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Tutti i no al Ponte sono buoni motivi per farlo

Per una volta che c’è in agenda un ponte, la sinistra costruisce il muro. Ponte di calcestruzzo. Muro di ideologia. I muratori sono all’opera in tutte le formazioni del vasto arcipelago democratico. Un mondo che si definisce a ogni piè sospinto progressista, ma stavolta, di fronte al Ponte sullo stretto (il più lungo al mondo a campata unica, 3,3 chilometri), programmato dal governo Meloni e dal ministro alle Infrastrutture Matteo Salvini, riscopre la sua anima reazionaria. La sinistra in tutte le sue sfumature è un coro di no, dall’Avs di Angelo Bonelli ai gesuiti tendenza papa Francesco di Antonio Spadaro, sottosegretario vaticano del dicastero per la Cultura e l’educazione. Una polifonia di rifiuti e negazioni cantata a più voci. Strano: il vasto mondo progressista, diviso su quasi tutto, si ritrova coeso e compatto quando si tratta di sbarrare il mare al Ponte di Salvini. Questo Ponte non s’ha da fare, punto e basta.
Sabato a Messina hanno marciato per urlare la propria contrarietà al progetto 80 sigle, circa duemila persone, dai «No Ponte» ai «No Tav», dal Partito comunista marxista leninista di Catania alle organizzazioni Pro Pal con bandiera issata sugli slogan contro il vicepremier leghista. Sono ragazzi, verrebbe da dire. Alcuni dei quali giunti a rimpolpare le fila dei manifestanti da quella Val di Susa per anni messa a soqquadro con scontri e feriti che hanno portato a diversi interventi delle forze dell’ordine. Stavolta, degni di nota sono i toni degli slogan («Il Ponte sullo Stretto è un atto delinquenziale»; «Noi i cantieri li sabotiamo»): così isterici da trasformarsi in un efficace propellente motivazionale dei fautori dell’opera. Come ha sintetizzato una cara amica originaria di Messina: «La Schlein è contraria? Allora bisogna farlo».
A incuriosire maggiormente sono le prese di posizione di leader politici e intellettuali di grido. Il primatista di arrampicata sugli specchi è il dichiaratore seriale di Avs, Angelo Bonelli. «Il Ponte non unisce, ma divide», è riuscito a dire per contestare l’utilità dell’opera. Per i rappresentanti dell’opposizione a priori la realtà è un optional e dunque si può sostenere che «il Ponte divide i bisogni reali dei cittadini dagli interessi delle lobby, la tutela dell’ambiente e la sicurezza dei cittadini dalla corsa al consenso elettorale». E si può anche buttare la palla in corner con la collaudata tecnica del benaltrismo: «Agli italiani serve altro e non il Ponte». Più ambiziosa la riflessione proposta dall’ex direttore di Civiltà cattolica Spadaro – già pizzicato dalla Verità – che ha annunciato su Facebook il suo prossimo libro per il Touring club italiano: «I progetti di ponte sullo Stretto incarnano l’impulso a risanare artificiosamente lo strappo con una protesi impoetica che riduce l’alterità, annullando il senso dello Stretto, cancellandone il simbolo». Pensiero al limite della contraddizione che risulta, se non a spese della realtà tout court, almeno a quelle della comprensibilità.
Se negli anni Sessanta l’opposizione alla realizzazione dell’Autostrada del Sole – che avrebbe favorito i ricchi e distrutto l’ambiente mentre i cittadini avevano bisogno d’altro (vedi Bonelli) – aggregava alcune forze di destra, ambientalisti in erba e la sinistra parlamentare impegnata nella battaglia contro l’automobile, oggi le varie anime «progressiste» si barricano in perfetta solitudine contro un’opera che può accelerare il processo verso la modernità.
Nel giorno dell’approvazione definitiva del progetto da parte del Cipess (Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile) l’agenzia di comunicazione Arcadia ha registrato l’instant sentiment positivo al 67,7% (su una base di 47.000 interazioni). Eppure, come per Bonelli, «il Ponte che non unisce» è l’architrave del ragionamento proposto anche da Ilvo Diamanti su Repubblica a corredo di un sondaggio realizzato da Demos & Piper per il quotidiano il 14 e 15 maggio scorso, tre mesi fa, e proposto solamente ora (senza evidenziare il tenore delle domande). La sintesi finale è che «lo vuole un italiano su tre» (il 28% del campione di 1009 persone). Diamanti si mostra sorpreso che la presunta divisione a proposito del Ponte non si cristallizzi sulla base di un criterio geografico – più favorevoli al Centro Sud (35%) e al Sud e nelle Isole (31%) – ma segua invece l’orientamento politico. Fra gli elettori leghisti il consenso sale al 67%, mentre si assesta al 63 tra quelli di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Italia viva. Scende al 51% tra gli elettori di Azione e precipita al 32 nel Pd e in Alleanza verdi sinistra. In chiusura del suo intervento, l’editorialista nota che «il Ponte sullo stretto rende più “larga” la distanza politica… L’aspetto che colpisce riguarda il protagonista di questo progetto. Matteo Salvini»: autore di un’evoluzione partita dalla Lega nord e assemblatore delle diverse anime, da quella veneta a quella di Bossi e Maroni, nell’unica Lega nazionale. Che, però, conclude Diamanti, «fatica a superare… il Ponte sullo stretto».
Insomma, diciamola tutta al di là delle inutili cautele e delle fragili ipocrisie: il Ponte divide solo perché è il suo promotore a essere considerato divisivo. E rilassiamoci, basta arrampicate sugli specchi.

