Tag Archivio per: Pistocchi

«Vedo sempre Napoli, sirene arabe per Mancini»

Maurizio Pistocchi, volto storico dello sport di Mediaset, posta sui social video di spiagge da sogno che scatenano l’invidia di chi lo segue. Calette sarde, da dove, in attesa della ripresa del campionato, si gode gli ultimi giorni di vacanza e il successo di vendite di Juventopoli. Scudetti falsati & altre storie poco edificanti (Piemme), il libro che ha scritto con Paolo Ziliani, collega del Fatto quotidiano con il quale ha a lungo collaborato nei programmi della tv commerciale.

Pistocchi, che cosa sta succedendo nel calcio?

«Il calcio italiano è nella stessa situazione del Paese: senza risorse e senza idee».

I petrodollari si stanno comprando tutto?

«La Saudi league fa quello che facevamo noi negli anni Novanta, quando i migliori calciatori venivano in Italia non perché avessimo il campionato migliore del mondo, ma perché avevamo i soldi. Lo stesso si può dire della Premier league di adesso. I calciatori vanno dove sono pagati meglio e di più».

Cinquant’anni fa il calcio ha scoperto l’America e poi la via della Cina: che cos’ha di diverso il vento d’Arabia?

«Arriva da un Paese ricchissimo che ha investito in tutti i business più importanti del pianeta. Saudi Aramco, promotore della Saudi league, possiede più di 500 miliardi di dollari e un progetto di sviluppo sia della Lega calcistica che dell’intero Paese. È un progetto molto ambizioso, in vista dell’organizzazione dei Mondiali».

Ostacoli sul percorso?

«Certamente si scontrerà con tanti pregiudizi. Nonostante le offerte ultramilionarie, molti giocatori hanno declinato l’invito a causa di un ambiente che limita le abitudini dei calciatori occidentali. Le mogli, spesso protagoniste dello star system, non si sentono a proprio agio in un Paese in cui la donna ha un ruolo diverso».

È stupito che il segno della croce con cui Cristiano Ronaldo ha festeggiato il gol che ha qualificato la sua squadra alla finale della Champions non abbia causato contestazioni?

«Ronaldo è stato scelto come front-man di tutta la Lega, perciò non mi aspetto limitazioni ai suoi comportamenti. Se gliele imponessero se ne andrebbe. Credo abbia chiarito fin dall’inizio le sue libertà».

Fino all’anno scorso l’Arabia attraeva giocatori a fine carriera, come mai ci sono andati Koulibaly, Milinkovic Savic o Kessie?

«Gli ingaggi sono di gran lunga più alti. Finora nella Saudi league sono stati investiti 600 milioni di euro, ma per una realtà così ricca sono briciole. Se Mohammad bin Salman vuole costruire una Lega tecnicamente forte e seguita dal grande pubblico questa strada è giusta solo in parte. Servono scuole e centri di istruzione dove i migliori allenatori del mondo possano insegnare calcio. Sono partiti dall’alto, chiamando giocatori già affermati, ma perché non resti un fatto episodico adesso devono costruire le fondamenta».

Di fronte a una realtà così potente è romanticismo difendere storia e identità dei club?

«Sarebbe bello che in un mondo dove la valutazione professionale delle persone è determinata dal denaro il calcio si distinguesse. Le storie alla Gigi Riva o alla Giacinto Facchetti non esistono più. L’ultimo dei mohicani è stato Francesco Totti. Alcuni anni fa, quando passò dal Barcellona al Real Madrid, Luis Figo fu soprannominato pesetero, da peseta. Oggi sono tutti peseteros».

Che cosa pensa del caso Lukaku?

«Penso che si stia esagerando. Nel mondo, tutti i giorni, centinaia di professionisti lasciano un team o un ufficio per guadagnare di più o perché non si sentono valorizzati. Lukaku ha diritto di andare a giocare dove crede. Dopo che si è esposto con dichiarazioni smentite dai fatti, potrà spiegare il perché oppure no. Penso che la sua volontà sia stata determinata dalla gestione di Simone Inzaghi: se uno è un giocatore davvero fondamentale non lo si tiene in panchina nella partita più importante della stagione».

