Tag Archivio per: Padellaro

«Su Matteotti Meloni ha spiazzato i maestrini»

Non si finisce di stupirsi. Antonio Padellaro è stato allevato dai gesuiti, non ha mai votato per i partiti post-comunisti e il padre fascista lo ha raccomandato per fargli fare il giornalista. Lo racconta lui stesso in Solo la verità lo giuro, sottotitolo: Giornalisti artisti pagliacci (Piemme), un’autobiografia professionale nella quale mette a nudo le nevrosi e gli infortuni di una carriera che, dal Corriere della Sera all’Espresso di Claudio Rinaldi, maestro riconosciuto, dopo un passaggio all’Unità, lo ha portato a fondare (con Marco Travaglio) e dirigere Il Fatto quotidiano. Agli umori del retrobottega del foglio antiberlusconiano ora in cerca di una nuova linea di sopravvivenza, Padellaro alterna il ritratto di un tempo dominato dai social, orfano di una certa politica e di figure come Silvio Berlusconi e Gianni Agnelli. «Mi sono divertito», sintetizza, «ma la festa è finita da tempo».
Solo la verità lo giuro è un diario del crepuscolo del giornalismo o il racconto della tua illusione perduta?
«È un libro che nasce dalla richiesta di Piemme, editrice del gruppo Mondadori, concorrente di Paper first per la quale avevo scritto fino ad adesso. Perciò ho apprezzato che anche le pagine più dure nei confronti di Silvio Berlusconi siano passate senza difficoltà. Ho ripescato taccuini e registrazioni per raccontare nel modo più sincero cosa c’è dietro gli articoli che pubblichiamo. Mi sento raramente artista, a volte pagliaccio, quasi sempre giornalista».
Un’autobiografia disincantata?
«Sono contento che si colga l’autoironia. Evito le solite citazioni, il nostro è un mestiere straordinario, ma si lavoro molto. Solo che se una cosa la ami la fai con leggerezza».
La risposta data da direttore dell’Unità a Piero Fassino che voleva cacciare Travaglio – «caccia me così nomini un direttore che poi caccia Travaglio» – è una scena da Prima pagina con Jack Lemmon e Walter Matthau.
«Fassino era pressante, ma questo libro è stato scritto prima delle sue recenti disavventure e vorrei evitare l’accanimento. Sebbene L’Unità non usufruisse dei contributi di Stato, dei fondi ci arrivavano dai Ds. Ricordo che una volta io e Furio Colombo dicemmo ai dirigenti che potevamo rinunciare ai soldi, ma non a fare il nostro mestiere. La morale è che quando il giornalismo si avvicina troppo alla politica, la politica se lo mangia. Starne lontano, invece lo aiuta».
Anche Renato Soru voleva accompagnarti alla porta, poi lo fece Walter Veltroni. I tuoi rapporti con gli editori della sinistra ortodossa erano tormentati perché non eri allineato?
«Travolta dai debiti, L’Unità non andava in edicola da mesi. La nuova proprietà capeggiata da Alessandro Dalai, vicina alla sinistra Ds, chiamò Furio Colombo per risollevare il giornale. Era un mandato tecnico e professionale, non di linea editoriale. D’altra parte, io ero vicedirettore dell’Espresso e se la richiesta fosse stata di fiancheggiare il partito sarei rimasto dov’ero. Accettammo una sfida che ci parve entusiasmante. Ma poi, davanti alle pressioni, Colombo abbandonò la direzione perché non ne poteva più e io lo feci poco dopo. Penso che non esistano i martiri. Abbiamo la libertà di lasciare un giornale e cercarci un altro lavoro. Così come un editore ha tutti i diritti di mandare via il direttore».
Eri poco allineato?
«Non lo eravamo. Il nostro obiettivo era vendere in edicola e arrivammo a sfiorare 100.000 copie. Per un giornale che aveva chiuso e riaperto era un ottimo risultato. Fassino faceva le sue rimostranze e io rispondevo a tono».
Oltre a lui non ti amavano Renato Soru e Veltroni.
«Soru non mi conosceva e non posso dirlo. Con Veltroni era ed è difficilissimo litigare, ma quello che è stato non possiamo cancellarlo».
Cosa devi a tuo padre, fascista e arruolato nella Repubblica di Salò?
«Prima di tutto il convincimento di non rinnegare e non rimpiangere, che era anche un detto di Giorgio Almirante. Quella era la sua storia: bisogna riconoscere gli errori senza rinnegare. Dopo la guerra era entrato nell’amministrazione pubblica. Il secondo insegnamento è non prendersi mai troppo sul serio».
Ottimo antivirus pensando a certe primedonne di oggi.
«È un difetto accentuato dalla frequentazione della tv che dispensa popolarità. Per non parlare dei social, che evito. La televisione ci illude di essere delle star».
Silvio Berlusconi è stato la grande illusione perduta del Fatto?
«Più che grande illusione, grande tiratura perduta. Glielo dissi esplicitamente: lei ha fatto la fortuna dei suoi amici, ma molto anche quella dei suoi nemici».
Quanto è difficile per Achab rifarsi una vita senza Moby Dick?
«Difficilissimo. All’inizio del libro cito Illusioni perdute di Honoré de Balzac dove l’editore invita lo scrittore a trovarsi un nemico famoso perché così “il vostro valore aumenterà”. Ma dev’essere un nemico potente, e noi avevamo il più potente. Prima con Matteo Renzi e ora con Giorgia Meloni non è la stessa cosa. A un nemico potente corrispondeva un giornale molto vivace».
Più è strenua la lotta…
«Più si guadagnano copie. Il lettore ti conosce, si identifica e ti compra. Un giornale è un prodotto, la sfida dell’edicola è ogni mattina più difficile».
Ora che è passato un anno dalla scomparsa di Berlusconi bisogna fare i conti con le cene eleganti e lo stalliere di Arcore o considerare Milano 2, Mediaset e Forza Italia?

