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Autogol della destra in Rai: chiuso il programma di Foa

Chiamarla RadioMeloni va di moda, ma poi, se non appartieni al mainstream, con tutte le credenziali e i timbri giusti, non duri. Prima o poi un motivo si trova per buttarti giù ed estrometterti dal consesso. E pazienza se la tua voce allarga il perimetro del dibattito e sfonda i confini del prevedibile. L’autogol di giornata del centrodestra è la cancellazione di Giù la maschera, la striscia del mattino di Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente della Rai di formazione montanelliana Marcello Foa, con la partecipazione di Peter Gomez, direttore del Fatto quotidiano online, della sondaggista Alessandra Ghisleri, di Giorgio Gandola, grande firma della Verità e Panorama e, all’inizio, del sociologo Luca Ricolfi. Una squadra di conduttori indipendenti. Eppure, sorpresa a ciel sereno: il programma che due anni fa aveva sostituito Forrest di Marianna Aprile e Luca Bottura è sparito dal palinsesto senza spiegazione alcuna. Silenzio dai vertici aziendali. Imbarazzo ai piani alti di Via Teulada. Sverniciato come un graffito su un monumento. Solo che qui si parla di una rubrica radiofonica di approfondimento di un’ora al giorno. Informazione, confronto delle idee, libertà nella scelta degli argomenti. Un programma di cui il servizio pubblico dovrebbe andare fiero. «Pluralismo non è solo far parlare ospiti che hanno opinioni diverse o opposte, ma anche non avere argomenti tabù, affrontando anche quelli che altrove si evitavano», racconta Gomez che si dice «sbigottito» per quanto successo. «In questi due anni, abbiamo parlato di tutti i temi caldi, compresa la riforma della Rai. Mai una volta che sia stato detto: questo argomento meglio evitarlo».
La faccenda clamorosa è che il programma funzionava, sebbene Radio 1 fosse in lieve calo e da qualche tempo abbia deciso di non pubblicare i dati di audience. A confermare il successo della striscia c’erano i riscontri degli ascoltatori, gli apprezzamenti del pubblico, la scia di reazioni sui social. «La cosa curiosa», è sempre Gomez a raccontare, «è che per la strada la gente non mi diceva l’ho vista in tv (per L’alieno in patria, in onda su Rai 3 ndr), ma l’ho ascoltata in radio».
Ieri Foa ha postato sui social un video con tutta la sua amarezza. Dopo la promessa del nuovo direttore di Radio 1 Nicola Rao, considerato vicino a FdI, subentrato a Francesco Pionati, di inclinazione leghista, di farsi sentire entro la prima quindicina di luglio, nessuno si è più fatto vivo. «Come accade in Rai quando c’è un cambio di direttore i partiti politici hanno messo la loro voce per cercare di influenzare i palinsesti. È così da tanti anni. Quello che però è accaduto è abbastanza sconcertante perché il sottoscritto, ex presidente della Rai, non ha avuto notifica della decisione. L’ho appresa per caso dai media. E poi, questo è molto importante, perché gli altri programmi sono stati confermati», continua Foa. «Il principale a essere stato cancellato è proprio Giù la maschera. Finora, nessun politico di centrodestra ha avuto il coraggio di pronunciarsi su questa vicenda».
Un anno fa Giù la maschera era stato potenziato. «Certo», riprende l’ex presidente, «sull’Ucraina, su Gaza, sul Covid non ci siamo appiattiti sulla retorica ufficiale. Anche sull’Unione europea o le elezioni in Romania, ricordo una puntata che fece discutere. Ma davamo spazio a tutte le posizioni». Ogni giorno il programma affrontava un solo argomento introdotto da un breve editoriale di Foa, poi c’erano le interviste, gli approfondimenti e il confronto, mentre la conclusione era affidata al co-conduttore. «Foa è una persona pacata», riprende Gomez, «abbiamo posizioni diverse, ma siamo persone intellettualmente oneste. Il dialogo era sempre tranquillo, poi, certo, qualcuno poteva risultare più efficace di altri, ma questo appartiene all’ordine delle cose».
Giù la maschera era attento alla geopolitica e alle crisi internazionali su cui si faceva vanto di invitare intellettuali autorevoli, dal direttore di Limes, Lucio Caracciolo, a Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari internazionali, da Alan Friedman, che attaccava immancabilmente Donald Trump, al giornalista Alessandro Nardone che sapeva farne una difesa efficace. Su Gaza e la crisi mediorientale gli ospiti andavano da Fiamma Nirenstein a Gabriele Segre, da Gianandrea Gaiani di Analisi e difesa alla controversa Francesca Albanese. Un programma troppo sovranista? «Un programma libero e per questo, probabilmente, scomodo», è la risposta dell’ex presidente Rai. Avevate qualche nemico dentro l’azienda? Magari l’Usigrai… «Certo, l’Usigrai non apprezzava il nostro lavoro», ammette Gomez, «ma non credo abbia molta influenza sui vertici di questa Rai».
Forse no, adesso però nei suoi uffici scorre lo champagne. Il silenzio dei vertici conferma che la chiusura deriva dalla scomodità di un programma che tra i primi ha rivelato i problemi di salute di Joe Biden. Che ha mandato in onda l’audio di Mario Draghi al Senato in cui diceva che il blocco degli stipendi è stata l’arma scelta per mantenere competitività in Europa. Che sulla crisi tra Israele e Palestina ha tenuto una linea autonoma. E che non disdegnava sconfinamenti su religione e scienza, con le ospitate a Federico Faggin, a Guidalberto Bormolini, padre spirituale di Franco Battiato, alla madre di Carlo Acutis.
Nei giorni scorsi l’ex presidente Monica Maggioni si è licenziata dalla Rai ottenendo la garanzia di mantenere la conduzione di In mezz’ora su Rai 3. «Non si possono fare paragoni», risponde Foa, «perché Monica Maggioni è sempre stata una dipendente Rai, io ho un percorso diverso». Diverso è anche il trattamento riservato ai vostri programmi. «È una domanda da rivolgere ai vertici aziendali». Che però sono spariti. «La mancata comunicazione della decisione con una qualche motivazione è ciò che più mi amareggia. Forse hanno ragione Marcello Veneziani ed Ernesto Galli della Loggia quando parlano della mancanza di un cambio di passo di questa maggioranza. Magari quelle critiche meritano di essere approfondite. Io non ho mai chiesto favori alla politica», conclude Foa, «ma se, forse, potevo aspettarmi di essere estromesso da una Rai di sinistra, mi sembra sorprendente che lo faccia una Rai che si considera di destra».
La chiamano RadioMeloni. Ma FdI e Lega sono riuscite a cancellare uno dei programmi più liberi e indipendenti della Rai. Elly Schlein non avrebbe saputo fare di meglio.

