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«La sinistra mi ha cacciato perché non sa più ridere»

Quello di Simone Lenzi, l’assessore alla Cultura di Livorno che si è dimesso a causa di un paio di post su X che hanno provocato la sconfessione del sindaco Pd Luca Salvetti, anziché spegnersi come una querelle di periferia, sta diventando, man mano che passano i giorni, uno di quei casi rivelatori di una patologia profonda. Ovvero: la mancanza di libertà di critica nella quale è precipitata una certa sinistra. In questa vicenda, l’ipocrisia è condita da un linguaggio distorto e da accuse fasulle di omofobia e transfobia. Che, letteralmente, significherebbero paura degli omosessuali e dei transessuali. Trattandosi poi di Livorno, la città dove nel 1921 fu fondato il Partito comunista italiano, la faccenda assume anche contorni simbolici. Andiamo, però, con ordine, dando la parola a un divertito Lenzi. Scrittore riconosciuto, sceneggiatore, front-man dei Virginiana Miller, rock band con un discreto seguito, e autore di canzoni, una delle quali (Tutti i santi giorni) vinse nel 2013 il David di Donatello come miglior brano originale del film omonimo di Paolo Virzì, per altro derivato da un suo romanzo.
La polemica non cessa: se l’è presa anche con Pierluigi Bersani, santone intoccabile della sinistra-sinistra.
«Ma no, non me la sono presa con Bersani… Solo che ha fatto un post sul libro di Piero Marrazzo riconoscendo che a volte si è più duri con chi si prende delle libertà sessuali che con chi ruba all’Inps. Naturalmente sono d’accordo con lui. Però gli ho fatto notare che non sono stati fatti grandi passi verso il pluralismo visto che il sindaco di Livorno, appoggiato dalla maggioranza Pd, mi ha fatto fuori per un commento estetico su una statua della Biennale d’arte contemporanea».
La stupisce che la accostino a Piero Marrazzo sebbene la sua vicenda sia parecchio diversa?
(Ride) «Personalmente, mi sono limitato a un commento estetico su una statua che giudicavo molto didascalica e, come tutta l’arte didascalica, profondamente noiosa».
Riavvolgiamo il nastro dall’inizio: lei si è dimesso o è stato fatto dimettere?
«Mi è stato chiesto di dimettermi e, per evitare al sindaco di rischiare una mozione di sfiducia, gli ho consegnato le mie dimissioni. Ho sempre pensato che il bene pubblico venga prima di quello privato».
Il motivo è il post contro la vignetta di Natangelo sul Fatto quotidiano sul massacro del 7 ottobre ordito da Hamas o sono i post precedenti, definiti transfobici?
«Quello contro la vignetta ha scatenato tutto. Poi sono andati a frugare nella timeline di X e hanno trovato cose vecchie per impacchettare il dossier».
Aveva scritto: «Ho uno champagne in frigo, pronto per quando chiuderà, sommersa dai debiti, la fogna del @fattoquotidiano, laboratorio di abiezione morale, allevamento di trogloditi, verminaio del nulla». Un po’ forte, lo riscriverebbe?
(Ride) «Visto che ha prodotto il mio licenziamento, magari no».
Sperava in un po’ più d’ironia dei suoi interlocutori?
«La cosa che più mi dispiace, non tanto per questo ma per gli altri post, è il fatto che la sinistra abbia smarrito la capacità di prendersi in giro, che era la sua più grande forza».
Si potrebbe pensare che lei sia scomodo in un momento in cui si lavora alla nascita del campo largo?
«Credo che lei sopravvaluti la mia influenza. Se poi me lo chiede, a me il campo largo non piace».
Questo mi era chiaro. Invece Elly Schlein le piace?
«Domanda tosta. È molto pop, come lo era Matteo Renzi ai suoi tempi. Ci sa fare. Resta però ancora indefinito quale popolo rappresenti».
Perché sono andati a ripescare il post in cui criticava la statua della Biennale che raffigura una donna con il pisello?
«Perché volevano costruire il dossier per procedere alla character assassination: prendi uno e lo metti alla gogna».
Sotto quella statua c’era una didascalia lapidaria: woman.
«Non mi piace l’arte che ti dice come devi pensarla su qualunque tema, non solo su questo».
Quell’unica parola era la provocazione?
«Infatti, ho scritto che non sono il borghese scandalizzato, ma il borghese annoiato da questa pedagogia».
Fobia significa paura e l’accusano di transfobia e omofobia: ha paura di trans e omosessuali?
«L’accusa di omofobia è assolutamente cretina, ma pure quella di transfobia. Perché: a) non ho paura di nulla; b) sono liberale e libertario e per me ogni adulto può fare ciò che vuole del proprio corpo».
A volte dando dell’omofobo si vuol dire che si odiano gli omosessuali: lei li odia?
«Assolutamente no».
Possibile che il sindaco Salvetti e Irene Galletti, capogruppo alla regione Toscana del M5s, non abbiano colto la sua autoironia sulle 28 identità sessuali?
«Infatti. A 56 anni provo sollievo nel non dovermi identificare in qualcuna di quelle 28 categorie. M’interessa più la buona cucina, ormai».
Livorno è sempre la città del Vernacoliere?
«Evidentemente non più».
È la città di Paolo Virzì e dei film in cui sbertuccia lo snobismo della sinistra?