«In pratica, in quel periodo il “nemico” faceva lui il giornale al posto nostro. Ogni mattina le notizie di Ruby Rubacuori e delle cene eleganti erano una manna. Ora sono letteratura e storia. Hai presente quel personaggio del GialappaShow che si chiede scandalizzato “ma dove stanno le istituzioni”? Ecco, trovo grotteschi i giornalisti che fanno la morale dalla cattedra e non vogliono che si pubblichino le intercettazioni. Ma se hanno fatto la fortuna dei giornali! Posso capire che lo dicano i politici… Poi, dovevano essere molto divertenti quelle cene».
Oltre a Rinaldi, anche Giampaolo Pansa è stato un maestro di giornalisti politici. Come giudichi la sua «mutazione», dicendola alla Luca Ricolfi?
«Pansa era un irregolare, e l’esserlo era la sua forza. Al Corriere della Sera lo portò Piero Ottone, poi lo ritrovai all’Espresso dove, nel “Bestiario”, metteva sulla graticola tutti, indistintamente. Quando nel 2003 scrisse con la sua maestria Il sangue dei vinti, in base all’intuizione che un certo mondo aspettava una narrazione autentica, contava nell’apprezzamento anche della sinistra. Ricordiamo che Pansa era autore di saggi sulla Resistenza. Invece, la reazione furibonda delle persone che pensava vicine lo ferì al punto che decise di replicare una ad una alle critiche e agli insulti. Facendoci capire che la storia d’Italia era fatta anche da quella pagina che non andava nascosta».
Cosa pensi dell’insistente richiesta di abiura del fascismo a Giorgia Meloni?
«Su Giacomo Matteotti “ucciso dagli squadristi fascisti” ha detto finalmente parole chiare».
Basteranno?
«Al giudizio dei cittadini sì, forse non a coloro che ogni mattina danno le pagelle di antifascismo».
È giustificato il continuo allarme democratico attivato dalle firme benpensanti?
«È un’espressione che andrebbe usata in circostanze di pericolo reale. Usata continuamente è un suono fine a sé stesso».
Eppure ogni settimana c’è un nuovo martire, dopo Antonio Scurati ora Roberto Saviano.
«Mi spiace non essere stato censurato, probabilmente non lo merito, perché sarei cresciuto in popolarità e copie vendute. D’altro canto, penso che nella destra ci sia un ufficio che sponsorizza gli intellettuali di sinistra».
La Fiera di Francoforte rischia di trasformarsi nella fiera delle vanità?
«Sì, se si fa di tutto – vero Mauro Mazza? – per alimentare la vanità dei vanitosi».
Aveva ragione Massimo D’Alema quando diceva che continuando a criminalizzare Berlusconi lo si rafforzava?
«Dal punto di vista politico sì, dal punto di vista giornalistico no».
È lo stesso trattamento attuato nei confronti di Giorgia Meloni?
«È un meccanismo simile, che però non funziona. La risposta di Giorgia Meloni a Vincenzo De Luca l’ho trovata efficace. Credo che la stragrande maggioranza pensi che ha fatto bene. Un po’ come lo pensa a proposito del Papa che ha parlato di “frociaggine” nei seminari. Ciò che conta non è il giudizio delle nostre confraternite, ma delle persone che ci leggono e votano. Mi sembra che sia la Meloni che papa Francesco abbiano aumentato la loro popolarità».
Sei spesso ospite di La7: hai trovato irrispettoso il messaggio che il premier ha indirizzato ai suoi telespettatori?
«Mi ha sorpreso che un protagonista assoluto di La7 come Enrico Mentana non lo abbia trovato irrispettoso».
Perché?
«Perché è controcorrente. Sono i giornalisti di La7 che devono rispondere. Per Corrado Formigli la Meloni ha superato il limite della decenza, per Mentana no. Detto questo, se Meloni la smettesse di attaccare i media… Tra tante qualità non ha quella di saper prendere i giornalisti. Mentre l’informazione va maneggiata con cura, anche quella ostile».
Sebbene i talk show di La7 la dipingano come Attila?
«Come ha fatto con De Luca anche in questo caso potrebbe capovolgere il giochino. Se dopo le elezioni europee si facesse intervistare da Formigli o da Lilli Gruber, senza far torto ad altri, farebbe qualcosa d’inaspettato ed efficace».
Perché il libro si chiude con la citazione della festa nell’attico di Leonard Bernstein a Manhattan in cui Tom Wolfe identifica l’esemplare del radical chic?
«Parlo della necessità che abbiamo, io compreso, di essere narcisisticamente al centro della scena. Il reporter descritto da Tom Wolfe si sente escluso dai crocchi e perciò delegittimato. L’epoca d’oro dei giornali la dobbiamo a Indro Montanelli, Eugenio Scalfari, Giampaolo Pansa e Giorgio Bocca: grandi giornalisti e grandi narcisi».
Replicando al premier, Michele Serra dice che quell’espressione è «un fantoccio retorico usato da chi non ha argomenti propri da spendere».
«Oggi sì, è un’espressione usurata. Come lo è allarme democratico».
Però la realtà esiste.
«Qua e là, ma non è determinante. Né l’insistenza sui radical chic né quella sull’allarme democratico fanno cambiare parere o inducono qualcuno ad andare a votare. Ciò che lo farebbe sarebbe, per esempio, riuscire ad accorciare i tempi di attesa per effettuare esami e interventi vitali negli ospedali. Ma di questo nessuno parla».

