Tag Archivio per: mascherine

Anziché in commissione Conte si difende da Porro

L’ex premier Giuseppe Conte nello studio di Quarta Repubblica per parlare dello scandalo delle mascherine cinesi, acquistate nel 2020 dal commissario straordinario per il Covid Domenico Arcuri, è una notizia. I fari accesi dalla commissione parlamentare d’inchiesta e gli scoop della Verità si stringono attorno all’operato del governo giallorosso e, dunque, urge spiegare chiarire precisare. Insomma, difendersi: se ci si riesce. È quanto meno inusuale che un ex presidente del Consiglio scelga un programma televisivo per farlo quando, da uomo ligio alle regole istituzionali, ci sarebbe l’apposita commissione deputata a questo genere di deposizioni. Ma il caso vuole che l’unica alla quale l’ex premier ha voluto partecipare, seppur sporadicamente, sia proprio quella sul Covid. Cosicché egli non può essere audito come testimone a meno che non si dimetta come, per esempio, ha scelto di fare Galeazzo Bignami di Fdi, al fine di essere ascoltato dagli altri commissari. Anche Conte ha promesso di dimettersi, ma a condizione di essere reintegrato una volta effettuata l’audizione. Anche questa è, a suo modo, un’anomalia e vedremo come andrà a finire.
Nell’attesa, ecco Giuseppi sulla poltroncina davanti a Nicola Porro che sbottona e abbottona nervosamente la giacca e gli ricorda quella famigerata commessa, avvenuta con affidamento diretto causa emergenza in atto, di 800.000 mascherine al costo complessivo di 1,25 miliardi di euro, di cui 203.000 di commissioni note ad Arcuri, finite in tasca a vari intermediari con Zhongkai Cai, il collegamento con la Cina, finora unico condannato di tutta la vicenda.
Mentre sugli schermi scorrono le cifre e compare il volto di Arcuri, Conte si difende contestualizzando lo scandalo nell’affanno d’inizio pandemia. «Non c’erano mascherine»; «abbiamo tentato una gara europea»; «un Paese alleato di cui non dirò il nome si è presentato all’aeroporto con i contanti e ci ha soffiato una partita di dispositivi dalla Bulgaria che avevamo prenotato»; «la commessa dalla Cina consiste in realtà di sei diversi appalti e riguarda complessivamente appena il 7,6% del totale». Il confronto si scalda quando Porro ribadisce che si trattava di «mascherine farlocche tanto che 220.000 sono state buttate al macero, mentre le altre erano già state distribuite». Conte prova a smentirlo, «non dica che erano farlocche». «Lo hanno stabilito le sentenze di due procure, Gorizia e Roma», replica il conduttore. Giuseppi glissa. Se le sentenze non confermano il suo punto di vista sono irrilevanti. Come quella, definita «abnorme, l’ho detto anche al sottosegretario Alfredo Mantovano», che ha riconosciuto 200 milioni di «mancati guadagni» a Dario Bianchi, imprenditore della JC-Electronics Italia a causa del recesso deciso da Arcuri dal contratto di fornitura. «Secondo lei il premier di un Paese in quella situazione è in grado di occuparsi di una commessa di mascherine?», prova a contrattaccare Conte. «Di quella della Bulgaria era a conoscenza», replica Porro. Al quale l’ex avvocato imputa di ridere mentre si parla di una situazione che ha prodotto morte e sofferenze.
Il leader del M5s è in evidente difficoltà anche per la sua visita, rivelata dalla Verità, ad Arcuri la sera del 18 giugno, il giorno successivo a quello in cui la commissione ha deciso di convocare l’ex ad di Invitalia come teste sotto giuramento, circostanza contestata dai Cinque stelle. Il giorno dopo quella visita in conflitto d’interessi del commissario Conte, altra coincidenza, Arcuri scrive una lettera alla commissione in cui si dice «disponibile» a deporre sull’intricata vicenda.
Intanto, per rafforzare la volontà di collaborare dell’ex commissario straordinario Covid, a sorpresa e con apprezzabile lealtà, Conte riconosce la professionalità della nostra testata. «Lo sa che Arcuri», sottolinea, «ha scritto a un giornale che si è sempre rivelato molto attento, La Verità», per dire che se non lo ascoltano e non gli danno la possibilità di parlare, porterà lore le carte? «Non ai giornali degli Angelucci che fanno da corredo mediatico e da trombettieri ogni giorno; alla Verità, che, comunque, si sta distinguendo perché sta facendo le sue inchieste e ha una dignità professionale diversa dai giornali degli Angelucci». «No, vabbè, non mi sembra», abbozza Porro. «È una sua valutazione», rimarca Conte. «Sto ridendo anche ora, che vuol dire?», si difende il conduttore, «non mi faccia parlare della Verità e dei giornali di Angelucci». Il leader Cinque stelle accusa le testate di proprietà «di un parlamentare della Lega, cioè della maggioranza», di averlo messo al centro di una campagna massiccia in cui si parla dei «segreti di Conte» e di «sistema Conte». «E normale?», si chiede. Ma l’anomalia principale riguarda la visita di un commissario a un teste, ribatte Porro pur senza ricordare l’abitudine di altri esponenti pentastellati – Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli in commissione Antimafia – di concordare versioni comuni. La difesa di Conte scricchiola. «Le do una notizia», premette l’ex premier, «con Arcuri ci siamo sempre dati del lei…». Ma visti gli attacchi e il proscioglimento nelle prime inchieste giudiziarie, «gli ho detto: diamoci del tu» in un contesto di stima reciproca. «Rivendico l’amicizia con lui, con Angelo Borrelli, con Silvio Brusaferro e gli altri membri del Cts, perché loro sono gli eroi di questo Paese», esagera. Difficilmente l’enfasi dei sentimenti basterà a fugare le numerose opacità rilevate dalla commissione d’inchiesta. Conte svicola, contesta, butta la palla in corner e, a corto di argomenti contro il palese conflitto d’interessi, prova a graffiare Giorgia Meloni «che si dovrebbe vergognare» per i casi di Daniela Santanchè e Andrea Del Mastro, scaricati quando non poteva più evitarlo. Sarà. Ma se questa è l’arringa, è lecito pensare che neanche l’ex avvocato del popolo si assumerebbe come difensore.

