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Che cosa teneva Francesco distante dai movimenti

C’è un’altra, significativa, differenza tra papa Francesco e i suoi predecessori. Una differenza non secondaria. Una diversità che riguarda il rapporto con il mondo, la contemporaneità, i cosiddetti lontani. Guardandolo da qui, il pontificato di Bergoglio, non si può non riscontrare una certa discontinuità con il magistero di Benedetto XVI e, prima, di Giovanni Paolo II, quest’ultimo da lui proclamato santo. È una discontinuità che appare evidente nella diversa considerazione dei movimenti ecclesiali. Positiva quella di Joseph Ratzinger e di Karol Woytjla, più problematica quella di Francesco, tanto che diversi sono stati gli interventi correttivi e le richieste di adeguamento degli statuti delle varie associazioni.

Nelle curve degli anni Settanta e Ottanta, i predecessori di Bergoglio avevano potuto constatare l’efficacia della presenza delle diverse comunità cristiane nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università. La testimonianza dei gruppi di Comunione e liberazione, dell’Opus Dei (per Josémaría Escrivá de Balaguer il lavoro è la via alla santificazione), dei Focolarini e dei Neocatecumenali era stata efficace nel frenare l’espandersi delle ideologie e, dopo le tragedie degli anni di piombo, aveva contribuito a riportare quegli ambienti alla normalità e alla democrazia. Ognuno a proprio modo, sia Ratzinger che Woytjla non si prefiggevano di essere popolari, né di entrare in sintonia con la mentalità comune.

Tutt’altro era lo scenario nel quale era vissuto Jorge Mario Bergoglio nell’Argentina dell’epoca, tra la dittatura militare e l’avvento del peronismo. L’arcivescovo di Buenos Aires era critico nei confronti della teologia della liberazione, ma si riconosceva nel cristianesimo del pueblo, più schietto e devoto. Una religiosità vicina alla povera gente, ai fedeli semplici delle periferie geografiche ed esistenziali, come ha sempre esemplificato con un’infinità di aneddoti e ricordi personali. Pur ricordando che aveva letto i libri di don Luigi Giussani, il fondatore di Cl, e qualche volta li aveva presentati nella sua diocesi, pur avendo sottolineato che aveva celebrato liturgie con la Comunità di Sant’Egidio e favorito incontri ecumenici con i Focolarini, a Bergoglio i movimenti e le nuove comunità risultavano qualcosa di ultimamente estraneo. Erano un fenomeno europeo, forse un po’ troppo intellettuale. Di sicuro un tantino compiaciuto e a rischio «autoreferenzialità», come ebbe a sottolineare in piazza San Pietro durante un’udienza al movimento di Comunione e liberazione del marzo 2015. E come ribadì anche in occasioni successive.

La percezione di papa Francesco era che i movimenti erano realtà nelle quali si consolidavano centri di potere. Terminata la testimonianza dei fondatori, com’era stato con Escrivá de Balaguer per l’Opus Dei e don Giussani per Cl (ma anche per Chiara Lubich e il movimento dei Focolari), la responsabilità dei loro successori non poteva essere garanzia del carisma originario per un tempo illimitato. Così, l’11 giugno del 2021, a firma del cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita e attuale camerlengo pontificio, è arrivato il decreto che stabilisce in cinque anni la durata del mandato di governo dopo i quali bisogna procedere a nuove elezioni. Inoltre, la stessa persona può ricoprire l’incarico per un massimo di dieci anni consecutivi. Avendoli già superati come presidente della Fraternità di Cl, pur essendo stato scelto come suo successore dallo stesso Giussani, don Julián Carrón ha scelto di dimettersi, lasciando la responsabilità all’attuale responsabile, Davide Prosperi. Un paio d’anni dopo, con Motu proprio datato 8 agosto 2023, Francesco ha assimilato la prelatura personale del presidente dell’Opus Dei alle associazioni pubbliche clericali di diritto pontificio, cancellando la Costituzione apostolica (Ut Sit) con cui, al termine di un lungo lavoro con una commissione specializzata, Giovanni Paolo II aveva concesso l’ordinazione episcopale al sacerdote responsabile del movimento. Dopo questi decisi interventi, sia Cl che l’Opus Dei hanno iniziato un complesso lavoro di revisione dei loro statuti tuttora in corso per adeguarsi alle indicazioni magisteriali.