Quanto influiscono in queste decisioni i procuratori?

«I procuratori guadagnano dai trasferimenti dei giocatori, ma chi decide sono sempre i giocatori. A volte sono le società a spingere per le cessioni perché servono a sistemare i conti. Il calciatore può rifiutarsi, con il rischio di produrre una frattura difficilmente sanabile».

Zlatan Ibrahimovic che ha giocato in tutti i club europei più titolati non ha mai vinto la Champions league.

«Ibrahimovic è un campione straordinario, ma individualista. Il povero Mino Raiola ha fatto un grande lavoro per valorizzarlo, fin dai tempi dell’Ajax. Ma nel calcio il talento dev’essere funzionale alla squadra. Messi e Ronaldo si mettono a disposizione della squadra, Ibrahimovic è enorme per forza fisica e tecnica, ma la squadra dev’essere al suo servizio».

Cosa pensa della cessione al Newcastle di Sandro Tonali che doveva essere il perno del Milan del futuro?

«È una di quelle situazioni un po’ obbligate nelle quali il club caldeggia l’affare per finanziare parte della ricostruzione. Il Milan sta allestendo una squadra molto interessante, con giocatori di talento come Reijnders, Loftus-Cheek e Chukwueze. Vedremo se Pioli saprà darle un’identità e renderla protagonista dopo la delusione dell’anno scorso».

E dell’Inter che ha acquistato Cuadrado, il più inviso degli avversari?

«Cuadrado è uno dei giocatori più forti della Juventus degli ultimi cinque anni. Credo che sul piano tecnico sia un’operazione ottima. Però parliamo di un calciatore che ha avuto comportamenti poco sportivi. Sta a lui essere intelligente e togliersi di dosso la fama di simulatore e provocatore».

Il caso Lukaku, la cessione di Tonali e l’acquisto di Cuadrado: questo calcio procede a dispetto dei tifosi?

«Il tifoso oggi non può più essere quello degli anni Ottanta o Novanta. Oggi si tifa la maglia, la squadra, lasciando perdere se possibile l’aspetto affettivo del rapporto con i giocatori».

C’è troppo poca considerazione dei tifosi nel sistema calcio?

«I tifosi sono come il parco buoi della Borsa. Pagano gli abbonamenti allo stadio e alle tv e acquistano il merchandising. Invece si dovrebbero inserire nell’azionariato delle società come ha fatto il Bayern Monaco».

Si aspettava che fossero giudicati diversamente i comportamenti che con Paolo Ziliani raccontate in Juventopoli?

«Sì. Con Paolo, professionista che stimo da molti anni, abbiamo fatto un gran lavoro. Mi auguravo che una volta tanto la legge fosse davvero “uguale per tutti”. Perché il Chievo è sparito, invece in questo caso sono state fatte valutazioni diverse? Detto ciò, rispetto i verdetti e credo nel superiore interesse della giustizia. Ma chi legge il nostro libro si renderà conto che quanto è successo quest’anno ha avuto un epilogo per certi versi sconcertante».

Siccome la Juventus è il vero potere forte della Serie A si finisce sempre per condonarla?

«Quest’anno c’è in ballo il rinnovo dei contratti tv. Essendo gli juventini in maggioranza tra i tifosi, lo sono anche tra gli abbonati di Sky e Dazn e tra i lettori dei giornali. Sono una quota irrinunciabile. Tanto più considerando che il nostro calcio, con un fatturato di 4 miliardi e debiti per 6, dovrebbe portare i libri in tribunale. Rinnovare i diritti tv in un momento così spaventava al punto che le varie offerte sono state secretate e saranno svelate solo a ottobre. Questa situazione è stata la premessa per giungere a una sentenza politica».

