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L’altro Benigni commuove narrando Pietro e Gesù

L’altro Roberto Benigni. Quello che prediligiamo, per intensità e passione, non disgiunte da umiltà e innocenza. Niente di studiato a tavolino, però, nel monologo di due ore Pietro – Un uomo nel vento che, prodotto da Stand by me e Vatican media, ha interpretato su Rai 1. Molta immedesimazione e l’abituale enfasi, travolgente ma consapevole, a pervadere una divulgazione appassionata, con tratti anche molto personali. Un racconto seguito da un pubblico di quasi 4 milioni di telespettatori (24,4% di share), numeri notevoli, in una serata densa di proposte, superiori a quelli di molte fiction ritenute di successo. 4 milioni di persone ad ascoltare il viaggio nei Vangeli per sviscerare il rapporto speciale tra Gesù e Pietro. Un rapporto presentato come «una storia di ragazzi» perché, a dispetto dei capelli bianchi in tutti i suoi ritratti, quando incontra il figlio del falegname, il pescatore ha 27, 28 anni. Quando ci si imbatte nel Vangelo, abbozza Benigni, «si può addirittura pensare che la vita abbia un senso…». A dimostrazione che «le cose importanti della vita non si apprendono, non si insegnano, ma si incontrano», chiosa quasi a parziale correzione di precedenti esibizioni pedagogiche. A conferma, nessuna concessione all’attualità politica, né eccentriche rivisitazioni europeiste, esaltazioni della Costituzione e nemmeno ammiccamenti all’inquilino del Quirinale Sergio Mattarella. Sarà per questo che, oltre agli stralci del testo contenuto nel volume edito da Einaudi concessi ai maggiori quotidiani, per il resto la grande stampa ha quasi ignorato l’esibizione del premio Oscar. Anche Benigni rischia di essere vittima dell’inscalfibile polarizzazione.

Per cominciare, nel prologo l’artista percorre la navata di San Pietro e visita la tomba del primo Papa della Chiesa in assoluto silenzio. Anche l’ingresso in scena, all’aperto nei giardini vaticani, senza le cadenze circensi dell’abituale Marcia del pinzimonio, conferma l’intonazione mistico contemplativa della serata. Da qui parte il viaggio di Benigni nel rapporto tra il Messia e il più istintivo degli apostoli. Uno che collezionava gaffe, rovinose cadute e rimproveri, ma al quale Gesù ha affidato le chiavi del suo regno. Che ci è venuto a fare a Roma un pescatore cresciuto in un paesino della Palestina di 800 abitanti, lui che non sapeva una parola di latino? È venuto per conquistare l’impero Romano al cristianesimo e sarebbe come se oggi un idraulico italiano che non sa l’inglese volesse convertire la popolazione di New York. Da quale forza è stato spinto Pietro? Per capirlo, dobbiamo addentrarci nella sua storia…

 

La Verità, 12 dicembre 2025

Le pietre di Roma come La lettera rubata di Poe

Uscire dall’ovvio, vincere la scontatezza. Muove da questo assunto Le pietre parlano, il documentario in due puntate che Alessandro Sortino con Claudia Benassi propongono su Tv200 (27 aprile e 4 maggio, ore 21.15, produzione Fremantle).  «Ogni anno migliaia di persone vengono qui in piazza San Pietro ad ascoltare il Papa». Pausa. «Ma perché il Papa della Chiesa cattolica universale è qui a Roma?». Sotto l’altare della basilica di San Pietro ci sono le ossa che per la scienza appartengono a un uomo tra i 60 e i 70 anni, «per i cristiani sono i resti di un pescatore palestinese di nome Simone a cui Gesù diede un nome nuovo: Cefa, Pietro».

Comincia da qui il «tour nel cristianesimo del primo secolo a Roma» dell’ex iena e ex Nemo Sortino, e a vederlo così, scandire, davanti al colonnato del Bernini, i passaggi di questo viaggio all’origine della nostra storia, si ha la prova di come questo, un percorso con un punto di partenza e uno d’arrivo, più del talk show e della chiacchiera con ospiti, sia il suo ambiente naturale. Sortino e Benassi, dunque, ci accompagnano attraverso le testimonianze monumentali dei Fori imperiali, la residenza dell’imperatore Augusto, le sinagoghe ebraiche, le basiliche sorte sopra le case dei primissimi cristiani e le catacombe, facendo parlare affreschi, mosaici e pavimenti sulla scorta di brevi, ma concretissime citazioni dagli Atti degli apostoli e dalla Lettera ai Romani di San Paolo, che scriveva a un centinaio di persone convertite ancor prima che nella capitale arrivassero gli apostoli. Le testimonianze cancellano i condizionali e tramandano la certezza che Paolo di Tarso abbia calcato proprio il basolato in località Tre Taverne sull’Appia antica, durante il viaggio verso Roma. Anche quello del telespettatore è un viaggio nel tempo che procede di domanda in domanda, a cui rispondono storici, archeologi e biblisti interrogati dai conduttori, mossi dalla curiosità più che dall’intenzione di affabulare, dispensando conoscenze. Le quali però arrivano, preziose, come nel caso dell’osservazione di monsignor Romano Penna, studioso delle prime comunità: «Anche a Roma è l’originalità del messaggio di un Dio che si fa uomo per la salvezza di tutti a contagiare le persone. C’erano il battesimo e l’eucarestia, nient’altro. Perché il cristianesimo non è nato come una religione, ma come una fede». Piccole perle, grandi tesori: basta interrogare le pietre che abbiamo sempre davanti per scoprirli. Quelle pietre che, invece, come La lettera rubata di Edgar Allan Poe, non vediamo mai perché, essendo fin troppo in vista, ci abbiamo fatto l’abitudine.

La Verità, 30 aprile 2019