 

La Verità, 1 luglio 2026

«Assurda la cacciata di Spacey, reciterei con lui»

Buongiorno Carlo Verdone, cominciamo dalla buona notizia: come si sta con due anche nuove di titanio?

Mi sembra d’essere ringiovanito di trent’anni. Ricominciare a fare movimenti che avevi dimenticato è come guadagnare un pezzo di vita.

La notizia cattiva è che i cinema ancora non aprono.

E il fatto è fonte di grande apprensione e tristezza. Tutti noi del settore temiamo che il pubblico cambi atteggiamento. Le persone di mezza età che amavano la sala resteranno spettatori, ma i giovanissimi che già prima la frequentavano poco si abitueranno sempre più al display?

Si vive una volta sola, il suo ultimo film, aspetta da un anno.

Per amore della visione in sala io, il produttore e il distributore stiamo temporeggiando, ma è un ultimo tentativo. Se i cinema non riapriranno presto non potremo fermare l’uscita in piattaforma perché altrimenti il film invecchia.

Qualcuno ha già fatto questa scelta.

Lo credo bene, non tutti hanno la forza economica per resistere come Aurelio De Laurentiis e Vision distribution.

Lei accetta docile o un po’ s’incazza?

Credo che prima o poi arriverà il via libera degli esperti al 40% di spettatori. A meno che le nuove varianti del virus non complichino ancora la situazione.

Lei è un rigorista o un vitalista?

Una parte di me è rigorosa e molto ubbidiente. Un’altra parte vuole vivere, vedere, stupirsi, emozionarsi.

Con la sua esperienza in materia di salute, che cosa suggerirebbe per contrastare la pandemia?

Non ho idee in più, suggerirei di attenersi alle prescrizioni. Quest’anno ha visto traccia dell’influenza? No, perché abbiamo portato le mascherine. Nessuno tra le persone che conosco l’ha avuta, mentre cinque miei amici sono morti di Covid.

Il suggerimento è maggior disciplina e uso delle mascherine?

Appena viene proclamata la zona gialla le strade dello shopping si riempiono. Capisco la gioia dei negozianti, ma credo che ci vorrebbero più responsabilità e autocontrollo. Maggior disciplina significa meno morti. Ricordiamoci anche degli anziani, che sono una categoria fondamentale per la formazione dei giovani e per la memoria storica di una società.

Aspetta con ansia il vaccino?

Certo. Come arriva me lo faccio. Un’ora fa mi hanno avvertito della morte di un’altra mia amica.

Ha paura della morte?

