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Donnarumma, Pirlo, Chiesa: calciomercato folle

È il calciomercato più pazzo e incomprensibile dell’ultimo decennio. Giocatori in lizza per il Pallone d’oro che rischiano la disoccupazione. Campioni mondiali che vanno ad allenare nella serie B degli Emirati Arabi. Alti dirigenti che tornano al primo (o secondo) amore, luogo di delitti e successi. Quello che sta succedendo nelle sedi delle società di calcio, negli hotel dei ritiri e negli uffici di agenti e direttori sportivi può ispirare tanti piccoli romanzi gialli, parabole a lieto fine o thriller dall’epilogo amaro. Poteri degli euro e dei petrodollari. E superpoteri di procuratori sempre più «dittatori» del pianeta calcio. In questa estate inquieta alcune telenovele – da quella di Theo Hernandez a quella di Victor Osimhen fino a quella di Luka Modric – sono già passate in archivio, altre restano da scrivere.

Gigio Donnarumma, il superstite scomodo. Con Ousmane Dembelé e Désiré Doué è stato uno degli artefici della conquista della Champions League. Non a caso è entrato nella short list del Pallone d’oro. Eppure, Luis Enrique e i dirigenti del Paris Saint-Germain gli hanno indicato la via d’uscita: «Abbiamo preso un portiere bravo con i piedi». Per la partita di Supercoppa di stasera contro il Tottenham non è stato convocato. La sua vera colpa? Essere l’ultimo fuoriclasse del Psg delle figurine, quello di Messi Neymar Mbappè, senza i quali Luis Enrique ha vinto la Champions. E, viste le paratone contro Liverpool e Arsenal, senza Gigio l’avrebbe vinta lo stesso? I suoi 12 milioni d’ingaggio lo instradano verso la Premier.

Dusan Vlahovic, il prigioniero. Del suo stipendio. All’inizio, giornali e tv lo davano sicuro al Milan di Massimiliano Allegri. Ma col passare dei giorni sono emerse alcune difficoltà. Il mercato della Juventus, che ha preso Jonhatan David dal Lille e vuole confermare Kolo Muani, è bloccato dal suo cachet (12 milioni) divenuto scintillante mentre il talento è rimasto grezzo. Un bel grattacapo per i capoccia della Continassa. Non sarà che, dopo averlo illuso, Allegri lo lascerà a bagnomaria a Torino consumando una piccola vendetta contro la sua ex squadra?

Ademola Lookman all’ultimo dribbling. Il funambolo nigeriano dell’Atalanta è concupito dall’Inter che si è spinta fino a 45 milioni. A Bergamo resistono perché ne vogliono 50 e perché gli ruga rinforzare un’avversaria diretta. Nel frattempo, a Zingonia Lookman non l’hanno più visto (non è una battuta). Dopo il mancato passaggio al Psg dell’anno scorso, Ademola e la società avevano stabilito che di fronte alla lauta offerta di un top club sarebbe partito. «Accordo valido per l’estero», hanno puntualizzato i Percassi che lo marcano stretto. Riuscirà a dribblare anche loro per andare a comporre il tridente da sogno con Lautaro e Thuram?

Adriano Galliani, il deus ex machina. A 81 anni è il più in forma di tutti. Dopo che avrà completato la vendita del Monza agli americani di Beckett Layne Ventures, tornerà al Milan (di RedBird). Sponsor Zlatan Ibrahimovic, ha incontrato Gerry Cardinale nello yacht di Flavio Briatore. Per riaverlo in società, ridandole il peso che ha perso nel palazzo del calcio, gli verrà ritagliato un ruolo inedito di superconsulente con ampi margini di manovra. Ibrahimovic, Allegri, Galliani: attenti a quei tre, è stato scritto (anche se la prima volta c’era Berlusconi). Certi amori non finiscono…

Andrea Pirlo, panchina errante. Dentro il campo usava il compasso, a bordo cerca ancora casa. Dopo il quarto posto con la Juventus, l’esperienza in Turchia al Fatih Karagümtük e l’esonero dalla Sampdoria per la mancata promozione in A, il regista tutto eleganza e materia grigia prova a ripartire dallo United Fc di Dubai, Serie B degli Emirati Arabi. Il presidente Ilie Cebanu l’ha presentato così: «Lui incarna i valori e le ambizioni del nostro club, e crediamo che possa essere una figura chiave per portarci a un livello superiore». Di sicuro i valori che percepirà (non si sa quanti) porteranno il suo conto a un livello ancora maggiore.