La Juventus ha un bilancio in rosso ma, per fare un esempio, dopo aver bocciato Arthur, Paredes, Zakaria e McKennie ora Allegri vuole Amrabat.

«L’allenatore dovrebbe essere un manager che, come in tutte le aziende, non può licenziare a destra e a manca senza ottenere risultati».

Cosa pensa dell’informazione sportiva italiana?

«Di informazione vera e propria se ne fa poca e si contribuisce molto poco alla crescita della cultura sportiva del Paese».

Perché Luciano Spalletti si è fermato dopo aver vinto lo scudetto?

«Per la mancanza di feeling con Aurelio De Laurentiis e per il timore di deludere i tifosi. A Napoli è particolarmente difficile vincere, l’ultima volta era accaduto con Diego Armando Maradona. Molti segnali facevano pensare che la squadra non si sarebbe rinforzata. Spalletti ha fatto qualcosa di straordinario, penso che alla fine abbia fatto la scelta giusta».

Carlo Ancelotti fa bene ad andare ad allenare il Brasile?

«Ad Ancelotti, persona fantastica e grandissimo allenatore, manca vincere con una nazionale. Il Brasile spesso non ha vinto perché ha interpretato alcune competizioni in maniera goliardica. Ma ricordiamoci che è pentacampeão, ha vinto più di tutti. Vedo bene Ancelotti alla guida di una nazionale che pratica un calcio giocato con allegria e divertimento».

La convince di più Stefano Pioli o Simone Inzaghi?

«Nessuno dei due».

Chi la convince?

«Maurizio Sarri, Luciano Spalletti, Roberto De Zerbi, Davide Ballardini».

Cosa pensa delle difficoltà delle nostre nazionali?

«Molti anni fa Roberto Baggio preparò un progetto che voleva riqualificare tecnicamente il calcio italiano partendo dai centri di formazione come quelli attivi in Germania e in Francia. Quella relazione giace nel cassetto dei presidenti federali che si sono succeduti da allora. Si sa che le rifondazioni mettono in discussione posizioni consolidate. Perciò si continua a vivere di improvvisazioni».

Pochi giorni fa sono stati ampliati i poteri di Roberto Mancini.

«Mancini ha dovuto lavorare in una situazione di grande difficoltà. Basta considerare che, a parte Immobile, la classifica dei cannonieri è tutta composta da calciatori stranieri. Non abbiamo più attaccanti di livello mondiale come ai tempi di Vieri, Inzaghi, Totti, Del Piero e Luca Toni. Fonti ben informate mi assicurano che per Mancini sia pronto un contratto molto danaroso nella solita Arabia».

Le piace Gianluigi Buffon capo delegazione?

«Siamo passati da Gigi Riva a Gianluca Vialli a Buffon, che è stato un grandissimo portiere. Non altrettanto si può dire di lui sul piano etico e comportamentale».

Cosa pensa di squadre come il Milan o l’Atalanta con uno o due calciatori italiani?

«È triste, ma è la conseguenza di una situazione generalizzata. Una volta la Juventus dava sei o sette giocatori alla Nazionale, oggi ha un portiere polacco, tre difensori brasiliani e solo due calciatori italiani, Chiesa e Locatelli».

La sua griglia per lo scudetto?

«È composta dal Napoli, dal Milan che ha preso giocatori interessanti, dall’Inter che è forte ma per me gioca con un sistema che la limita, dalla Juve che si può concentrare sul campionato. Questa è la mia griglia, con il Napoli un gradino sopra se tiene Osimhen».