«Speravo lo fosse ancora. Il problema è che quando prendi tutto sul serio, passa il bambino e dice “il re è nudo”. Ringrazio per la solidarietà Virzì, esponente di una sinistra che sa ancora prendersi in giro».
Nella lettera di dimissioni ha scritto che «alla sinistra, che avevo visto fin qui come la roccaforte di ogni libertà, della libertà autentica non interessa affatto». Giudizio pesante.
«Sì. Per sintetizzare ho coniato l’espressione “narcisismo etico”, che è quell’atteggiamento per cui è importante sembrare buoni e giusti, senza preoccuparsi di esserlo davvero».
Può precisare, sempre per l’importanza delle parole?
«L’unica cosa che conta è andare a letto la sera sentendosi parte della schiera dei buoni e dei giusti, anche se magari non abbiamo cambiato il mondo di una virgola».
Sostituendo all’eguaglianza l’inclusione come stella polare questa sinistra tende a escludere chi non si allinea al nuovo verbo?
«La metterei così: prima seguivamo grandi principi universalistici, venuti meno i quali è subentrato una sorta di tribalismo. E il tribalismo ha continuamente bisogno di capri espiatori».
Il narcisismo è un autocompiacimento, in fondo inoffensivo, nel quale ci si crogiola in una presunta superiorità?
«Esattamente questo».
Se fosse così i danni sarebbero contenuti: non le pare che la patologia della sinistra sia piuttosto l’esibizionismo etico?
«L’esibizionismo è una componente fondamentale del narcisismo».
Il sindaco che l’ha costretta a dimettersi l’ha fatto per avere l’approvazione dell’opinione pubblica?
«Questo andrebbe chiesto a lui. L’unica cosa che gli dico, con un po’ d’affetto, è che forse poteva gestire la conferenza stampa in un modo umanamente più… inclusivo anche nei miei confronti».
Narcisismo, esibizionismo: questo si può chiamare bullismo etico?
«Mmmh. Variazioni sul tema ce ne sono tante. Diciamo così: siccome nel tribalismo il capro espiatorio si sente in colpa e vorrebbe rimanere in un angolo sperando che tutti si dimentichino di lui, per carattere, io sono il capro espiatorio sbagliato».
Quindi gliela farà pagare?
«No. Continuerò a essere me stesso e a godere della mia libertà di pensiero e di espressione».
Lei ha parlato di psico-polizia del pensiero, un comportamento messo in atto anche da lei quando due anni fa vietò una conferenza sull’Ucraina al professor Alessandro Orsini dicendo «abbiamo denazificato» il teatro Goldoni?
«Anche quella era una battuta».
Però Orsini non parlò al Goldoni.
«Il punto è diverso e glielo spiego a mia volta con una domanda. Comunque la si pensi, Orsini ha parlato al Regio di Parma, alla Fenice di Venezia o alla Scala di Milano? No. Per questo non ha parlato nemmeno al teatro Goldoni, che è un antico teatro di tradizione».
Quello dove si svolgeva il congresso socialista dal quale uscirono Antonio Gramsci e compagni per fondare il Pci.
«Proprio quello. Per altro, qualche tempo prima Orsini aveva fatto un post pesantemente offensivo della memoria di Gramsci. Motivo in più per non farlo parlare al Goldoni».
Non mi ha convinto, lei non è un libertario?
«Al Regio di Parma o alla Fenice, Orsini non ha parlato».
Ma non ha chiesto di farlo.
«Se l’avesse fatto glielo avrebbero negato. Comunque, parlò al teatro Quattro Mori di Livorno, a mio avviso più adatto. Non concordo su nulla di quello che dice Orsini, ma sono un libertario e ritengo che ogni voce debba avere l’ambito adeguato».
Si aspettava che qualcuno dei vertici del partito si pronunciasse sulla sua vicenda?
«Qualcuno l’ha fatto, Pina Picierno mi ha espresso solidarietà».
In privato o in pubblico?
«In un post su X. Anche altri esponenti, non del Pd, l’hanno fatto. Ivan Scalfarotto, Anna Paola Concia e Chiara Valerio, che è una paladina dei diritti Lgbtq+».
Nessuno di loro è un dirigente Pd.
«Lo è la Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo. Comunque, il fatto è curioso perché poi fanno eleggere in Europa Marco Tarquinio che sull’aborto ha posizioni più vicine a quelle della destra, e defenestrano me per una battuta».
Livorno è la città dov’è nato il Pci: spera in un esame di coscienza, come direbbe Tarquinio, della sinistra su questa vicenda?
«Spero che si apra un reale dibattito».
Paolo Rumiz su Repubblica ha scritto che la sinistra si è fatta scippare dalla destra parole come patria, identità, tradizione. Concorda o queste sono sempre state parole di destra?
«Vorrei dire un’altra cosa che la sinistra si è fatta scippare dalla destra almeno su alcuni temi: il buonsenso. Che poi la destra usa come un randello».
La sua vicenda mostra che si toglie la parola a chi non parla come vogliono i custodi del pensiero?
«La mia vicenda è nota, poi ognuno ne trae le conclusioni che ritiene».
Adesso che farà? Scriverà un libro, magari il seguito ancora più sofferto del precedente In esilio?
«Credo che lo farò. Questa vicenda mi piacerebbe raccontarla e ora ho tutto il tempo per farlo. Per il resto, usando un’espressione che piacerebbe a Rumiz: Dio provvede».
Oltre alle dimissioni indotte dalla giunta, sta riflettendo a dimissioni spontanee dalla sua appartenenza storica?
«La verità è che ero un cane sciolto prima e un cane sciolto resto ora».

