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Fenomenologia di Djokovic il guerriero del tennis

Ripreso di spalle, rivolto al mare, Novak Djokovic medita a occhi chiusi, in silenzio. A parlare è la moglie, Jelena Ristic, che si chiama come Jelena Gencic, la sua prima coach, quella che lo scoprì e che, da bambino, lo costruì il campione che sarà. Nole è gentile, vulnerabile, pieno di rabbia che sa trasformare in elemento positivo. Poi si rivede il campione ululare come un lupo: Il lupo d’inverno è il titolo del docufilm con la regia di Jason Hehir da ieri disponibile su Prime Video.

«È il più grande di sempre. Ha vinto più master di tutti, più slam di tutti, è stato più a lungo di tutti al numero uno» è la sintesi di André Agassi, uno che in qualche modo gli somigliava nella tattica e nel modo di giocare. Si pronunciano anche Rafa Nadal, Boris Becker, Pete Sampras, Jim Courier. Ma questa biografia non eccede in toni apologetici, non è una carrellata di vittorie e colpi spettacolari. Scava nel temperamento complesso del campione abituato a ribellarsi alle critiche. È quello che i Serbi chiamano «inat», tratto distintivo di quel popolo, una sorta di ostinazione indomita a ribaltare l’apparenza, il giudizio degli altri, i luoghi comuni sui quali ci si adagia. Ed è la caratteristica più originale di questo fuoriclasse infinito e anomalo.

Si comincia dalla vittoria della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi e dalla domanda, da quel momento sempre più insistente, sul momento in cui appenderà la racchetta al chiodo. Si prosegue con il ruolo di terzo incomodo, di «cattivo» che rovina la sceneggiatura hollywoodiana del duello tra Roger Federer e Rafa Nadal (che seguiva quelli tra Laver e Rosewall, Borg e McEnroe e Sampras-Agassi). Si arriva all’esclusione dagli Australian open del 2022, quando rivela di non essersi vaccinato e la fama di cattivo si consolida, mentre lui intende solo difendere il libero arbitrio.

Ma la parte più significativa del racconto è quella dell’infanzia, della guerra del Kosovo, quando lo si vede tirare i primi colpi allenato dalla Gencic che lo pronostica subito in cima alla classifica mondiale. È in quegli inizi, quando, con i suoi familiari, correva nel bunker per cercare riparo dai bombardamenti, che si forgia il guerriero vincente di mille battaglie. Da suo ex allenatore, Agassi rivela di aver capito che «aveva bisogno di uno stato d’animo cupo per tirare fuori il meglio di sé». Quando ha tutti contro gioca ancora meglio. Agli addetti ai lavori che continuano a chiedergli quando smetterà non sa cosa rispondere: «Sono il numero uno dei dubbiosi. Sono sempre pronto a smentirmi», conclude. E riaffiora «l’inat».

 

La Verità, 21 agosto 2026

Con Veleno la docufiction fa un salto di qualità

Raramente una docu-serie italiana ha applicato tanta cura, tanta perizia, tanta completezza nel rispetto dei diversi e contrapposti punti di vista. È il caso di Veleno, cinque episodi disponibili su Prime video, tratti dall’omonimo libro e successivo podcast realizzati da Pablo Trincia dopo anni di inchieste, colloqui, testimonianze e letture di documenti relativi alla storia dei «Diavoli della bassa modenese», un’indagine che alla fine degli anni Novanta ha tolto 16 bambini alle famiglie di origine, condannando i genitori per pedofilia e abusi ritualistici. Una storia molto controversa, con tanti lati tuttora oscuri, che si basa sul meccanismo del falso ricordo o del ricordo indotto dagli psicologi e assistenti sociali nei minori. Una storia che ha segnato in modo tragico la vita della comunità locale e che è stata il precedente del successivo e ancor più diffuso scandalo di Bibbiano. La regia della docu-serie è di Hugo Berkeley e la produzione di Fremantle.

La difficoltà degli autori era aggiungere i volti e le immagini ai testi del libro e del podcast, considerando la comprensibile riluttanza dei bambini e delle nuove famiglie adottive a collaborare con Trincia per non riaprire ferite difficilmente cicatrizzabili. Dalle prime confessioni sono passati oltre vent’anni e su quei fatti, veri o presunti, quei bambini, ora adulti, hanno costruito una nuova identità. Con una violenza fisica subita si può trovare, con grande sofferenza, il modo di convivere, dice a un certo punto Trincia. Ma con una violenza psicologica e presunta, forse è ancora più difficile trovare un equilibrio perché si ha a che fare con dei fantasmi. «È come quando dentro un bicchiere d’acqua si versano delle gocce d’inchiostro. Prima una poi un’altra, poco alla volta tutta l’acqua si colora e a quel punto è impossibile separarla dall’inchiostro».

Il pregio della docu-serie, che rappresenta uno scatto di qualità del genere, è la narrazione a spirale, fatta di testimonianze dei protagonisti e delle vittime, la cui vita è stata profondamente e irrimediabilmente segnata. C’è stato un suicidio e chi è morto di crepacuore. Documenti, filmati dai tg, brevi stralci recitati e interviste agli operatori sociali, autori di terapie molto discutibili, realizzano un racconto che avvince lo spettatore come fosse un legal thriller di finzione. Particolarmente efficaci gli ultimi due episodi, imperniati sul making of dell’inchiesta di Trincia che condivide con Alessia Rafanelli il lavoro, i dubbi sul loro operato e la preoccupazione di rispettare le sensibilità già provate dei protagonisti.

 

La Verità, 10 giugno 2021