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«Contro gli stupri il vero argine è il ruolo del padre»

Tostissima e dalle idee chiare, Maria Rachele Ruiu è mamma e moglie, counsellor laureata in psicologia, attivista dei diritti umani, in particolare vita, famiglia e libertà educativa, membro del direttivo di Pro Vita & Famiglia e del Family day. Quando parla scolpisce.

Qualche giorno fa l’ho vista molto agguerrita in tv all’Aria che tira estate sul tema degli stupri di gruppo. Che cosa la motiva in particolare?

«Mi motiva il fatto che questa società è schizofrenica: si parla molto della violenza contro le donne, ma solo in modo ideologico».

In che senso?

«Per esempio, in occasione dell’8 marzo il movimento “Non una di meno”sponsorizza la prostituzione chiamandola sex worker mentre è stupro a pagamento, nicchia sulla pornografia che è prostituzione filmata e ammicca a siti come Onlyfans».

Accuse pesanti, che nesso hanno con gli stupri di gruppo?

«Questa cultura aumenta l’oggettivizzazione della donna. L’8 marzo è solo la più eclatante di tante occasioni. Quando sono ancora piccole, alle nostre figlie viene insegnato che è un bene mostrarsi sexy, puntare sull’aspetto fisico e sui like».

La soluzione è la repressione?

«Studi scientifici indicano che ciò che viene chiamato online disinhibition effect, determinato dalla costante esposizione a immagini fortemente sessualizzate, alla pornografia e a certe scene dei reality, riduce il grado di empatia verso le vittime di stupro e aumenta l’accettazione della violenza contro le donne. Quando sono sessualizzate, le donne vengono percepite attraverso le sinapsi che si usano per gli oggetti».

Lo stupro di gruppo di Palermo e quello di Caivano: perché i nostri adolescenti agiscono così?

«Io vedo due cause. La prima è che si ripete che vietare non è educare. Gli adulti stanno rinunciando a equipaggiare i ragazzi e a fornire loro gli strumenti per comprendere chi sono e che cosa fanno al mondo. La seconda causa è il cocktail maledetto di cellulari e pornografia».

L’altro giorno Giorgia Meloni è andata a Caivano su invito di don Maurizio Patriciello: è il disagio sociale la causa principale di questi comportamenti?

«Abbiamo visto che, in realtà, le cause sono socialmente trasversali, perché a Palermo il branco non era composto da appartenenti alle fasce povere. Detto questo, serve il coraggio di spendersi per gli ultimi. Caivano è un posto terribile, abbandonato, come ripete don Patriciello. Il premier ha fatto bene a coinvolgersi, mostrando disponibilità al sacrificio e l’idea che sono sacre anche le vite di coloro che vivono nelle periferie più estreme».

In questi anni la famiglia ha abdicato al compito di porre dei limiti?

«Più che aver abdicato, è stata distrutta. Ma la bella notizia è che proprio la famiglia è la soluzione di questa crisi. Per esempio, un fattore protettivo imprescindibile contro la sessualità malata è la figura del padre».

Completamente rimossa.

«Le ricerche scientifiche confermano che migliore è il rapporto tra padre e figlio e la loro comunicazione sui temi della sessualità, più i ragazzi imparano ad astenersi da attività impulsive e comportamenti a rischio e sviluppano maggiore controllo del livello di eccitazione. Un padre che supporta la propria compagna, ecco la famiglia, aiuta la figlia femmina a cercare nelle relazioni romantiche l’intimità e il sostegno emotivo senza ricorrere alla sessualità per ottenerlo. Una relazione stabile tra marito e moglie aiuta gli adolescenti e le adolescenti a dare il giusto valore alla fedeltà e alla responsabilità nei rapporti».

Anche la scuola ha abdicato ai suoi compiti?

«Spesso nei programmi scolastici di educazione sessuale i ragazzi vengono confusi dall’ideologia gender. Ancora più spesso si spiega ai ragazzi come trarre piacere dal corpo dell’altro con contenuti permissivi espliciti, contrari ai convincimenti di molte famiglie. In tutto il mondo occidentale questi programmi, presentati come educazione sessuale Cse (Comprehensive sexuality education ndr), insegnano a ricorrere al preservativo o all’aborto e puntano a normalizzare la pornografia. Il problema è che non sono efficaci».