 

La Verità, 19 ottobre 2024

«Il ddl Zan punta a rieducare i nostri figli»

Dottor Alfredo Mantovano, ci sono novità dalla Feltrinelli? Il libro da lei curato per l’editore Cantagalli Legge omofobia: perché non va è arrivato negli store della catena?

«Forse è un po’ presto perché, dopo il blocco riscontrato una settimana fa, c’è stato il chiarimento tra l’editore, il distributore e la rete delle librerie. Ci vuole qualche giorno perché la distribuzione sia a pieno regime, ma confido che ciò avvenga presto. Feltrinelli si è scusata perché il libro non era acquistabile nei suoi punti vendita».

Secondo lei si tratta di un fatto casuale o è sintomo di qualcos’altro?

«Lo dico senza puntare l’indice, ma credo rifletta un contesto culturale per il quale, se di discriminazione si vuole parlare, riguarda chi solleva perplessità anche articolate verso certi assiomi».

Pacato nel linguaggio e frastagliato nel ragionamento, alle sintesi a effetto Alfredo Mantovano preferisce la citazione di documenti e precedenti giuridici. Leccese, 63 anni, più volte parlamentare nelle liste di centrodestra, ripetutamente sottosegretario dell’Interno, nel 2013 ha scelto di tornare in magistratura, e di dedicarsi agli studi e all’attività del Centro Rosario Livatino, di cui è vicepresidente.

Il ddl Zan contro l’omofobia è scritto male o maliziosamente?

«Senza fare processi alle intenzioni, il testo è un blocco unico perciò non emendabile».

Qual è la sua critica principale?

«I punti più controversi, come l’identità di genere, sono proprio quelli più ideologici. Ma non c’è disponibilità a rivederli perché per i promotori sono qualificanti. Il testo è fatto in modo che se si toglie una parte cade l’impalcatura».

Per esempio?

«Poniamo di eliminare l’articolo 7 che istituisce la Giornata contro l’omolesbobitransfobia. E poniamo che, una volta approvata la legge, un’associazione Lgbt chieda di spiegare la teoria gender in una scuola. Il preside che si appellasse alla necessità del consenso dei genitori, come prevede la legge vigente, potrebbe essere coinvolto in un procedimento giudiziario, perché la sua cautela verrebbe letta come discriminazione. In queste condizioni, secondo lei quanti sarebbero i presidi disponibili a opporsi seriamente?».

Perché l’articolo 1 ridefinisce sesso, orientamento sessuale e identità di genere?

«Queste definizioni sono state introdotte dopo i rilievi di genericità sollevati nel dibattito alla Camera. Ma il rimedio è peggiore del male perché la genericità è aumentata. Il problema non è solo l’eventuale sentenza di condanna, ma ciò che succede prima. Per esempio, un Pm può ottenere intercettazioni telefoniche e ambientali e misure restrittive della libertà. In questa situazione nessuno proverà a esprimere un’opinione dissonante e l’effetto censura o omologazione è assicurato».

L’identità di genere presidiata da sanzioni a cosa mira?

«A mettere in sicurezza le conquiste degli anni e dei mesi passati. Benché la Cirinnà sia legge da 5 anni sopravvive il diritto di non condividere l’equiparazione tra unioni omosex e famiglia basata su uomo e donna. Allo stesso modo, benché sia giurisprudenza, si può eccepire anche sulla stepchild adoption. Con l’approvazione del ddl Zan, guai a chi le metterà in discussione».

In Italia l’adozione di coppie omogenitoriali non è ancora legge e il ddl Zan non la prevede. La maternità surrogata è uno step ulteriore, sebbene messo in calendario dalle famiglie arcobaleno.

«Due mesi fa le sezioni unite civili della Corte di Cassazione hanno legittimato l’iscrizione all’anagrafe come proprio di un bambino ottenuto all’estero presumibilmente attraverso la maternità surrogata. Non è uno step ulteriore, un piede sul gradino c’è già. Si potrebbe evitare di salirci anche con il secondo se il Parlamento varasse una legge che vietasse il ricorso alla maternità surrogata oltre che in Italia anche all’estero».

La magistratura supplisce alla latitanza della politica?

