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«Bezos e gli altri? Geniali, ma senz’anima»

Un produttore di vino con la fissa dei giornali. È Giancarlo Aneri da Legnago (Verona), 74 anni portati alla grande, inventore del premio «È giornalismo». Uno che fa dire a tanti che lo vedono per la prima volta: «O è matto, oppure…». Successe al portinaio della Ferrari a Maranello, quando si presentò senza appuntamento per incontrare il mitico Enzo. E a Tony Mantuano, ristoratore di Chicago, al quale fece giurare che Barack Obama avrebbe fatto il primo brindisi da vincitore con il suo Prosecco. Insomma, un genio del marketing. Scienza appresa e applicata da direttore delle relazioni esterne delle Cantine Ferrari di Trento, il marchio del più celebre spumante italiano. Poi lasciato per fondare la sua Aneri Srl.

Cosa racconterebbe ai nipoti per sintetizzare la storia dell’azienda che porta il suo nome?

«Racconterei la prima bottiglia bevuta con i miei tre maestri di vita: Indro Montanelli, Enzo Biagi e Giorgio Bocca. Quel brindisi ha portato fortuna».

Perché lo fece con loro?

«I momenti importanti si festeggiano con le persone che si stimano di più».

Che vino era?

«Prosecco. Eravamo a casa di Bocca, 1997. Montanelli si complimentò, ma da toscano disse che adesso aspettava un buon rosso. Due anni dopo avrebbe assaggiato il primo Amarone».

I suoi sono vini per presidenti, star e grandi marchi?

«Siccome il mondo non è solo dei ricchi, se l’Amarone è l’eccezione, il Prosecco è la normalità. Penso di rappresentare una delle poche cantine al mondo che in 25 anni ha fatto bere i suoi vini a tutti i Capi di stato».

Come ha fatto?

«Ero da vent’anni alla Ferrari spumanti quando mio figlio mi disse: “Papà, io non lavorerò mai con te, perché voglio costruire qualcosa di mio”. Da quel momento ho iniziato a pensare a un’azienda di famiglia».

I presidenti e le star?

«Mia moglie dice che sono un po’ montato. Invece, ho avuto fortuna, non ho fatto il fighetto, ma il piazzista».

Un aneddoto da piazzista.

«Dopo aver visitato il Senato, ospite di Ted Kennedy, al momento della foto gli ho messo in mano la bottiglia: “Insomma, scrivono già che bevo troppo”, brontolò. Ma io ero così contento che non mi accorsi di fare qualcosa d’inopportuno».

A Ted Kennedy e al Senato americano bisogna arrivarci.

«Da sempre, quando vado in una città, m’informo sui migliori alberghi e ristoranti. Ted Kennedy me l’ha presentato un grande ristoratore italiano di Washington. Sono stato ospite con mia moglie di Ronald Reagan, ho visitato la Casa Bianca con una sua assistente. Non mi sono mai fatto troppi problemi. Sa chi mi ha insegnato a essere sicuro di me stesso?».

Dica.

«Enzo Ferrari. La prima volta che sono andato in America ho chiesto consiglio a lui che non aveva mai preso un aereo: “Se hai un prodotto che consideri buono ma vedi che non ti ascoltano, alzati e va’ via”».

Alla Ferrari auto si arriva passando dalla Ferrari spumanti?

«Vedevo che quando il Cavallino rampante vinceva i Gran premi brindava con lo champagne… Ma perché, se è il simbolo dell’Italia? Un giorno mi presentai a Maranello con sei bottiglie… “Sono Giancarlo Aneri, vorrei parlare con il commendator Ferrari”. Il portinaio era basito: “Ha un appuntamento?”. “No, però vorrei incontrarlo”. “Guardi che l’ingegnere ha l’agenda piena per i prossimi sei mesi”. “Io vengo da Legnago, in provincia di Verona, e ho portato un piccolo presente che vorrei consegnargli personalmente”. Allora spunta Valerio Stradi, il segretario personale: “Se mi dà il pacchetto glielo consegno io”. “No, guardi, posso aspettare anche tutta la giornata, mi metto qui…”. Stradi si allontana e ritorna: “L’ingegnere può dedicarle un minuto”. Rimasi con lui un’ora e mezza».