Stefano Pioli, il pendolare. Un anno a Riad a 10 milioni e ritorno in patria a 3: se non è amore… Dalla panca dell’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo a quella della Fiorentina che già fu sua dal 2017 al 2019, anni sereni ma turbati dalla morte di Davide Astori. Oltre all’amore c’è la voglia di riscatto, di dimostrare di essere un vincente e che lo scudetto conquistato con il Milan nel 2022 non è stato solo un regalo dell’Inter. Pioli sa creare il gruppo come pochi: tornerà on fire a Firenze?

Ardon Jashari, lo scacchista. Ha solo 23 anni ma la tenacia e l’arguzia di un quarantenne. Saputo dell’interesse del Milan, la squadra che da Cham (Svizzera) andava a vedere in macchina da bambino, ha detto «fermi tutti». Vane le più laute offerte dalla Germania, dalla Premier e dal Paese dei Balocchi. Ha lasciato che i dirigenti del Bruges imbastissero aste, mostrassero i muscoli e lo invitassero a rimanere. Poi ha incontrato il presidente e chiesto il mantenimento del patto che prevedeva la sua partenza davanti a un’offerta superiore ai 30 milioni: voglio andare al Milan e basta. Scacco matto.

Hakan Chalanoglu, fidarsi dei turchi? Mai come quest’estate Hakan ha sentito così seducenti le sirene da Istanbul, che pure non è la sua città, essendo nato a Mannheim (Germania). Dopo l’ultimatum di Lautaro post sconfitta in finale di Champions («Chi vuole restare all’Inter resti, chi vuole andare arrivederci»), il suo sembrava un addio scritto. Invece, il Galatasaray non ha formalizzato l’offerta. Foto sorridente con Martinez e tutto risolto? Quasi, perché sempre da Istanbul sembrava farsi avanti il Fenerbache di José Mourinho. Sembrava, però. Mai fidarsi dei turchi (anche se nati in Germania).

Alvaro Morata, l’inquieto. Il Como dov’è appena approdato è la sua quarta squadra in un anno, dopo Atletico Madrid, Milan e Galatasaray. Nel frattempo, ha rimesso in piedi il matrimonio con la modella veneziana Alice Campello, quattro figli insieme. Laborioso anche il trasferimento dalle rive del Bosforo a quelle del Lario. C’erano di mezzo i soliti turchi che, nonostante abbiano acquisito a titolo definitivo Osimhen, hanno preteso congrue indennità per interrompere in anticipo il prestito dal Milan del capitano della Nazionale spagnola. Cesc Fabregas, già suo compagno al Chelsea e in Nazionale, lo ha stregato.

Federico Chiesa, il figliol prodigo. In attesa di un padre che lo riaccolga. «Fuori dal progetto» di Thiago Motta, ha impennato l’orgoglio ed è migrato in Premier League, sponda Liverpool. Purtroppo, la concorrenza di gente come Mohamed Salah e Cody Gakpo lo ha presto immalinconito. Figuriamoci ora con l’arrivo di Florian Wirtz, Hugo Ekitike e Jeremie Frimpong, 280 milioni in tre. Non convocato per la recente tournée asiatica, il nostro Federico è rimasto tra le brume a ripassare Yesterday. Arne Slot, il tecnico dei Reds, dice che a loro serve ancora (?), ma se vuole tornare in Nazionale Rino Gattuso gli ha suggerito di rimpatriare. Citofonare Antonio Conte?

 