«È una legge della fisica: il vuoto viene sempre riempito».

La legge Zan è motivata da una reale emergenza?

«L’emergenza è solo mediatica. Se il ministero dell’Interno non dice stupidaggini, dal 2010 l’Osservatorio contro le discriminazioni conta una media di 26,5 segnalazioni all’anno. In termini numerici è poco meno di quello che per il bullismo accade in una singola scuola in un anno».

Eppure la politica discute di questo: un’isteria?

«Isteria è un’espressione un po’ forte. Personalmente, quando ho visto il concerto del Primo maggio mi aspettavo di sentir parlare di morti sul lavoro che ci sono, o di mondo del lavoro prostrato dalla pandemia. Invece ho sentito parlare di un’emergenza che non c’è. Non solo per i numeri del ministero dell’Interno, ma anche perché in caso di aggressione motivata dall’orientamento sessuale la risposta repressiva è già immediata. Ci sono l’arresto e il procedimento penale».

I movimenti Lgbt vogliono affermare la cultura gender per via giudiziaria?

«Lo dicono i suoi promotori: la legge dev’essere uno strumento di educazione. Più corretto sarebbe dire di rieducazione».

Qualsiasi espressione critica nei confronti degli omosessuali, tipo «disapprovo i matrimoni gay» o «gli omosessuali non devono poter adottare» è omofoba?

«Basta vedere che cosa succede negli ordinamenti dove norme simili sono già in vigore. In Spagna nel 2014 il cardinale Sebastian Aguilar fu iscritto nel registro degli indagati proprio per aver pronunciato frasi di questo tipo. Negli Stati Uniti c’è una casistica imponente di perdita di posti di lavoro e di chiusura di esercizi commerciali da parte di chi esprime delle critiche».

C’è differenza tra espressione omofoba e omonegativa?

«È una distinzione presente nella legislazione attuale per la quale, se mi esprimo in modo offensivo nei confronti di una persona omosessuale, sono giustamente sanzionato. Ma questa distinzione scompare con la legge Zan perché tutto sarà considerato omofobo».

Quali sono i precedenti di reati d’odio nel codice penale?

«I reati previsti dalla legge Mancino. Ma qui il riferimento alla razza e all’etnia non è generico come quello all’identità di genere nel testo Zan».

Walter Veltroni ha scritto un libro intitolato Odiare l’odio: c’è un odio più legittimo di un altro?

«Le rispondo così: il diritto penale si basa sul fatto. Qui siamo nel campo dello stato d’animo. Cioè, un conto è giudicare un furto che è un dato oggettivo, un altro è pretendere di giudicare l’intera vita del ladro».

Si punisce uno stato d’animo senza una precisa connessione fattuale?

«Esatto, lo stato d’animo non è qualcosa di ben definibile, come un fatto concreto».

Le problematiche delle persone omosessuali sono il preambolo dell’affermazione di questa filosofia?

«Più che un preambolo sono un pretesto».

Concorda con il sociologo Luca Ricolfi secondo il quale il ddl Zan «è una sorta di cavallo di Troia perché introduce articoli non essenziali alla difesa degli omosessuali»?

«È così. Il quadro sanzionatorio è già completo in ogni sua articolazione. Non esiste nessuna necessità di implementarlo».

L’identità di genere è un passo verso una ridefinizione antropologica?

«Tre anni fa si è posta a carico del servizio sanitario la molecola che blocca lo sviluppo ormonale degli adolescenti che hanno problemi di percezione della propria sessualità. Con la legge Zan un genitore che manifesti al figlio perplessità per l’assunzione della triptorelina o il medico di famiglia che ne illustri gli effetti collaterali potrebbero essere perseguiti penalmente».

Attraverso la sanzione si attua un meccanismo intimidatorio verso chi dissente?

«Quale medico rischierà un processo penale e una sanzione disciplinare provando a contestare questa normativa?».

All’articolo 4 il ddl Zan salvaguarda la libera espressione delle opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee.

«È il capolavoro di questo testo per due ragioni. La prima perché è singolare che si introducano delle sanzioni penali e poi intervenga una clausola di salvezza dalle stesse. Questo rivela che anche il promotore avverte il rischio di un’applicazione arbitraria delle norme. E poi perché, nella fattispecie, si ribadisce qualcosa che è già previsto dall’articolo 21 della Costituzione».

Come va interpretato l’inserimento della tutela delle persone disabili in questo ddl?

«È il fatto che indigna di più perché tutti conosciamo i problemi che affliggono la quotidianità dei disabili. Il riferimento alla disabilità c’è solo nelle norme penali e non nell’assistenza in giudizio come persona offesa e riguardo alle iniziative nelle scuole».

È una foglia di fico?

«Il fatto che si chiami a sostegno la condizione di persone che non c’entrano nulla con l’impianto della legge dimostra che i promotori sono consapevoli della debolezza dei loro argomenti».

Come va interpretata l’istituzione della Giornata contro l’omolesbobitransfobia?

