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Il reportage di Capuozzo su GPII che cambiò il mondo

Se c’è uno che ha davvero cambiato il mondo è Giovanni Paolo II. Al momento della sua elevazione al soglio pontificio, Karol Wojtyla aveva trovato un pianeta paralizzato dalla Guerra fredda, in cui il comunismo aveva ancora enorme ascendente sulle masse e la Chiesa era ripiegata, intimidita e lontanissima dai giovani. Lo ha lasciato senza il Muro di Berlino, più critico verso le ideologie totalizzanti e con i giovani che gremivano le piazze (5 milioni a Manila nel gennaio 1995) per pregare e seguire il Papa venuto da un Paese lontano. Raccontare in due ore di televisione una figura tanto straordinaria, largen than life dicono gli americani, è impresa ardita perché, oltre alla difficoltà di renderne la poliedricità – i tratti mistici e quelli carismatici, le predilezioni personali e le sensibilità pastorali – implica raccontare l’intero Secolo breve, guerre, genocidi e rivoluzioni mancate. Ci è riuscito Toni Capuozzo, inviato di lungo corso di Mediaset, nel primo dei quattro Giganti (tra i quali non c’è Francesco Guccini, «un gigante» per il cardinal Zuppi) in onda da domenica sera su Rete 4, grazie a una sensibilità giornalistica da artigiano del mestiere che lo fa procedere ponendo e ponendosi domande sull’oggetto-soggetto da illuminare: la personalità potente, il grande comunicatore, il messaggero e testimone di Cristo anche nei giorni della malattia. Ma non assistiamo a un’agiografia né a un santino per un pubblico di devoti, sebbene a volte la musica trionfante rischi di farlo sembrare tale, nensì a un reportage storico. Capuozzo cammina per Wadowice e Cracovia per mostrare la casa natale del futuro Papa e interrogare i testimoni, tra i quali lo storico segretario Stanisław Dziwisz, ora cardinale. Tra gli italiani intervengono il vaticanista Fabio Marchese Ragona, la psicoterapeuta Stefania Andreoli e lo storico Andrea Riccardi che si premura di dire che quello di Giovanni Paolo II non è un papato da interpretare politicamente, in contrasto ai regimi comunisti. Eppure, sottolinea Capuozzo nel capitolo sull’attentato di Ali Agca, Wojtyla «non fu certo amato Oltrecortina», ed è stato il principale ispiratore del crollo del Muro, aiutando Solidarnosc di Lech Walesa, «protagonista della storia» in dialogo con le autorità di tutto il mondo e i capi delle altre religioni a cominciare da quelli delle comunità ebraiche. Fu sia un conservatore che un progressista, «ma non per doppiezza né per compromissioni», osserva ancora il conduttore che ribadisce il suo messaggio, mostrandolo mentre invita: «Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo». Perché San Giovanni Paolo II appartiene alla Chiesa, ma ha scosso il mondo intero.

 

La Verità, 1 settembre 2026

«Quante Verità nascoste in Italia ancora da svelare»

Dopo 22 anni in Rai, Milo Infante è appena atterrato sul pianeta Mediaset dove condurrà due programmi su Rete 4: una striscia quotidiana al mattino e una prima serata al martedì, al posto di È sempre cartabianca di Bianca Berlinguer.
Qual è il suo stato d’animo per il debutto: curiosità, entusiasmo, preoccupazione?
Prevale la preoccupazione per l’impegno in una realtà editoriale diversa e in un orario tutto nuovo. Credo sia giusto essere preoccupato perché Mediaset ha delle aspettative sul mio lavoro. Proverò a farlo al mio meglio. Il sentimento prevalente è la preoccupazione unito alla felicità per la nuova avventura.
Mediaset le chiede uno share minimo?
Non ne abbiamo parlato perché la striscia quotidiana di Ore 11 è una sperimentazione. Ci aspettiamo che cresca gradualmente. In Rai, all’inizio, Ore 14 faceva l’1.9% per poi raggiungere punte del 13. Mi sembra che alla presentazione della stagione il presidente Pier Silvio Berlusconi abbia fissato a Natale una verifica.
La preoccupazione maggiore deriva dalla concorrenza per il programma del martedì sera, Verità nascoste, nella collocazione di È sempre cartabianca?
Il martedì è un giorno difficile, con grande pluralità di offerte. Con sintesi volgare si potrebbe dire: so’ ca…i. Affronterò con umiltà Giovanni Floris da una parte e Le Iene dall’altra, oltre alla controproposta della Rai, prima Mi manda Raitre e poi Filorosso di Antonino Monteleone. Una serata affollata, ma a me piacciono le sfide.
Nel pomeriggio di Canale 5 è iniziato anche Verità nascoste – Il diario.
L’ho trovata un’idea coraggiosa e molto generosa. Per farmi conoscere, Mediaset mette a mia disposizione forse il pubblico più ampio che abbia mai avuto in una rete ammiraglia e in una fascia di grande ascolto.
La
condirezione di Videonews, la testata di informazione Mediaset, è il vero motivo del suo abbandono della Rai per l’impossibilità di far coesistere la conduzione e il ruolo di direttore?
No, alla fine anche in Rai erano possibilisti. Tuttavia, nella tv pubblica non ho trovato condivisione della mia idea di sperimentare nuovi formati e nuovi linguaggi. Disponibilità che ho trovato moltiplicata in Mediaset. Quando li ho incontrati la prima volta, Mauro Crippa e Andrea Delogu (direttore generale e vicedirettore dell’Informazione e comunicazione Mediaset ndr) mi hanno raccontato il percorso che avevano in mente per me all’interno dell’azienda, prima ancora di parlare della conduzione dei programmi. Questo mi ha molto gratificato.
Quali sono Le verità nascoste? È un titolo un po’ complottista?
Sono quelle che non abbiamo ancora scoperto. Non sempre la verità processuale coincide con la verità vera o la verità intera di un avvenimento.
Un esempio?
Su Garlasco, considerati i tanti errori commessi, le verità nascoste sono talmente tante che non si sa da dove cominciare.
Prima puntata dell’uno settembre
su Garlasco o sul caso Ranucci?
Dipende da ciò che succede. È la cronaca a comandare, vedremo cosa si scoprirà su Ranucci-Lavitola.
Al posto di Ranucci avrebbe fatto un passo indietro?
Non è facile mettersi nei panni degli altri. La vera domanda è: mi sarei mai seduto a tavola con Lavitola?
L’hanno fatto
fior di editorialisti e direttori di giornali.
Evidentemente Lavitola ha grande capacità attrattiva se persino Paolo Mieli mangiava felice il suo piatto di vongole sgusciate, ma non lo ascoltava nei momenti clou… Per me, in questa fase, Ranucci è una vittima, una vera responsabilità dev’essere provata diversamente. Dobbiamo fare attenzione a non trasformarci noi nei Pm.
Certo, ma sul piano della credibilità di un conduttore del servizio pubblico una riflessione è opportuna.

