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Gli «imbavagliati» si lamentano a reti unificate

Sabato sera, rientrando da una gita, ho acceso la tv trovandola sintonizzata su La7, il canale dove l’avevo spenta al mattino. A In altre parole Massimo Gramellini diceva rivolto a Roberto Vecchioni: la prossima settimana quest’uomo incontrerà il capo dello Stato Sergio Mattarella e, dopo esser stato ricevuto da papa Francesco, chiuderà un concerto sul sagrato di piazza San Pietro. «Quest’uomo». A quel punto sono saltato su Rai 3, cadendo dentro Chesarà della «co-censurata» Serena Bortone, imbattendomi in Gene Gnocchi con inguardabili calzini grigi copri-malleolo che sbertucciava in serie Roberto Vannacci, Matteo Salvini e i pro-life. Tornato su La7, dopo una stoccatina al solito generale, Gramellini stava dando il benvenuto a «un altro Roberto», ovvero Saviano. In cerca di riparo, ho virato su Rete 4. Ma lì, tra gli ospiti di Stasera Italia spiccava Giovanna Vitale di Repubblica, inflessibile nello stigmatizzare il premier Giorgia Meloni, «che non si è mai dichiarata antifascista», e «l’ossessione per il controllo dell’informazione che passa per il controllo della Rai». Insomma, gli imbavagliati imperversavano a reti unificate.
Quella stessa mattina, sotto il titolo d’apertura «Libertà, l’Italia arretra», dalle colonne del quotidiano di proprietà del gruppo Gedi, la medesima Vitale aveva nuovamente rilanciato l’allarme democratico, paventando «l’occupazione militare dell’informazione targata Fratelli d’Italia (…) che risponde a un preciso disegno di potere e di sdoganamento della cultura post-fascista concepito a Palazzo Chigi». Proprio così, il regime è dietro l’angolo. Forse, già davanti. Insieme agli opinionisti dei gruppi editoriali legati all’opposizione lo denunciano il segretario della Fnsi Vittorio Di Trapani, già leader dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico che ieri ha imposto un giorno di sciopero dei tg. Uno dei più politici degli ultimi decenni, le cui motivazioni contro l’accorpamento delle testate e la mancata stabilizzazione dei precari sono il contorno della vera ciccia, ovvero la Rai ridotta a «megafono governativo» e (l’inesistente) caso Scurati.
Sommessamente, a me pare che qualcosa non torni. E che coloro che lamentano la «deriva orbaniana» lo facciano strillando contro TeleMeloni e l’avvento dell’egemonia della destra comodamente seduti negli studi di Lilli Gruber, di Marco Damilano, di Serena Bortone o di Giovanni Floris. Sarebbe interessante quantificare la frequenza con cui i talk show riveriscono direttori, editorialisti e grandi firme, da Maurizio Molinari a Massimo Giannini, da Stefano Cappellini a Michele Serra, da Concita De Gregorio a Corrado Augias, solo per stare al quotidiano che denuncia l’italica riduzione delle libertà.
Per circostanziare un attimo lo stato delle cose può tornare utile un’occhiata a una settimana tipo di programmazione serale. Scorrendola in orizzontale si trovano le varie strisce quotidiane: su La7 c’è il sempre uguale a sé stesso Otto e mezzo, mentre su Rete 4 il nuovo Prima di domani può vantare le new entry di Stefano Cappellini, Concita De Gregorio, Ginevra Bompiani e Gad Lerner. Su Rai 3 l’ex direttore dell’Espresso Marco Damilano conduce Il cavallo e la torre e, dopo il Tg1, Bruno Vespa condensa il suo «approfondimento» in Cinque minuti. Passando al palinsesto verticale, il lunedì sera ci sono Quarta Repubblica di Nicola Porro su Rete 4, le inchieste di cronaca di Far West di Giuseppe Sottile (Rai 3) e i reportage di Cento minuti di Corrado Formigli e Alberto Nerazzini su La7 che, dopo La torre di babele di Corrado Augias, riempiono il vuoto lasciato dallo spostamento di Report alla domenica. Il martedì il salotto di Giovanni Floris è il think tank dei guru d’opposizione (Pier Luigi Bersani, Michele Santoro, Augias e Romano Prodi) e su Rete 4 Bianca Berlinguer cerca una problematica quadratura bipartisan in È sempre cartabianca, mentre su Rai 3, al fallimento di Avanti popolo si è fatta seguire l’irrilevanza di Petrolio di Duilio Gianmaria. Il mercoledì, grazie alle inchieste e agli ascolti, resta Fuori dal coro di nome e di fatto Mario Giordano. Il giovedì su La7 Piazzapulita di Corrado Formigli punta a vincere il concorso di programma più antimeloniano dell’etere, perdendo però regolarmente con Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio (Rete 4). Il venerdì sera si può scegliere tra l’antagonismo di Propaganda live (La7), che insidia le ambizioni di Formigli mixando i «monocordologhi» di Andrea Pennacchi con il retroscenismo left oriented di Filippo Ceccarelli, e la satira d’opposizione di Fratelli di Crozza sul Nove. Il sabato, come detto, ci aspetta la coppia fotocopia Massimo Gramellini e Serena Bortone (rischiando il gulag Vecchioni e Gramellini sono stati i primi a declamare il testo di Scurati sul 25 aprile). La domenica sera, invece, si chiude in bellezza con Zona bianca di Giuseppe Brindisi, che l’altro ieri ha intervistato Giuseppe Conte, Report di Sigfrido Ranucci su Rai 3 e, sul Nove, il velluto blu innervato di vendette anti-Rai di Che tempo che fa.
Questo è il quadro del regime che ci sta avvolgendo e nel quale le poche voci dissidenti rischiano quotidianamente la strozza. In realtà, «non c’è mai stata libertà d’informazione come oggi», ha detto Antonio Padellaro, incenerendo la povera Bortone. Anzi, pur considerando le tre serate di Porta a porta (di certo più bipartisan di Linea notte), l’equilibrio di Quarta Repubblica e il controcanto di Diritto e rovescio e Fuori dal coro, la teleinformazione serale resta orientata dalla solita parte. Per certi versi, con Bianca Berlinguer a Mediaset, la bilancia è più sbilenca di prima. Nelle intenzioni, la chiamata dell’ex direttrice del Tg3 doveva essere la contromisura all’annunciato spostamento a destra dell’informazione Rai. Invece, considerati i flop e il lungo rodaggio che stanno rendendo una chimera il «riequilibrio» della tv pubblica, il risultato finale è che l’asse dell’infosfera rimane, nel suo complesso, tuttora ben spostato a sinistra. Con buona pace dei presunti perseguitati dal regime.