«Come abbiamo visto il 17 maggio questa giornata c’è già e coinvolge le più alte cariche dello Stato. La novità introdotta dalla legge è la celebrazione nelle scuole con annesso sostegno finanziario».

Parlavamo di rieducazione.

«Fin dall’età più bassa».

Qual è la vera posta in gioco?

«Una diversa idea di uomo. Il transumanesimo, l’autodeterminazione assoluta. Questa non è una faccenda per giuristi o per un ramo del Parlamento, ma qualcosa che deve far riflettere tutti, al di là dei ruoli istituzionali».

La Chiesa e il mondo cattolico si fanno sentire abbastanza?

«Una parte del mondo cattolico si fa sentire. Anche da parte dei pastori ci sono stati pronunciamenti espliciti. Ma i media mainstream ne riportano solo la parte più morbida. I cattolici dovrebbero accedere direttamente al magistero di Francesco. Che, in materia, si è espresso con chiarezza».

Come giudicherebbe questa legge Rosario Livatino, appena commemorato al Quirinale?

«Per capire il suo pensiero basta rileggersi la conferenza su “Fede e diritto” in cui dice che il diritto dev’essere fondato sul rispetto della natura dell’uomo. Spero che anche Livatino non diventi un santino, ma venga considerato per ciò che ha fatto e detto realmente».

 

La Verità, 22 maggio 2021

«Chi difende la famiglia naturale non è omofobo»

Mica facile per un cattolico destreggiarsi nel mondo della pubblicità e dell’advertising. Alberto Contri, 76 anni, nativo di Ivrea, cultore di jazz e contrabbassista a tempo perso, l’ha fatto per mezzo secolo in ruoli apicali di multinazionali e associazioni di settore, unico italiano mai entrato nell’Eaaa (European Association of Advertising Agencies). Già consigliere Rai, poi amministratore delegato di Rainet e tuttora docente dello Iulm di Milano, ha presieduto la fondazione Pubblicità Progresso, dimettendosi superata la boa del ventesimo anno. «Considerato che esercitavo quel ruolo a titolo gratuito, la fondazione è stata la mia forma di charity personale. Ma», racconta, «vent’anni di presidenza sono tanti e, quando negli ultimi tempi, un certo clima politicamente corretto ha iniziato a rendere l’aria irrespirabile, ho preferito lasciare». Dopo McLuhan non abita più qui? (Bollati Boringhieri), l’ultima sua pubblicazione dall’editore La Vela è La sindrome del criceto (postfazione di Salvatore Veca), vivace pamphlet contro il pensiero unico, la mitizzazione dell’intelligenza artificiale e l’invadenza della filosofia gender.

Com’è nato?

«Da tempo seguivo i progressi degli studi sull’intelligenza artificiale che tutto il mondo della pubblicità tiene in grande considerazione».

Che cosa non le tornava?

«Il fatto che non è il nuovo paradiso terrestre come molti fantasticano. È utilissima in tantissimi campi, dalla medicina alla ricerca spaziale, ma se non si sanno interpretare le informazioni che dà non serve a nulla».

Cosa c’è da temere?

«La sua mitizzazione. Anche la mia amica Barbara Carfagna, nel programma di Rai 1 Codice La vita è digitale, promuove le teorie sulla singolarità e il transumanesimo. Secondo lo scienziato americano Ray Kurzweil, poco alla volta la struttura biologica umana verrà integrata dalla nanotecnologia e dalla robotica e con l’aiuto di chip e microchip diventeremo onnipotenti ed eterni».

Invece?

«Invece, come dice Federico Faggin, lo studioso italiano inventore del microchip a base di silicio, non potrà mai esistere un computer con una coscienza: “Una macchina non può compiere scelte veramente creative, ossia scelte che non sono contenute nelle variabili che ha già immagazzinato”».

Elon Musk non la pensa così.

«Infatti la sua auto senza pilota va a sbattere. Perché la complessità della realtà non rientra negli algoritmi. Il computer non può intuire, improvvisare… Detto ciò, Musk è un genio, si è inventato questi vettori spaziali che ora tornano alla base, mentre prima cadevano in mare. Bisogna stare in guardia dalla sua idea che tutto ciò che è sperimentabile sia lecito e giusto».

Dell’intelligenza artificiale fanno grande uso quelli che lei chiama i nuovi padroni del mondo.

«I Gafa: Google, Apple, Facebook, Amazon. Hanno avuto intuizioni straordinarie, ma con quali effetti collaterali? Amazon sta distruggendo il commercio tradizionale, intere filiere produttive. Inoltre, tralasciando il fatto che non pagano le tasse come e dove dovrebbero, come singole persone stiamo regalando loro la nostra privacy. Di cui, Cambridge Analytica insegna, fanno ciò che vogliono».

Gli algoritmi producono conformismo?

«Tendono a tarpare la creatività, l’eccentricità. Uniformano opinioni e consumi, trasformandoci in piccoli automi. Le formule sono tante: se hai comprato questo puoi comprare anche quello; hai visto che cos’hanno comprato quella star e quel vip?».

Torna attuale il vecchio adagio del marketing: se ti danno qualcosa gratis vuol dire che il prodotto sei tu?