Come fa a dirlo?

«In Svezia, in Norvegia e in Olanda, dove sono applicati da più tempo, i crimini sessuali sono aumentati. Un recente report del governo norvegese si chiede come ciò sia possibile dopo i tanti fondi spesi in questi programmi».

L’educazione sessuale dovrebbe partire più da lontano?

«Bisogna tornare a educare alla libertà e all’amore. Libertà di scegliere il bene, sapendo che, a volte, questo significa rinunciare. Libertà di amare è anche fare spazio all’altro, sacrificarsi per l’altro. Cioè, in sintesi, renderlo sacro. Con le dovute accortezze, provo a educare così i miei figli che hanno 5 e 3 anni. Bisognerebbe aiutare i genitori a comprendere che non esiste un’educazione sessuale che non contempli anche prudenza e astinenza. E, per contro, che ne esiste una molto diffusa fatta di disvalori. Che è, ultimamente, diseducazione».

Si parla dei pericoli generati dalla pornografia, che però c’era già nelle riviste dal barbiere e nei cinema a luci rosse.

«Anche sui vasi etruschi compaiono scene pornografiche».

Quindi?

«Non spetta a me cambiare il cuore dell’uomo che ha anche questa spinta verso la lussuria. Ma intanto dobbiamo sapere che la pornografia è sempre più violenta. Lo dice anche Rocco Siffredi. Grazie al combinato disposto cellulari-siti porno, per cui con il grooming i bambini incappano nel primo video senza cercarlo, la pornografia sta diventando un’emergenza infernale».

Perché?

«Perché provoca dipendenza per cui bambini, ragazzi e adulti si ritrovano a cercare stimoli sempre maggiori, finanche video pedopornografici, come denuncia da tempo don Fortunato Di Noto».

Oggi il materiale pornografico è più sofisticato, diffuso e accessibile di un paio di decenni fa?

«Si è passati dalla proliferazione alla normalizzazione della pornografia sempre più violenta».

Rocco Siffredi la pensa come il ministro Eugenia Roccella?

«Rocco Siffredi approfitta dell’invito del ministro a frenare la diffusione della pornografia per normalizzarla. Va ripetendo che non si deve demonizzarla, forse per eliminare qualche concorrente».

Ha detto che è disposto a chiudere il suo sito.

«Non l’accademia e i laboratori».

Anche Luce Caponegro, l’ex pornostar Selen, concorda sulla necessità di controllare l’accesso ai siti porno.

«Mi auguro che si arrivi a vietarli veramente ai più piccoli. Noi come Pro Vita & Famiglia abbiamo fatto una campagna per avere misure di verifica dell’età online più restrittive. Ma l’Agcom ha applicato la norma approvata nella scorsa legislatura solo per i servizi telefonici rivolti ai minori, ignorando che la maggior parte di loro ha i piani tariffari degli adulti e svuotando così l’efficacia della norma sul parental control».

All’estero come si comportano?

«Paesi come Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e Belgio stanno correndo ai ripari e regolamentando l’accesso a internet perché si sono accorti che contro l’impero dell’hard l’autodifesa casalinga non basta».

Approva che Rocco Siffredi vada nelle scuole a dire che le riprese porno sono alterate da iniezioni dopanti?

«Mi ha colpito il suo racconto sulle attrici che vengono anestetizzate per poter recitare in quelle situazioni estreme. Siffredi ha detto pubblicamente di essere dipendente dal sesso, mi domando come possa essere credibile la sua testimonianza. Sarebbe come se un drogato che fa ancora uso di stupefacenti andasse nelle scuole a dire: drogatevi, ma sappiate che fa male. Non è che sapere che la pornografia è finzione blocchi il processo della dopamina e della dipendenza quando se ne fruisce. Vorrei che nelle scuole andassero le ex pornostar pentite e gli ex dipendenti dal porno che hanno distrutto la loro vita, le loro relazioni, il loro corpo a causa della pornografia».

Cosa pensa delle parole pronunciate da Andrea Giambruno su Rete 4 che, pur deplorando la violenza, ha invitato le ragazze a non ubriacarsi per poter fronteggiare i pericoli?