 

La Verità, 1 giugno 2024

«Processo all’Azov e Donbass chiavi della pace»

Ricalcolo. Come i navigatori quando si sbaglia strada, anche opinionisti e analisti di geopolitica sono costretti ad aggiornare il percorso. La mappa della guerra evolve inesausta e le cartografie con le sagome di carri armati e missili si arricchiscono ogni giorno di nuovi elementi. Di conseguenza pure il nostro scenario politico diventa scacchiere di fantasiose alleanze. Ne parliamo con Antonio Padellaro, giornalista politico di lungo corso, già al Corriere della Sera, L’Espresso, L’Unità, fondatore e direttore del Fatto quotidiano, spesso ospite di Piazzapulita su La7.

Quando sembra che si apra lo spiraglio per un dialogo subito ci si deve ricredere?

«Sicuramente sotto traccia persistono tentativi di negoziato per un cessate il fuoco, per aprire corridoi umanitari o marittimi al fine di sbloccare le forniture di grano. Ma per iniziare a parlare di pace a mio avviso servono due condizioni. La prima: che Vladimir Putin conquisti militarmente il Donbass entro il primo luglio. La seconda: il riconoscimento della denazificazione, con l’avvio del processo nel quale alcuni elementi del battaglione Azov confesseranno le loro colpe. Una volta che queste due condizioni si saranno realizzate, forse il signor Putin acconsentirà all’idea di cercare un accordo».