È una valutazione che fortunatamente deve fare la Rai. Oggi ci chiediamo se il lavoro di Report è stato trasparente, ma la Rai ha tutti i giorni la possibilità di verificare la correttezza dei suoi programmi. Se si considera Report un mondo a parte forse si è vissuto nel far west per anni, ma non credo sia così.
In queste prime settimane a Mediaset quali differenze ha riscontrato rispetto alla Rai nel metodo di lavoro e nel rapporto con i colleghi?
Il rapporto con i colleghi della Rai è sempre stato straordinario, ma a Mediaset ho trovato un affetto che non mi sono ancora meritato. Un’accoglienza che ti avvolge e, dal centralinista al dirigente dell’ottavo piano, ti fa sentire parte di una famiglia.
E sul
metodo di lavoro?
Sto applicando il mio, ma dall’altra parte trovo un’azienda dinamica nella quale il prodotto è al centro di tutto e dove, a fronte di una richiesta, c’è una risposta.
Che cosa pensa guardando alle esperienze di altri colleghi come Gerardo Greco e Bianca Berlinguer arrivati a Mediaset dalla Rai oltre a Myrta Merlino che proveniva da La7?
Sono esperienze molto diverse. Bianca ha portato un format che si sta consolidando e che quest’anno al mercoledì regalerà grandi soddisfazioni. Myrta Merlino è arrivata per condurre un programma ed era legata alle sorti di quel programma.
Vivere a Milano aiuta a star lontani dal «mondo di mezzo», quello dei ristoranti romani dove giornalisti, politici, lobbisti e manager pubblici si danno del tu e dove nascono situazioni complicate?
Assolutamente. È il mondo della Roma che si attovaglia e che Dagospia ha raccontato in maniera eccelsa in tutte le sue declinazioni. Milano è lontana dal sistema di «A Fra’, che te serve?» di evangelistiana memoria.
La Madonnina preserva?
Sì, senza pensare che qui siano tutti stinchi di santi. Anche a Milano si fa politica e si può inciampare. Serve prudenza, devi sapere con chi ti attovagli e cosa vuole la persona che hai davanti.
Com’è riuscito finora a non essere paparazzato dalle testate di gossip?
Non vado nei locali, non vivo il jet set. Ho la mia famiglia, mia moglie e mio figlio. Pensa che certi ambienti non m’invitino a cena? Preferisco declinare perché magari non so bene chi paga il conto e c’è il rischio che devi pagarlo tu, non in contanti ma in favori.
Come valuta il fatto che dopo Garlasco il nuovo cold case sia l’uccisione di Simonetta Cesaroni di 35 anni fa?
Ai tempi di Simonetta Cesaroni non si potevano fare indagini sofisticate come oggi. Per di più, che anche quelle possibili sono state fatte male.
Come per Chiara Poggi?
Basta dire che dal 13 agosto 2007 per tutto questo tempo l’unico sospettato è stato Alberto Stasi. Ad Andrea Sempio, portato in caserma il 14 agosto, non fu chiesto che cosa aveva fatto il giorno prima.
Sono irrisolti anche i casi di
Unabomber, del Mostro di Firenze e di Emanuela Orlandi: i nostri corpi investigativi sono inefficienti?
La piccola Kata scomparsa nel nulla da un hotel di Firenze nel giugno 2023 e non è mai più stata trovata. Le indagini o partono bene subito oppure non si riesce più a recuperarle.
Chi sono i suoi amici nel mondo della televisione?
Non sono tantissimi, una è Monica Leoffredi con cui ho lavorato tanti anni e che mmi ha seguito a Mediaset. Ho buoni rapporti con Fiorello, Antonella Clerici, Amadeus e Carlo Conti, anche se non ci frequentiamo quotidianamente. Molti amici li ho fuori dalla televisione.

 