 

La Verità, 12 agosto 2023

Fenomenologia dell’Ajax, matrice di bel calcio

Però, la Juve. Però, nel primo tempo. Però, se ci fosse stato Douglas Costa. Il giorno dopo è ancora più difficile arrendersi all’evidenza. Le attenuanti rimontano. E il disagio serpeggiante allo Stadium, la scimmia di un’inferiorità conclamata, scolora nel ci rifaremo. È stata una lezione di calcio. Fine delle trasmissioni. E dei sogni di gloria. Una partita che se fosse finita 1-5 non ci sarebbe stato nulla da dire. La Champions League bianconera continuerà, almeno per un altro anno, a essere un’ossessione. C’è già chi vaticina la fine di un’epoca. Però, oggi, non è della débâcle juventina che si vuol parlare – quella è materia della sterminata galleria di meme sul Web –  ma di calcio e dell’Ajax, una squadra che ci ha riconciliato con la bellezza di questo sport. E che, perciò, suscita un’appartenenza estetica. Una squadra che esprime spensieratezza, leggerezza, umile spavalderia, se si può dire con un ossimoro. E che, con applicazione e rigore tattico assoluti, ha annichilito un avversario ben più ambizioso e potente. Il terzo, dopo Bayern Monaco e Real Madrid. Insomma, i soldi non sono tutto, nemmeno nel calcio.

L’evidenza maggiore dell’altra sera è un’abissale differenza di cultura, tra due filosofie diametralmente opposte. Perciò, anche tra i teorici, gli addetti ai lavori, gli opinionisti più o meno fiancheggiatori, ci sono perdenti e vincenti. Da una parte una squadra impostata sull’estro dei campioni e sul cinismo speculativo delle situazioni, dall’altra un gioiello tecnico e tattico con un’idea precisa in testa e nelle gambe: attaccare e vincere divertendosi e divertendo. Sprazzi di calcio totale. Furia controllata. Ruoli fluidi, movimenti sincronizzati, passaggi rapidi e millimetrici da sembrare intarsiati con il bisturi. Applicazione, disciplina, corsa. Una squadra con quattro giocatori d’attacco (Dusan Tadic, David Neres, Hakim Ziyec e Donny van de Beek), che non va mai o quasi mai in affanno in difesa.

Torna alla mente l’Ajax di Rinus Michels degli anni Settanta. E l’Olanda di quel periodo, ribattezzata Arancia meccanica per il colore della maglia e la sincronia del gioco. A proposito di passaggi: nella prima azione della finale mondiale del 1974 ne fece 17 consecutivi senza far toccar palla alla Germania, squadra del paese ospitante, fino all’ingresso in area di Johan Cruijff che costrinse al fallo Uli Hoeness, attuale presidente del Bayern Monaco, determinando il rigore, poi trasformato da Johan Neeskens. Quella partita fu poi vinta dalla Germania. Come quattro anni dopo fu l’Argentina, anch’essa paese ospitante, a togliere all’Olanda, con un arbitraggio molto discusso dell’italiano Sergio Gonella, la soddisfazione del gradino più alto. Quell’Ajax è stato la matrice di tante versioni aggiornate e corrette di un calcio offensivo e qualitativo. Poi rivisto nel Barcellona allenato dallo stesso Cruijff, nel Milan di Arrigo Sacchi, nel Napoli di Maurizio Sarri, nelle squadre di Pep Guardiola, inventore del famigerato tiki taka. Rivedendo la compagine diretta da Erik ten Hag, non a caso vice allenatore del Bayern di Guardiola, quel sistema e quella mentalità sono tornati di stretta attualità. E potrebbero esserlo ancora di più prossimamente nell’epilogo della stagione di Champions League. Visto così anche il calcio sembra cultura, storia di conoscenze che si tramandano, di maestri che trasmettono a chi ha voglia d’imparare e di provarci. Da Michels a Cruijff, da Guardiola a Ten Hag. Non è affascinante? Non è diverso dalla mentalità tutta malizia e furtività che vediamo praticata ogni domenica nei nostri campi di gioco? Spiace solo che, per impostazione societaria, a fine stagione l’Ajax venderà i suoi gioielli. Frenkie de Jong è già del Barcellona – a proposito – e Matthijs de Ligt è pure lui sul mercato, probabilmente con la medesima destinazione. E, dunque, bisognerà ricominciare da capo, sempre dalla solita matrice.