Diceva che la Aneri è nata per dare un futuro a figli e nipoti.

«Il Pinot bianco porta il nome di mia moglie Leda, l’Amarone di mia figlia Stella, il Pinot nero è intitolato a mio figlio Alessandro. I quattro prosecchi alle mie nipotine e al nipotino, Lucrezia, Ludovica, Giorgia e Leone. C’è una storia dietro e un futuro roseo davanti».

Com’è riuscito a portare i suoi vini sulle tavole del G20?

«Il merito è di Silvio Berlusconi, il primo premier che ha usato l’Amarone Aneri come biglietto da visita del made in Italy. Il giorno della firma della Costituzione europea nel 2004 ne ha regalato una bottiglia a ogni capo di governo con il loro nome inciso. Invece, il Prosecco è arrivato sulla tavola di Barack Obama».

Come?

«Sei mesi prima delle elezioni, lessi sul New York Times che, in caso di vittoria, Obama avrebbe festeggiato con Michelle alla Spiaggia, il suo ristorante preferito di Chicago. Presi un aereo e andai a trovare il ristoratore Tony Mantuano per farmi promettere che il primo brindisi sarebbe stato con il mio Prosecco. Mantuano mi guardava interdetto: “Questo qui è più sicuro di Obama”. Conservo la mail arrivata nella notte che dice che Obama e sua moglie hanno brindato con il Prosecco Aneri».

Tutto merito della sua fissa per l’informazione?

«Il vino si apprezza prima di tutto con il profumo, ma ha un suo profumo anche l’inchiostro dei quotidiani. Ne compro sei al giorno: Corriere della Sera, Sole 24 ore, Il Giornale, Libero, La Verità e L’Arena».

Qualche giorno fa su una pagina del Sole 24 ore un tale G. A. chiedeva al filantropo Jeff Bezos di annullare il licenziamento di 10.000 dipendenti pensando prima all’uomo che al pianeta. Ne sa qualcosa?

«Sì perché l’inserzione è mia. Bezos aveva annunciato l’intenzione di donare metà del suo patrimonio per salvaguardare il pianeta, ma quello stesso giorno il New York Times informava che Amazon licenziava 10.000 dipendenti. Mi sono detto: perché prima di salvaguardare il pianeta non difende subito 10.000 persone rinviandone il licenziamento di un paio d’anni?».

È l’ultimo di una serie di messaggi affidati ai giornali?

«I cinesi usavano i tazebao, io uso una pagina di giornale per lanciare un messaggio o dire grazie».

Altri tazebao?

«Quando Mario Draghi lasciò la Bce feci pubblicare un ringraziamento sul Sole 24 ore per il buon lavoro svolto. Era firmata “È giornalismo, Aneri”. Il giorno dopo i membri della giuria mi chiamarono per ringraziarmi. Poi al momento dell’incarico a Draghi ho fatto pubblicare sul Corriere una pagina anonima con “Grazie presidente Mattarella. Grazie presidente Draghi”».

Qualche tazebao rimasto anonimo?

«Quando in piena pandemia la tv francese Canal+ mostrò un pizzaiolo italiano che, cantando tossiva sulla pizza, ho fatto pubblicare una pagina sulla Verità che recitava “Viva la pizza. Abbasso lo champagne”, firmata con le iniziali di nipotine e nipotino».

Per l’incarico a Giorgia Meloni, niente tazebao?

«Sono felicissimo che una donna in gamba come lei abbia in mano le sorti dell’Italia per i prossimi anni. La guardo con gli occhi di chi vuole farsi un’idea più precisa nei prossimi sei mesi».

Cosa pensa dei big dell’economia digitale come Bezos, Bill Gates e Mark Zuckerberg?