La Verità, 12 agosto 2025

«Follia parlare di negazionismo climatico»

Ruvido, cattivo, scapigliato, voce della Zanzara (con David Parenzo) su Radio 24 e volto dei talk show di Rete 4, Giuseppe Cruciani è il nemico pubblico degli ambientalisti apocalittici.

Cruciani, dove andrà in vacanza?

«In Trentino, come al solito. Precisamente a Madonna di Campiglio, uno dei miei eremi».

In mezzo agli orsi?

«Non ci penso. Capisco chi può avere disdetto e chi può avere delle perplessità. Io sto in posti non frequentati dagli orsi, faccio delle ferrate… Comunque, il freno al turismo è un motivo in più per abbattere gli orsi problematici».

Già l’espressione fa ridere.

«Vero. Orsi che possono mettere in pericolo la comunità. Li abbattono ovunque, da noi è un dramma di Stato».

Il turismo in Trentino ne risentirà?

«Spero di no. Per fortuna non c’è un pericolo costante. Sicuramente la campagna di protezione di questi mesi non aiuta».

Gli animalisti dicono che bisogna rispettare le loro abitudini: sono più importanti di quelle degli esseri umani?

«Per loro quelle degli uomini vengono dopo. Nel suo bellissimo Gli animali hanno diritti? Roger Scruton, un filosofo britannico morto di recente, scriveva che, siccome sono moralmente inferiori, proprio per questo vanno più protetti. Infatti, nelle società occidentali non c’è niente di più sofisticato e puntiglioso della normativa per la protezione degli animali. Ci sono tantissime leggi che li tutelano dalle sevizie e ci impegnano a coccolarli e accudirli in tutte le situazioni».

Gli animalisti si preoccupano anche delle abitudini delle nutrie e degli istrici che, scavando le tane, indeboliscono gli argini dei fiumi.

«Anche in quel caso ci vuole l’abbattimento selettivo e costante. Non capisco come si possa pensare di proteggere prima le nutrie e poi, eventualmente, il territorio. La controprova viene dai danni minori ai nostri fiumi e al nostro territorio se si adotta una sana politica di manutenzione degli argini. L’animalismo estremo produce solo danni».

Sul bellissimo litorale di Giovinazzo, in Puglia, la conversione di un ecomostro in un resort turistico è bloccata dalla Via (Valutazione impatto ambientale) preoccupata di tutelare la lenticchia di mare, una piccola pianta acquatica.

«Siamo alla follia. Spero che la vera motivazione del divieto non sia questa. La sopravvivenza della lenticchia di mare anteposta allo sviluppo economico… La penso al contrario: se per migliorare il territorio e creare lavoro serve cementificare, si cementifica. Il cemento non è sempre, automaticamente, male. La lenticchia di mare è la panna sopra le ciliegie dell’ambientalismo sfrenato. Non può essere così…».

E come può essere?

«Non lo so, magari con questa battaglia si creano dei bacini elettorali. La protezione dell’ambiente e una formula così generica che ci si può mettere dentro tutto. Ma è un grande ricatto: ma come, non vuoi proteggere l’ambiente? Elly Schlein ne parla di continuo, ma è un gigantesco alibi che produce divieti e immobilismo».

Sembra che non valga per il Ponte sullo stretto di Messina: è contento che si farà? Lei ci scrisse un libro 15 anni fa…

«Me lo sono quasi dimenticato. Non sono sicuro che si farà davvero, temo che per l’ennesima volta possa naufragare. Fare i ponti dovrebbe essere un fatto normale, invece in Italia è una battaglia ideologica».

Anche lì ci sono le Ong preoccupate per le sorti degli uccelli…

«La salute degli uccelli, la paura dei terremoti…».

Si dice che i problemi della Sicilia sono altri, che servono altre infrastrutture.

«Certo, le ferrovie. Ma non è che se non fai una cosa non devi fare l’altra. Perciò, finché non vedo, non dico la prima pietra, ma il taglio del nastro, non ci credo».