Ieri, nel day after dello Stadium, ci si continuava ad arrampicare sui ghiacciai cercando di capacitarsi. Ha scritto cerchiobottisticamente Mario Sconcerti sul Corriere della Sera: «L’Ajax gioca meglio della Juventus, non è migliore in assoluto, ma è più moderno… Non c’è stata astuzia nell’Ajax… ha solo e sempre giocato a calcio. Era quasi chiaro dovesse finire così, credo lo sapesse anche Allegri, anche l’ultimo dei giornalisti, ma nessuno ha avuto il coraggio di dirlo», ha osservato Sconcerti. Alt, qualcuno sì: Maurizio Pistocchi, in un’intervista alla Verità. «E poi, in fondo, perché dirlo?», si è chiesto ancora l’editorialista più gettonato del bigoncio. Per un solo motivo, caro Sconcerti: per amore dello sport.

La Verità, 18 aprile 2019

«I poteri forti del calcio controllano la critica»

Buongiorno Maurizio Pistocchi: anche lei si è rinnamorato dell’Ajax?

«Io sono da sempre innamorato di un’idea di calcio che prevede il possesso e il controllo del campo e del pallone. Ho avuto la fortuna di lavorare con Arrigo Sacchi…».

Quando?

«Dal 1979 al 1981 come dirigente accompagnatore della primavera del Cesena».

Il calcio di Sacchi nasceva dal primo Ajax di Rinus Michels e Johan Cruijff?

«Sacchi era un allenatore di straordinaria cultura. Mutuò il pressing da Michels, la linea della difesa mobile dall’Argentina di Luis Menotti e la zona totale dai brasiliani. Assemblò tanti concetti. E soprattutto fu capace di trasferirli ai campioni, cosa tutt’altro che facile».

L’Ajax di oggi è un gioiello tecnico e tattico che viene da lontano.

«L’Ajax è l’inizio, tutto nasce dall’Olanda. Anche il Barcellona dov’è cresciuto Pep Guardiola, uno dei maggiori innovatori del calcio mondiale, era allenato prima da Cruijff e poi da Frank Rijkaard. È qualcosa che poi abbiamo visto nel Napoli di Maurizio Sarri e, appunto, nelle squadre di Guardiola».

Maurizio Pistocchi, giornalista scomodo di Mediaset, non ha più uno spazio da opinionista: scomparso. In un ambiente nel quale imperversano Mario Sconcerti e Ilaria D’Amico e la minima critica ai poteri forti suona lesa maestà, se ne sente la mancanza. Qualche giorno fa, per esempio, dopo Juventus-Milan e le successive polemiche per l’arbitraggio virato in bianco e nero, Sconcerti ha vergato un commento intitolato: «Juventus, quegli immensi distacchi che annullano gli errori arbitrali». Pistocchi ha replicato a stretto giro su Twitter (oltre 100.000 follower): «Ben Johnson, quegli immensi distacchi che annullano gli effetti del doping (Seul, 1988). Sconcertante».

Senta Pistocchi, noi ci siamo rinnamorati dell’Ajax, ma in semifinale andrà la Juventus.

«La Juventus è una squadra esperta, che ha abitudine ai grandi match ed è capace di sfruttare al 100% le occasioni. È favorita, ma lo era anche prima della prima partita».

Solito dilemma: estetica o praticità?

«Dissento. Come si può definire poco pratica una squadra che ha vinto 4-1 al Santiago Bernabeu? Non è bellezza fine a sé stessa. L’Ajax cerca il risultato attraverso il gioco, la Juventus attraverso le qualità individuali».

È difficile coniugare ricerca della bellezza e risultato?

«Una grande squadra dovrebbe perseguire questo obiettivo. Prima della finale di Coppa dei campioni con la Steaua Bucarest Silvio Berlusconi disse che la filosofia del Milan era <vincere e divertire>. Il giorno dopo L’Équipe scrisse che il calcio non sarebbe più stato lo stesso. Quel Milan è stato la squadra più importante del calcio italiano perché ha vinto e convinto. Non è mai stato insultato a fine partita. Vinse lo scudetto a Napoli uscendo tra gli applausi. Oggi, gran parte delle squadre italiane anziché puntare a divertire il pubblico giocando un calcio offensivo e di qualità, prediligono un gioco <risultatista>, basato sugli errori dell’avversario e lo sfruttamento delle situazioni. Il nostro è sempre stato un calcio avaro e speculativo».