«Sono dotati di grande genialità e hanno creato un modo di vivere e di comunicare più veloce ed efficiente. Ma non vedo l’anima. Mi sembra che le donazioni servano a promuovere la loro immagine. La persona che mi convince meno è il banchiere filantropo George Soros. Ha fatto guerra per anni alla sterlina e alla lira, complicando la vita a milioni di famiglie inglesi e italiane. Non basta finanziare il restauro di un monumento per compensare tante speculazioni».

Com’è nato il premio «È Giornalismo»?

«Avevo l’ambizione di avvicinare Montanelli, Biagi e Bocca che si stimavano molto, ma si frequentavano poco. Oggi la giuria è composta da Giulio Anselmi, Paolo Mieli, Gianni Riotta, Gian Antonio Stella e Mario Calabresi. Ma il premio è stato fondato dai tre giganti del giornalismo e da un loro amico sincero. Ne parlo al presente perché per me sono ancora vivi».

Un aneddoto su Montanelli.

«Qualche volta andavamo in vacanza insieme. Un anno m’incarica di scegliere un albergo sulla spiaggia di Punta Ala. Individuo l’Alleluia e ragguaglio la padrona su esigenze e orari dell’illustre ospite. Quando arriva il momento, scendo in un altro hotel due giorni dopo di lui e gli chiedo se vada tutto bene. “Insomma, sono tutti vecchi in questo albergo”. Immagino pullman d’inglesi novantenni… La sera m’invita a cena: il più vecchio avrà avuto 65 anni, lui ne aveva 84. Questo era Indro, come si fa a non volergli bene?»

Enzo Biagi?

«Le riunioni si facevano da Bocca, ma una volta lui arrivò in ritardo subendo i rimproveri del padrone di casa. “Sono andato a fare le analisi, oltretutto sono tutte sballate”, confidò Biagi. “Anch’io le avevo sballate”, replicò Giorgio. “E come hai fatto a guarire?”. “Ho smesso di farle”».

Il premio si sta aggiornando ai nuovi media?

«Nel 2013 abbiamo premiato Hal Varian, capo della sezione economica di Google, chiedendogli di aiutare i giornali con la pubblicità».

Intanto vi siete allargati ai volti televisivi.

«Sempre in rapporto all’informazione. Già nel 2003 avevamo premiato Antonio Ricci come capo del vero tg della televisione italiana. Nel 2015 è toccato a Fiorello per Edicola Fiore, un programma che aiuta il giornalismo come piace a me».

Altri premiati: Fabio Fazio, Massimo Gramellini, Mario Calabresi, vince il mainstream?

«Feltri ha ribattezzato “È giornalismo” come il “Premio Stalin”. Ma guardando l’elenco troviamo anche suo figlio Mattia, Milena Gabanelli, Natalia Aspesi, Sergio Romano. Io non interferisco sulle scelte della giuria perché sono contento di essere il patròn».

Forse bisogna cambiare la giuria?

«Qualche anno fa Natalia Aspesi chiese di farne parte, ma Montanelli suggerì di aspettare un po’ perché aveva appena vinto. Conservo la sua mail: “Caro Aneri, si ricordi che noi donne siamo più brave degli uomini ed è un peccato che in giuria non ce ne siano”. Forse ora i tempi sono maturi. Dopo un paio d’anni di sospensione, mi piacerebbe che il premio tornasse per festeggiare la ripresa di una vita serena come quella foto del bacio in Times Square dopo la Seconda guerra».

Oggi i giornali sono in crisi e le edicole chiudono: lei è l’ultimo romantico?

«Sicuramente sono uno dei pochi ottimisti rimasti. Prendo la lezione che viene dal mio mondo: c’è stato un momento in cui si parlava solo dei ristoranti stellati e si diceva che le trattorie stavano morendo. Oggi in Italia sono i locali in maggior espansione. Perciò, spero che si possa superare il momento difficile e, magari con un aiuto pubblico per le edicole, riportare i giovani a frequentarle».

