Tag Archivio per: Luchetti

Un romanzo di formazione dell’Italia con alcuni cliché

Quando che si diventa vecchi la paura più grande è quella di non essere conosciuti; conosciuti per ciò che si è stati veramente», dice con marcata cantilena veneto-friulana Nadia (Linda Caridi), custode e voce narrante della storia di Prima di noi, ambiziosa saga famigliare che attraversa il Novecento italiano, dalla disfatta di Caporetto al 1978. È davvero quella «la paura più grande» di una persona non più giovane o è un sentimento un tantino egoriferito? Di sicuro è l’incipit dei dieci episodi della serie trasmessa da Rai 1, tratta dal romanzo omonimo di Giorgio Fontana, diretta da Daniele Luchetti e Valia Santella, anche sceneggiatrice insieme a Giulia Calenda, prodotta da Wildside (gruppo Fremantle) e Rai Fiction e realizzata con il sostegno di Veneto Film Commission e di Friuli Film Commission (domenica, ore 21,45, 2,6 milioni di telespettatori, 15,5% di share).
Siamo nella montagna friulana e in una casa retta solo da donne, nonna mamma e figlia-nipote, perché gli uomini sono tutti a combattere, irrompe Maurizio (Andrea Arcangeli), un disertore in fuga dalle tragedie della guerra e dai fantasmi che si porta dentro. Con l’inverno che si avvicina, due braccia maschili sono utili e così il riparo di una notte si trasforma in un soggiorno più lungo. Interrotto solo quando, a guerra finita, Nadia rivela a Maurizio di essere incinta. I motivi di diffidenza delle donne anziane sono, dunque, fondati. Ma Nadia non è tipo da arrendersi e, sebbene non sia mai uscita dal borgo natio, con la pancia che cresce sale su un carretto e si avventura, sola per giorni, alla ricerca del compagno fuggiasco. Che, miracolosamente, trova e riporta a casa. Trasferiti in Veneto, mentre i figlioletti dei Sartori aumentano come i tormenti che il padre affoga nell’alcol, tocca ancora a Nadia risolvere la situazione trovando lavoro. Intanto, il fascismo avanza minaccioso.
In quello che ambisce a essere il romanzo di formazione dell’Italia un po’ alla maniera del discorso di fine anno di Sergio Mattarella, arriveranno la Seconda guerra mondiale, la ricostruzione, il boom economico, la ribellione giovanile e gli Anni di piombo, fino ai prodromi della globalizzazione. «La famiglia è la chiave di lettura per raccontare il nostro Paese», ha affermato Luchetti presentando il suo lavoro. Giusto. Anche se «l’anima costruttiva» rappresentata dalle donne e quella distruttiva incarnata dagli uomini sa un po’ di cliché. Come pure il disertore vigliacco giunto nel paesino di montagna, già visto in Vermiglio di Maura Delpero. Speriamo che negli episodi successivi non ci siano altri debiti mutuati da C’è ancora domani o La meglio gioventù.

 

La Verità, 6 gennaio 2025

«La meglio gioventù» (senza agiografia) di papa Francesco

Affacciato sulla terrazza di un palazzo che guarda la cupola di San Pietro, l’arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio ripensa a tutta la sua vita. È appena arrivato in Vaticano, idi di marzo del 2013, per un Conclave che, dopo la clamorosa rinuncia di Benedetto XVI, si annuncia tra i più delicati della storia contemporanea. In questo più che verosimile momento di pausa s’incardina il lungo flashback del racconto di Francesco, il Papa della gente, la miniserie prodotta dalla Taodue di Pietro Valsecchi, diretta da Daniele Luchetti e interpretata, nel ruolo principale, da Rodrigo De La Serna (Canale 5, mercoledì e giovedì, ore 21.30, share del 18,45 nel primo episodio). È una biografia che attraversa oltre mezzo secolo e che ci permette di capire qualcosa di più di chi è l’uomo che oggi guida la Chiesa cattolica. Vediamo il Papa attuale quand’era giovane. Peronista come quasi tutti i ragazzi argentini nel 1960, studente di chimica con fidanzata, figlio di genitori italiani emigrati, fino all’insorgere della vocazione religiosa che si presenta attraverso l’impeto missionario e il desiderio di recarsi in Giappone, che i superiori dei Gesuiti correggono suggerendogli di dedicarsi all’insegnamento. Nell’Argentina della dittatura di Jorge Rafael Videla, Bergoglio diventa prima Padre Provinciale dei Gesuiti e successivamente arcivescovo della capitale. Lo vediamo riformare la gestione dell’Università del Salvador, affidandone l’amministrazione a professionisti laici. E lo vediamo impartire il battesimo a un bimbo figlio di una relazione non regolarizzata nel matrimonio. S’intuisce così dove nasce la fede di Bergoglio, intesa non come una serie di «dogane spirituali» da superare, ma come fattore inclusivo e preoccupato di far conoscere Gesù Cristo a tutti. Lo vediamo difendere dall’oppressione e dalle violenze dei militari quei confratelli e seminaristi che, a differenza sua, abbracciarono esplicitamente la teologia della liberazione. Una resistenza che lo segnerà di dolore e sofferenze per la scomparsa di molti suoi compagni. Lo vediamo, infine, affacciarsi in piazza San Pietro con quel saluto che inaugurò una nuova stagione quanto proficua per la Chiesa lo dirà la storia. Gli story editor, lo stesso Luchetti e Martin Salinas, hanno attinto all’autobiografia e ai racconti diretti dello stesso pontefice. E probabilmente, al di là della semplicità di una narrazione rivolta al grande pubblico e di una certa, comprensibile, insistenza sullo scontro politico dell’epoca, non poteva esserci scelta migliore per restituirci il temperamento, la formazione e la maturazione pastorale contrassegnata dalla misericordia dell’attuale Capo della Chiesa cattolica.

La Verità, 9 dicembre 2016