«Sono parole banali: qualsiasi genitore invita figli e figlie a non stordirsi e a rimanere lucidi quando sono fuori di notte».

Come mai è stato molto contestato?

«Perché è il compagno di Giorgia Meloni. Ha semplicemente detto: ragazze restate lucide e prudenti».

Si colpevolizza sempre la donna?

«Non ha colpevolizzato nessuno. Non ha detto che chicchessia ha diritto a sfiorare una donna se ubriaca, ma ha invitato le adolescenti e anche le adulte a non perdere il controllo di sé e della situazione in cui si trovano».

Non è un ragionamento del tipo «la donna se l’è cercata»?

«Non l’ha detto, hanno provato a farglielo dire».

Concorda con Giovanni Valentini che sul Fatto quotidiano, studi alla mano, ha evidenziato la relazione tra ricorso all’alcol e alle droghe e maggior vulnerabilità nelle situazioni di pericolo?

«Certo, basta il buon senso per ammetterlo. Quando si è ubriachi o sotto effetto di sostanze o nudi su Instagram si è più fragili e non ci si può esporre alla vicinanza di certi maiali. Questo non vuol dire che te la sei cercata. Preferisco non andare da sola alla Stazione termini di Roma dopo mezzanotte perché se mi derubano non è giusto e non me la sono cercata: ma se ci vado con mio marito è più facile che non accada».

Ha letto il libro del generale Roberto Vannacci?

«No, ho letto alcuni stralci e alcune interviste».

Perché ha scatenato questo putiferio?

«Perché non è politicamente corretto e oggi non siamo abituati a posizioni così schiette. Personalmente, alcune cose le avrei scritte in modo diverso e su altre non concordo. Però penso sia importante difendere la libertà di espressione di chiunque. Soprattutto perché siamo in una società in cui si possono scrivere bestialità contro la famiglia, contro i cristiani e si può dire che si odiano i bambini solo perché bambini».

Anche lei vede un mondo al contrario?

«Un posto dove, per esempio, elogia Siffredi che dice che il porno è normale e crocifigge Giambruno per una raccomandazione come quelle che facevano le nostre mamme è un mondo al contrario. Vannacci è osteggiato perché ha toccato temi intoccabili come il gender, la famiglia, e l’ideologia Lgbtq+».

Perché Carlos Santana ha dovuto ritrattare la dichiarazione, fatta a un concerto, che un uomo è un uomo e una donna è una donna?

«Perché c’è il pensiero unico della cultura woke che nasconde gli interessi economici delle case farmaceutiche e delle cliniche che operano gli adolescenti per la transizione, facendo soldi a palate sulla pelle dei più fragili».

 

La Verità, 2 settembre 2023

«Il mio libro porno riscatta la maternità perduta»

Altro che intervista, per raccontare Franco Branciaroli servirebbe un romanzo. Infatti, l’ha scritto lui: il primo, a 74 anni. Oltraggioso. Estremo. Disturbante. Volgare. Poco autobiografico, però. Branciaroli ha 50 anni di teatro nelle corde vocali, ha lavorato con Aldo Trionfo e Carmelo Bene, con Luca Ronconi e Giovanni Testori; senza dimenticare il cinema con Tinto Brass. Nel romanzo, scritto in una lingua che a qualche critico ha ricordato quella di Carlo Emilio Gadda e Alberto Arbasino, c’è altro. Il titolo, La carne tonda (Nino Aragno editore), descrive il corpo di una donna incinta, ossessione erotica di un impiegato import-export milanese in pensione. Poi ci sono un ex compagno di scuola dalle numerose e indecifrabili identità, un amico con moglie malata di sclerosi multipla e altri personaggi minori. Più che un pugno, è un calcio nello stomaco. Il campionario di perversioni e acrobazie alternato alle chiacchiere da bar su comunismo, Papa, maschilismo islamico, metamorfosi di Milano e prestanza dei neri compongono l’anatomia di una rivolta, pornografica e scorretta. Nella quale, alla fine, vince la maternità.

Perché, Branciaroli, un romanzo adesso e di questo tenore?