 

La Verità, 3 dicembre 2022

«Per difendere il Prosecco serve l’ecosostenibilità»

Vino, cibo, turismo, cultura, storia. C’è tutto questo nella parabola di Giancarlo Moretti Polegato, imprenditore atipico, radicato nel territorio tra Asolo, Conegliano e Valdobbiadene, colline del Prosecco. Un vignaiolo illuminato, autore di un importante recupero di archeologia industriale, finalizzato alla rinascita di una zona del paese. Quello della storica ex filanda – divenuta calzificio Si-Si e Golden lady, chiuso a fine anni Novanta per le delocalizzazioni – trasformata in una scuola professionale di ristorazione che, insieme ad altre attività circostanti, è tornata a essere il cuore di Valdobbiadene come un tempo. Fratello di Mario, mister Geox, Giancarlo avrebbe dovuto essere l’uomo dei conti della famiglia, una dinastia da sempre produttrice di vini di alta qualità. Sessantadue anni, sposato con Augusta Pavan, ex modella che ha calcato le passerelle in giro per il mondo, è padre di Diva Maddalena (il nonno si chiamava Divo) e Leonardo, anche loro impegnati nell’azienda di famiglia. Il suo quartier generale è Villa Sandi, dimora palladiana che risale al 1622, acquistata negli anni Ottanta, alle pendici del Montello, zona della Prima guerra mondiale. Nei sotterranei si trovarono lunghe gallerie, ora riciclate come cantine per la maturazione dei rossi pregiati. Ci incontriamo nella sede della scuola Dieffe, frequentata da 250 studenti. Dei quali Polegato ha scritto: «Vedere così tanti di voi passare dai timidi sorrisi e un po’ d’incertezza iniziale a via via maggiore sicurezza e più larghi sorrisi, impegnati e seri nel percorso di formazione intrapreso, è stata per me la più grande e bella delle gratificazioni».

Mi fa un suo identikit in poche parole?

«Sono uno dei tanti imprenditori del Nordest che lavora con passione credendo nei propri collaboratori. Il primo patrimonio di un’azienda sono le sue risorse umane. Io m’impegno a essere la cabina di regia delle varie attività, razionalizzando investimenti, produzioni e acquisizioni nelle diverse tenute».

Attività che le stanno dando soddisfazioni, mi pare.

«Non mi lamento. Con 106 dipendenti e 26 milioni di bottiglie l’anno nei diversi marchi, Villa Sandi è una delle maggiori cantine italiane, prima per export della provincia di Treviso. Negli ultimi cinque anni abbiamo raddoppiato il fatturato, sfiorando i 100 milioni. Le nostre produzioni sono presenti in 104 paesi, il Cartizze “Vigna La Rivetta” ha conquistato i Tre bicchieri del Gambero rosso. Ma il riconoscimento cui tengo maggiormente è la fedeltà dei nostri clienti».

È figlio d’arte.

«Mio padre ha sempre avuto la passione del vino. Purtroppo è morto in un incidente stradale quando avevo vent’anni. Nelle sue intenzioni il vignaiolo doveva essere mio fratello, iscritto alla scuola enologica di Conegliano, mentre io ho studiato ragioneria e avrei dovuto occuparmi dell’amministrazione. Poi, quando mio fratello ha avuto l’idea della suola traspirante con la quale ha creato uno dei marchi calzaturieri più affermati nel mondo, la nostra storia è cambiata».

Siete cresciuti con vostra madre.

«È stata il nostro unico punto di riferimento. Veniva in azienda tutti i giorni anche negli ultimi tempi, prima di morire, un anno fa. È sempre stata partecipe delle nostre scelte e ci stimolava continuamente. Perciò abbiamo voluto aggiungere il suo cognome e chiamarci Moretti Polegato».

Avete deciso con lei di acquisire Villa Sandi?

«Era già un sogno di mio padre. Vivevamo lì vicino e guardandola facendo progetti. Dopo la sua morte, nel 1979, con la spinta di mia madre l’abbiamo acquistata da una famiglia romana, ma abbiamo preferito darle il nome dell’architetto costruttore. Era tradizione dei nobili veneziani edificare nell’entroterra. L’abbiamo restaurata, ristrutturata e aperta al pubblico, sicuri che anche dopo quattro secoli potesse esercitare il suo fascino. Coniugando mondo del vino e paesaggio, arte e storia, le abbiamo dato appeal turistico, creando un circuito di ospitalità con percorsi e due locande. Ogni anno arrivano 20.000 visitatori, anche americani e giapponesi, molti dei quali vengono anche qui alla scuola, curiosi di vedere i segreti dei prodotti locali. Anche i sotterranei, 1,5 chilometri di gallerie, usate durante la guerra sul Piave, rientrano nella visita».