La Verità, 13 agosto 2025

La storia vintage di Jashari nel calcio dei trilioni

Una storia unica, una vicenda romantica d’altri tempi. Nel calciomercato di questa folle estate, dove c’è chi s’incolla a Temptation island e chi non perde un trafiletto sulle indagini sul delitto di Garlasco, tra contratti ultramilionari e trasferimenti in lontane città del Golfo Persico c’è anche la storiella sentimentale di un giocatore che vorrebbe coronare il sogno che aveva da bambino. Proprio così. L’abbiamo sentito un miliardo di volte quando un giocatore posa con la maglia della sua nuova squadra ripete sempre la formuletta: si compie il sogno che avevo da bambino. Nel caso di Ardon Jashari, centrocampista svizzero che milita(va) nella squadra belga del Bruges e si è promesso al Milan, non si sa ancora se questo sogno coronato. E forse anche per questo la vicenda merita di essere rivisitata come una piccola parabola. Ognuno ha le proprie perversioni: c’è chi segue il gossip dei tradimenti di Raoul Bova e i trappoloni orditi da Fabrizio Corona, uno ogni estate, e chi si fa con le notizie di calciomercato e i mirabolanti cambi di casacca degli eroi pallonari. Nella società della comunicazione selvaggia non ci sono limiti alle patologie. Tuttavia, finché non si fa del male a nessuno, certi eccessi si possono tollerare, anche perché alimentano succosi spicchi di mercato, dalle riviste specializzate nelle storie di corna e ai reality show fino alle rubriche televisive e alle paginate dei quotidiani sportivi sui trasferimenti multimilionari dei calciatori.

Con l’apertura della frontiera araba, da qualche anno la campagna estiva di acquisti e vendite dei giocatori ha registrato una fantasmagorica accelerazione. Prima c’erano sostanzialmente due mondi che si contendevano le prestazioni degli eroi in mutande, Europa e Sudamerica, con qualche appendice nell’America settentrionale e la breve parentesi, già chiusa, della Cina, dove alcuni calciatori andavano a finire la carriera allettati da vagonate di milioni. Ora si assiste a un andirivieni continuo da Riad e dintorni di giocatori anche relativamente giovani e allenatori che, dopo appena un anno di cibo, tuniche e veli sauditi, salgono sull’aereo che li riporta nell’amato Occidente, accettano una manciata anziché un baule di milioni ma si consolano con la ribollita al posto del cous cous. L’ultimo caso è quello di Stefano Pioli, passato dalla panchina dell’All-Nassr di Cristiano Ronaldo a quella più confortevole della Fiorentina. Dietro di lui potrebbe tornare in quel di Firenze, anche Franck Kessie, altro pentito dell’emigrazione lastricata di petrodollari, scomparso dal calcio che conta dopo l’addio al Milan e un’inutile annata a Barcellona, e finito all’All-Ahli di Gedda sul Mar Rosso. A fronte di due ritorni nobili, degne di segnalazione sono due andate fresche di firma sotto una sfilza di zeri. Quella di Andrea Pirlo, il predestinato, l’architetto campione del mondo 2006, sul contratto che gli ha sottoposto lo United Fc di Dubai che milita nella serie B degli Emirati Arabi. E quella di Mateo Retegui, venduto dall’Atalanta per 68 milioni all’Al-Qadsiah, compagine senza troppe ambizioni con sede ad Al Khobar sul Golfo Persico, 11 ore di volo da Milano. Si è trasferito laggiù a 26 anni per 20 milioni di dollari all’anno e sembra contento, chissà i suoi famigliari e il neo Ct della Nazionale, Rino Gattuso. Ma così va il mondo del calcio, drogato dalle ambizioni degli sceicchi e dal gigantismo della Fifa che organizza carrozzoni come i Mondiali per club di un mese in piena estate negli Stati Uniti (Jurgen Klopp: «È la peggior idea mai vista nel calcio. La prossima stagione vedremo una raffica ancora maggiore di infortuni»).

In questa cornice risalta la storia dal sapore vintage di Ardon Jashari, un calciatore che ha compiuto 23 anni, nato a Cham in Svizzera, da dove, quand’era ragazzino, andava tutte le domeniche a San Siro in macchina con i genitori per vedere il Milan. Bene. La trattativa per il suo trasferimento nel club rossonero dura da un mese e mezzo nonostante fra il giocatore e il Bruges ci fosse un patto per il quale, a fronte di un’offerta consona di un grande club, l’avrebbero lasciato partire. Per il cartellino la sua società ha sempre chiesto 35 milioni di base più cinque di bonus. L’accordo tra il giocatore e il Milan è definito da tempo: 2,5 milioni per quattro anni, ma il ragazzo è disposto anche a ridursi l’ingaggio per agevolare la trattativa. L’ultima offerta del Milan per il cartellino del miglior giocatore del campionato belga nonché nazionale svizzero è di 33,5 milioni di base fissa più due di bonus facilmente raggiungibili (la possibilità che la squadra si qualifichi per la Champions una volta nei prossimi cinque anni) e altri due per obiettivi meno facili, per un totale di circa 38 milioni. Quello che conta però è che i 35 milioni di base siano sostanzialmente garantiti. Invece no. Per i dirigenti del Bruges non è così, offerta respinta. Siamo al muro contro muro perché il Milan ha fatto sapere di ritenere la sua offerta ragionevole e non si spingerà oltre. Prendere o lasciare. E mentre il club belga ha dovuto chiudere i profili social per le incursioni poco urbane dei tifosi rossoneri, in mezzo c’è il giocatore con la sua favola romantica. Un ragazzo fermo nella decisione, che ha rifiutato altre proposte da Borussia Dortmund, Nottingham Forest e Aston Villa e vuole andare solo al Milan. Anzi, davanti all’ultimo niet del Bruges e al tentativo dei dirigenti di creare un’asta sollecitando altre società della Premier a pagare i 40 milioni richiesti, il ragazzo ha annunciato che non giocherà più con la maglia a strisce nerazzurre.