«Il perché è una voglia di libertà creativa. In teatro non sei completamente libero perché dipendi dai direttori, dal regista e dall’autore dell’opera che si mette in scena. Tu sei solo un attore. Per realizzare un tuo progetto dovresti essere anche autore e regista. Con il passare degli anni questo stato può alimentare una sorta di frustrazione. Il vantaggio della letteratura è la libertà assoluta. Con una risma di fogli e due biro puoi fare quello che vuoi».

Si è scoperto scrittore a 74 anni?

«Rispondo con un esempio. Paragoni a parte, questo è bene sottolinearlo, Theodor Fontane ha scritto Effi Briest a 70 anni. Prima aveva scritto nulla d’importante. Solitamente ho un altro modo di sfogarmi. Quando non basta più, tutto quello che hai letto e pensato, può trasformarsi in un’altra forma espressiva. Che per me è la scrittura».

Qual è la molla di questo sfogo?

«L’idea è che cos’è una donna gravida. La maternità è la vera protagonista della storia. Infatti, l’ho dedicato a mia madre».

È viva?

«No, si chiamava Angela».

Se lo fosse cosa direbbe di questo romanzo?

«Glielo nasconderei. Se lo scoprisse si sconvolgerebbe per le parti pornografiche. Però farei presto a spiegarle come va il mondo. Questo libro è in linea, il Pil di internet è la pornografia».

I critici hanno molto apprezzato lo stile.

«Questo modo di scrivere non so da dove arriva. La lingua è dentro, un dono, un mistero. Io ho imparato prima il dialetto dell’italiano. Sono lombardo, come Gadda e Arbasino. Testori scrive pensando ai suoni. Il romanzo è tutto al presente, il protagonista non è uno che racconta, è uno che fa. Non so perché molti ridano quando gli attori scrivono. Ho letto e mandato a memoria migliaia di pagine di capolavori, non capisco lo stupore. Nella scrittura trovo una forma di voluttà artistica, spero di produrla anche nei lettori».

Gliel’hanno accettato subito o ha subito qualche rimbalzo?

«So che c’è stato qualche rifiuto, ma non me ne sono occupato direttamente. Ho trovato un editor che l’ha proposto ad Aragno, editore di lusso, che pubblica senza l’affanno delle vendite. Mi ha telefonato Aragno in persona, dicendomi che lo pubblicava perché gli piaceva lo stile. Lo benedico».

È un romanzo contro?

«Indubbiamente. Ma è soprattutto un romanzo a favore della carne, che di questi tempi è molto bistrattata».

Non c’è contraddizione in un cattolico che scrive un romanzo pornografico?

«Nessuna contraddizione. Se superiamo il moralismo, vale la massima che dice: “Ho conosciuto dei farabutti che erano anche dei moralisti, ma non ho mai conosciuto un moralista che non fosse farabutto”. Dopodiché questo paradosso è cristiano perché è l’esaltazione della carne. Il cristianesimo è l’unica religione che esalta la carne, l’incarnazione. Come scrive Michel Henry: “La carne è il dolore”».

Non mancano gli eccessi.

«Paragoni a parte, sottolineo, di quelli di Philip Roth, nessuno dice nulla».

Da chi è bistratta la carne?

«In particolare dal femminismo notarile, a causa del quale il sesso si trasforma in un contratto, un protocollo. Non ci rendiamo conto che il politicamente corretto è il trionfo dello spirito bianco».

Deprime la carne e la rende standard?

«Esatto. L’amore, la carne, il sesso: tutto diventa meccanico, solipsistico. Alla sinistra americana la vita carnale fa orrore. È costruzionista. Ma questa è la dimostrazione patetica dell’origine bianca del movimento».

Il bianco eterosessuale però ne è spesso il bersaglio.

«Solo il bianco ha questi problemi. È dei bianchi essere politicamente corretti».

Scrive negri e negre al posto di neri e nere.

«Così si esprime il protagonista, non io… Ne fa una questione di pronuncia. “Negra con quella gr così potente” è più bello da pronunciare. È una geografia, “nera si può dire di una scarpa”. Rasenta la pesantezza e la volgarità, però è vitale. Racconto il ceto medio degli anni d’oro, prima che diventassimo tutti transgender, vegetariani, vegani, green. La classe media soprattutto americana è questa roba qui».

I neri sono più prestanti: invidia non razzismo?