Erano rifugi bellici e depositi di munizioni?

«E sono diventati suggestive cantine, ideali per la maturazione dello spumante classico e dei rossi che chiedono un invecchiamento fino a cinque o sette anni. La villa e le colline appartengono al comprensorio che nel luglio scorso è stato proclamato patrimonio dell’Unesco. Un riconoscimento che, oltre a darci visibilità internazionale, ci carica di responsabilità».

Il prosecco ha ottenuto riconoscimenti, ma anche critiche per l’invadenza sul territorio e l’uso di sostanze chimiche nocive. In che modo le vostre coltivazioni rispondono alle esigenze di sostenibilità ambientale?

«Vino uguale turismo come territorio uguale turismo. Il rispetto dell’ambiente è un fatto di cultura, una forma di riconoscenza verso una terra che ci ha dato tanta ricchezza e opportunità. Gran parte dei 160 ettari che possediamo tra Veneto e Friuli è certificata con il marchio “biodiversity friend”. Non usiamo diserbanti e pesticidi. I vigneti sono vicini alle case, immersi nei centri abitati: è giusto essere molto rigorosi. Questo è il fronte su cui siamo più impegnati. I commissari certificano periodicamente il rispetto dei parametri di agricoltura sostenibile, l’attenzione alle risorse idriche, l’utilizzo di energie rinnovabili, il mantenimento di aree a bosco e siepi per la salvaguardia dell’habitat adatto alle specie animali. C’è un dialogo continuo e serrato tra i consorzi di tutela ambientale e i coltivatori».

Tanto più ora che si insiste a parlare di green economy.

«Proprio perché quest’area ha avuto un grande sviluppo negli ultimi dieci anni è stata messa sotto il microscopio. Con 560 milioni di bottiglie all’anno nei vari segmenti Doc, Docg e Cartizze, il consorzio del Prosecco è il primo in Italia. Le nostre bollicine hanno conosciuto un grande boom nel mondo, il 70% viene distribuito all’estero, dal Sudamerica all’Australia. Ma Prosecco è il territorio che dà il nome al vino, come il Chianti o lo Champagne, mentre l’uva si chiama glera. Il territorio non si può espandere, si può solo difendere e tutelare. Sono sicuro che le giovani generazioni ci aiuteranno a essere più attenti alle esigenze della sostenibilità».

Lei sottolinea questo binomio tra produzione vinicola e paesaggio perché ritiene che insieme in futuro possano incrementare la loro attrattiva turistica?

«Ne sono convinto. L’obiettivo è creare un turismo che vada oltre il mordi e fuggi. In California gli americani sono riusciti a creare dei flussi di visitatori legati alle degustazioni. L’economia turistica alimentata dal vino è tutta da promuovere. Credo che anche la Regione Veneto abbia questo interesse. Tanto più che dispone di un pacchetto di offerte di grande appeal internazionale, da Venezia all’Arena di Verona, dalle Dolomiti al Lago di Garda. Nel febbraio 2021 a Cortina ci saranno i Campionati del mondo di sci, prova generale delle Olimpiadi del 2026. Ma bisogna rimboccarsi le maniche».

Come, per esempio?

«Io posso parlare per il nostro territorio. Credo che dobbiamo potenziare le infrastrutture dell’ospitalità. Forse non servono grandi interventi, ma possiamo migliorare la rete viaria, creare piste ciclabili, recuperare casali e rustici, rendere più moderni ristoranti, locande e agriturismi dotandoli di tutti i comfort».

Lei si è portato avanti con il recupero di questa vecchia fabbrica?

