Tag Archivio per: Pink Floyd

Roger Waters manda a quel paese Zuckerberg

Allora si può. Si può mandare a quel paese i paperoni della new technology. Gli imperatori dei social network. Si può ribellarsi al loro strapotere. Rovesciare il tavolo e non cedere alle lusinghe del denaro. «Fanculo, Mark. Non prenderò parte a questa robaccia». Testuale e senza eufemismi: è la risposta di Roger Waters a Mark Zuckerberg. Scazzo fra titani. Crash tra giganti. Da una parte l’ingegno e la ricchezza. Dall’altra il carisma di un artista pacifista, ma ruvido il giusto quando c’è da esserlo. Il cofondatore (con Syd Barrett), bassista, polistrumentista e cantante dei Pink Floyd non è tipo da giri di parole o risposte diplomatiche. Lo sanno bene i suoi ex compagni Nick Mason, Rich Wright e David Gilmour, mollati inopinatamente dopo anni di successi planetari (The Dark Side of the Moon rimase 15 anni nella Billboard 200 americana). C’è da fregarsi le mani per la curiosità su come andrà a finire. Intanto il rifiuto di Waters mostra che ci si può rivoltare contro chi persegue il «controllo del pensiero», come canta in Another Brick in The Wall. Contro chi censura i dissidenti, i non conformi alla policy perbenista della community. Waters rifugge mediazioni e compromessi. E pazienza se di mezzo c’è «un’offerta di tanto, tanto, tanto denaro». E se a farla è uno degli uomini più ricchi e potenti del globo. L’inventore di Facebook e Instagram. Il filantropo vezzeggiato dall’establishment. Il nerd trattato con i guanti bianchi dai potenti.

L’idea di Zuckerberg era utilizzare Another Brick in The Wall part two, uno dei classici dei Pink Floyd, per uno spot su Instagram. È stato lo stesso Waters a rivelarlo durante un evento in favore di Juliane Assange, l’attivista di Wikileaks in attesa di essere estradato dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti. «La proposta è arrivata stamattina, accompagnata da una vagonata di denaro», ha raccontato il 78enne autore di Money e The Wall. «Ma la mia risposta è stata: fuck you, non se ne parla proprio». Prendere o lasciare, questo è Roger Waters: «Voglio essere nella trincea della vita. Io non voglio essere al quartier generale, io non voglio essere seduto in un albergo a guardare il mondo che cambia… Voglio essere impegnato. Probabilmente, in un modo che mio padre (morto ad Anzio nel 1944 e che lui non ha conosciuto ndr) forse approverebbe», ha scritto, spiegando la sua propensione a schierarsi senza remore.

Certamente l’inventore di Facebook era a conoscenza di tutto questo. Eppure, raramente richiesta è parsa più ingenua e sprovveduta quanto la sua. Suona strano anche a dirlo: Zuckerberg, il più global dei Big five, che fa la figura del provinciale? Proprio così, di fronte all’alterità del musicista che suonò quel brano sulle macerie del Muro di Berlino da poco abbattuto. Sarebbe bastato soffermarsi sul significato di quel testo per evitare di beccarsi un no duro come una mattonata. Ma si sa, chi è titolare della community più estesa del pianeta, un terzo della popolazione mondiale quanti sono gli utenti di Facebook, non è solito porsi troppe domande.

«Non abbiamo bisogno di alcuna educazione/ Non abbiamo bisogno di alcun controllo del pensiero», canta Pink, il ragazzino protagonista della ribellione contro l’omologazione degli adulti, nel brano di Waters. «Ho scritto una canzone sulla mia esperienza personale e su come mi isolavo perché avevo paura», ebbe a dire una volta per spiegare il senso di questo testo sull’incomunicabilità cui costringono i detentori del potere e i controllori del pensiero. Era perciò forse prevedibile il rifiuto dell’artista: «Vogliono usare la mia canzone per fare di Facebook e Instagram due social ancora più potenti di quanto non siano già», ha proseguito Waters durante l’evento pubblico. «Così da continuare a censurarci tutti e a oscurare la storia di Julian Assange». La lezione è nitida e chiara. Rifiuto del pensiero unico e di ogni tipo di censura. E rifiuto di inutili mediazioni.