«Il libro è un’esaltazione della potenza sessuale dei neri. Rappresentano il futuro e generano invidia. Il protagonista immagina che l’Europa diventerà tutta nera».

Per opporsi al dominio della Cina?

«Ma soprattutto per procreare. Raddoppieremmo la popolazione nel giro di 15 anni».

Scenario apocalittico.

«La carenza di nascite è il problema di tutti, anche della Cina. È vero che l’assenza di procreazione diminuisce la popolazione, ma aumenta la quota di vecchi. Chi li mantiene?».

I mussulmani prolificano, noi abbiamo l’aborto, la pillola, i preservativi, i gay. Ci domineranno anche numericamente?

«È il pensiero del protagonista. Ma è un fatto evidente che non nasce più nessuno. Nella visione del romanzo, il parto si trasforma in amplesso, esperienza di piacere. La maternità senza dolore si rivitalizza».

Scrive culattoni invece di gay.

«È il linguaggio di quella classe media milanese».

Romanzo reazionario?

«Definirlo reazionario è un equivoco femminista, mentre esalta le donne. Non che me ne freghi niente, ma è uscito così. Caso mai è un cicinin apocalittico. Tra reazionario e conservatore c’è differenza. Il reazionario vuole distruggere ciò che c’è, il conservatore vuole mantenerlo. Il romanzo è né questo né quello, più complesso di quel che sembra».

Quanto c’è di autobiografico?

«Non molto, le parti dell’infanzia, il bar di famiglia. Il resto è inventato o aggiustato».

Ci sono anche i fotoromanzi, stagione rimossa.

«Da bambino ero addetto alla vendita dei fotoromanzi e delle sigarette. Quelle osterie erano come dei drugstore. Stavo su un seggiolone con i Grand Hotel e i pacchetti di sigarette che si scartocciavano per venderne 5 o 10. I fotoromanzi erano la possibilità di sognare. Pubblicavano foto a tutta pagina dei divi di Hollywood che ritagliavo e conservavo».

Lei ha una moglie affetta da sclerosi multipla.

«Sì, ho una moglie così. Lì la vicenda è estremizzata. Ho immaginato cosa può passare una persona che ha difficoltà economiche, che io non ho, davanti a un problema del genere. È una condizione nella quale i soldi sono ancora più discriminanti: da uno standard normale alla disperazione. Non abbiamo un’organizzazione pubblica all’altezza, devi fare da solo. Lo Stato non si occupa di questi cittadini. Il contributo pubblico è di 350 euro al mese, più 700 per l’accompagnatore. Uno che ha una persona così e lavora, come fa?».

Che cos’è per lei la ricchezza?

«È fondamentale. Se lavori, avere una persona così vuol dire badanti. Ma nel nostro Paese sono considerate un lusso come le cameriere perché il loro costo non è detraibile dalle tasse. Detraibili sono le infermiere, che però costano 200 euro al giorno. Le badanti poi hanno dei retrovita complessi, figli e mariti distanti, nei quali ti coinvolgono. In Italia i disabili sono 4 milioni, aggiungici i parenti: non capisco perché non facciano un partito».

In questi mesi è in tournée con Umberto Orsini, 88 anni, con una storia di due amici: è una sintesi della sua carriera, lei ha spesso stretto grandi sodalizi artistici?

«L’opera di Nathalie Serraute, madrina del nouveau romance francese, s’intitola Pour un oui ou pour un non e si basa sugli equivoci del linguaggio che, con la sintassi rozza dei messaggini, riportano a galla vecchi malintesi fino a generare a catena la crisi del rapporto. È un gioco molto sofisticato e divertente».

Dicevamo dei suoi sodalizi con i mostri sacri del teatro: erano fratelli maggiori, maestri, padri?

«Sono esperienze fatte in età diverse. Trionfo l’ho incontrato quando ero molto giovane. Dirigeva Carmelo Bene e me e nel Faust di Christopher Marlowe. Carmelo era più vecchio ma di poco, il fratello maggiore e complice».

Luca Ronconi?

«Il maestro, ascoltandolo imparavo cose che non sapevo. Un maestro senza volerlo essere, tra i maggiori a livello mondiale. Molti fanno teatro, ma non lo conoscono in profondità».

Giovanni Testori?