La Verità, 28 agosto 2026

Sarà pure Realpolitik, ma sembra un talk di La7

Dopo 2 ore e 14 minuti di servizi e interventi la costruzione di Realpolitik è crollata come un castello di carte scosso da un urto al tavolo su cui era allestito. Il copione seguito fino a quel momento era tutta la Flotilla minuto per minuto, con l’abbordaggio della Marina militare israeliana e i collegamenti dalle piazze d’Italia, Roma, Milano e tutte le altre date per scontate, per dire che dietro la «missione umanitaria» c’è un’adesione diffusa e unanime. Questo schema si era protratto con pochi dissensi degli ospiti non allineati, quando Tommaso Labate ha dato la parola a Federico Rampini, collegato da casa sua negli States. L’abbordaggio alla Flotilla e l’adesione delle piazze alla missione era quello che si aspettava? «Devo dire che qui negli Stati Uniti se ne parla abbastanza poco», ha esordito lo scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, «se guardate il sito del New York Times, che pure è un giornale molto attento alle questioni internazionali e al Medio Oriente e con una linea editoriale pro palestinese, la Flotilla non è fra i dieci titoli principali. Qui si parla piuttosto del Piano per Gaza e della possibilità che Hamas lo accetti. Io seguo anche molti giornali internazionali e tutti, come anche qui in America, ritengono che il futuro del popolo palestinese dipenda più dal Piano Gaza che non dalle sorti della Flotilla». Castello crollato e gioco finito.
Fino a quel momento, il Pååiano per Gaza come pure l’intervento di Sergio Mattarella e la disponibilità del Patriarcato latino di Gerusalemme a distribuire il cibo ai palestinesi, non erano quasi stati citati. È bastato allargare lo sguardo per accorgersi che la narrazione dominante in Italia è frutto del provincialismo ideologizzato dei nostri media. Stupisce che, da qualche tempo, vi si stia accodando anche Rete 4, in particolare con il nuovo programma di Labate (mercoledì, ore 21,30, share del 5% e 650.000 spettatori). Walter Veltroni, Vincenzo De Luca, Virginia Raggi, Giuseppe Conte, Elly Schlein in collegamento e Maurizio Landini sono stati protagonisti dei faccia a faccia delle prime due puntate (3,7 e 3,6% di share). La terza, mentre scorrevano le immagini dalle barche degli attivisti e dalle piazze pro Pal e dopo un collegamento con Francesca Albanese, ha visto fronteggiarsi prima Debora Serracchiani e Galeazzo Bignami ai quali si è aggiunto Nicola Fratoianni, e poi due giornalisti di Libero e della Stampa, tra i quali è spuntato Stefano Bonaccini da Bruxelles. Il parterre di Realpolitik è un piano inclinato sempre da una parte. Anche per questo, oltre che per l’insistenza degli applausi in uno studio che ricorda quello di DiMartedì, vien da chiedersi se si è sintonizzati su Rete 4 o su La7.

 

La Verità, 3 ottobre 2025

«Vorrei parlare di politica senza risse e tifoserie»

Tommaso Labate è il giornalista che rivelò il piano per la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Quella volta il Quirinale smentì con una nota ufficiale, ma poi si sa come andarono le cose. Eppure Labate, cronista politico del Corriere della Sera, conduttore televisivo e radiofonico, si considera ancora un ragazzo di Calabria, precisamente di Marina di Gioiosa ionica, il paese dove, quando può, ritorna. Pier Silvio Berlusconi lo considera «un bravo giornalista e una faccia televisiva». «Sono contento di questa stima, spero di meritarla», abbozza lui.
Come nasce Realpolitik, in onda dal 17 settembre su Rete 4?
Nasce dalla voglia di raccontare la politica oltre la contrapposizione tra le tifoserie, per mostrarne i meccanismi dietro la scena. E per far capire l’attinenza che ha con la vita di tutti i giorni.
Spesso ospite di talk show, già co-conduttore con David Parenzo di In onda e poi al timone di Non è un paese per giovani su Radio 2: come si accinge a questa nuova avventura?
Con lo spirito che mi ha sempre guidato, occupandomi di politica. Cioè con l’assillo di farmi comprendere dal numero più alto possibile di persone. Quando scrivo o lavoro a un programma tv la mia testa è sempre rivolta a chi c’è dall’altra parte. Ora questa urgenza l’avverto ancora di più.
Che eredità raccoglie nella serata di Fuori dal coro di Mario Giordano?
Fuori dal coro non lascia eredità perché si sposta alla domenica. Quanto a Mario Giordano, che avevo intervistato per il Corriere, è stato il primo a scrivermi appena uscita la notizia. Un messaggio bellissimo.
Come farà quando l’Inter giocherà in Champions di mercoledì?
Bella domanda. Spesso, per motivi di lavoro o di famiglia, vedo le partite in differita. Mi sono abituato a sconnettere i dati del cellulare o a viaggiare in treno avvolto in una sciarpa per estraniarmi. Una sera ho viaggiato imbacuccato per preservare la visione notturna di un Inter Spal.
In uno studio televisivo sarà difficile isolarsi.
Infatti, spero che l’Inter giochi sempre di martedì (ride).
Quale sarà la specificità di Realpolitik?
Ci saranno retroscena, analisi, approfondimenti, sondaggi. I programmi che si occupano di politica sono tutti bellissimi.
Questa è una democristianata.
Realpolitik sarà bellissimo in un modo diverso.
Metterà a confronto posizioni opposte?
Preferiamo la contrapposizione sui perché a quella sulle persone. Mi spiego: non mostreremo il servizio su Donald Trump per farlo commentare in studio da chi lo ritiene un genio e da chi lo considera un pericolo per la democrazia mondiale. Diversamente, ci interessa capire perché Trump ha fatto o detto certe cose. Vogliamo capire i meccanismi della politica.
Contenuti sì, tifoserie no?
Esatto. Ci saranno confronti anche accesi, ma sui perché degli argomenti. Avremo ospiti che non si vedono altrove e con un elevato grado di autorevolezza.
Qualche nome?
Se anticipassi gli ospiti, Realpolitik dovrebbe cambiare nome.
Come le sarà d’aiuto l’esperienza di ospite degli ultimi anni?
In questo lavoro tutto è utile. Joseph Conrad si chiedeva come spiegare alla propria moglie che quando guardava fuori dalla finestra stava lavorando. Usare un mezzo pubblico, fare colazione al bar, fare la fila alla cassa non automatica del supermercato, guardare in faccia le persone può essere più utile che andare in tv.
Senza porsi limiti, chi è l’ospite che vorrebbe avere a tutti i costi?
Potrei dire il Papa, ma non lo dico. Mi guida uno scaramantico attaccamento alla realtà. L’intervista agognata è quella che realizzi davvero non quella che sogni.
Il suo debutto prosegue il tentativo di allargare l’offerta giornalistica di Rete 4 iniziato con Bianca Berlinguer?
Quando chiami una persona nuova in un palinsesto di successo allarghi. Se aggiungi un posto a tavola per un amico in più, la tavolata si allarga per forza.
Si presenti con un mini identikit.
Mi chiamo Tommaso Labate, vengo da Marina di Gioiosa ionica, un paesino di 6000 anime, vivo a Roma, sono solidamente attaccato alle mie radici, alla mia identità e alla credibilità che spero di essermi costruito. Tengo molto a tutte e tre queste caratteristiche perché so che se ne perdi solo una poi non la ritrovi più.
È un giornalista progressista, conservatore, di centro?
Un giornalista che si ritiene onesto e che non fa sconti. Nessuno mi ha mai accusato di essere stato sleale o di essermi fatto condizionare da convinzioni personali. Se qualcuno sostiene il contrario sono pronto a difendermi anche davanti a un Gran giurì.
Che cosa guarda in tv?
Tanto calcio e tanto tennis.
E che cosa evita?
Le serie tv. Le trovo complicate da seguire in coppia; uno si addormenta, l’altro no… Preferisco un buon film. Sono un telespettatore più moderno che contemporaneo.
Un bel libro letto quest’estate?
Rimini di Pier Vittorio Tondelli. È la storia di un giornalista che viene mandato a dirigere il dorso adriatico di un quotidiano nazionale. Rileggerlo mi ha dato il senso dell’inizio di una nuova avventura.
Cosa pensa del fatto che Giorgia Meloni non parla volentieri con la stampa italiana?
Penso che con la stampa del proprio Paese si dovrebbe parlare sempre. Non credo nella disintermediazione, che si possa comunicare solo attraverso i propri canali. I giornalisti non sono l’arbre magique della macchina, ma lo sterzo o il cambio, senza i quali la macchina no va o non va bene.
E cosa pensa dell’atteggiamento dei giornalisti alle conferenze stampa di Mario Draghi?
Draghi ha parlato con i giornalisti italiani molto più di quanto ci si aspettasse. Personalmente, non applaudirei nemmeno se la conferenza stampa la tenesse mia madre. Al contrario di molti colleghi, non ho mai pensato che avesse chance di diventare presidente della Repubblica.
Mentre Draghi era di default SuperMario, Meloni dovrebbe essere Mary Poppins ma non lo è?
Su questo mi accodo al carrozzone. Draghi era SuperMario non per il lavoro da premier, ma per il famoso «wathever it takes» pronunciato da capo della Bce. La prova è che Monti, suo omonimo e anche lui presidente di un governo di larghe intese, nessuno l’ha mai chiamato SuperMario.
E la Meloni obbligata a essere Mary Poppins?
Quando sei premier nessuno ti fa i complimenti. Il rispetto delle promesse elettorali è un criterio sopravvalutato oltre che erroneo. Il governo gialloverde si è distinto per aver assolto alle promesse elettorali dei suoi soci: il reddito di cittadinanza da una parte e quota 100 dall’altra. Eppure, oggi chi vorrebbe di nuovo il governo gialloverde? Spesso ci concentriamo sul mantenimento delle promesse e poco sulla loro qualità e i loro effetti sul Paese.