Che cosa pensa delle dichiarazioni di Massimiliano Allegri quando, a proposito di un fallo non enfatizzato da Douglas Costa, ha detto che «bisogna crescere anche in questo, non si gioca puliti a calcio»?

«Penso che siano cose da dire al massimo dentro uno spogliatoio, non certo in televisione. Altrimenti, poi, non lamentiamoci se le partite delle giovanili sfociano in risse tra ragazzi, genitori, arbitri».

Il calcio, come tutto lo sport, dovrebbe essere il territorio della lealtà, invece è una cosa sporca?

«Quando ero bambino c’erano Omar Sivori, Valentino Angelillo e Humberto Maschio, tre argentini soprannominati gli angeli dalla faccia sporca, parafrasando il titolo di un famoso film. Erano campioni che praticavano un calcio di strada in cui era ammesso tutto. Per molti il calcio non è solo uno sport, ma una forma di rivalsa sociale, l’espressione di una mentalità. Noi siamo il Paese di Machiavelli, del fine che giustifica i mezzi».

La Juventus è antipatica perché vince troppo?

«Credo che possa risultare antipatica per come vince. Il problema non è la vittoria in sé, ma come arriva».

Cosa pensa dell’introduzione del Var e della sua applicazione?

«È una novità importantissima. Quando nel 1991 conducevo L’Appello del martedì in un’intervista a Tv Sorrisi e canzoni fui il primo a sostenere la necessità della moviola in campo. Oggi il protocollo di utilizzo va perfezionato, applicandolo anche nelle situazioni dubbie. Gli arbitri faticano ad accettare il Var perché pensano di perdere autorità. In realtà, io credo che tolga autoritarismo, ma aumenti l’autorevolezza dell’arbitro, anche e soprattutto quando ha il coraggio di correggersi».

Parlando di Ajax e Juventus lei ha segnalato il monte stipendi diverso delle due squadre, citando una frase di Cruijff: «Non ho mai visto un sacco di soldi segnare un gol». Alla lunga però la forza finanziaria aiuta.

«La Juventus è stata brava perché ha avuto visione, ha costruito lo Stadium, ha creato un progetto finanziario, ha realizzato un’operazione di marketing acquistando Cristiano Ronaldo che, con 206 milioni l’anno rappresenta, da solo, il quinto fatturato della Serie A. Poi ha avuto la fortuna di un allenatore come Antonio Conte che l’ha presa al settimo posto e l’ha portata al primo nell’unico anno in cui, con Allegri sulla panchina del Milan, Zlatan Ibrahimovic non ha vinto lo scudetto. Ha costruito i suoi successi sul lavoro e la qualità, avendo come unico competitor il Napoli di Sarri che l’anno scorso le ha conteso il primato fino a prima di Inter-Juventus, arbitrata da Orsato».

Quanto è significativo il fatto che Juventus e Napoli siano di proprietà italiana, mentre Inter, Milan e Roma no?

«Il calcio è spesso lo specchio di un Paese ed è indubbio che l’Italia sia in crisi. Se imprenditori come Massimo Moratti e Berlusconi hanno lasciato qualcosa vorrà dire. Il nostro sistema è dispendioso e indebitato perché impostato su assetti vecchi. I nuovi proprietari di Roma, Inter e Milan hanno trovato bilanci in crisi. Per acquistare Ronaldo la Juventus si è finanziata con l’emissione di un bond pur avendo alle spalle un’azienda come Fca con sede in Olanda. L’unico contraltare è il Napoli di proprietà di Aurelio de Laurentiis che, con possibilità molto inferiori, rimane sulla breccia».