Ce n’è, nemmeno tanto indirettamente, anche per i capi del G7 che appena pochi giorni fa, dopo decenni di evasione incontrollata, hanno concesso a Zuckerberg e agli altri soci della Big tech la dolce aliquota fiscale del 15%. Avete letto bene: quindici per cento. Andassero da Waters a farsi spiegare come non cedere a ricatti e lusinghe.

Concludendo il suo racconto, il fondatore dei Pink Floyd ha ricordato gli esordi di Zuckerberg con FaceMash, il sito antenato di Facebook creato ad Harvard, in cui insieme ai suoi compagni dava i voti alle ragazze del campus. Una storia raccontata anche da The Social Network, il film di David Fincher del 2010. «Perché mai abbiamo dato tanto potere a questo cazzone che ha iniziato con: “È carina, le diamo quattro su cinque?”», si è chiesto Waters. Prima di concludere: «Eppure eccolo qui, uno degli idioti più potenti al mondo».

Vedremo se e come risponderà Zuckerberg. Qualcosa fa supporre che lo scazzo fra titani sia solo all’inizio.

 

La Verità, 17 giugno 2021

«Sanremo irripetibile, Fiore dovrà essere al top»

Il Fantastico di Adriano Celentano, il concerto di Madonna a Torino, quello dei Pink Floyd in piazza San Marco a Venezia, il Pavarotti & Friends, la grande giornata a Bologna con Giovanni Paolo II per il Giubileo, i Festival di Sanremo condotti da Mike Bongiorno e Piero Chiambretti, Raimondo Vianello, Fabio Fazio e Raffaella Carrà: dietro tutti questi eventi c’è un uomo di televisione, dirigente e autore insieme, che risponde al nome di Mario Maffucci, già capostruttura e vicedirettore di Rai 1. Ha 81 anni, due figli, una moglie e vive a Roma, zona Parioli. Ha appena fatto il vaccino contro il Covid e ora è al telefono: «È proprio sicuro che abbia qualcosa d’interessante da dire?».

Che Sanremo si aspetta quest’anno?

«Sarà un Festival diverso dagli altri perché senza il pubblico, una presenza dalla quale gli artisti traggono energia».

Questa assenza peserà di più sui cantanti, i conduttori o gli ospiti?

«Credo che sugli ospiti peserà meno perché hanno il confronto con Amadeus e Fiorello. Cantanti e conduttori avranno maggiori difficoltà. Soprattutto Fiorello, che sarà costretto a dare il massimo, mentre l’anno scorso ha dato il minimo».

In che senso?

«Ha fatto una grande prova d’autore, improvvisando tutto. Un grande artista come lui se lo può permettere. Così, ha preso spunto da quello che succedeva, dalle emozioni del pubblico. Stavolta questo confronto non potrà averlo».

Mancherà una fonte importante.

«Che stimola a inventare. Tra Fiorello e Amadeus c’è grande feeling, ma la sfida è più impegnativa».

Era proprio impossibile stabilire dei protocolli, farli rispettare e avere qualche centinaio di spettatori in sala?

«Sarebbe stato possibile, ma ingiusto nei confronti degli altri teatri che restano chiusi».

Altri programmi Rai hanno il pubblico e l’Ariston sarebbe stato usato come uno studio televisivo.

«Ma l’Ariston è un teatro aperto al pubblico».

Che consiglio darebbe ad Amadeus e Fiorello prima di cominciare?

«Di essere consapevoli di avere un’occasione unica per intrattenere tutto il Paese condizionato dalla pandemia».

È l’approccio del dirigente della tv generalista che creava grandi eventi.

«Il Festival di Sanremo è un evento, in un certo senso unico al mondo. Nasce come manifestazione popolare, senza pretese artistiche. Poco alla volta diventa una fabbrica di musica e intrattenimento. La tv l’ha manipolato, protetto e fatto crescere, trasformandolo in qualcosa di più di una sfilata di belle canzoni».

La convince il fatto che la moglie di Amadeus, Giovanna Civitillo, condurrà il Prefestival?

«Perché no? È un programma marginale, è in grado di farlo, non mi sembra un fatto da biasimare».