Negli anni del pontificato di Francesco, l’invito più ricorrente rivolto ai preti è stato quello a superare il clericalismo e a essere pastori che sentono «l’odore delle pecore». E ai laici di essere «Chiesa in uscita». Ora l’eredità lasciata al Papa che uscirà dal prossimo conclave è quella del Sinodo sulla sinodalità, formula di complessa decodificazione e sfuggente astrattezza. Il dialogo con il mondo non può essere una questione da diritto canonico. Con tutti i loro limiti e la conseguente necessità di correzioni, essendo nati nelle scuole e nei luoghi di lavoro, «il problema» del rapporto con il mondo i movimenti non ce l’hanno. Essendo nati nel mondo, non hanno bisogno di strategie per rivolgersi ai lontani. Al contrario, forse sono la possibilità più adeguata della Chiesa di affrontare la sfida della contemporaneità.

 

La Verità, 23 aprile 2025

«Il cavallo rosso, ultimo romanzo italiano»

Quando, in fondo a un dedalo di corridoi e salottini stipati di libri, entro nel suo ufficio milanese di direttore della Ares, Cesare Cavalleri, elegantissimo, m’invita a dargli del tu «come si fa tra colleghi». Ma il tentativo naufragherà. Il fatto è che lei è molto più che un giornalista, mi giustifico. Questione di autorità, non di anagrafe, tanto più che Cavalleri si definisce «un cinquantenne indocile, pieno di progetti». Indocile, dunque; e fiero di un’irriducibilità senza vittimismi. Incarnazione «di una marginalità orgogliosa», l’ha ritratto Jacopo Guerriero alla presentazione al Centro culturale di Milano di Per vivere meglio – Cattolicità, cultura, editoria (Els La Scuola), l’intervista biografica che hanno pubblicato insieme ed elogiata anche dal Manifesto. Ragioniere, laureato in statistica ma con tesi molto umanistica (con una ricerca sulla frequenza del fonema doppio «zz» nei pensieri di Giacomo Leopardi, ricorrenti secondo la curva di Poisson che studia gli eventi rari), collaboratore storico di Avvenire come critico televisivo e come critico letterario, dirige il mensile Studi cattolici e con la Ares (Associazione ricerche e studi) ha pubblicato Il Cavallo rosso di Eugenio Corti, L’eskimo in redazione di Michele Brambilla, opere di Vittorio Messori e di Aldo Maria Valli. Non ha la patente, porta la cravatta anche d’estate, guarda poca televisione e possiede l’intera collezione dei cd di Maria Callas. Nativo di Treviglio, non ama L’albero degli zoccoli del bergamasco Ermanno Olmi.

Cosa non le piacque?

«Un grande e sontuoso film, che meritò la Palma d’oro a Cannes. Ma che già conteneva quel filo marxismo che è scoppiato nell’Olmi degli ultimi tempi. Per il quale Cristo è un uomo e niente più: questo allontanamento mi spiace molto. C’erano anche le tracce dell’odio verso la borghesia e i padroni. Come se i contadini fossero buoni e santi… E poi, per fare un paio di zoccoli bisogna abbattere un albero? Il padrone ha fatto bene a licenziarlo».ia

La sua biografia s’intitola Per vivere meglio, dalla risposta del poeta Saint-John Perse alla domanda sul perché scrive. In che cosa la scrittura migliora la vita?

«Si scrive per un’istanza morale. La scrittura deve servire per esprimere la bellezza che è sempre legata alla verità».

Da Tommaso d’Aquino.

«E Aristotele».

La copertina della biografia scritta con Jacopo Guerriero

La copertina della biografia scritta con Jacopo Guerriero

Fa propria anche la massima di Rainer Maria Rilke: «Bisogna attenersi al difficile». È questa propensione a far di lei un sommo stroncatore?

«La vita è complessa. Conviene affrontarla con quel senso di mistero, che è ciò che dà senso alla quotidianità».

Da qui le stroncature, una certa incontentabilità?

«Le stroncature, intese come genere letterario e non come critica alle persone, derivano dall’amore per la verità. Nei giornali ormai si pubblicano le veline degli uffici stampa».

Davvero dopo Il mulino del Po e Il cavallo rosso in Italia non ci sono stati veri romanzi?

«Solo ottimi racconti. Forse un’eccezione è La storia di Elsa Morante. Un grande libro, sebbene antiumano e anticristiano perché non crede nella libertà».

 

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