L’importanza per Putin del consolidamento del Donbass è evidente, perché è importante anche la vicenda del battaglione Azov?

«Perché dal processo, al quale potranno assistere gli osservatori occidentali, capiremo se il problema dei nazisti era una sua invenzione e se quelle milizie impedivano a Volodymyr Zelensky di trattare. L’impressione è che l’Ucraina non sia un monolite che combatte come un sol uomo per l’indipendenza, ma che convivano varie fazioni. Tolta di mezzo quella più intransigente, si può aprire qualche spiraglio. La resa del battaglione Azov serve a Putin, ma forse anche a Zelensky».

Le condizioni di Mosca andranno bene anche a Kiev e all’Occidente?

«Credo che vedremo due parti in commedia. Innanzitutto l’Europa, rappresentata da Francia, Germania, Italia e Spagna, non vedrà l’ora che l’Ucraina le accetti, malgrado sia stato aggredita. La seconda parte riguarda l’atteggiamento americano, che nessuno può prevedere. Biden potrebbe accodarsi alla posizione più morbida dell’Ue, oppure potrebbe spingere perché Zelensky vada avanti. Una buona merce di scambio potrebbe essere un ingresso veloce dell’Ucraina nell’Unione europea. Nel poker c’è un momento in cui tutti i giocatori dicono “parola”, e al giro successivo ognuno fa la propria puntata. Poi c’è un altro elemento che può avere un peso sui negoziati».

Quale?

«La ricostruzione dell’Ucraina è il più gigantesco affare internazionale dal dopoguerra a oggi. Quali Paesi saranno coinvolti e a che condizioni?».

Appena ipotizzato un colloquio tra Zelensky e Putin sono rispuntate le armi pesanti: quelle che invierà Joe Biden smentiscono l’idea della Nato alleanza difensiva?

«Mentre la Russia vuole chiudere la partita militare, la Nato, l’America e l’Ucraina tendono a rallentarla. Ora sembra che il pallino ce l’abbia in mano Putin. Questo nuovo invio di armi serve a evitare che realizzi il suo piano militare entro il primo luglio. Se così fosse, avrebbe meno forza per imporre le sue condizioni».

È ricomparsa anche Angela Merkel.

«Già, chi l’ha vista? Quello della Merkel è un mistero».

In che senso?

«In patria è accusata di aver favorito la stabilizzazione del regime putiniano, trasformando la Germania in un partner importante della Russia. Come l’Italia, la Germania dipende dal gas di Mosca. Al termine del suo mandato il cancelliere Gerhard Schroeder è entrato nel vertice di Gazprom. Sebbene la Merkel sia stata la migliore amica di Putin in Europa, quel genio di Matteo Renzi l’aveva proposta come mediatrice della crisi».

Con queste premesse, ora l’ex cancelliera denuncia l’aggressione della Russia.

«Senza togliere nulla al suo spessore politico, arriva con 100 giorni di ritardo».

Anche questa una fotografia degli impacci della diplomazia occidentale?

«L’esempio più clamoroso è il vertice del G7 di fine ottobre a Roma, quello delle monetine lanciate nella Fontana di Trevi. Nei documenti finali c’era un cenno molto generico alla situazione ucraina. Com’è stato possibile che nessuno tra i grandi della terra, che anche ora mentre si sparano addosso si telefonano con una certa frequenza, abbia ravvisato la gravità della situazione».

Cosa vuol dire?

«Osservo che tre mesi prima che scoppiasse l’ira di Dio un importante vertice tra i capi dei Paesi più importanti del pianeta non ha dato la sveglia. Se non è dolo, è colpa».

Rispetto ai primi giorni del conflitto è scemata la retorica sulla resistenza ucraina e si parla meno di esercito russo allo sbando?

«Dobbiamo stare ai racconti degli inviati dei giornali e delle televisioni, che però sono al seguito delle truppe ucraine o russe. È probabile che Putin pensasse di chiudere la partita in poco tempo. Ma da qui a dire che, essendo passati 100 giorni, ha perso la guerra, ne passa. Lo stesso discorso vale per Zelensky che oggi, forse a causa di ciò che avviene sul terreno militare, appare più morbido».