 

Panorama, 17 settembre 2025

Berlinguer nel mirino? Sì, rompe il solito schema

Ma guarda. Sul marciapiede di fronte alza la saracinesca il fruttivendolo che era ancora in ferie e qualcuno dei clienti che andavano dall’unico verduraio aperto adesso va a comprare da lui. Sembrerebbe un’elementare legge della concorrenza: raddoppia l’offerta, la domanda si divide. In sintesi, è quello che è accaduto martedì scorso con l’esordio stagionale di DiMartedì, il talk show condotto da Giovanni Floris (1,1 milioni di telespettatori, 7,2% di share il primo, contro 0,84 milioni di persone e il 6,5%, il secondo) vincente di poco su È sempre Cartabianca in onda su Rete 4. Niente di più abituale. Anche l’anno scorso e in quelli precedenti il programma di La7 superava quello di Bianca Berlinguer, allora affacciata su Rai 3. Solo all’esordio, nel lontano settembre 2017, era accaduto il contrario per una manciata di telespettatori e pochi decimali di punto. Dunque, quale dovrebbe essere la meraviglia?

Nelle prime tre puntate di quest’anno su Rete 4 È sempre Cartabianca ha totalizzato il 9,6 poi il 7 e, con il ritorno del competitor, il 6,5% di share (rispettivamente 1,2, 0,93 e 0,84 milioni di teste). Quella della concorrenza è una regola semplice, che si impara in tutte le scuole ben prima dell’università. Invece no, c’è chi si porta la mano sulla bocca aperta per fingere stupore, sorpresa, trasalimento. Avete visto cos’è successo? Le massaie adesso hanno un’alternativa e si dividono tra due erbivendoli. Nessuno tra gli analisti più competenti aveva enfatizzato i buoni ascolti di Berlinguer al debutto sulla rete Mediaset. C’era il deserto sugli altri canali. E si parlava pur sempre della scommessa di un talk virato a sinistra in una rete di destra, per usare uno schema interpretativo un tantino superato. Assestamenti e contraccolpi erano prevedibili. Chi ha enfatizzato l’audience della prima puntata lo ha fatto per eccesso di ingenuità, dimenticando la famosa legge della fetta di mercato divisa per due. O, più verosimilmente, per eccesso di malizia: sottolineare il primo risultato positivo per poter usare la mano pesante al primo, inevitabile, arretramento. Poi ci sono le posizioni aprioristiche di chi scrive le recensioni al buio, prima ancora che il programma vada in onda. Ma questa è un’altra storia ancora. O forse non tanto. Berlinguer è un bersaglio perfetto e va attaccata a prescindere, magari paragonandola, lei e non Fabio Fazio, all’ex Ct Roberto Mancini, assurto a emblema del tradimento. La sua colpa? Forse proprio mettere in discussione lo schema manicheo dei migliori seduti sempre dalla solita parte.

