
Come nasce Realpolitik, in onda dal 17 settembre su Rete 4?
Nasce dalla voglia di raccontare la politica oltre la contrapposizione tra le tifoserie, per mostrarne i meccanismi dietro la scena. E per far capire l’attinenza che ha con la vita di tutti i giorni.
Spesso ospite di talk show, già co-conduttore con David Parenzo di In onda e poi al timone di Non è un paese per giovani su Radio 2: come si accinge a questa nuova avventura?
Con lo spirito che mi ha sempre guidato, occupandomi di politica. Cioè con l’assillo di farmi comprendere dal numero più alto possibile di persone. Quando scrivo o lavoro a un programma tv la mia testa è sempre rivolta a chi c’è dall’altra parte. Ora questa urgenza l’avverto ancora di più.
Che eredità raccoglie nella serata di Fuori dal coro di Mario Giordano?
Fuori dal coro non lascia eredità perché si sposta alla domenica. Quanto a Mario Giordano, che avevo intervistato per il Corriere, è stato il primo a scrivermi appena uscita la notizia. Un messaggio bellissimo.
Come farà quando l’Inter giocherà in Champions di mercoledì?
Bella domanda. Spesso, per motivi di lavoro o di famiglia, vedo le partite in differita. Mi sono abituato a sconnettere i dati del cellulare o a viaggiare in treno avvolto in una sciarpa per estraniarmi. Una sera ho viaggiato imbacuccato per preservare la visione notturna di un Inter Spal.
In uno studio televisivo sarà difficile isolarsi.
Infatti, spero che l’Inter giochi sempre di martedì (ride).
Quale sarà la specificità di Realpolitik?
Ci saranno retroscena, analisi, approfondimenti, sondaggi. I programmi che si occupano di politica sono tutti bellissimi.
Questa è una democristianata.
Realpolitik sarà bellissimo in un modo diverso.
Metterà a confronto posizioni opposte?
Preferiamo la contrapposizione sui perché a quella sulle persone. Mi spiego: non mostreremo il servizio su Donald Trump per farlo commentare in studio da chi lo ritiene un genio e da chi lo considera un pericolo per la democrazia mondiale. Diversamente, ci interessa capire perché Trump ha fatto o detto certe cose. Vogliamo capire i meccanismi della politica.
Contenuti sì, tifoserie no?
Esatto. Ci saranno confronti anche accesi, ma sui perché degli argomenti. Avremo ospiti che non si vedono altrove e con un elevato grado di autorevolezza.
Qualche nome?
Se anticipassi gli ospiti, Realpolitik dovrebbe cambiare nome.
Come le sarà d’aiuto l’esperienza di ospite degli ultimi anni?
In questo lavoro tutto è utile. Joseph Conrad si chiedeva come spiegare alla propria moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando. Usare un mezzo pubblico, fare colazione al bar, fare la fila alla cassa non automatica del supermercato, guardare in faccia le persone può essere più utile che andare in tv.
Senza porsi limiti, chi è l’ospite che vorrebbe avere a tutti i costi?
Potrei dire il Papa, ma non lo dico. Mi guida uno scaramantico attaccamento alla realtà. L’intervista agognata è quella che realizzi davvero non quella che sogni.
Il suo debutto prosegue il tentativo di allargare l’offerta giornalistica di Rete 4 iniziato con Bianca Berlinguer?
Quando chiami una persona nuova in un palinsesto di successo allarghi. Se aggiungi un posto a tavola per un amico in più, la tavolata si allarga per forza.
Si presenti con un mini identikit.
Mi chiamo Tommaso Labate, vengo da Marina di Gioiosa ionica, un paesino di 6000 anime, vivo a Roma, sono solidamente attaccato alle mie radici, alla mia identità e alla credibilità che spero di essermi costruito. Tengo molto a tutte e tre queste caratteristiche perché so che se ne perdi solo una poi non la ritrovi più.
È un giornalista progressista, conservatore, di centro?
Un giornalista che si ritiene onesto e che non fa sconti. Nessuno mi ha mai accusato di essere stato sleale o di essermi fatto condizionare da convinzioni personali. Se qualcuno sostiene il contrario sono pronto a difendermi anche davanti a un Gran giurì.
Che cosa guarda in tv?
Tanto calcio e tanto tennis.
E che cosa evita?
Le serie tv. Le trovo complicate da seguire in coppia; uno si addormenta, l’altro no… Preferisco un buon film. Sono un telespettatore più moderno che contemporaneo.
Un bel libro letto quest’estate?
Rimini di Pier Vittorio Tondelli. È la storia di un giornalista che viene mandato a dirigere il dorso adriatico di un quotidiano nazionale. Rileggerlo mi ha dato il senso dell’inizio di una nuova avventura.
Cosa pensa del fatto che Giorgia Meloni non parla volentieri con la stampa italiana?
Penso che con la stampa del proprio Paese si dovrebbe parlare sempre. Non credo nella disintermediazione, che si possa comunicare solo attraverso i propri canali. I giornalisti non sono l’arbre magique della macchina, ma lo sterzo o il cambio, senza i quali la macchina no va o non va bene.
E cosa pensa dell’atteggiamento dei giornalisti alle conferenze stampa di Mario Draghi?
Draghi ha parlato con i giornalisti italiani molto più di quanto ci si aspettasse. Personalmente, non applaudirei nemmeno se la conferenza stampa la tenesse mia madre. Al contrario di molti colleghi, non ho mai pensato che avesse chance di diventare presidente della Repubblica.
Mentre Draghi era di default SuperMario, Meloni dovrebbe essere Mary Poppins ma non lo è?
Su questo mi accodo al carrozzone. Draghi era SuperMario non per il lavoro da premier, ma per il famoso «wathever it takes» pronunciato da capo della Bce. La prova è che Monti, suo omonimo e anche lui presidente di un governo di larghe intese, nessuno l’ha mai chiamato SuperMario.
E la Meloni obbligata a essere Mary Poppins?
Quando sei premier nessuno ti fa i complimenti. Il rispetto delle promesse elettorali è un criterio sopravvalutato oltre che erroneo. Il governo gialloverde si è distinto per aver assolto alle promesse elettorali dei suoi soci: il reddito di cittadinanza da una parte e quota 100 dall’altra. Eppure, oggi chi vorrebbe di nuovo il governo gialloverde? Spesso ci concentriamo sul mantenimento delle promesse e poco sulla loro qualità e i loro effetti sul Paese.

 

Panorama, 17 settembre 2025