«La fregatura è che ci hanno abituati così. Tutte le ricerche di mercato dimostrano che pur di avere i social gratuitamente siamo disposti a tollerare pesanti intrusioni».

Sospetta che lo sviluppo che stiamo perseguendo anziché riguardare l’umanità nel suo complesso giovi «solo ai ricchi, i benestanti, i miliardari divenuti irraggiungibili monopolisti»?

«Da vent’anni celebriamo le magnifiche sorti e progressive di questo sistema, poi arriva un’epidemia e siamo tutti spiazzati. Ci affidiamo acriticamente all’autorità benefica dell’Onu e degli altri organismi mondiali, ma se andiamo oltre la narrazione di facciata ci accorgiamo che la fame e le malattie sono ancora tristemente diffuse».

Un altro allarme riguarda l’invadenza delle teorie gender.

«Oggi dire che gli uomini nascono dall’unione tra un uomo e una donna equivale a discriminare trans e omosessuali. Minoranze intolleranti e rumorose, come ben sa Joanne Rowling, violentemente attaccata per aver detto che il sesso conta più del genere».

In Italia sta per essere approvata la legge sull’omofobia, il ddl Zan.

«Così mentre di chiunque si potrà dire che si è comportato da stronzo, dei gay non lo si potrà dire. È vero che, nella storia, gli omosessuali sono stati discriminati e torturati. Ma provi a dire che oggi sono sovrarappresentati come ha fatto Platinette… Su Rai 1 il sabato sera va in onda un programma in cui due giurati su cinque, ovvero il 40%, sono omosessuali. Tutto ok?».

Perché i grandi marchi sponsorizzano manifestazioni come il Gay pride?

«Perché Accenture (la più grande società di consulenza aziendale al mondo ndr) ha diffuso uno studio secondo il quale chi promuove cause inclusive vende di più. Il che è tutto da verificare. Soprattutto è da verificare se questa politica convenga ai grandi marchi. Il calo demografico derivante dalla marginalizzazione della famiglia tradizionale farà diminuire anche i consumatori».

Perché la parola chiave è inclusività?

«Perché, paradossalmente per i militanti della diversità, uniforma le differenze. Per il pensiero unico difendere la famiglia naturale è sinonimo di arretratezza e omofobia. Ma, una volta inclusi, gli omosessuali diventano a loro volta intolleranti».

Il primato della natura enfatizzato dagli ecologisti funziona per i cuccioli di animali, non per gli umani?

«Secondo i veterinari non si possono togliere cani e gatti alla madre prima del compimento dei tre mesi, ma le madri biologiche non devono vedere i neonati dall’utero in affitto per evitare che si affezionino».

La legittimazione della pedofilia è così incombente?

«L’Associazione degli psichiatri americani sostiene che non è una depravazione, ma un’inclinazione naturale che va gestita. In Italia è stato prodotto con denaro pubblico un film sulla vita di Mario Mieli, attivista omosessuale morto suicida che teorizzava: “Solo noi checche rivoluzionarie sappiamo vedere nel bambino… l’essere umano potenzialmente libero. Noi, sì, possiamo amare i bambini”».

Che cos’è la sindrome del criceto?

«Il criceto è dotato di grande velocità per sfuggire ai predatori, ma perché corre come un matto dentro la ruota senza che qualcuno lo insegua? Perché se sta fermo non sviluppa le endorfine e cade in depressione. Lo fa a prescindere dal fatto che quella corsa lo porti da qualche parte».

Perché è un comportamento emblematico?

«Pensiamo alla nostra classe dirigente, politica e imprenditoriale. Gente che occupa posti solo per paura di perdere potere e profitti, fregandosene delle conseguenze per la comunità».

Il prolungamento dello stato di emergenza deciso da Giuseppe Conte è un esempio di sindrome del criceto?

«Si enfatizza una situazione in modo strumentale camuffandola di buone intenzioni per puntellare la propria sopravvivenza».

Giustificando l’accentramento dei poteri.

«Sarebbe interessante se l’Osservatorio di Pavia misurasse per quanto tempo il premier ha occupato la tv con conferenze stampa, dirette Facebook e comunicazioni straordinarie. Tempo che avrebbe potuto dedicare al Paese, invece di continuare a correre nella ruota dei media».

I media sono la ruota?

«Sono organici a una politica di annunci e promesse. I talk show, le maratone elettorali sono un meccanismo sganciato dalla realtà e finalizzato a raccogliere incassi pubblicitari, le endorfine del sistema. Si prendono due esponenti di schieramenti opposti, gli si chiede quanto durerà questo governo e il gioco è fatto. Nessuno crede che un talk show produca una sintesi di qualche utilità per i cittadini».

In chiusura del libro parla di «nuovo umanesimo» come fece Conte insediandosi con il governo giallorosso.

«Sono diversi i referenti mentali. Io propongo un nuovo rinascimento basato sullo studio, il lavoro, il sacrificio. Conte è un avvocato e avrà studiato. Ma io che studio comunicazione da 50 anni mi sento umiliato quando vedo Rocco Casalino, un esperto che si è formato al Grande fratello la cui unica furbizia è saturare i media con il suo leader».