 

La Verità, 22 settembre 2023

Il talk di Bianca si porta bene anche su Mediaset

In un mondo in cui tutto cambia qualcosa resta immutato. È Bianca Berlinguer in onda con il suo programma di approfondimento giornalistico al martedì sera. Uguali a loro stessi, lei e il talk show. Cambia il media che lo diffonde, Rete 4 della tv commerciale al posto di Rai 3 del servizio pubblico. Insomma, secondo il vecchio schema la scommessa è un talk di sinistra in una rete di destra. Evidentemente, BB ha pensato che per il suo pubblico si tratta solo di cliccare un altro tasto del telecomando e quindi struttura, ospiti e contenuti potevano restare invariati. Non a caso è traslocata anche l’intera squadra, a cominciare da Sancho Panza Mauro Corona. Anche lo studio è identico…

In realtà, qualche novità c’è. Il programma ora s’intitola È sempre Cartabianca, ma in quella sottolineatura temporale si coglie la volontà di mantenimento del format. Il secondo cambiamento è nella durata che si allunga di tre quarti d’ora, il che permette di affrontare gli argomenti con meno frenesia. Una parte di questo tempo supplementare va appannaggio del lungo duetto con l’uomo del monte. Il quale si toglie i macigni dalle pedule per replicare al «ragionier» Vincenzo De Luca e ad «Alessandro Cecchi Pa(v)one» prima di opinare sulla qualunque. Dopo l’intervista a Giuseppe Conte, la parte migliore della serata si è concentrata nei talk veri e propri. Azzeccata l’idea di mettere a confronto Flavio Briatore con Debora Serracchiani e Stefano Cappellini sulla forbice sociale sempre più divaricata tra super ricchi e super poveri e documentata in un paio di servizi sulle vacanze extra-lusso o extra-povere e sulla necessità del salario minimo. Alla fine, il più assennato e competente è risultato Mario Giordano, presente anche in veste di ambasciatore aziendale: schierarsi con i lavoratori o gli imprenditori è uno schema vecchio, ci sono piccoli imprenditori e artigiani che patiscono tanto quanto i lavoratori dipendenti… Altrettanto ricco il dibattito sugli stupri del branco, innescato da un focus sulla movida palermitana. Il parterre di ospiti era molto composito, ma proprio la gestione della complessità è il banco di prova dei conduttori dei talk. A dimostrarlo c’è l’accentuato interventismo di Berlinguer, portata a indirizzare il confronto in una direzione precisa.

I riscontri di audience della puntata d’esordio (1,2 milioni di telespettatori e il 9,6% di share) sembrano dar ragione al trasloco del format su Rete 4, ma per parlare di scommessa vinta bisogna attendere quando sulle reti concorrenti saranno in onda Giovanni Floris e Nunzia De Girolamo.

 

La Verità, 7 settembre 2023

Trombato, il pd Romano trova un seggio a Mediaset

Qualche sera fa, a sorpresa, nello studio di Diritto e rovescio di Paolo Del Debbio, tra i vari ospiti invitati a parlare di caro bollette e crisi energetica, è comparso anche Andrea Romano, ex deputato Pd. Il talk show di Rete 4 ha da sempre una linea editoriale sbarazzina, come dimostra il fatto che tutte le puntate si aprono con brevi incursioni del conduttore in qualche mercato di provincia. Del Debbio intervista venditori ambulanti, titolari di bancarelle, anche semplici clienti, magari mostrando come l’altra sera, alcuni cartoncini con su scritto «bollette», «tasse», «pensioni», «reddito di cittadinanza». È il cosiddetto bagno di realtà, quello che farebbe bene a tanti politici e opinionisti che affollano i cosiddetti programmi di approfondimento. Un’operazione fallita alle elezioni anche dal Pd che, come ammesso dallo stesso Enrico Letta, «non è riuscito a connettersi con chi non ce la fa». E nemmeno il buon Andrea Romano ci è riuscito, non rieletto alla Camera nel collegio di Livorno, superato da Chiara Tenerini di Forza Italia. È la seconda sorpresa che riguarda l’ex deputato dem, già presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Moby Prince (che a Livorno qualcosa vuol dire) e membro di quella di Vigilanza sulla Rai, all’interno della quale si era distinto per l’ostilità alle partecipazioni del professor Alessandro Orsini a Cartabianca. Bisogna sapere che Romano è anche professore di Storia contemporanea a Tor Vergata e conosce bene il russo avendo vissuto a Mosca per motivi di studio: tutte competenze che lo rendono fortemente contrario al regime putiniano. Al punto che, dopo la polemica sulle liste di proscrizione pubblicata dal Corriere della Sera, il 30 giugno scorso ne ha presentata una tutta sua che mescolava nello stesso calderone di presunti filorussi Corrado Augias e Oliver Stone, Franco Cardini e Toni Capuozzo e che ha messo in imbarazzo persino il partito di appartenenza. L’ultimo dettaglio biografico dell’ex parlamentare è che nel dicembre 2020 ha sposato Sara Manfuso, influencer e presidente dell’associazione «Io così» contro la violenza alle donne. Qualche giorno fa Manfuso è uscita dal Grande Fratello Vip dove aveva sostenuto di aver subito una molestia da Giovanni Ciacci, notoriamente omosessuale. L’esclusione ha fatto purtroppo decadere la possibilità di una visita a Cinecittà, ipotizzata dall’affettuoso marito. Niente comparsata al Gieffe, dunque, per Romano. Ma c’è da giurare che su Rete 4 lo vedremo spesso perché, con tutti questi titoli, è riuscito a strappare un buon contratto come ospite-opinionista.

 

La Verità, 23 ottobre 2022

Bocci si tuffa a capofitto nella grande bellezza

Più che un Viaggio nella grande bellezza è stata una corsa a perdifiato, un tuffo a capofitto, una fuga a precipizio quella nella quale ci ha accompagnato Cesare Bocci nel primo di sei episodi di questo itinerario nello splendore dell’arte italiana (Canale 5, martedì, ore 21,40, share del 7,9%, 1,7 milioni di telespettatori). Comunque, una gran lezione di storia dell’arte della quale, insieme all’intero catalogo divulgativo di Piero e Alberto Angela, potrebbero han fatto poco tesoro, nel senso stretto del termine, i vari ministri dei Beni e delle attività culturali che si sono succeduti negli anni. Quando si gustano le tante meraviglie di cui il nostro Paese è ricco, viene immediato chiedersi, appunto, come tale patrimonio stenti a tramutarsi in ricchezza reale tout court.