Che cosa pensa degli attivisti di Ultima generazione?

«Questi ragazzi, che io chiamo di Ultima degenerazione, imbrattando i monumenti o bloccando il traffico pensano di conquistare visibilità e andare nei talk show, credendoli utili per sensibilizzare mentre, in realtà, sono un tritacarne, una rappresentazione teatrale. Lo faccia dire a uno che li conosce».

Però, loro battaglie…

«Li trovo un po’ millenaristi e un po’ luddisti. E quindi un po’ contraddittori, perché poi si servono della tecnologia, cellulari, social e tutto il resto. Sono attaccati al mito della natura sacra e intoccabile, ciò che per loro l’uomo non è. Nessuno nega che gli idrocarburi inquinino, ma in questo momento, e non si sa per quanto ancora, non c’è alternativa. Poi li trovo fondamentalisti, incapaci di ammettere posizioni differenti, come quelle espresse da studiosi come Franco Prodi o Franco Battaglia».

Sono collegati ad A22 Network, finanziata dal Climate emergency fund.

«Può darsi che qualche soldo arrivi da questi fondi. Ma a me sembrano più degli scappati di casa, ragazzotti che fanno le loro molto discutibili proteste in modo autonomo. Se il Climate emergency fund si servisse di loro avrebbe scelto il cavallo sbagliato».

Se le capitasse di trovarli seduti sulla tangenziale che deve percorrere con la sua auto full electric…

«Ho un’auto diesel e non mi devono rompere le scatole».

… per raggiungere la sua meta, come si comporterebbe?

«Scenderei dalla macchina e direi che devo andare a lavorare: “Non mi cagare il c… alzati e smettila di fare il buffone per strada”».

Non si accorgono che è un errore attaccare l’Europa e sorvolare sui sistemi industriali di Cina e India?

«Quando si fa presente che sarebbe più giusto incatenarsi davanti all’ambasciata cinese o indiana, rispondono che quei Paesi inquinano perché producono merce per l’Occidente. La causa di tutti i mali siamo sempre noi che alimentiamo l’industria degli idrocarburi e siamo i consumatori più smodati del pianeta. Magari è vero…».

La soluzione è la decrescita?

«Qualcuno lo pensa. Di sicuro non si può imporla a tutti. Anche questi ragazzi non credo conducano vita monacale e lavino la biancheria nell’acqua del fosso. Anche loro sono immersi nella società occidentale che non sopportano. E intanto gridano alla fine del mondo vicina».

Le star di Hollywood e molti attori e intellettuali nostrani sono dalla loro parte.

«Ma questo è normale perché non c’è causa più nobile e indolore che volere un mondo meno inquinato. Questo lo vogliono tutti, è ovvio, come la pace nel mondo. I problemi nascono quando si devono individuare gli strumenti per raggiungere l’obiettivo. Perché, ricordiamolo, la vita in sé è inquinante».

L’ecologia è diventata una religione?

«Certe intransigenze lo fanno pensare. Ci sono intellettuali e testate giornalistiche che vogliono introdurre il reato di negazionismo climatico, come il negazionismo dell’Olocausto. Ci rendiamo conto?».

Questo è l’ambientalismo movimentista e dilettantista, poi c’è quello istituzionale e dirigista dell’Unione europea. Che cosa pensa della svolta green di Bruxelles?

«È una convergenza di interessi delle lobby dell’industria green che, con la scusa dell’emergenza, vogliono farci cambiare stili di vita e farci spendere di più. Nel modo che vogliono loro».

Dalle auto elettriche che dovremo acquistare nei prossimi anni all’efficientamento delle abitazioni, l’agenda green è fitta di nuovi adempimenti.

«Una serie di disagi e di costi. E i vantaggi quali sarebbero? Le nostre responsabilità per il peggioramento dello stato del pianeta sono inferiori a quelle che la narrazione apocalittica ci attribuisce, perciò mi sembra che qualsiasi sforzo virtuoso non sarebbe compensato da una miglior qualità della vita. Né nostra né di chi verrà dopo di noi».

E cosa pensa del cibo del futuro fatto di insetti e farine di grillo?

«Su questo sono libertario. Ognuno mangi quello che preferisce, l’importante è che non ci siano imposizioni e divieti. Da italiano, non penso che il nostro cibo debba temere la concorrenza di grilli e cavallette».

Con la possibile estensione del green pass all’emergenza climatica voluta dall’Ue potrebbero essere perseguiti i cosiddetti negazionisti ambientali?

«Non credo che il green passa verrà esteso all’ambiente. In ogni caso, non mi stupirei se i cosiddetti negazionisti verranno trattati come coloro che non si volevano vaccinare».

 

Il Timone, luglio-agosto 2023