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Buffa ci racconta Gigi Riva, Bartleby del calcio

Raccontacela ancora, Federico. Federico è Federico Buffa e la storia di Gigi Riva la conoscevamo già. Certamente non così, con i tanti dettagli che ci svela in Gigi Riva, l’uomo che nacque due volte (Sky Sport e on demand, il primo di due episodi). Non a caso il suo è un format e la narrazione è il linguaggio che si sposa con il desiderio di cullarci fin da bambini, tanto più ora che il calcio e lo sport in genere ci sembrano ostaggi del business. Chiamiamola pure nostalgia o vittoria dei sentimenti, senza ipocrisie. Ma saper raccontare è un fatto di toni, di sentimenti e di dettagli e ora Buffa ha trovato equilibrio, senza più eccedere in erudizioni o feticismi da addetti ai lavori un po’ fanatici. La fascinazione è dosata dagli aneddoti, la favola dalla circostanza. Come l’ambientazione sulle terre d’acqua, il lago Maggiore e il mare di Cagliari, delle due nascite del più grande attaccante che il calcio italiano abbia avuto. E come l’infanzia in collegio dai preti, tre anni difficili per il ragazzo Luigi, troppo presto orfano di padre e a 16 anni anche di madre. O come la telefonata della sorella Fausta a Roberto Boninsegna, all’epoca compagno di squadra e di camera in ritiro, l’unico che resisteva alle sigarette e agli orari, entrambi eccessivi per un calciatore. Insomma, una telefonata rivelatrice di chi era il fratello. Gigi e Roberto avevano litigato per un mancato passaggio ed erano volate parole più grosse del solito. Allora, la sera della domenica, mentre erano a cena, la Fausta aveva telefonato al ristorante e si era fatta passare Boninsegna, per spiegare i segreti del fratello: ribelle, introverso e avvolto in silenzi invalicabili che nascondevano uno spirito profondo e sensibile. Chissà se erano tratti segnati da quell’infanzia solitaria, dalla povertà e dal lavoro precoce in fabbrica, compensati solo dalle gioie dei gol già nei primi tornei estivi, poi al Laveno e al Legnano che, nell’intervallo di Italia-Spagna juniores disputata al Flaminio di Roma, lo vendette al Cagliari di Andrea Arrica, più lesto di altri patròn che si palesarono solo a fine partita, a cessione avvenuta. O come quell’uomo che da allora in poi, lo aspettava sempre alla fine di ogni partita con un gettone in mano: «Telefoniamo a Giampiero?». Giampiero era Boniperti, amministratore delegato della Juventus. Ma lui scuoteva il capoccione e ribadiva il suo no, come un Bartleby del calcio. Scegliendo di restare fedele alla terra (e all’acqua) della sua seconda nascita, schiva e leale come lui.

 

La Verità, 17 dicembre 2019