Diventerà un boomerang?

«L’overdose provoca saturazione e nausea. Anche perché Conte ha una comunicazione superficiale, basata su buzzwords: parole d’ordine come sostenibilità, economia green, inclusività, che ormai compongono il sottofondo di uno sciame di api».

Pier Paolo Pasolini profetizzava un’epoca in cui «il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare una nuova inquisizione, un nuovo conformismo. E i suoi chierici saranno chierici di sinistra».

«Non è quello che stiamo vedendo? Oggi, pur di frenare Matteo Salvini, il Pd si allea con il partito dell’uno vale uno e rinnega la tradizione di Enrico Berlinguer e delle Frattocchie».

In che cosa consistono i Gru, i Gruppi di resistenza umana?

«Il degrado parte dalla diffusione del cellulare già nella scuola elementare e si estende fino a certe carriere costruite molto in fretta. Girando l’Italia ho riscontrato un desiderio diffuso di ripartire dallo studio, dalla ricerca del bello, dal senso di responsabilità quotidiano. Non è l’ennesimo movimento politico “dei carini”, ma un’idea ingenua e ambiziosa allo stesso tempo, che parta dal basso, dai professionisti coscienziosi alle persone comuni».

Adesioni?

«Ne sto già avendo molte e qualificate. Stiamo preparando lo statuto: sentirete presto parlare di noi».

 

La Verità, 18 luglio 2020

Marina Terragni: «L’utero in affitto umilia le donne»

Una femminista contraria all’utero in affitto, proprio in quanto femminista. Marina Terragni, giornalista, saggista e conduttrice radiotelevisiva, ha una lunga militanza dalla parte delle donne e sui temi della maternità. Una militanza suffragata da studi di bioetica e dall’esperienza diretta di amici e amiche che hanno fatto ricorso alla gestazione per altri (Gpa). E, nel tempo, hanno avuto problemi derivati da quella scelta. Disagi irrisolti. Soprattutto per il figlio nato dalla maternità surrogata, ma anche per i genitori, padri e madri, spesso due papà (due casi su dieci, secondo le statistiche). Perché non va dimenticato che, mentre per gli eterosessuali esiste anche l’adozione come opportunità per diventare genitori, per i gay ricorrere all’utero in affitto è considerata l’unica chance. Secondo alcune stime, in Italia un centinaio di bambini nascerebbero ogni anno da utero in affitto. Negli Stati Uniti, invece, secondo l’American Society for Reproductive Medicine, i bambini nati annualmente dalla Gpa sono 2000, con un incremento del 200 per cento annuo. In India le surrogazioni sarebbero 1500 all’anno. «Una pratica che si sta progressivamente diffondendo, grazie alla dittatura dei diritti. Invece», sottolinea Terragni, «mi sono convinta che la surrogacy è la più subdola espressione della cultura del patriarcato. È una forma sottile di strumentalizzazione della donna, un modo per sfruttarne l’attrezzatura gestatoria, congedandola appena terminata la prestazione». Si intitola, infatti, Temporary mother (Vanda epublishing) il pamphlet, documentatissimo, pubblicato nel giugno scorso. Poche dense pagine che la stampa di sinistra e le televisioni, tutte, hanno ignorato.

La copertina di «Temporary mother», il pamphlet di Marina Terragni sulla maternità surrogata

La copertina di «Temporary mother», il pamphlet della Terragni sulla maternità surrogata

Censura?

«Non posso non notare che, mentre il Corriere della Sera, Avvenire e Il Giornale hanno dato spazio a questo lavoro, La Repubblica, L’Espresso, il magazine femminile di Repubblica e Il Manifesto non hanno scritto una riga. Un omissis totale. Solo Radio popolare, l’emittente dove cominciai, ha fatto eccezione offrendo, su mia sollecitazione, lo spazio di Microfono aperto, durante il quale ho ricevuto numerose telefonate di donne che si sono dette rinfrancate e autorizzate a dire quello che pensavano, ma tenevano per loro. In Italia solo Stefano Fassina si è esposto. In Francia, per dire, Libération ha sposato la battaglia».

Come si spiega questo comportamento?

«La critica alla maternità surrogata è inaccettabile da chi è abituato a ragionare solo in termini di diritti, un diritto per ogni capello che abbiamo in testa. Sono rattristata dalla sinistra presentista, persa nel qui e ora perché priva di orizzonte. Se sei contro gli Ogm stai lottando per l’ambiente e la biodiversità, se invece chiedi uno stop alla Gpa sei un conservatore, tendenzialmente omofobico».

Nel dibattito a Strasburgo che pochi giorni fa ha portato alla bocciatura della maternità surrogata, però, si è distinta Eleonora Cimbro, un’eurodeputata del Pd.