Anche i sogni hanno un prezzo. Vedremo se quello di Ardon si realizzerà.

 

La Verità, 31 luglio 2025

Lo scudetto del Milan vinto col fattore umano

È uno scudetto conquistato all’opposizione quello vinto dal Milan domenica allo stadio Mapei di Reggio Emilia con il 3 a 0 sul Sassuolo. Uno scudetto contro. Vinto risalendo la corrente. Ribaltando lo scetticismo dei media e degli analisti più accreditati. Domando squadre più attrezzate e sponsorizzate. Metabolizzando errori arbitrali clamorosi che hanno tolto punti che avrebbero potuto risultare decisivi. Uno scudetto vinto sul filo di lana dopo una volata di sei vittorie consecutive contro squadre molto insidiose. Ma non è solo per questo che il diciannovesimo trofeo nazionale incamerato dalla società rossonera ha un sapore particolare. Si è letto del capolavoro di Stefano Pioli, gran protagonista, allenatore finora apprezzato per le qualità umane (mai una parola fuori posto anche quando Ralf Rangnick era a un passo da Milanello), ma considerato un non vincente. Si è letto del ruolo di Zlatan Ibrahimovic e del carisma dei «vecchi» come Simon Kjaer e Olivier Giroud. Si è riconosciuta l’esplosione di talenti come Rafael Leao, Mike Maignan e Sandro Tonali. Si sono apprezzati i grandi meriti di Paolo Maldini, passato dalla dimensione di ex bandiera, prima all’ombra di Leonardo e poi di Zvonimir Boban (il cui contributo oggi non va dimenticato), a quella di dirigente autorevole e lungimirante. Se oggi il Milan è una società che attira l’interesse dei maggiori fondi internazionali è perché in poco più di due anni, grazie al lavoro di Elliott e dell’amministratore delegato Ivan Gazidis, ha risanato il bilancio e, da una sconfortante mediocrità, è salito ai vertici della Serie A, diventando un modello di calcio sostenibile. Anche queste sono considerazioni che si sono lette, soprattutto grazie al senno postumo. Perché, prima e durante, gran parte dei commentatori le ritenevano ininfluenti sul risultato del campo. I campionati li vincono i campioni, si ripete. E, dunque, con i soldi. Ci sono società che hanno improntato a questo assioma la loro filosofia. Basta guardare a come si sviluppano certe campagne acquisti.

A volte, invece, ed è questo il caso, si vincono anche con le idee. E con il fattore umano. È per questo, forse, che questo scudetto vale più di altri. Ci sono alcuni fotogrammi che fanno intuire cosa s’intende quando si parla della «forza del gruppo», come ha fatto Davide Calabria nell’euforia di domenica sera rispondendo a chi gli chiedeva il segreto della cavalcata rossonera.

Castillejo, ancora tu

 Il primo flash risale al 16 ottobre, quando alla fine del primo tempo il Milan è sotto 0 a 2 con il Verona. Dopo l’intervallo Pioli sostituisce Alexis Saelemaekers ripescando dal sottoscala dello spogliatoio Samu Castillejo che fino a quel momento aveva giocato due minuti alla seconda di campionato. Sempre dato come partente nelle ultime sessioni di mercato, nel secondo tempo di quella partita lo smilzo Castillejo, che ha sempre continuato ad allenarsi nonostante fosse marchiato come giocatore che «non rientra nei piani dell’allenatore», dà l’anima fino a risultare determinate nella rimonta rossonera. Dopo il gol di Giroud, procura il rigore del pareggio trasformato da Franck Kessie e l’autorete del difensore veronese del 3 a 2 finale. Dopo il triplice fischio si scioglie in lacrime tra gli abbracci dei compagni. Spiegherà alle televisioni che sta attraversando un momento difficile perché gli manca la famiglia rimasta in Spagna alla quale spera di riunirsi quanto prima.