«Lui era un autore, ho provato la sensazione di un drammaturgo che lavorava apposta per me. Un’esperienza eccitantissima: c’è uno che scrive delle opere pensando a te».

Cosa comportava la complicità con Carmelo Bene?

«A parte il principio di obesità dovuta all’alcol, abbiamo trascorso due anni in tournée. Un giorno si presentò al ristorante con un occhio nero, regalo del fidanzato di un’attrice che aveva tentato di sedurre. Invano. Oltre all’insuccesso, le botte. Anche il fidanzato era un attore. “Ma Carmelo”, gli dissi, “non sapevi che ha l’asma, ti bastava metterti a correre e non ti avrebbe mai preso”».

Questo romanzo è un copione per Tinto Brass?

«Qualche scena potrebbe esserlo. Ma il cinema è crudele perché quando si inizia un film bisogna firmare le polizze assicurative. Se non si è in ottima salute non ti fanno più fare niente».

Come ha vissuto il periodo acuto della pandemia?

«Malissimo. Prima dei vaccini dovevo proteggere e controllare tutto e tutti, un disastro. Chi è già malato e vecchio non doveva prendere il virus. Sono rimasto chiuso un anno, non dormivo, ho sfiorato la depressione. Fortuna che ho un piccolo pezzo di terra. Parlavo con le piante…».

 

La Verità, 5 marzo 2022

Tutti i motivi per non guardare i reality show

Abiezione. Forse basta una sola parola per descrivere la deriva che hanno preso certi reality show. Una deriva di cui non era difficile immaginare l’inevitabilità. Quando decidi che i canali Mediaset debbano averne sempre uno in palinsesto l’escalation è nell’ordine delle cose. Bisogna sempre alzare l’asticella. All’in giù, però. Un gradino alla volta. Di reale c’è soprattutto l’abiezione. Il campionario della pornografia dei sentimenti viene continuamente aggiornato. Approssimativamente: gli eccessi trash del Grande Fratello 15 condotto da Barbara D’Urso che causano la fuga degli sponsor, il machiavellico canna gate della scorsa Isola dei Famosi capitanata da Alessia Marcuzzi, il molto discutibile ingresso di Lory Del Santo che scelse il Gieffe vip per elaborare il lutto per la morte del figlio e la successiva incursione di Fabrizio Corona (do you know?) per rimestare nel privato della coppia Totti-Blasi prima e dopo il matrimonio. Infine quello che hanno sotto gli occhi i telespettatori dell’attuale edizione dell’Isola, la numero 14, sempre condotta dalla Marcuzzi, con nuovo capolavoro di Corona, rivelazione di corna in diretta, licenziamento degli autori e nuovo ritiro degli sponsor. Non si sa cosa sia peggio: supporre di esser finiti dentro una situazione sfuggita all’apprendista stregone di turno o, al contrario, di assistere a una montatura lucidamente allestita da qualche architetto dell’estremo. Crescono i dibattiti, le dichiarazioni, le articolesse: tutto il circo dell’infotainment si pronuncia e si schiera con questi o con quelli. Riccardo Fogli o Fabrizio Corona? Aldo Grasso o Alba Parietti? Chissenefrega. Da tempo ho deciso che il tempo è prezioso. Credo esista una gerarchia, un ordine, nell’usarlo. È così poco e, soprattutto, non siamo noi a stabilire quanto ne abbiamo a disposizione. La logica del vedere «fin dove arrivano» non mi seduce.

Lo spettacolo dei cosiddetti morti di fama sembra una riedizione moderna non troppo lontana dei circenses di epoca romana: i combattimenti dei gladiatori, le lotte con gli animali… Una forma di anestesia collettiva, di evasione da qualcosa. Allora era dalle politiche dell’imperatore, oggi chissà, probabilmente da sé stessi, dall’io. È per questo che, assistendovi, si intristisce. Siamo drogati di notizie, stimoli, sollecitazioni, tecnologie: per bucare questa mole di nozioni e informazioni bisogna tirare di più la corda. C’è sempre qualcosa di nuovo che si può inventare. Questi spettacoli continueranno a non avermi: non li ho visti e non mi piacciono. Il fatto che gli ascolti scemino mi mette di buon umore.

La Verità, 11 marzo 2019