L’uniformità dell’informazione e la mancanza di critica ai poteri forti è determinata dagli investimenti pubblicitari? Per esempio i 104 milioni investiti nel 2016 da Fiat, terzo big spender dietro Volkswagen e Procter & Gamble?

«Ogni mese i giornali, compresi quelli sportivi, registrano un calo medio del 10% sull’anno precedente. È evidente che la squadra con il maggior numero di tifosi, perciò di potenziali acquirenti o abbonati, possa di fatto condizionare il lavoro dei media. È naturale che, investendo molto denaro, le società che fanno capo a Fca siano difficilmente scontentabili. Tanto più se l’ufficio stampa della Juventus riesce a controllare tutto quello che viene detto e scritto».

È questo anche il motivo per cui è difficile realizzare una serie tv su Calciopoli?

«Mi pare l’abbia detto piuttosto chiaramente Luca Barbareschi, il quale realizzerà una serie sul calcio e le scommesse che non riguarderà Luciano Moggi».

Che cosa pensa dell’idea di trasformare la Champions League in un campionato europeo per club da disputare nei weekend spostando i campionati nazionali durante la settimana?

«Penso sia un’idea che distruggerà i campionati. Per fortuna, essendosi espresse in senso contrario sia Bundesliga che Premier league, sarà difficilmente attuabile. Quest’anno la Premier ha portato quattro squadre ai quarti di Champions, è la competizione più venduta nel mondo e incassa 3 miliardi di euro di diritti, contro i 900 della Serie A. Infine, occhio al rischio saturazione. In Gran Bretagna, dove gli stadi sono pieni, le partite trasmesse sono 180 all’anno, da noi 400. Prima di pensare al campionato europeo per club dovremmo decidere se consideriamo il calcio un fatto popolare o un hobby per oligarchi e grandi famiglie».

Perché non sappiamo creare vivai come l’Ajax e il Barcellona con una propria impronta sportiva?

«Perché abbiamo fretta. La Juventus, che lo potrebbe fare, si accontenta di vincere senza puntare a creare uno stile. Nello spogliatoio del Manchester united di Ferguson c’era un cartello che diceva che più delle vittorie conta lo stile. Al Real Madrid, se vinci giocando male ti mandano via, ne sa qualcosa Fabio Capello. Da noi, a chi osservava che la squadra più vincente non fa spettacolo, l’allenatore ha risposto che conta vincere e che per lo spettacolo si deve andare al circo».

Che idea si è fatto del caso Icardi?

«È qualcosa che può succedere in un gruppo di 25 milionari dove il più ricco sta sul piedistallo e diventa antipatico a tutti. È un fatto causato dalla scarsa integrazione nel gruppo. Il contrario di quello che ha fatto Cristiano Ronaldo, un campione umile che si è messo a disposizione della squadra».

Che cosa serve al Milan per tornare grande?

«Tutto deriva dal tipo di calcio che si vuole praticare. Penserei al Barcellona o al Manchester City e costruirei un vivaio con quella filosofia. In Italia abbiamo lasciato andare via Sarri, che al primo anno in Premier è terzo e ha un piede in semifinale di Europa League. Guarda caso l’allenatore consigliato da Sacchi ad Adriano Galliani quand’era all’Empoli».

E all’Inter cosa manca?

«Qualche grande giocatore e la scelta della direzione da prendere tra Marotta che vorrebbe Conte, chi vuole tenere Luciano Spalletti e l’ala morattiana favorevole al ritorno di José Mourinho. Se sai quale calcio vuoi giocare impari a valutare la tua rosa e magari non cedi Zaniolo».

Cosa pensa quando vede Berlusconi e Galliani proprietari del Monza calcio?

«Che tutti invecchiamo e anch’io domenica (oggi per chi legge ndr) compio 63 anni».

Tanti auguri, allora. Pensi che ti rivedremo in televisione?

«Grazie, sarà difficile. Le cose e le persone cambiano. E non sempre in meglio».

La Verità, 14 aprile 2019