No. Ho paura solo del dolore che posso lasciare nella mia famiglia e nelle persone alle quali voglio molto bene quando non ci sarò più.

I suoi figli?

Non ne parliamo, quando si affronta l’argomento si incupiscono e cambiano stanza. Il brutto della morte è vederla arrivare. Per noi è un interruttore che si spegne. Poi se uno è cattolico può trovare conforto e forza in qualche modo nella fede. Non ci sono alternative.

Lei è credente?

Certo. E lo sto diventando sempre di più negli anni. Non per paura, ma perché è un percorso lungo e complicato. La fede si trova, si perde, si ritrova. Mi ha dato ragione anche il Papa quando gli ho parlato.

Mi ha detto che i veri credenti sono quelli che la perdono, ma continuano a camminare in salita e poi magari la ritrovano con più forza. Mi ha detto di dubitare dei cattolici di professione.

Dopo La casa sopra i portici, dedicato all’abitazione paterna, Carlo Verdone torna in libreria con La carezza della memoria (Bompiani), sorta di viaggio nel passato sulla scorta del ricco baule di fotografie da riordinare che ci svela il lato malinconico del più poliedrico attore brillante italiano.

Perché l’ha intitolato La carezza della memoria?

Perché provo sollievo nel ricordo, pure in quelli dolenti. E anche nella nostalgia.

Cosa vuol dire quando scrive: «Sono un uomo che ha vissuto nello stupore continuo»?

Mio padre, grande educatore, mi ha educato allo stupore, al gusto del bello.

È questo stupore che le permette di raccontarsi liberamente?

Penso di sì, non ho ancora il cuore indurito. Spero di continuare a stupirmi come mio padre fino a 90 anni. Lo stupore deriva dalla curiosità, dalla voglia di stare con gli altri, di amare la gente.

Come mai uno che ha avuto il suo successo è ancora attraversato da trepidazioni e paure?

La cosa giusta l’ha detta mio fratello: «Hai scritto un libro di grande umiltà». Se si legge con attenzione ci si accorge che il protagonista non sono io, ma gli altri.

Cosa vuol dire essere un «pedinatore di italiani»?

Essere curioso delle persone. Riuscire a scovare, anche in quelle apparentemente più grigie, un dettaglio che le rende involontariamente comiche.

Il ritratto di Maria F. ha accenni poetici.

È stata una storia breve, struggente e impossibile. Era una prostituta. Nella mia vita non ho pianto molto e questo è un guaio. Quando ho scritto il suo capitolo ho dovuto nascondere la commozione anche a mio figlio.

La stupisce che Bruno Gambarotta, storico comico e dirigente Rai di Torino, e una terrorista abbiano indovinato il suo futuro di successo?

È una coincidenza sorprendente. Quella donna che incontrai sul treno e che mi fissava con occhi intelligenti raccontò pochissimo di lei. Io ero un perfetto sconosciuto. Quando scendemmo a Torino all’una e mezza di notte, mi disse: «Tu ce la farai». In seguito scoprii dai giornali che faceva parte di una banda armata. Chissà cosa aveva visto.

La stessa cosa che vide Gambarotta?

Avevo partecipato alla seconda stagione di Non stop, il programma fucina di comici del grande Enzo Trapani. Gambarotta mi convocò nel suo ufficio: «La prossima volta che verrai a Torino sarà in Mercedes». Non male come profezia.

Si è rivelata azzeccata.

Come mai, pur essendo popolato di gente coatta e bische, questo libro è venato di malinconia?

È la mia anima, c’è poco da fare. Qualcuno confonde la malinconia con la depressione, ma non c’entra niente. È una tonalità totalmente diversa, come si vede già in Un sacco bello e Bianco rosso e Verdone. Meno male che ho questa malinconia, altrimenti farei film vuoti.

Un altro personaggio straordinario è Zdenek Digrin che, senza essere un fotografo, è stato suo maestro di fotografia?

Non direi.

Le disse di non fare fotografie «per soddisfare chi le vedrà. Sennò farà solo cartoline. Segua i suoi colori, le atmosfere della sua anima».

Era un grande intellettuale che incontrai nella Praga degli anni Settanta, un grande studioso di commedia dell’arte italiana e del teatro di Carlo Goldoni. Un uomo mite, di un candore assoluto, alto e con due occhiali da miope grossi così. Ma siccome aveva scritto qualcosa che non andava bene al regime, ha fatto tutta la vita il portiere di notte.