Dopo il prologo sul Vaticano, trasmesso nel 2019 sempre con Bocci in veste di divulgatore o di «turista di lusso» come lui stesso di definisce, il primo episodio riguardava la Nativity – l’inglese si deve forse alle ambizioni verso mercati stranieri – di Nostro Signore (i successivi riguarderanno Venezia, Leonardo Da Vinci, Roma, Torino e Assisi-Orvieto). Abbiamo vissuto «un Natale diverso ma il senso del Natale è sempre lo stesso», ha messo in chiaro il conduttore Cicerone nell’incipit che ha dato la misura delle cose prima di iniziare il Viaggio su e giù per le meraviglie italiane con i testi di Anna Pagliano e Umberto Broccoli e la cura del capo progetto Giuseppe Feyles, già direttore di Rete 4. Al centro della narrazione c’è ovviamente Maria, protagonista assoluta nel Duomo di Siena e della Maestà di Duccio da Boninsegna. Con ritmo molto incalzante – certamente nell’intento di contagiare di tanta bellezza lo spettatore – il racconto procede accompagnato da musiche e cori non sempre in sottofondo. Le citazioni di brani dai vangeli apocrifi, gli intermezzi cinematografici e le preziose consulenze artistiche arricchiscono un percorso che tocca Santa Maria in Trastevere e i mosaici di Pietro Cavallini, la sontuosa basilica di Santa Maria Maggiore in Roma, la Catacomba di Priscilla e un’infinità di altri siti della cristianità. Una menzione speciale trova l’arte popolare, «parole che andrebbero scritte con due maiuscole», sottolinea Broccoli, dal Sacro Monte di Varallo alle edicole votive in Roma. Si chiude con la Cappella di Sansevero a Napoli dove si trova la magnifica scultura del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino e ci si sofferma anche sui simboli massonici presenti nella chiesa. Un’aggiunta piuttosto pleonastica, considerato il tema della puntata.

 

La Verità, 31 dicembre 2020

Chiambretti, le sinergie e la necessità che si fa virtù

Forse non è vero, come dice, che dopo i sessant’anni si diventa più severi. Almeno, non lo è per lui quando è in diretta tv. Non si spiegherebbe altrimenti come Piero Chiambretti faccia buon viso ai ripetuti scippi aziendali cui Mediaset lo sottopone dirottando i protagonisti del suo Cr4 – La Repubblica delle donne su altri programmi (Rete 4, mercoledì, ore 21,30, share del 4.5%, 800.000 telespettatori). Era accaduto già alla seconda puntata di questa stagione con Iva Zanicchi e Cristiano Malgioglio, prelevati dal circo chiambrettiano per innestarli a All together now di Michelle Hunziker e J-Ax, per altro in onda in un giorno diverso, ma sull’ammiraglia Canale 5. Alla ripresa dopo la pausa natalizia, il buon Piero si è trovato orfano di Alfonso Signorini e Antonella Elia, due spalle tutt’altro che secondarie, rispettivamente conduttore e concorrente strategico del Grande Fratello vip.

Furti, prestiti, sinergie aziendali, chiamatele come volete. Consumato professionista del varietà e delle porte girevoli dei grand hotel, Chiambretti non se l’è presa più di tanto, facendo di necessità virtù e inventandosi altre brillanti idee. Come quella di una rubrica copernicana: nel format tutto trasgressione e zig zag su gender e dintorni, ha sparato in apertura di serata una situazione, intitolata «La Repubblica delle bambine», con una manciata di under 10 appollaiate su sgabelli rosa e sollecitate a commentare i fatti del giorno. E raggiungendo, proprio con questa trovata, l’apice della trasgressione. Qualcuna delle bimbe distillava innocenza, qualcun’altra s’imbambolava suscitando comicità e tenerezza insieme. Sembrava di essere tornati a DiMartedì della sera prima dove, sulle sardine schierate e vezzeggiate da Giovanni Floris, maramaldeggiava, sornione, Alessandro Sallusti. Chiambretti, invece, è stato dolce e comprensivo. Del resto, la verve abrasiva del conduttore è il lievito del format e si adatta ai diversi interlocutori, come dimostra anche il lungo duetto con Zanicchi, efficace sparring partner in quanto detentrice di una verve altrettanto ironica, ma più terragna, che dà il meglio di sé al momento delle fatidiche pagelle (memorabile il 4 a Lilli Gruber di qualche puntata fa). Con «l’Aquila di Ligonchio», però, protagonista di parecchie interviste e ospitate in occasione del recente e festeggiatissimo compleanno, un filo di stizza è trapelata dai toni del conduttore. Incerto se essere buono o severo, sarà mica diventato geloso?

 

La Verità, 25 gennaio 2020

Mughini: «Che noia tutti questi sacerdoti del Bene»

Uffa, e basta la parola. Basta quell’esclamazione o quell’intercalare per figurarcelo subito, Giampiero Mughini: la postura, la chioma, l’occhio irrequieto, le giacche pittate e la parlata pittorica, la tonalità in levare, le mani roteanti per sostenere il ramificato argomentare. Presto Uffa campeggerà sulla copertina del libro in uscita da Marsilio (sottotitolo «Cartoline amare da un Paese in cui accadde di tutto»). Sarà un’antologia di corsivi pubblicati dal Foglio tra il 2005 e il 2006 – «anno fatale» – incorniciati da riflessioni sul presente per attualizzare polemiche mai sopite, anzi, ciclicamente risorgenti. La magistratura, Calciopoli, il terrorismo, l’Italia guelfa e ghibellina, divisa in fazioni pro e contro un leader più o meno divisivo, Silvio Berlusconi allora, Matteo Salvini oggi.

Mughini risponde tra un’ospitata televisiva, la parte minore e più redditizia del suo lavoro, e l’immersione nella poliedrica biblioteca, luogo dell’anima.

Perché nel libro Uffa è senza punto esclamativo a differenza del titolo della rubrica sul Foglio?

«Perché l’Uffa! originale era uno scatto nervoso, breve e tagliente nelle intenzioni, mentre chi leggerà adesso vi coglierà un ragionamento o lo spicchio narrativo di un pezzetto d’Italia. Sul giornale quei testi vivevano lo spazio di un mattino, in un libro hanno una responsabilità diversa alla quale il punto esclamativo non si confà».

