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Sulla via dell’Oscar a Vermiglio c’è Emilia Pérez

La critica cinematografica italiana è gasata perché, selezione dopo selezione, Vermiglio di Maura Delpero continua la sua marcia verso la Notte degli Oscar del 2 marzo. Nei resoconti gli evviva e i cori di plauso si sprecano. Sebbene rimangano ancora un paio di ostacoli da superare, l’ambita statuetta sembra già cosa nostra. In un certo senso è lo stesso film visto l’anno scorso con Io capitano di Matteo Garrone. Qualche giorno fa l’opera che rappresenta l’Italia nella categoria «miglior film internazionale» è entrata nella shortlist dei 15 candidati che verranno ridotti a cinque il 17 gennaio prossimo. L’ottimismo della stampa specializzata è suffragato dall’ingresso nel sestetto che concorrerà ai Golden Globes del 5 gennaio. I quali, sebbene non sempre trovino puntuale conferma, sono comunque una significativa anticipazione delle preferenze dell’Academy. Motivo per cui molti addetti ai lavori considerano sicuro l’ingresso di Vermiglio nella fatidica cinquina finale. In fondo, non c’è che da aspettare restando, possibilmente, con i piedi per terra. Anche perché, sempre pochi giorni fa, un altro premio molto bramato, gli European film awards, è sfuggito al lungometraggio di Delpero sconfitto da Emilia Pérez, osannato musical diretto da Jacques Audiard che ha ottenuto riconoscimenti in cinque, diverse, categorie. Ovviamente, Emilia Pérez, già Premio della giuria a Cannes, quando gran parte dei critici lo riteneva meritevole della Palma d’oro, è anch’esso nella lista dei 15 e tutto fa pensare che entrerà da favorito nell’ambita cinquina.
Nei cinema americani Vermiglio uscirà il giorno di Natale e l’accoglienza sarà interpretata come indicatore in vista della successiva scrematura. La storia raccontata nel film è quella di una famiglia, i nonni della regista, di un villaggio della Val di Sole alla fine della Seconda guerra mondiale, dove l’arrivo di un disertore incrina gli equilibri della piccola comunità e i sentimenti di una delle figlie dell’austero maestro del paese, uomo egoista e temuto anche tra le mura domestiche. Il contrasto tra il candore della neve e certi segreti dei componenti della famiglia è la metafora di un piccolo mondo immobile dietro il quale si nascondono solitudini e turbamenti. Presentando il cartellone dell’81esima Mostra di Venezia il direttore Alberto Barbera ha accostato Vermiglio all’opera di Ermanno Olmi e ha parlato di «vera e propria reincarnazione». Il riferimento, che la regista ha condiviso, entusiasta, è all’Albero degli zoccoli, e non solo perché ampie parti recitate in dialetto necessitano di sottotitoli. In realtà, al di là della cornice estetica e delle affinità formali, Vermiglio è spruzzato da pennellate molto mainstream. Mentre la primogenita resta incinta del disertore, la secondogenita manifesta inclinazioni omosessuali e, con lo scorrere delle stagioni, ritratte dalla splendida fotografia, il padre si rivela sempre più padrone, stimolando i primi accenni di resistenza della moglie e l’allontanarsi dei figli. Soprattutto, a differenza della cinematografia del maestro bergamasco, in questo declino rurale non c’è quasi traccia di fede e devozione religiosa, e il fatto suona piuttosto strano, considerando i tempi e i luoghi in cui è ambientata la storia. Così, in un certo senso, può suonare attenuante di questa «dimenticanza» o sottovalutazione, la confessione rilasciata da Delpero al momento della consegna del Leone d’argento a Venezia: «Racconto la mia famiglia in un tempo che non ho conosciuto».
L’Italia dei piccoli borghi, la vita rurale con le sue abitudini, le storie d’amore frustrate sono elementi che solitamente piacciono ai giurati dell’Academy. In occasione degli Efa, però, la regista ha lamentato il taglio dei fondi ministeriali che, in aggiunta a quelli dei produttori e alle sponsorizzazioni private, avrebbero dovuto appoggiare la partecipazione alla corsa: «Siamo Davide contro Golia», ha sintetizzato. L’amministratore delegato di Rai Cinema Paolo Del Brocco ha aggiustato il tiro parlando di un problema burocratico relativo al passaggio di consegne tra l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e l’attuale, Alessandro Giuli. Ora l’ingresso nella penultima selezione dovrebbe sollecitare lo sblocco dei finanziamenti del ministero della Cultura. Tuttavia, non è affatto detto che bastino per giungere all’esito per cui tifa la critica nostrana. Quella internazionale, che pesa assai di più, è schierata per il film di Audiard che narra la storia di un narcotrafficante messicano, il quale, in crisi d’identità di genere, con l’aiuto di una zelante avvocato, inizia, nonostante moglie e figli, il percorso di transizione per rifarsi una vita e riparare le azioni efferate compiute da malvivente. Allo scopo, sulle note di una colorita colonna sonora, il trans e il suo avvocato fondano una ong…
Energia e innovazioni registiche a parte, il musical trans ha tinte arcobaleno più marcate del nostro Vermiglio. Perciò, considerati i protocolli dei saggi di Hollywood, se è possibile che il lavoro di Delpero superi un’altra selezione, sulla vittoria finale non è il caso di farsi eccessive illusioni. Io capitano insegna.