Ingaggio autoridotto

Il secondo fotogramma riguarda Tonali, nato lo stesso giorno di Franco Baresi, tifoso rossonero fin da bambino quando scriveva le letterine a Santa Lucia perché esaudisse il suo sogno di diventare un giocatore del Milan. Una volta arrivato, nell’estate 2020 in prestito dal Brescia, però Sandrino delude le attese. I soliti scettici sentenziano che «non è da Milan» e che non vada riscattato. La società invece gli dà fiducia e mantiene la rotta. Per agevolare l’operazione, lui decide di ridursi l’ingaggio di 400.000 euro. Un gesto che lo rende protagonista, lo sgrava di troppe responsabilità e lo rende più disinvolto e propositivo anche in campo, fino a farlo risultare uno dei migliori della stagione.

Arbitri e alibi

Il 17 gennaio, quando in classifica l’Inter ha 49 punti e il Milan 48, si gioca Milan-Spezia. In pieno recupero, sul punteggio di 1 a 1 l’arbitro fischia un fallo su Ante Rebic senza concedere la regola del vantaggio proprio mentre la palla arriva a Junior Messias che insacca. Successivamente, nell’ultima azione della partita, lo Spezia segna il gol dell’1 a 2 e così, nel giro di un minuto, dalla vittoria quasi certa il Milan passa a una rocambolesca sconfitta. L’arbitro Marco Serra chiede scusa sconfortato per l’errore. Al termine del match Ibrahimovic gli fa visita nello spogliatoio: «Tranquillo, sbagli tu come sbaglio io». Il Codacons chiede di ripetere la partita. Al contrario, Pioli e la società non alzano i toni della polemica contro i direttori di gara e l’Aia (Associazione italiana arbitri), evitando di alimentare alibi nello spogliatoio.

Sono tre flash, se ne potrebbero aggiungere altri. Ma bastano per intuire che il fattore umano, spesso sottovalutato, alla lunga può fare la differenza anche in un gioco complesso, strano e imprevedibile come il calcio.

 

 

La Verità, 24 maggio 2022

 

Favola di Natale: Il fattore umano del Milan

Massì, scriviamolo: quest’anno la favola di Natale è quella del Milan. Scriviamolo, rischiando un po’, perché poi magari la storia non sarà a lieto fine. È molto possibile, se non proprio probabile. Però scriviamolo lo stesso perché, in tempi di sofferenze e tragedie, forse la favola del Milan può alleggerirci un po’ e aiutarci a ritrovare un briciolo di leggerezza.

Qualcuno tra gli osservatori inizia ad accorgersene. Comincia a cogliere che nella parabola della squadra che un anno fa perdeva 5 a 0 in casa dell’Atalanta e ora è in testa al campionato di Serie A, c’è qualcosa di più di un mero fatto tecnico. Rileggiamo l’incipit di Luigi Garlando sulla Gazzetta dello sport dopo il successo all’ultimo respiro contro la Lazio: «Stefano Pioli ha la faccia radiosa di George Bailey quando alla fine abbraccia i suoi ragazzi a un passo dal Natale: La vita è meravigliosa! Neanche Frank Capra avrebbe immaginato un film del genere…». Sempre dopo il fischio finale di Milan-Lazio i giornalisti di Sky Calcio Show hanno chiesto al capitano Alessio Romagnoli che cosa sia scattato nella squadra che, da ingenua e fragile, si è trasformata in un gruppo mai rassegnato e dalle infinite risorse? Quale alchimia si sia instaurata tra i giocatori e l’allenatore? «C’è un’intensità nel Milan che nessun altro ha, qualcosa di antico, di poco descrivibile, che copre i limiti di giornata… Una squadra di amici», ha sintetizzato Mario Sconcerti sul Corriere della sera. Poi, certo, potrà accadere che lo scudetto lo vinceranno l’Inter o la Juventus come quasi tutti gli addetti ai lavori pronosticano. I valori tecnici alla fine non mentiranno e le rose sono di valore diverso. Il Milan, per dire, è la squadra più giovane del campionato, nonostante il trentanovenne Zlatan Ibrahimovic. Eppure è lì, per ora. Eppure ha superato mille avversità, finora. Compreso il Covid dell’allenatore, del vice e del giocatore più determinante.