Qual è stato l’incontro che ha segnato maggiormente la sua carriera artistica?

Forse sono due. Il primo è stato Federico Fellini, che veniva spesso a cena a casa nostra. All’epoca seguivo le rassegne underground e le monografie dei cineclub. Quando lo ascoltavo dialogare con mio padre o rispondere a qualche mia timida domanda sui suoi primi film mi affascinava la mente del regista. Così continuai a frequentare assiduamente i cineclub.

Il secondo maestro?

È stato Sergio Leone. Fu lui a impormi di scrivere e dirigere Un sacco bello e Bianco rosso e Verdone oltre a interpretarli. Sosteneva che nessun altro regista avrebbe potuto tradurre sullo schermo la mia comicità come avrei saputo farlo io. Leone fu più che un angelo custode, un demiurgo. Per sei mesi, prima di Un sacco bello mi teneva a casa sua dalle 10 di mattina alle 4 di notte per farmi lezioni di regia. Avevo pensato anche di trasferirmi in una delle sue dependance, non lo feci perché ero sposato da poco.

A parte Roma, dove le piacerebbe vivere?

A Torino. Negli anni Settanta era grigia, un posto di solitudini. Oggi ha un fermento e una grazia nuova. Anche Siena, la città di mio padre, mi piace. Una città medievale, con strade strette e angoli scuri. Sono città nelle quali mi trovo a mio agio, anche se non sono esattamente radiose.

Mi regala un pensiero sulla politica italiana?

Diversi anni fa a una cena da un amico chirurgo ebbi modo di conoscere Mario Draghi, allora al ministero del Tesoro. Mi fece subito l’impressione di una persona per bene. Una persona umile nonostante il curriculum. Quando mi capita di incontrarlo a Città della Pieve, constato che la semplicità si abbina alla preparazione. Non a caso ha frequentato la scuola dei gesuiti.

Ne parla come di un esempio assoluto.

Credo lo sia. Non ha interessi personali ed è colto. All’estero, durante la crisi, si mettevano le mani nei capelli. Lui è credibile. I politici italiani devono essere preparati, per questo bisogna amare gli studi. Vorrei una classe politica che non pensasse alle poltrone e fosse di esempio per la gente, che altrimenti può diventare indisciplinata, volgare, violenta.

L’ultimo libro che ha letto?

Conversazioni di Jorge Louis Borges. Sono lunghe interviste fatte per la radio argentina. Con Borges si spazia dalla letteratura antica a quella moderna alla poesia.

L’ultima scoperta musicale?

Ho scoperto Mark Lanegan, un cantante maledetto, un po’ funereo, ma con una bella energia e bei testi. E sto rivalutando Lana Del Rey, che ha un bravo arrangiatore e scrive testi complessi e intelligenti.

A che punto è la serie per Amazon prime?

Abbiamo finito la sceneggiatura e in maggio inizieremo a girare.

È una storia autobiografica?

Ci sono cose della mia vita quotidiana, qualche amicizia, qualche fisima. È una commedia brillante in dieci episodi.

Il nome di un attore con cui le piacerebbe lavorare?

Kevin Spacey. Trovo incredibile che un attore gigantesco come lui, a causa del bigottismo che l’ha colpito sia ai margini. Basterebbe leggere Hollywood babilonia per accorgersi che tanti hanno fatto le cose più turpi. Noi, che siamo un paese cattolico, abbiamo santificato Pasolini. Spacey faccia il suo percorso di pentimento e riabilitazione, ma non può finire nell’oblio.

Il politicamente corretto non ammette eccezioni.

E bisognerebbe piantarla. Le basi del politicamente corretto sono giuste. Ma non lo sono più quando diventano qualcosa di dogmatico, un’ipocrisia unica, un’aberrazione.

Che cosa fa ridere oggi Carlo Verdone?

Bella domanda. Non c’è molto da ridere… I mitomani, i megalomani sono sempre divertenti. L’altro giorno ero in fila con la mascherina in una di quelle drogherie chic… Spunta un tizio senza mascherina, salta la coda e inizia a sbraitare: «Credete ancora a ’ste cazzate… No ’o capite ch’è ’n complotto? Che ce stanno a perculà…». Risultato: ce ne siamo andati tutti, lui ha indossato la mascherina ed è entrato bello tranquillo. A volte genialità e cafoneria vanno in coppia.

 

Panorama, 17 febbraio 2021