 

La Verità, 22 dicembre 2024

Cinque motivi (e mezzo) per salvare il clown Joker

È vero, è cominciata da un paio di giorni la Festa del cinema di Roma e, stando alle prime recensioni, abbiamo già in Berlinguer – La grande ambizione il capolavoro di stagione. Ma mentre si aspetta di andare a vedere, il 31 ottobre, l’unanimemente esaltata opera di Andrea Segre, con Elio Germano nelle vesti e nelle posture dello storico segretario del Partito comunista italiano, voglio spezzare una lancia in favore di Joker: Folie à deux che, alla Mostra del cinema di Venezia, il regista Todd Phillips ha presentato come un sequel «tutt’altro che classico, quasi una storia a sé stante». Tuttavia, siccome la critica ufficiale ha già deciso che si tratta del «più grande flop dell’anno» e di «una vera catastrofe commerciale», questa è un’operazione donchisciottesca fuori tempo massimo.

Ecco i cinque (e mezzo) buoni motivi per salvare il clown Joker.

L’interpretazione Loro due: Joaquin Phoenix e Lady Gaga, fior di attori al meglio della forma. Sciorinano entrambi un’interpretazione superlativa, perfettamente immedesimati nei ruoli. La mimica, la camminata e l’introspettiva convulsa di Arthur Fleck. Gli sguardi, l’intrigo e la passione ribelle di Harley Quinn. È un sogno, una vertigine, un’epopea di amore salvifico: «Insieme costruiremo una montagna». Straordinari i duetti, i dialoghi ravvicinati, i primissimi piani. Nella cella del carcere, quando immaginano un futuro libero dalle costrizioni e la follia sembra a portata di mano. Magnetica la sua parte, lei regge il confronto con il volto congestionato di lui. Lui non sfigura quando canta. Sono pur sempre il più grande attore e la più grande popstar in circolazione.
Il musical Scelta insolita. La storia tra il clown fragile e la sua fan, innamorata e devota, vola sulle note degli standard americani del Novecento, da Frank Sinatra a Burt Bacharach, da Gene Kelly a Nat King Cole. È il linguaggio scelto dal regista per trasmettere il lievitare della passione, per comunicare l’amore salvifico. «Io e Joaquin cantiamo perché è il modo di esprimere meglio quello che a parole non riusciamo a dirci», ha confidato Lady Gaga. I testi (rivisitati) di Gonna build a mountain, That’s entertainment, Get happy, That’s life infilati nei dialoghi sarebbero risultati melensi anziché commoventi premesse della follia. Una follia musicale, per nulla fuori contesto.

I generi Brani d’animazione, dramma carcerario, dramma giudiziario, commedia sentimentale. Il «sequel non classico» di Joker frequenta diversi registri cinematografici. Ma la storia scorre facile perché sono generi pop, che appartengono al grande pubblico. Ci si orienta facilmente nei corridoi cupi dell’Arkham State Hospital, il manicomio criminale dov’è rinchiuso Fleck/Joker in attesa di giudizio. Così come nell’aula di tribunale dove depongono i testimoni davanti al procuratore. Si comprende che i brani d’animazione, a cominciare dal prologo, suggeriscono le chiavi interpretative della storia.

La regia Avendo diretto l’adattamento cinematografico di Starsky & Hutch e la trilogia di Una notte da leoni, Phillips si muove con disinvoltura in queste situazioni. Forse non soddisferà pienamente la ricerca estetica e autoriale della critica colta, ma la storia cresce senza che mai si possa prevedere l’epilogo, mantenendo viva l’attenzione del pubblico. Più efficaci le riprese all’interno del carcere.