È un’espressione che indica un certo snobismo o un moto di sufficienza. Oppure il retropensiero è che basterebbe un po’ di buon senso per smontare tante polemiche?

«La seconda che ha detto».

Retropensiero del retropensiero: viviamo in un’epoca autistica in cui ognuno segue i propri ragionamenti, incapace di ascoltare, dialogare, relazionarsi?

«È assolutamente così. Ognuno di noi insegue le proprie ossessioni, asserragliato in topografie dove dirimpetto c’è un nemico, sempre quello. Personalmente, quando inizio un ragionamento talvolta non so come lo finirò».

Perché non possiede certezze?

«Non possiedo verità ultimative. Più gli anni passano e meno ne so. Dare addosso a Salvini o esaltare le sardine 24 ore al dì è un pensiero che non si avvicina nemmeno all’anticamera del mio cervello».

Restando sull’incomunicabilità, quanto è lontana una pacificazione sugli anni del terrorismo?

«Non è lontanissima perché oggi non c’è un terrorista che si alzi a sostenere di aver avuto ragione. Erano delinquenti di strada e onestamente la più parte di loro lo ammette sia a sinistra che a destra, come mi testimoniano gli amici Valerio Morucci e Giusva Fioravanti».

Persiste qualche clamorosa eccezione, tipo Barbara Balzerani.

«Vero, Balzerani fu assai sgradevole quando parlò del mestiere della vittima. Detto questo, non sono sicuro che l’Italia abbia digerito bene quella stagione. Oggi nessuno estrae più una pistola, però tantissimi spasimano per fare a botte verbali. In tv, per esempio, se mi succede di essere coinvolto in un cosiddetto telescazzo me ne avvilisco».

Quelli che sono andati più vicini a una pacificazione sono la famiglia Calabresi e gli assassini del commissario Luigi, anche se di recente la vedova Pinelli ha ribadito le sue insinuazioni sulle circostanze della morte del marito?

«Penso che, se dopo aver abbracciato la vedova Gemma Calabresi, qualcuno ricomincia a dire di sapere come in realtà è andata o, più precisamente, pensa che nella stanzuccia della Questura di Milano qualche funzionario si sia avventato su Giuseppe Pinelli, la pacificazione non è possibile. Purtroppo, benché privi della pur minima prova, anche scritti recenti di autori di quella parte insistono sull’ipotesi del massacro».

Perché questa antologia di scritti riguarda l’annata 2005-2006?

«Perché il caso è divino. Nel luglio del 2005 mi chiamò il mio amico Giuliano Ferrara chiedendomi di iniziare quella rubrica due giorni dopo. Poi in quell’anno successe di tutto di più. Sia nella vita civile, per esempio con Calciopoli che, per milioni di italiani tifosi fu più importante di Tangentopoli, sia nella vita privata, perché i medici guardarono dentro e videro un tumore. Motivo per cui fu un anno molto particolare, al termine del quale capii che <prevenzione> è più importante di< rivoluzione>».

Woody Allen dice che l’espressione più desiderata al mondo non è sentirsi dire «ti amo», ma «è benigno».

(Risata). «Non sono Woody Allen e gli aforismi non mi vengono altrettanto bene».

Il suo aforisma ha risvolti culturali più significativi. L’amarezza citata nel sottotitolo del libro è aumentata o diminuita dal 2005?

«È aumentata esponenzialmente, innanzitutto per il fatto che data la mia età il compimento del mio destino personale si avvicina irreparabilmente. E poi a causa dello scombussolio e della degradazione della vita pubblica. Cito un fatto quasi banale. Ogni settimana vado per lavoro un paio di giorni a Milano, risiedo nel quartiere Isola dove la mia compagna possiede un piccolo appartamento. E ogni settimana ci trovo una novità, un’invenzione utile per la vita quotidiana. Quando ci si arriva provenendo da Roma, sembra di entrare in uno Stato progredito del Nord Europa. Pensare che Milano appartenga allo stesso Paese della Calabria, della Campania o della Sicilia è una balla che ci raccontiamo. Quand’ero ragazzo i giornalisti che venivano a Catania ne parlavano come della <Milano del sud>. Oggi a nessun emulo di Indro Montanelli o Luigi Barzini verrebbe in mente di usare un’espressione del genere per qualsiasi città meridionale».

Il lavoro cui fa riferimento è quello di opinionista televisivo che, da quanto si legge, sembra vivere con un certo disagio.

«Quello televisivo è solo una parte infinitesimale del mio lavoro, ma è la parte che vivo con maggior disagio nel timore che qualcuno mi fermi e mi dica che mi riconosce per gli occhiali che porto. Ringrazio la tv perché senza, con la crisi dei giornali cartacei, sarei in un ospizio. Assisto alla lenta scomparsa del mio mondo naturale e ho spesso la percezione che scrivere un libro significhi rivolgersi alla nicchia di una nicchia. A meno che non si scrivano libri contro Berlusconi o contro la camorra. Ma neppure se mi offrissero un milione mi conformerei a una tale banalità. Chi li scrive ha tutto il diritto di farlo, ma in genere i sacerdoti del bene mi annoiano».

Sono la categoria più popolare del momento.

«Con qualche risvolto grottesco, come quello che riguarda una simpatica ragazza sedicenne trasformata in una diva planetaria. Non c’è nulla di più lontano dalla mia idea di vita intellettuale: una terra nella quale il mondo diviso in bianco e nero non è previsto. Gli articoli dei sacerdoti e sacerdotesse del bene non li leggo, né seguo le loro prediche in tv».

La televisione non è adatta agli spiriti problematici e all’esercizio dei distinguo?

«Dipende da come la si usa. Ci sono anche cose buone… Una domenica sono stato ospite di Fabio Fazio per raccontare il primo romanzo di Italo Svevo e ho avuto la percezione della potenza della televisione, imparagonabile alla forza d’urto di un pur lucido e penetrante articolo di carta stampata. Milena Gabanelli, la miglior giornalista italiana, sintetizza in cinque minuti argomenti complessissimi rendendoli accessibili al grande pubblico».

