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In barba a tutto, scialuppa contro il correttismo

Finalmente, al termine della seconda puntata, Luca Barbareschi ha trovato qualcuno che sappia tenere la stecca in mano. È l’attrice Liliana Mele, ex miss Etiopia. Il conduttore l’ha invitata per chiudere In barba a tutto «con una nota di colore» e dunque le chiede se, nel suo mestiere, in questo momento, essere di colore comporti un privilegio. Il nuovo programma di Barbareschi è così, un contropelo al mainstream che regala qualche spicchio di originalità nella melassa dominante. Rispetto alla puntata d’esordio si registra un certo miglioramento. I tempi sono più precisi, il gioco di dispetti con la band di studio mostra più affiatamento, gli autori si devono essere messi a lavorare per fornire al conduttore domande da giornalista che per le interviste fanno sempre comodo. Il biliardo è lì per creare un’atmosfera e per non prendersi troppo sul serio, come del resto testimonia la faccia del conduttore, incline al sorriso beffardo. La Mele impugna la stecca e spacca il triangolo di palle. Vedi come sono superati certi schemi? Gli ospiti maschietti che l’avevano preceduta non ci avevano nemmeno provato.

Insomma, parlando di privilegi, oggi nelle fiction e al cinema dev’esserci sempre un protagonista di colore e quindi per una come lei, 37 anni che sembrano una decina di meno, è più facile lavorare. La Mele ammette, senza dimenticare la fortuna che le viene dal talento e che l’aiuta a riscattare anni di vita in salita, materia del prossimo libro. Di un altro libro si era accennato in apertura di serata con Luca Palamara, autore (con Alessandro Sallusti) di Il Sistema, che ha scoperchiato vizi e perversioni della magistratura. Si è pentito di essersi pentito?, gli ha chiesto Barbareschi, ottenendone un’arguta smentita. Il meglio della puntata però è stato nel dialogo con Paolo Rossi. «In passato eravamo su emisferi lontani, ma ora ci troviamo curiosamente vicini», l’ha presentato il conduttore. Perché, anche se si continua a «ridere per parrocchie», Destra e sinistra, citazione di un Giorgio Gaber d’annata, è uno schema superato. Durante il lockdown, Rossi ha continuato a recitare nelle periferie e nei cortili, incontrando un pubblico diverso, «paradossalmente c’è gente che fa il nostro mestiere e dice di amare il teatro che però non ama il pubblico».

In barba a tutto è un magazine veloce, nella seconda serata di Rai 3 (ore 23,15, share del 5,1%, quasi 800.000 telespettatori) che si candida a scialuppa di salvataggio per curiosi e irrequieti nella palude politicamente corretta. Ce n’è bisogno.

 

La Verità, 28 aprile 2021

Sì, dopo l’estate di Paolo Rossi l’Italia svoltò

Sulla morte dolorosa di Paolo Rossi si è detto che le sue prodezze ai mondiali del 1982 segnarono l’inizio della rinascita italiana dopo la stagione degli anni di piombo. Si è detto che tutti ricordiamo dove ci trovavamo il giorno della finale contro la Germania. Infine, si è detto che dopo, per molti anni, quando si andava all’estero chi ci incontrava diceva: Italia, Paolo Rossi.

Quel giorno, 11 luglio 1982, studente di Scienze politiche fuori corso, con la vecchia 127 che mio padre mi aveva lasciato, ero andato a trovare la fidanzata che lavorava come assistente in una colonia ad Arabba, nelle Dolomiti, per mantenersi gli studi universitari. Ero voluto rimanere con lei fino all’ultimo, prima di prendere la strada del ritorno verso Padova dove, con i Cattolici popolari, avevamo organizzato un paio di settimane di festa di fine anno accademico. Film, concerti, dibattiti…

Era molto difficile allora realizzare queste iniziative perché gli anni di piombo non sono stati solo un’indovinata immagine giornalistica. Sebbene il 7 aprile del 1979 fossero stati arrestati alcuni esponenti di Autonomia operaia tra i quali un certo Toni Negri, a Scienze politiche, la mia facoltà, noi Cattolici popolari non potevamo alzare un dito. Manifesti strappati, volantini scaraventati a terra, tremebondi interventi in assemblee gremite, in una delle quali, zittendo gli ululati dei censori, un giovane Massimo Cacciari che la coordinava mi consentì di arrivare affannosamente alla fine.

Nel 1982 l’evento della Festa dei Cp era il Mundial e, con una certa incoscienza, avevamo affittato il palasport San Lazzaro, allestendovi il megaschermo per la visione delle partite della nazionale. Era una squadra con molti elementi della Juventus, ma nella quale ci si riconosceva oltre le tifoserie, sia perché la squadra di Torino non aveva ancora vinto troppo in modi discutibili, sia perché era soprattutto la nazionale di Enzo Bearzot. C’erano il vecchio e ieratico Dino Zoff, Claudio Gentile il mastino, il brasiliano di Nettuno Bruno Conti, il bad boy Marco Tardelli e lui, Paolo Rossi: ragazzo di provincia desideroso di riscatto, campione di furtiva semplicità, talento e regolatezza. Durante i turni eliminatori, nonostante i nostri inviti, al palasport si radunavano poche centinaia di persone con trombette da tifosi come allo stadio. Divenne una bolgia ribollente, man mano che, superato il girone eliminatorio grazie alla differenza reti, tra le quali nessuna di Rossi, il cammino dell’Italia si era fatto promettente con la squillante vittoria sull’Argentina di Maradona e soprattutto con quella sul Brasile di Falcao, con i tre gol di Pablito, uno più bello dell’altro a suggellare il miracolo di Davide contro Golia.

Prima dell’inizio delle partite dicevamo sempre due parole di saluto ai presenti, ricordando il banchetto libri, quello delle bibite… Ma quella domenica, imboccata la strada di ritorno dalla montagna mi ero incagliato negli ingorghi del traffico di rientro dalla gita festiva. Alla fine, dopo un viaggio rocambolesco costellato di manovre e sorpassi da arresto immediato, riuscii a entrare nel palazzetto già buio proprio mentre finiva l’Inno di Mameli. La partita iniziò maluccio, con il rigore sbagliato da Cabrini dopo l’atterramento in area di Conti, rimpianto sul quale si soffermò Nando Martellini nell’intervallo ancora sullo zero a zero. Da un altro calcio piazzato battuto di sorpresa scaturì il primo gol di Rossi che precedette quello di Tardelli… Quella notte la vecchia 127 fece gli straordinari con il clacson che urlava come lui. Era la voglia di spensieratezza di quell’Italia fino allora ripiegata in un inverno di guerriglie e attentati. Le braccia al cielo di Rossi, la pipa di Bearzot, lo scopone scientifico in aereo con Pertini furono l’inizio di una nuova stagione. Un’estate di grazia. Qualche mese più tardi mi sarei laureato e due anni dopo avrei sposato la ragazza della colonia. Un decennio più tardi, ottobre 1992, eravamo a Tamandarè, Brasile, per l’adozione di Alberto, il nostro primo figlio. Giocavamo sulla spiaggia e Gena, la signora che ci ospitava, vedendoci palleggiare disse: Italia, Paolo Rossi.