L’identità Dopo l’inaspettato successo del 2019, a restare delusa è soprattutto quella parte di pubblico e critica che si aspettava di vedere Joker ancora nei panni del leader antisistema. Cinque anni fa il clown dalla risata convulsa aveva interpretato la rivolta dei deboli in un momento di disorientamento generale. Poi sono arrivate la pandemia, le guerre e le ribellioni populiste e violente che hanno messo in ginocchio lo Stato sociale a tutte le latitudini. Inevitabile che il nuovo lavoro battesse altre strade. Il prologo animato annuncia che non abbiamo bisogno di altre prove e sofferenze. Ma abbiamo bisogno di amore, tutti singolarmente ne abbiamo bisogno. «Scaveremo ancora più in profondità la psiche di Joker», aveva annunciato il regista. Così ci si addentra nella sua doppia natura: il disadattato violento e la maschera da clown. Chi siamo, veramente? Siamo la stessa persona in privato e in società? O indossiamo una maschera per coprire le nostre fragilità? Joker ritrova motivazione quando incontra Harley: «Sono cambiato perché c’è qualcuno che ha bisogno di me». È qualcosa di più di un semplice sentimento. È lo svelamento di sé attraverso l’incontro con un altro. Il «tu» fa consistere l’«io». «Non c’è nessun Joker», dice Arthur Fleck nell’arringa finale, ci sono solo io. E strappa il sipario. Ma è una prospettiva che delude i seguaci. Più facile attardarsi sul progetto politico. Sull’ideologia. I fan vogliono la rivolta contro le istituzioni. E anche Harley… Resta da ascoltare la canzone finale.
Il flop annunciato Anche la critica engagé rifiuta il Joker esistenziale. Il film dev’essere un flop. Anzi, «il più grande flop dell’anno», forse della storia, secondo Variety, ripreso acriticamente dalla stampa internazionale. Anche i nostri giornali si accaniscono nell’accreditare la catastrofe di Warner Bros. Il film è costato 200 milioni di dollari, più 100 di promozione. Uscito il 2 ottobre, finora ha incassato 50 milioni in America e 165 nel mondo. Si stima che arriverà a 65 negli Usa e a 215 all’estero. Poi sarà venduto alle piattaforme. Di flop planetari se ne sono visti di peggiori.

Salviamo il clown Joker, in attesa di farci dire da Segre chi era Berlinguer.

 

La Verità, 18 ottobre 2024

Una Compagnia del cigno senza centro narrativo

Da L’amica geniale a La Compagnia del Cigno il salto è notevole. In basso, purtroppo. Siamo su Rai 1 e dietro c’è sempre Rai Fiction, ma le uguaglianze finiscono qui. La serie diretta da Saverio Costanzo era tratta da un bestseller, quella scritta e diretta da Ivan Cotroneo è nata per la tv. Però, chissà, forse la differenza principale, causa di tutte, è proprio quella che intercorre tra Costanzo e Cotroneo. Se si ha l’ambizione di introdurre nella fiction di Rai 1 linguaggi e formule nuove come il musical e il fantasy catartico, tanto più bisogna essere impeccabili nella narrazione elementare. Là dove, invece, La Compagnia del Cigno evidenzia qualche debolezza, la principale delle quali è la modica quantità di coinvolgimento del telespettatore (lunedì, ore 21.30, share del 24.03% nei primi due di dodici episodi).

Nel conservatorio Giuseppe Verdi di Milano l’esageratamente severo maestro Luca Marioni (Alessio Boni) sta tentando di creare un’orchestra con gli allievi più promettenti. Al gruppo in cerca di affiatamento si aggiunge strada facendo Matteo (Leonardo Mazzarotto), violinista di talento proveniente dalla terremotata Amatrice. Ospite dello zio gay (Alessandro Roja) cui l’hanno affidato il padre e la madre separati (Stefano Dionisi e Giovanna Mezzogiorno), il nuovo arrivato viene aiutato a integrarsi nell’orchestra dalla «compagnia del cigno» (in omaggio a Verdi, il Cigno di Busseto), composta da sei ragazzi scelti dal tenebroso maestro. Intanto s’intrecciano le storie sentimentali di giovani e adulti.

Finalmente ambientata al nord dopo tante storie romane e napoletane, La Compagnia del Cigno ha anche il pregio di indagare il rapporto tra il talento e la necessità di una disciplina che comporta sacrifici per corrispondere alle ambizioni. L’idea di affidare a piccole dosi di musical il racconto degli stati d’animo è congeniale alla narrazione fluida di moda. Tuttavia, a causa del lungo prologo necessario a tratteggiare i profili dei coprotagonisti, finora priva di un centro affettivo, la storia stenta a decollare. Alla coralità dei ragazzi si contrappone il maestro soprannominato «il bastardo», nel tentativo di farne l’antagonista sblocca trama. Con questa serie Cotroneo, navigato autore di programmi (Parla con me, Stasera casa Mika) e di fiction, nonché regista al cinema, esordisce dietro la cinepresa anche in tv, frequentando i temi prediletti come i rapporti omosessuali più o meno metabolizzati (È arrivata la felicità, Una grande famiglia, Io e lei) e l’integrazione del diverso. Temi politicamente corretti, cari alla Rai renziana.

 

La Verità, 9 gennaio 2019