Come giudica il comportamento altalenante del presidente americano?

«Finora abbiamo visto tre Biden. Il primo è quello che offre a Zelensky un elicottero per mettersi in salvo e si sente rispondere che non gli servono passaggi, ma armi. Il secondo comincia a credere nella vittoria di Kiev e nella defenestrazione di Putin, salvo farsi correggere da fonti della Casa Bianca. Il terzo Biden forse ha capito che Zelensky non può vincere e si può frenare l’avanzata russa con armi più pesanti per cercare un compromesso più favorevole all’Ucraina».

I nostri media mainstream sono un po’ meno monolitici rispetto all’inizio del conflitto?

«Hanno meno certezze sulla vittoria dell’Ucraina e sul crollo del regime di Mosca. Nei nostri media pesa l’inquinamento del discorso pubblico avvenuto nelle prime settimane con l’accusa di filoputinismo a coloro che non sono subito saliti sul carro armato. Abbiamo visto le liste di proscrizione e la bullizzazione di chi si azzardava a porre domande. Il professor Alessandro Orsini descritto come quinta colonna della propaganda russa è una vergogna che parla da sola».

Introducendo l’etica nell’interpretazione bellica si è affermato il primato dei buoni?

«Il primo passo è stato equiparare Putin a Hitler. Fortunatamente il Papa ha detto che forse “la Nato ha abbaiato” ai confini della Russia. A lui non si può dire che è filoputiniano. Del resto, ha detto ciò che hanno provato a dire anche alcuni analisti americani, ovvero che alcune azioni della Nato hanno favorito la sensazione di accerchiamento del Cremlino. Questo non giustifica l’aggressione, ma smonta il paragone tra Putin e Hitler».

Come giudica l’azione del governo italiano?

«Come canta Lucio Battisti, andiamo a fari spenti nella notte. Verrà un momento di riflessione per valutare se è il caso di fermarci o di continuare ad armare Zelensky?».

Il 21 giugno in Parlamento?

«Ci auguriamo di capire di più. Dire che dev’essere Zelensky a stabilire quali debbano essere le condizioni della pace è un’arma a doppio taglio. È vero che l’Ucraina è uno Stato sovrano, ma è altrettanto vero che non possiamo essere a rimorchio di decisioni altrui. Dobbiamo definire una condotta e forse anche uno stop al sostegno militare, considerando le conseguenze economiche della guerra».

Salvini ha portato legna al fuoco del fronte bellicista?

«Non c’è dubbio. Impressiona che il segretario di un partito di governo avvii un’iniziativa diplomatica per incontrare ministri, politici e magari lo stesso Putin senza avvisare il premier. Lo stesso giudizio vale per il piano abbozzato da Luigi Di Maio: vuoi concordarlo con il governo di cui sei ministro degli Esteri? Questa improvvisazione toglie credibilità a un Paese che potrebbe avere un ruolo di mediazione».

Gli schieramenti attuali sull’Ucraina alimentano la suggestione di un governo Letta-Meloni.

«In tutta sincerità, mi sembra una barzelletta, un film di fantascienza. L’atlantismo di Enrico Letta e quello di Giorgia Meloni sono molto diversi. Mentre il Pd ha come riferimento Biden, Obama e i democratici americani, Fdi, proveniente dall’estrema destra, punta a trasformarsi in un partito conservatore e in grado di dare garanzie per governare l’Italia. Mi sembra lunare che il prossimo Parlamento, drasticamente ridotto in termini numerici, finisca per esprimere una maggioranza tanto stravagante. L’ipotesi più plausibile sarà un altro giro di valzer con Draghi e molti nuovi ballerini. Sarebbe sempre inquietante, ma meno incomprensibile».

Come giudica il fatto che anche la banca americana Goldman Sachs scongiuri un cambio di governo e un successo del centrodestra?