 

La Verità, 29 agosto 2025

Il ritorno di Santoro radicalizza il bipolarismo tv

Dove eravamo rimasti? Dove si trova il puntino al quale ricongiungere la nuova apparizione di Michele Santoro? Per il ritorno in televisione, in generale, si deve tracciare una riga sul calendario fino al 10 maggio 2015, giorno di congedo da Servizio Pubblico su La7. Per il ritorno in Rai, invece, bisogna risalire fino al 6 giugno 2011, stagione di Annozero, data di divorzio consensuale dalla tv pubblica. Insomma, che cos’è cambiato da quando il più controverso conduttore giornalistico della tv italiota se ne andò l’ultima volta? È inevitabile chiederselo, considerando che quello di domani sera a bordo del nuovo format intitolato Italia, un dirigibile che veleggia ad appuntamenti bimestrali, quattro in tutta la stagione (più due docufiction intitolate M), è l’eterno ritorno sul luogo del delitto di «Michele chi?», «Sant’oro», «Michelone», tanto per citare alcuni dei soprannomi inventati negli anni. Il terzo, per la precisione, dopo il primo del 1999, di rientro da Mediaset, allora Fininvest, dove aveva condotto Moby Dick, e dopo quello disposto dal Tribunale del Lavoro di Roma, marzo 2006, di rientro dal Parlamento europeo dov’era riparato dopo l’editto bulgaro. Stavolta torna da imprenditore, non più da dipendente com’era. Vende programmi chiavi in mano, realizzati dalla Zerostudio’s, la sua società di produzione, con o senza la sua conduzione, oppure con quella di Giulia Innocenzi, oppure si vedrà. Torna, riuscendo a far ritrasmettere, preceduti da introduzioni autografe, anche cinque speciali di Sciuscià «ancora molto attuali» parola di Ilaria Dallatana, direttrice di Rai 2. La quale aveva ragione, quest’estate profittando delle Olimpiadi, a bombardarci di annunci del minaccioso rientro.