P.s. Come hanno documentato i biglietti ferroviari e la prenotazione dell’hotel per la trasferta romana in occasione della partecipazione al programma Chesarà, Antonio Scurati non ha subito alcuna censura da parte della Rai.

 

La Verità, 7 maggio 2024

Il caso Orsini e il regime soft dei migliori

La censura dei migliori. Operata dai migliori. I buoni, quelli che stanno dalla parte giusta della Storia. La vittima è il professor Alessandro Orsini, docente di Sociologia del terrorismo internazionale presso la Luiss (Libera università internazionale di studi sociali). Colpevole di avere posizioni non allineate al pensiero unico atlantico. E per di più colpevole di percepire 2.000 euro a puntata per sei puntate di #Cartabianca alle quali l’aveva invitato Bianca Berlinguer. È un filputiniano, così è stato marchiato, lo si può colpire. Dopo la prima ospitata e la levata di scudi, preventiva ma unanime, dal Pd a Italia viva, la Rai ha stracciato il suo contratto. Il direttore di Rai 3, Franco Di Mare, «d’intesa con l’amministratore delegato della Rai» ha deciso di non dar seguito all’accordo «originato dal programma #Cartabianca che prevedeva un compenso per la presenza del professor Orsini». È la Rai al tempo di Mario Draghi e di Carlo Fuortes. Eccezioni e dissonanze non sono tollerate. Almeno Silvio Berlusconi aveva il coraggio di diramare un editto. Ora si censura con un comunicato, in sordina. Con i modi del regime soft. «Mamma Dem comanda e la Rai ubbidisce», ha twittato Marcello Veneziani. Corradino Mineo ha parlato di maccartismo.

Lo scandalo è doppio. Innanzitutto che Orsini esponga critiche alla Nato e all’Unione europea a proposito della situazione che ha portato all’invasione di Putin dell’Ucraina. E poi che lo faccia essendo retribuito. Da Paola Picierno a Stefano Bonaccini, da Andrea Romano a Michele Anzaldi il senso del ragionamento è questo: se vuole dire le sue opinioni lo faccia gratis. Domanda: per essere pagati, come lo sono tutti gli opinionisti da Mauro Corona ad Andrea Scanzi, da Giampiero Mughini a Beppe Severgnini per citare i primi nomi che vengono, bisogna dire cose gradite al padrone del vapore? Berlinguer ha replicato che se si vuole approfondire il dibattito (i talk non si chiamavano programmi di approfondimento?) il contraddittorio è necessario. Escludere una voce rappresentativa di un’opinione presente nella società italiana lo mortificherebbe. «Serve la più ampia pluralità di idee. Non è forse questa la missione del servizio pubblico?», ha chiesto Berlinguer. Orsini si è detto pronto a partecipare al programma anche gratuitamente. Vedremo se il problema sono gli euro o i contenuti del professore. O magari la Berlinguer stessa, che la Rai draghiana vuole accantonare.

La gran cassa del monopensiero lavora a tempo pieno fin dalla pandemia. E con l’invasione dell’Ucraina ha serrato ancora di più le file. In pochi giorni abbiamo letto la lista di proscrizione di indegni filoputiniani, sorta di scomunica civile, redatta da Gianni Riotta. Abbiamo visto Beppe Severgnini accaldarsi nel dire «che bisogna leggere solo i giornali giusti e guardare solo i programmi giusti». Abbiamo letto Massimo Gramellini randellare tutti coloro che deviano dal sentiero bellico per dire che con costoro non ci può essere alcun dibattito. Abbiamo letto Antonio Polito scrivere scandalizzato che «in ogni talk show ce n’è uno». Sarebbe questo lo scandalo. Invece, mi verrebbe da dire: grazie a Dio. Anche se non condividessi nulla di ciò che questo «uno» sostiene. È un fatto di pluralismo, bandiera ammainata dalla sinistra. Di salute della democrazia, principio che ormai i dem disconoscono. Tutti allineati e coperti, si diceva da militare. E chi sgarra, in punizione. O censurati. Dai migliori.