La chiameremo «fattore umano» la favola di questo Milan. Un fattore nel quale Pioli ha i meriti principali. Insieme a Paolo Maldini. E anche agli altri dirigenti, compreso Zvonimir Boban che si è dimesso. Basta tornare all’inizio di questo disgraziato 2020. Poco dopo quello 0-5 patito a Bergamo, Maldini e Boban convincono l’amministratore delegato del fondo Elliott Ivan Gazidis a richiamare Ibrahimovic dal viale del tramonto dei Los Angeles Galaxy. Sarebbe arrivato da salvatore della causa. Da deus ex machina. E l’investitura avrebbe stuzzicato assai il suo considerevole ego. Nel frattempo il destino di Pioli il traghettatore è segnato. Al suo posto viene allertato Ralf Rangnick, coach teutonico circondato da un alone messianico, depositario di un calcio moderno e dogmatico. È tutto fatto. Motivo per cui il poco diplomatico Boban rilascia un’intervista dopo la quale non può che andarsene. Ma, a sorpresa, dopo il lockdown la squadra inizia a dare segnali di risveglio e il brutto anatroccolo a trasformarsi. L’assenza dei tifosi sulle tribune, la minor pressione e un clima più disteso resettano la scheda madre dell’ambiente. La cura Ibra e il nuovo modulo tattico fanno il resto. 2-0 alla Roma, 3-0 in trasferta alla Lazio, vittoria in rimonta sulla Juventus, pareggio con l’Atalanta mostrando un calcio prolifico. Nel frattempo, interrogato sul suo futuro, Pioli non fa una piega, nessuna smorfia di amarezza o di orgoglio. «Io faccio il mio lavoro fino all’ultimo giorno, giochiamo una partita alla volta. Poi la società prenderà le sue decisioni». Un autocontrollo raro nel mondo del calcio (e non solo) dove, alla prima difficoltà, dirigenti e coach sono abituati a sbottare e a togliersi sassoloni dalle scarpe, magari anche maltrattando giornalisti e commentatori. Pioli vuol far parlare i risultati. E il fattore umano inizia a lasciare il segno. I giocatori sono compatti dalla sua parte. Gli osservatori cominciano a dire che meriterebbe di portare avanti il lavoro iniziato. La sera del 21 luglio (vittoria sul Sassuolo), tornando clamorosamente e meritoriamente sui suoi passi, Gazidis ufficializza la conferma dell’allenatore. Il resto è storia recente. Il Milan non perde in campionato da 26 partite e ha conquistato i sedicesimi dell’Europa League. Chi ha visto i filmati dei tifosi che hanno accompagnato il pullman allo stadio nella luce rossa dei bengala o le facce dei giocatori a fine partita inizia a capire che, dentro tutto questo, c’è qualcosa di speciale. «Giochiamo con il fuoco dentro», ha sintetizzato Pioli.

Andrà come andrà. E non è affatto detto che sarà «tutto bene» come preconizzavano i balconi del primo lockdown o come, appunto, favoleggiano i film natalizi di Capra. I valori tecnici contano e sono dalla parte di squadre che hanno investito e investono di più. E poi, tutta questa storia messa su solo per l’incornata allo scadere di Theo Hernandez. Tutto vero: pura fortuna e puri dettagli. Chissà.

Di Pioli, leader mite, si è sempre detto che con le sue squadre partiva bene ma si spegneva presto. Ora è sotto monitoraggio. La mattina del 4 marzo 2018 allenava la Fiorentina quando nella camera di un albergo di Udine dove, al pomeriggio, avrebbe dovuto sfidare l’Udinese, Davide Astori fu improvvisamente trovato senza vita. Quel giorno la Serie A fu sospesa. Pioli dice spesso che la morte di quel giocatore esemplare lo ha segnato come uomo e come allenatore. Chissà se quella tragedia c’entra qualcosa con la favola di oggi.