«L’ex filanda Piva è sempre stata il cuore vitale di tutto il paese dal quale tanti emigranti erano partiti per l’estero. Era l’unica grande fabbrica rimasta. Prima del boom del Prosecco, con 1200 operai alimentava l’economia di Valdobbiadene. Come altri calzifici, in seguito alle delocalizzazioni, è stata chiusa a fine anni Novanta. Noi l’abbiamo acquistata nel Duemila dai proprietari di Golden lady. C’erano ancora le lire, paragonate all’oggi, tra acquisto e restauro, abbiamo investito 5 o 6 miliardi per riqualificare tutta l’area, ristrutturando la viabilità con parcheggio, supermercato, locanda, sede della Confartigianato e questa magnifica scuola».

Un progetto molto ambizioso.

«Ci avevano proposto di fare un centro sportivo con palestre e scuola di ballo. Ci ho pensato: un imprenditore fa i suoi calcoli… non avrei avuto contributi per la scuola professionale… Ma, poco alla volta, anche confrontandomi con i ristoratori della zona e con il preside, Alberto Raffaelli, mi sono appassionato. Il successo di queste zone lo dobbiamo al vino: creare una sinergia con una scuola che formerà cuochi e ristoratori era la cosa giusta da fare. Forse, se non fossi stato un imprenditore del settore, non avrei capito».

Com’è stata accolta questa operazione dalla popolazione locale?

«Molto bene perché, come dicevo, abbiamo recuperato un’area industriale con la sua storia, finalizzandola a qualcosa di utile per tutta la zona. La scuola è valore aggiunto. Questi ragazzi saranno ambasciatori della nostra cucina legata alla terra e alle eccellenze locali là dove andranno a lavorare. E già cominciano a esserlo con i premi che vincono ai vari concorsi gastronomici».

Ha altri progetti in serbo?

«No. Abbiamo appena acquistato Borgo Conventi, un vigneto nel Collio, per produrre del vino fermo. È un’area paragonabile a questa, un colle nel goriziano, al confine con la Slovenia, dove nascono eccellenti vini, Malvasia, Picolit, Ribolla, Sauvignon, Cabernet, vari tipi di Pinot… È un investimento che completa la nostra offerta di bollicine. Anche lì incentiveremo le visite alla cantina, creeremo una locanda per l’ospitalità. C’è tanto da lavorare…».

 

La Verità, 1 dicembre 2019

«Il prosecco insegna che le crisi sono opportunità»

Un romanzo profetico, con un titolo sorridente e brioso come le bollicine. Era il 2008 quando Fulvio Ervas, 64enne scrittore trevigiano, iniziò a scrivere Finché c’è prosecco c’è speranza (Marcos y Marcos), giallo a sfondo verde approdato al cinema con Giuseppe Battiston nei panni del commissario Stucky. Da allora quel titolo è diventato un augurio nei brindisi di tante feste di famiglia. Faccia schietta e sguardo luminoso come un calice di cartizze, raggiungo Ervas in vacanza in Spagna, ospite di sua figlia.

Buongiorno Ervas, ha brindato per la promozione delle colline di Valdobbiadene a patrimonio dell’umanità?

«No, l’ho saputo di mattina ed era presto anche per lo spritz. Certo, la notizia non mi ha sorpreso: c’è stato un grande lavorio delle istituzioni e dei produttori per il riconoscimento che avrà conseguenze economiche. È un riconoscimento ad alto contenuto simbolico: per qualcuno è un premio al lavoro e all’ingegno, per altri è un incentivo agli inquinatori e agli sfruttatori del territorio. Può diventare un dibattito interessante sulla gestione ambientale nella nostra regione».

Anche per l’Unesco Finché c’è prosecco c’è speranza?

«Quando ho iniziato a scrivere il libro, nel 2008, stavamo entrando nel pieno della crisi economica. Eppure c’era, nel Veneto, una produzione che cresceva a due cifre, come la Cina, ed era quella del prosecco. Il titolo nasce dalla suggestione, e dalla convinzione, che anche le crisi sono opportunità. Che si può uscirne, bisogna però avere delle strategie. E, tra tutte le critiche che si possono fare ai “proseccari”, quella di non avere strategie è improponibile».