«È evidente che Draghi sia il garante del nostro gigantesco debito pubblico. E che sia il garante dell’applicazione del Pnrr, portato a casa da Giuseppe Conte, non dimentichiamolo. Tuttavia, Draghi appare un po’ logorato dalla gestione della pandemia e della guerra. Forse è il caso di chiederlo a lui se nella prossima legislatura vorrà restare a palazzo Chigi. Magari vorrà andare a fare il nonno o subentrare a Ursula von der Leyen o a Jens Stoltenberg, alla Nato. A quel punto chi garantirà i nostri soldi?».

Navighiamo nell’incertezza.

«Ci siamo abbastanza abituati. Ma senza fare le cassandre, qualche interrogativo in più sulle conseguenze economiche di questa guerra dovremmo porcelo. Sempre sperando che in autunno il Covid non torni a mordere. Crediamo nel ritorno alla normalità, pensiamo ai festeggiamenti delle nostre squadre e ai pullman scoperti per le strade di Milano e Roma…».

A proposito, visto il botta e risposta con Stefano Disegni, più facile una cena tra un laziale e un romanista o l’alleanza tra Letta e Meloni?

«Una cena tra un laziale e un romanista è possibile come lo sono stati gli incontri tra Letta e Meloni. Una fusione tra Roma e Lazio, quella è impossibile: ci sono i tifosi e gli elettori. Se, più che improbabile, Letta e Meloni riuscissero ad accordarsi, chi glielo racconta agli elettori di Fdi e del Pd?».

 

La Verità, 4 giugno 2022

L’all in su Conte di Travaglio&Co. su La7 e La9

Molti più accordi che disaccordi. Anzi, di disaccordi veri non c’è traccia. Del resto, siamo tra noi, siamo in famiglia, non c’è motivo di litigare e nemmeno di dissentire. Era molto rilassata l’atmosfera l’altra sera sul Nove, il canale dove il Fatto quotidiano, la testata televisivamente più sovrarappresentata, ha piantato le tende con i suoi presidi informativi, a cominciare da Accordi & disaccordi (venerdì, ore 22,55, share del 3%, 571.000 telespettatori). In fondo la Nove è solo La7 più due e, con la striscia di Sono le venti di Peter Gomez all’ora dei tg e la serata del venerdì aperta da Fratelli di Crozza, la linea filogovernativa che le firme del Fatto assicurano con la loro assiduità alla rete di Urbano Cairo, fa svelta a rimbalzare di un paio di tasti sul telecomando. Prodotto per Discovery da Loft, il canale tv del Fatto, Accordi & disaccordi, con la & commerciale, lo conducono Luca Sommi e Andrea Scanzi che solitamente intervistano un ospite politico. Alla fine della serata, però, escusso come un oracolo, la guest star è sempre Marco Travaglio. L’altra sera, con un Gad Lerner fresco di trasloco nel quotidiano più filogovernativo del bigoncio, la sensazione di familiarità avvolgeva come un profumo d’intesa. L’atmosfera informalissima come le mise dei giornalisti, era incrinata solo da Sommi, l’unico in studio e in giacca e cravatta, che tentava di salvare le apparenze porgendo domande, pur sempre con una robustissima spalmata di garbo: Gad, tu che hai avuto una grande carriera di giornalista e hai fatto la storia della televisione, come mai sei andato a Pontida a gettare benzina sul fuoco? Non l’avesse detto. Forse sei vagamente poco informato, ha risposto, piccato, Gad. Che, si sa, è più abituato a farle che a subirle le domande e, forse, i disaccordi non li ama nemmeno in epoca di distanziamento sociale. Per recuperare, Scanzi gli ha subito chiesto di spiegare perché, lasciando Repubblica, si è accasato proprio a casa loro. Ma il giorno stesso delle dimissioni, Marco lo ha chiamato e dunque… Dopo la puntuale citazione di Gomez per completare la sfilata delle firme, a suggello si è collegato in sahariana verde dallo studio di casa un Travaglio sguarnito del cipiglio da talk con contraddittorio che inalbera quand’è ospite a giorni alterni di La7, chez Lilli Gruber o Giovanni Floris. Negli altri giorni, infatti, tocca allo stesso Scanzi e ad Antonio Padellaro, quest’ultimo habitué pure di Piazza pulita. Non prendiamoli sottogamba, quella dei colleghi del Fatto è una strategia seria. Sia mai che il sostegno al governo Conte patisca dei vuoti d’aria.

 

La Verità, 7 giugno 2020