Ilaria Dallatana, direttrice di Rai 2, con Michele Santoro alla presentazione di «Italia»

Ilaria Dallatana, direttrice di Rai 2, con Michele Santoro alla presentazione di «Italia»

Eccoci alla vigilia, dunque: «Sono emozionato. Sono andato via due volte dalla Rai, ma in realtà non sono mai andato via. Sono una creatura Rai», ha detto richiamando l’orgoglio della maglia, prima di sciorinare la solita, megalomane, ambizione: «La missione è portare nella tv italiana un linguaggio che ora non c’è… Vengo a portare il disordine», ha aggiunto, messianico. Seduto tra il pubblico, Antonio Campo Dall’Orto è sembrato mantenere la sua aria zen: «Condivido con Santoro l’obiettivo di creare innovazione e servizio pubblico. Questo è un seme che viene gettato», ha auspicato il dg. E chissà se germoglierà, finalmente. Il terreno non sembra fertilissimo. Per ora l’innesto di Gianluca Semprini da Sky non è riuscito. Della nuova pianta di Bianca Berlinguer, allo sboccio della quale peraltro il reduce avrebbe dovuto collaborare, non s’intravedono nemmeno le prime gemme. E per il resto, che televisione trova l’ex conduttore di Servizio Pubblico? Trova una situazione più definita, con programmi e conduttori consolidati, soprattutto a La7, la rete di Urbano Cairo che ieri ha attaccato frontalmente: rivendica un ruolo di servizio pubblico alla sua tv nella speranza di strappare fondi statali «così, dopo aver preso i soldi di Telecom, magari stavolta si compra anche Repubblica».

Maurizio Belpietro, direttore della «Verità» e conduttore di «Dalla vostra parte» su Rete 4

Maurizio Belpietro, direttore della «Verità» e conduttore di «Dalla vostra parte» su Rete 4

Soprattutto, Santoro trova una Rai ancora a metà del guado, nella quale è più chiaro quello che ha perso – Massimo Giannini e Ballarò, Nicola Porro e Virus, il Tg3 della Berlinguer – mentre è meno visibile quello che ha guadagnato. Altre presenze non sono cambiate: da Bruno Vespa a Milena Gabanelli a Riccardo Iacona. Informazione ce n’è pochina, però. Col suo Italia bimestrale e anche con i Sciuscià rieditati, Santoro non ha in mente di contendere spazi e audience ai titolari dei talk show tradizionali. Detto questo, torna Santoro: chi sono gli anti-Santoro? Oppure, usando un’espressione di moda in ère precedenti: è stato trovato il famigerato «Santoro di destra»? Formule a parte, la domanda serve per provare a capire quale sia lo stato del pluralismo dell’informazione nel servizio pubblico. Nel giugno scorso, dato il benservito a Porro, al momento del lancio dei palinsesti, si era parlato di un programma di Pietrangelo Buttafuoco firmato da Giuliano Ferrara: tramontato prima di sorgere. Poi di altri possibili arrivi dalla carta stampata: timide avvisaglie, abortite. «Mancano le dissonanze», direbbe, quasi poeticamente, Carlo Freccero. Oppure: «Vige il pensiero unico», sottolineerebbe, in versione teorico-guerrigliera. Ditelo come volete: in Rai manca un vero pluralismo. Le differenti posizioni della società civile non sono adeguatamente rappresentate. Se ne parlerà nel prossimo consiglio d’amministrazione. Intanto, del chimerico «Santoro di destra» non v’è traccia. Sono tutti in forza a Mediaset, dove Porro è andato ad aggiungersi a Maurizio Belpietro e a Paolo Del Debbio. Siamo davanti a una sorta di bipolarismo televisivo. Ma il servizio pubblico non dovrebbe rappresentare tutti gli italiani?

 

La Verità, 4 ottobre 2016