Parlando di critiche, concorda con quella di Camillo Langone che sul Foglio ha sottolineato l’eccessiva espansione del prosecco, indice di «femminilizzazione del gusto»?

«Non saprei, sono più preoccupato per la depilazione maschile, anche se ognuno è libero di fare ciò che ritiene decente. Immagino che Langone sarebbe più felice se tutti bevessimo raboso Piave, aspro e acido come lo faceva mio padre. Però era un Veneto da cui ci siamo spostati, e qualche motivo ci sarà. Non mi convincono queste etichettature. Lo champagne rende i francesi delle donnette?».

Pochi giorni prima della decisione dell’Unesco sulle colline del prosecco c’era stata anche la vittoria dell’abbinata Milano-Cortina d’Ampezzo per le Olimpiadi invernali del 2026. Il Nordest torna a essere locomotiva come si diceva un paio di decenni fa?

«Nel Nordest, dal Mose alla Pedemontana, ci sono opere faraoniche, tra le più grandi in Italia. Fatte sempre bene? Mah. Impattanti? Molto. Siamo uno snodo logistico importante, un’economia che regge. Ma che ha esigenze potenti, non sempre ben governate. Potremmo e dovremmo fare meglio. Ma vivere a Nordest è un po’ come stare dentro un vulcano. L’idea che non si dovrebbe cambiare nulla è inattuabile. Mi piacerebbe un po’ di spirito svedese-danese».

Che cosa non le piace di questo sistema socio-economico?

«Non c’è visione. La velocità che ha assunto questa fase economica e sociale è tale che non riusciamo a vedere la direzione del movimento. È come viaggiare su un super treno che fa sfrecciare immagini che non non riusciamo a decodificare».

Quindi non è soddisfatto della qualità della vita del Veneto? Spesso Treviso risulta ai primi posti delle classifiche nazionali.

«Mi piace Treviso, mi piace la sua morfologia, le acque, una certa dolcezza generale. Ho insegnato per molti anni a Mestre e la bruttezza urbanistica era, però, in parte bilanciata da una certa vivacità, anche caratteriale. Mi piacerebbe una Treviso più frizzante».

Il titolo del suo libro più famoso è un auspicio, ma si apre con quello che sembra un suicidio: il vino e la terra possono anche causare morte e rovina?

«Il vino ha una storia anche simbolica e culturale. Vino e birra si contendono storie e territori diversi, anche se oggi li troviamo assieme nei bar.  Il prosecco, è innegabile, muove grandi interessi, produce un effetto antropico molto forte sul territorio. Quindi è una sorta di faglia sismica che può generare anche conseguenze negative. Il segreto è minimizzarle. Cioè far sì che si producano più benefici, non solo economici ma di comunità, che malefici».

Che cosa significa per il Veneto questa elezione delle colline trevigiane a Patrimonio dell’umanità?

«Simbolicamente è una vittoria: è la promozione ad un esame di Stato per il quale molto ci si è preparati. Abbiamo preso un voto attendibile? È stata una buffonata, come dicono i critici? Se questa promozione verrà vissuta come l’occasione solo per fare cassa vorrà dire che siamo dei ragionieri. Se invece sarà l’occasione per fare del legittimo profitto e anche per consolidare processi di salvaguardia e sostenibilità, sarà un esame superato a pieni voti. Siamo qui per testimoniare».

È una vittoria della cultura e della tradizione locale?

«Sicuramente è la vittoria di una capacità imprenditoriale e organizzativa molto netta.  Non sono sicuro che nasca da un’idea culturale o da una specifica tradizione locale. Non vedo una particolare cultura del vino e della vite, quanto piuttosto un’abilità nella coltivazione: il merito della tradizione locale è aver saputo coltivare in condizioni morfologiche speciali. Sono attitudini indispensabili, senza le quali non si raggiunge alcun risultato. Dietro a tutto questo, più che tradizione e cultura, ci sono soprattutto scienza e ricerca. Ci sono le scuole di enologia, abilità lavorativa, capacità di promuovere un prodotto e di fare squadra, condizione non comunissima nel Veneto».