Che cosa pensa del fatto che, secondo Worlds of journalism study i giornalisti italiani sono quelli più a sinistra d’Europa a fronte di una cittadinanza più moderata? Dipenderà anche da questo il calo delle vendite dei nostri giornali?

«Che i giornalisti volgano più spesso a sinistra è un fatto. Ma non dipende certo da quello che i ventenni e magari i trentenni non sappiano più che cos’è un giornale di carta».

In senso più lato, esiste una superficialità dei media e ancor più dei social media per cui i sentimenti più preziosi ne risultano distorti?

«Come si fa a frenare l’eruzione di esibizionismo e vacuità di quelle che chiamano influencer perché indirizzerebbero scelte e comportamenti dei seguaci in molti casi facendo sfoggio di culi e cosce?».

Secondo gli analisti gli influencer stanno rivoluzionando il concetto di lavoro e il rapporto tra tempo libero e occupato.

«Non sono iscritto a nessun social media, ma su whatsapp mi arrivano post di ragazzi che ridono, discettano e subissano i follower con messaggi autopromozionali. Sono nato in un’epoca nella quale ci avevano insegnato a dire sempre una cosa in meno piuttosto che una in più. Nei suoi ultimi venti o trent’anni, per suo stile di vita, mio padre mi avrà rivolto trenta frasi in tutto. Ma con ognuna di quelle parole mi ci nutrivo per dei mesi».

L’autorità esisteva.

«Mi ricordo che una volta, al ritorno da una manifestazione antifascista mi si avvicinò: “Tu sai che io stavo da quella parte…”. “Sì, papà”. Mi aspettavo una replica, qualcosa. Invece, non disse una parola al figlio che insultava la sua storia; nulla. Ancora oggi rabbrividisco al pensiero di quel suo silenzio».

Oggi l’esibizione del privato fa conquistare le copertine…

«Mi deprime l’esibizione sconcertante dello scorrazzamento da un letto all’altro pur di ottenere un numero maggiore di like».

È corretto se dico che il punto dove lei è meno problematico è la condanna di Matteo Salvini?

«Non troverà una mia parola offensiva nei suoi confronti neanche col microscopio. E dal momento in cui ha ipotizzato Mario Draghi capo del governo sono attento a certi percorsi zigzaganti che potrebbero portare delle sorprese. Giancarlo Giorgetti è una figura che arricchisce le posizioni di Salvini, destinate a galvanizzare l’elettorato. Penso che se andassi a cena con Giorgetti condividerei il 50 o 60% dei suoi argomenti».

Se la sovranità che appartiene al popolo è citata nel primo articolo della Costituzione non sarà un’idea tanto fascista, o sbaglio?

«La parola “sovranità” è una scodella che si può riempire di contenuti i più vari. Dipende da come viene esercitata nel rapporto con i paesi vicini. Senza dimenticare il fatto che abbiamo il terzo debito pubblico del mondo».

Le sardine la persuadono?

«Persuadermi no, mi sono simpatiche, ma credo saranno un fenomeno di breve durata. Ho visto spesso in tv Mattia Santori e l’ho ascoltato dire che non metterà mai piede a Rete 4. Siccome io vado spesso a Stasera Italia di Barbara Palombelli mi sono sentito offeso».

Approva un movimento che nasce solo anti qualcuno?

«Apprezzo il fatto che dimostrino che la piazza può essere occupata anche da gente con silhouette diverse da quella di Salvini».

Un movimento filo governativo e fiancheggiatore dell’establishment?

«No, perché oggi è tutto mescolato. Non è come al tempo in cui le schiere dell’eskimo stavano sulla sponda opposta rispetto alle schiere dei Ray-ban. Le ripartizioni novecentesche non aiutano a sezionare questo grande ceto medio che comprende quasi tutta la società, eccezion fatta per pochi poveri e ancor meno straricchi».

Ha anche lei la sensazione che, come i girotondi e il popolo viola, anche le sardine sembrano un movimento che presume di rappresentare la parte migliore dell’Italia?

«La presunzione è un peccato di gioventù. Da ragazzo pensavo di sapere tutto e le prime volte che parlavo in pubblico avevo un’insopportabile aria da guru. Mentre in realtà non sapevo un cazzo di niente».

È fuorviante coccolare questi giovani inesperti e proporli come modello?

«I mass media vivono di questo. Appena è comparsa Greta Thunberg sono esplosi i peana. Cosa può sapere una sedicenne della complessità dello sviluppo economico e dei cicli climatici? Eppure c’è chi l’ha proposta per il Nobel della pace. Succede. Ma di fronte allo spettacolo che offrono certi adulti che si azzuffano in Parlamento prima di rimproverare i giovani ci penso due volte. Avevo apprezzato l’apertura del loro leader romano che si era detto favorevole alla presenza di Casapound alla manifestazione in Piazza san Giovanni. Forse era eccessivo, ma era un bel segnale».

È un movimento contro l’odio, ma a volte, pensando di essere nel giusto, sembra che sia più violento l’odio degli altri.

«Questa è una buonissima riflessione sulla quale mi esercito da decenni. Mi vanto di essere uno che ha collaborato tante volte a placare gli animi. Nel 1981 realizzai per la Rai Nero è bello, un documentario in cui da sinistra raccontavo in modo civile e rispettoso i militanti della nuova destra. Vorrei che sulla mia tomba fosse scritto: “L’autore di Nero è bello”».

Quanto durerà questo governo? Ed è giusto che stia in piedi a ogni costo?

«Potrebbe durare tre ore o anche tre anni, ma penso che sarebbero anni di mediocrità. Io sono favorevole a una coalizione repubblicana perché ritengo che, in un momento di grave difficoltà come questo, possa aiutarci a superare la paralisi e a rispondere alla domanda relativa al fatto che, da 25 anni, l’economia italiana ha il peggiore indice di produttività di tutti i paesi moderni».

 

Panorama, 8 gennaio 2020