«Ammesso che il Pd si possa considerare ancora sinistra, va detto che è parecchio lacerato. Quando proprio la Cimbro ha scritto su Facebook di essere contraria alla maternità surrogata, postando una foto mentre allattava, i compagni di partito hanno cominciato a contestarla e qualcuno ha scritto che quella foto era violenta. Quindi, ho pensato, tutte le maternità della nostra arte pittorica con la Madonna che allatta esposte nei nostri musei, sono immagini violente. Sono le perversioni dell’ideologia».

Nichi Vendola con il figlio Tobia in un momento di relax

Nichi Vendola con il figlio Tobia in un momento di relax

Più che altro sembra esasperazione dell’arbitrio. Perché ne è vittima soprattutto il mondo omosessuale?

«Perché gli eterosessuali sterili, che hanno l’alternativa dell’adozione, non rivendicano la surrogacy come una questione di vita o di morte. Dove l’adozione dei single è vietata, come in Italia, l’utero in affitto è ritenuto, a torto, l’unica possibilità di diventare papà per un omosessuale. La resistenza a queste pratiche viene classificata automaticamente come omofobia. Un’accusa che, per assurdo, hanno sperimentato anche gay appena dubbiosi come Aldo Busi o Domenico Dolce e Stefano Gabbana».

Quindi non tutto il mondo omosessuale è a favore della gestazione per altri.

«Le donne di Arcilesbica sono contrarie. Perché si considerano donne prima che lesbiche. Nelle Famiglie arcobaleno, molto vicine ai gay, la priorità è il loro essere omosessuali, con i diritti che ne conseguono. L’errore da cui tutto nasce è impostare il discorso sulla parità sessuale».

Ma la parità non è sempre stato un traguardo del movimento femminista?

«In fatto di procreazione la parità non esiste, c’è solo al momento del concepimento. Poi inizia la gravidanza. Persino Dio ha avuto bisogno di quella ragazza per compiere il suo disegno».

Decidendo quando e come si dà e si toglie la vita l’uomo si sostituisce a Dio. Da qui deriva la dittatura dei diritti.

«Giocare alla divinità è un libro di June Goodfield, uno studioso britannico, che già negli anni ’70 anticipava questi scenari. Ci creiamo i diritti che vogliamo. Siamo omosessuali, ma vogliamo anche essere genitori e avere bambini. Invece, se vuoi davvero un figlio puoi provare a condividere la genitorialità con una persona per la quale non provi attrazione sessuale. Non esiste un’esistenza senza croce. Ma se il tuo diritto è l’ultima parola vuoi tutto: il piacere sessuale, oggi assoluto e intoccabile, ma anche il figlio come ti pare. Senza rinunciare a nulla. È l’autodeterminazione assoluta. Perciò paghiamo una donna che lo porti in grembo per nove mesi, senza coinvolgersi troppo e sparendo dopo averlo consegnato».

Come se l’utero fosse un organo separato, una protesi impersonale che esclude emozioni e comunicazioni tra la donna e il feto. È la robotizzazione della maternità?

«La non troppo fantascientifica civiltà dei cyborg passa attraverso l’annullamento del ruolo della donna e della madre. La maternità è una prestazione temporanea che ha delle tariffe (tra i 120 e i 150.000 dollari in California e attorno ai 20.000 in India) decise dal mercato in base a varie esigenze. Il tutto disconoscendo completamente sia le conseguenze psicologiche della gestante sia, soprattutto, quelle della creatura».

L'utero in affitto è una protesi strumentale. Siamo alla robotizzazione della amternità

L’utero in affitto è una protesi strumentale. Siamo alla robotizzazione della maternità

In che modo l’arbitrio si serve del mercato?

«Lo vediamo ogni giorno: il capitalismo ha la capacità di riassorbire qualsiasi criticità trasformandola in fonte di profitto. Avviene anche nella procreazione. Mario Caballero, il capo della clinica di Sacramento in California di cui hanno usufruito Nichi Vendola e il suo compagno, ha creato uno staff di psicologhe che affianca le gestanti per aiutarle a non coinvolgersi affettivamente con il feto. Ripetendo continuamente: è solo business, è solo business…».

E se una donna si prestasse per generosità, gratuitamente?

«Ci credo poco. Sappiamo che cosa comporta per una donna una gravidanza? Quali conseguenze ha nel suo corpo e nella sua psiche? Se una donna si offrisse gratuitamente consiglierei al suo medico di base di sorvegliare più attentamente il suo equilibrio mentale».

Come se ne esce?

«L’unica via d’uscita è l’adozione, sulla quale c’è ancora molto da lavorare a livello legislativo, psicologico e assistenziale. Il punto di partenza però è culturale. E riguarda l’idea stessa della persona».

Si spieghi.

«L’antidoto al consumismo è la persona concepita come relazione, dentro una relazione. A differenza di ciò che sostiene la cultura illuminista, solo lo sguardo di un altro ti fa essere. Solo se vivi in relazione con l’altro, trovi dei limiti al tuo arbitrio. L’unità di misura dell’individuo è il due. La relazione materna è il luogo dove questa soggettività raggiunge la massima espressione, madre e figlio sono nello stesso corpo».

 

La Verità, 23 ottobre 2016