È la conferma che una specificità locale può avere ambizioni internazionali e mondiali? E che la globalizzazione va temperata?

«Sono convinto che sia una vittoria quando il prodotto di un territorio conquista un segmento di mercato importante. E che una volta entrato nel flusso oceanico del mercato le correnti possano davvero portarlo ovunque. Questa facilità di flusso dei mercati mondiali, che chiamiamo globalizzazione, ha giovato al prosecco. Se poi, entrasse con rilevanza nel mercato cinese, gli gioverebbe ancora di più. Non possiamo essere antiglobalizzatori con le merci degli altri e globalizzatori con le nostre».

Ha detto che per questa terra servono «pennelli da pittori non caterpillar che distruggono». Servono anche penne da scrittori: com’è nata l’idea di trarre un libro dalla cultura del prosecco?

«L’idea del libro nasce dal fatto che, da agronomo, ero colpito dalla sfida tra la monocultura e la bellezza del luogo. Se si riescono a tenere armonicamente assieme due forze eterogenee allora significa che si è imparato molto e che si vuole durare nel tempo.  Oltre all’ispettore Stucky, il protagonista del romanzo è il conte Ancillotto, un vignaiolo che, guidato dal motto “meglio meno ma meglio”, ama la terra come si ama una donna, con ardore e delicatezza. Nel 2008 ho provato a raccontare la passione per il vino, la bellezza delle colline, i suoi incanti, e anche gli effetti di alterazione che un’attività umana invasiva può produrre. Sono attratto dal raccontare luoghi e storie in cui ci sono processi in movimento. La promozione dell’Unesco è una tappa di questo processo. Soddisfa molte coscienze e ne agita altre, ma pone anche delle sfide. Non è un premio in denaro, ma una responsabilità».

Il protagonista dei suoi romanzi è l’ispettore Stucky, ma i suoi sono gialli per indagare sul territorio e le sue incongruenze.

«Sono innamorato di questo Veneto. Ma se fossi nato in Calabria sarei innamorato del suo territorio. Rispetto la terra che mi nutre.  Per questo ho scelto, nel filone poliziesco, di creare romanzi attorno a delitti e casi ambientali. In Italia i crimini più gravi sono ambientali. E solo degli imbecilli bucano la barca, cioè l’ambiente, su cui stanno navigando».

Come divide la sua attività di professore e scrittore?

«Prima di tutto viene la scuola, nel tempo libero scrivo. Ancora mi diverto a insegnare. E spero di avere una qualche utilità, non solo nel formare una conoscenza scientifica, fragile in Italia. Ma anche nel convincere le nuove generazioni che l’insegnante può essere uno strumento e un’opportunità significativa per crescere».

Dieci anni fa la professione di insegnante le ispirò il romanzo Follia docente. Che cosa è più folle nella scuola di oggi?

«È troppo distante dal mondo. Trovo che i modelli di trasmissione delle informazioni, le modalità didattiche e molti contenuti siano troppo statici e che nell’epoca della crisi degli enti di mediazione – famiglia, Stato, Chiesa – la scuola non riesca a stare al passo con le nuove richieste di formazione».

Commesse di Treviso, il primo giallo scritto a quattro mani con sua sorella, uscì nel 2005 quando lei aveva già 50 anni: prima a che cosa si dedicava?

«All’orto. Come adesso».

Come ha cominciato a scrivere? Che cosa le ha aperto questa vocazione adulta?

«Leggo molto, soprattutto saggi scientifici. Avevo molte cose nella testa da scaricare. In realtà i miei romanzi sono riassunti, semplificati, di saggi scientifici».

Chi sono i suoi autori di riferimento?

«Come giallista, Fred Vargas».

Il suo prossimo libro?

«Un libro per ragazzi, in autunno».

Se, visto che ha portato fortuna, dopo la speranza legata al prosecco dovesse formulare un nuovo auspicio, cosa suggerirebbe? 

«Finché rispettiamo l’ambiente c’è speranza».

La Verità, 14 luglio 2019