Nemmeno sul piano dell’eleganza?

«No, non direi».

Avrebbe potuto essere una buona idea Mina direttore artistico?

«Straordinaria. Ci rendiamo conto di che cos’è stata e che cos’è Mina dal punto di vista musicale?».

Non è decollata per mancanza di coraggio?

«Secondo me si sarebbe tirata indietro».

A quanto si sa, non si sono mai fatti avanti i vertici Rai.

«Da anni Rai 1 attribuisce la direzione artistica al conduttore secondo un canone per cui egli è il playmaker del Festival. Con Mina ci vorrebbe qualcuno felice di averla come direttore artistico. Quelli del presentatore, del direttore artistico e del selezionatore delle canzoni sono ruoli che si potrebbero spacchettare. In questa situazione credo che Mina sia difficile che arrivi».

Agenti e società di produzione esterne hanno troppo peso in Rai?

«Quello che oggi chiamiamo agente, nel vocabolario di qualche anno era l’impresario di artisti. I vari Lucio Presta e Beppe Caschetto hanno fatto la fortuna di tanti spettacoli. La cronaca televisiva attribuisce a Pippo Baudo o ad Amadeus la capacità di portare sul palco le star, ma dobbiamo sapere che dietro di loro c’è il lavoro di qualcuno che ha la forza di coinvolgerle».

Ha visto che due componenti del Cda Rai hanno chiesto di verificare se la lista degli ospiti rispetta la policy aziendale?

«Ho visto, aspettiamo le verifiche. È giusto mantenere un certo equilibrio e controllare la misura dei diversi contributi. Ma allo stesso tempo non dobbiamo perdere di vista il gol finale che è il divertimento del pubblico. Poi certo, l’en plein del cast di un singolo agente non lo approvo».

Anche ai suoi tempi contavano molto gli agenti?

«Ai miei tempi spuntava il potere dei nuovi impresari. Ma c’era un’azienda in grado di stare sul mercato con una forte attrattiva».

Uno dei migliori era Bibi Ballandi?

«Portava il suo contributo senza mai esagerare».

Perché secondo lei quest’anno su Rai 1 funzionano le fiction mentre sono sottotono gli spettacoli di intrattenimento?

«Non c’è voglia e forse non ci sono le condizioni per sperimentare con coraggio. Per essere sicuri dei risultati ci si affida ai format collaudati. Ma così non s’inventa niente e, con la ripetizione, i programmi si usurano e perdono smalto. I successi sono frutto di un dosaggio di componenti tra le quali c’è una percentuale di rischio. Non si può pretendere che il direttore di rete sperimenti se non è aiutato da un gruppo di dirigenti pronti a farlo».

Da Domenica in a Fantastico, da Scommettiamo che… a Beato tra le donne, qual era il segreto dei suoi?

«Sono molto grato a Baudo perché mi ha insegnato l’abc dello spettacolo, facendomi crescere alla scuola del teatro leggero. Il massimo divertimento l’ho provato con Renzo Arbore: leggerezza, autoironia, spettacoli inventati dall’inizio alla fine, spesso le prove erano ancora più divertenti di ciò che andava in onda. Poi c’è stata l’avventura con Adriano Celentano».

Quel famoso Fantastico.

«Il segreto era l’imprevedibilità, non a caso ebbe enorme rilievo sui media. Nacque dopo che Berlusconi ci aveva strappato Baudo, la Carrà ed Enrica Bonaccorti. Lo scopo era indebolire la Rai nella prospettiva della riforma del sistema televisivo che sarebbe sfociato nella legge Mammì».

Una vittoria in contropiede?

«Esatto. Sopravvissi a quella prova grazie all’appoggio di Biagio Agnes ed Emmanuele Milano (storico direttore generale Rai e direttore di Rai 1, ndr)».

Grandi dirigenti, grandi autori: oggi?

«Conosco alcuni direttori di rete come Franco Di Mare e Ludovico Di Meo, ottimi professionisti. Mentre non conosco Stefano Coletta, direttore di Rai 1. Ma non so se abbiano dietro una squadra così forte. Gli autori bisogna cercarli nel teatro leggero, nella musica, nel cinema, come avvenne per Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese… In quel Fantastico debuttò Umberto Contarello, che poi è diventato lo sceneggiatore di Paolo Sorrentino».

