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Perché ci affezioneremo ai poliziotti di Pizzofalcone

È un’infilata di successi l’esordio dell’ispettore Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman) nel commissariato di Pizzofalcone, periferia napoletana. Gli agenti che vi operavano erano in combutta con la camorra e così la chiusura è imminente. Spedito lì per punizione dai superiori che non lo stimano anche a cause di accuse, mai provate, di aver passato informazioni alla mafia di Agrigento, l’ombroso poliziotto, allergico alla chiassosità napoletana, mette presto a frutto esperienza e fiuto investigativo nelle indagini per l’omicidio della moglie di un notaio donnaiolo (Francesco Paolantoni). A Lojacono basta un’occhiata al cadavere riverso sul tappeto per confutare la tesi della rapina finita male sposata dal suo ex capo, titolare dell’inchiesta. Anche il Pm Laura Piras (Carolina Crescentini) non è convinta della tesi ufficiale e vuole saperne di più. Da qui a sollevare dall’incarico l’ottuso superiore per affidarlo allo scalcinato commissariato il passo è breve. Altro che chiusura ineluttabile, la composita squadra, nella quale spiccano il sostituto commissario Giorgio Pisanelli, memoria storica del quartiere, e l’ambiguo agente scelto Marco Aragona (Angelo Folletto), ritrova stimoli e motivazioni per arrivare alla soluzione dell’enigma, in verità non troppo complesso, guidati dall’ispettore dal passato nebuloso e con una moglie da riconquistare. Sulla sua perspicacia professionale, però, nessuno può dire nulla e i risultati si vedono. Oltre a convincere l’incantevole Pm, l’ispettore inquadra l’assassino, surclassa l’arrogante superiore e allunga la vita alla squadra di bizzarri poliziotti.

Tratto dai racconti di Maurizio De Giovanni pubblicati da Sellerio, diretto da Carlo Carlei e prodotto dalla Clemart di Gabriella Buontempo e Massimo Martino, I bastardi di Pizzofalcone è un poliziesco con un copione definito, a volte prevedibile, e recitazione calibrata anche nei ruoli secondari affidati a ottimi caratteristi, da Gianfelice Imparato a Mariano Rigillo (Rai 1, ore 21.25, share del 25,42 per cento, quasi 7 milioni di spettatori). Il primo episodio, intitolato Napoli, più luce che buio è servito a mettere a fuoco i personaggi della serie: tutti con un passato da riscattare, qualche macchia da cancellare e precari equilibri affettivi che avranno certamente un ruolo non secondario nello sviluppo della storia. Dopo Coliandro e Rocco Schiavone ecco Lojacono: la lista dei poliziotti tormentati e dal cuore buono si allunga. Ma forse, per ambientazioni, composizione del cast e sceneggiatura, proprio Lojacono può provare ad avvicinarsi all’irraggiungibile Montalbano.

 

La Verità, 11 gennaio 2017

Montalbano, la Tipo e il tempo sospeso di Vigata

La cosa più sorprendente delle tante che si vedono in una puntata de Il Commissario Montalbano è che ha ancora una Fiat Tipo. Una Fiat Tipo blu per l’esattezza, e verrebbe quasi da scrivere bleu, come si diceva fino a qualche decennio fa, tanto è vintage. La Tipo è un’auto che ha almeno una ventina d’anni, essendo stata prodotta tra il 1988 e il 1995, e da qualche mese la casa madre ne sta proponendo un nuovo modello che di quella conserva solo il marchio. Quando sulle nostre strade sfrecciava la Tipo, il Muro di Berlino era appena caduto e l’euro era ancora fantascienza, perciò si stenta a dire se quella del commissario sia Euro 2 o 3 o, più probabilmente, non contempli nemmeno questo genere di parametri. Dunque, quella del poliziotto più amato dagli italiani (ieri ha sfiorato il 41 per cento di share con 10,3 milioni di spettatori) non può che essere una macchina un tantino malandata e con i cerchioni ammaccati. Il padrone non è tipo che si formalizza e bada al sodo. Però, questa cosa della Tipo è divertente perché dà il polso del successo della serie di Raiuno tratta dai libri di Camilleri e prodotta dalla Palomar di Carlo Degli Esposti. Si fa presto a dire “Montalbano è rassicurante”. In realtà è molto più di questo, perché il poliziotto che tutti invidiamo vive in un tempo e in un luogo particolari, quasi una dimensione sospesa, senza l’urgenza della contemporaneità, considerata dalla critica la categoria discriminante delle fortune di una serie o di un film. Anzi, paradossalmente, proprio la non ricerca delle mode e dell’attualità, è uno dei principali segreti del successo della fiction.

Per dire, arriva la prima interruzione pubblicitaria e veniamo bombardati di spot con i nuovi modelli di Suv e monovolumi, con il sistema uconnect e i portelloni che si aprono con un battito di ciglia. C’è appena stato il Salone di Ginevra e il settore dell’auto è tra quelli che trainano la ripresa. Ma di tutto ciò, giustamente, Montalbano se ne strabatte i cabbasisi. Anche perché a Vigata le strade sono semideserte, i semafori non esistono, la Tipo mai che finisca in una coda o incroci un’auto che procede in direzione opposta, nelle indagini il suo pilota s’inoltra spesso su strade sterrate e il doppio bluetooth non serve. Per la verità, serve pochino anche il cellulare stesso. In casa, Salvo nostro usa un avveniristico cordless, in ufficio un fisso, e dello smartphone non si vede traccia.

Beato Montalbano. Fa il lavoro che gli piace, mangia dorme e ogni tanto quella terza cosa. Invidia: molto anche per quel vivere con lentezza, per quell’assenza di stress, per il tempo sospeso, i ristoranti in riva al mare con i tavoli sempre liberi e nessuna ressa, le nuotate con l’acqua tutta per lui. Come le strade…