Come definirebbe Celentano?

«L’artista con il quale nulla era prevedibile. L’unico modo per lavorare con lui era discutere ogni cosa che gli veniva in mente, sapendo che l’avrebbe realizzata».

Luciano Pavarotti?

«Artista immenso, uomo formidabile. A lui è legato uno dei maggiori rimpianti della mia carriera».

Cioè?

«Averlo trascinato nel secondo Festival di Fabio Fazio facendogli fare il notaio. Entrava, diceva qualcosa sui cantanti, usciva. Come si fa a ingaggiare Pavarotti senza farlo cantare?».

Me lo dica lei.

«Era già tutto definito: avrebbe dovuto fare un duetto con Nilla Pizzi su Grazie dei fior. Immagini cosa sarebbe stato… Ma, ad accordo concluso, Nicoletta Mantovani si oppose perché riteneva che, se Luciano avesse cantato durante il Festival, avrebbe tolto interesse al Pavarotti & Friends in calendario due mesi dopo. E Luciano accettò il volere della moglie».

Lavorò anche con il Trio: Marchesini, Lopez, Solenghi.

«Fu una stagione straordinaria che culminò nei Promessi sposi. Era appena finita la miniserie diretta da Salvatore Nocita e noi ne proponemmo la parodia. Qualcuno alzò il sopracciglio, ma proprio affiancare la satira alla tradizione era la forza di una tv libera e moderna com’era quella Rai».

Trasmettevate i concerti di Madonna, il Pavarotti & Friends, la serata per il Giubileo con Giovanni Paolo II e Bob Dylan. Oggi quella formula sarebbe riproponibile?

«Non credo, dipende da come si propone la televisione: se sei un broadcast con l’ambizione di essere partner di grandi eventi internazionali il mercato risponde. Non dimentichiamo il concerto di Frank Sinatra al Palatrussardi di Milano. E quello dei Pink Floyd che chiesero la collaborazione di Rai 1 per suonare a San Marco, trasmesso in mondovisione».

E ricordato per le conseguenze tremende sulla città di Venezia.

«Che non era preparata a gestire un evento di risonanza mondiale».

Eventi del genere oggi sono irripetibili?

«Allora la Rai era punto di riferimento delle tv pubbliche europee e c’era una disponibilità diversa degli sponsor. Ricordiamoci che parliamo di manifestazioni con grandi budget, che potemmo realizzare perché c’era un lavoro di squadra e anche la collaborazione con la Sacis (la concessionaria di pubblicità della Rai ndr)».

Ha commesso qualche errore o fatto scelte di cui si è pentito?

«Forse ero impreparato ad alcune conseguenze. Se dovessi rifare il concerto dei Pink Floyd mi porrei per primo il problema della sicurezza. Per quello di Madonna a Torino tutto filò liscio, anche grazie a un produttore come Davide Zard».

Che cosa guarda oggi in tv?

«M’inquietano i talk show politici, perché mi sembra che il pubblico non sia protetto e che, più che l’approfondimento vero, vi prevalga la propaganda. Se un politico fa un’affermazione, le redazioni non sono attrezzate per verificare in tempo reale se corrisponde al vero o no».

Ce n’è qualcuno che si salva?

«Apprezzo la scelta di Piazzapulita di ricorrere alle riflessioni di Stefano Massini anziché alle gag del solito comico. Lo trovo più in sintonia con il momento che viviamo».

Guarda anche la fiction?

«Purtroppo quella italiana non è a livello delle serie internazionali. Con l’eccezione di Montalbano, la nostra è una fiction provinciale».

Quali serie le sono piaciute ultimamente?

«Baghdad central, Homeland, La casa di carta».

Tra i comici chi le piace di più?

«Maurizio Crozza».

Ha conservato amicizie nel mondo della televisione?

«Ho conservato rapporti professionali. Mi manca Luciano Rispoli che mi fece da battistrada e con il quale avevo un rapporto di stima e amicizia».

 

La Verità, 27 febbraio 2021