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«Vogliamo esportare in Europa il modello italiano»

Spalle larghe. E non solo perché Paolo Barelli, 68 anni, romano, capo dei deputati di Forza Italia, è stato un nuotatore di livello internazionale, con importanti vittorie nel delfino e nello stile libero. E nemmeno perché da presidente ha portato la Federazione italiana nuoto a essere la più vincente della nostra storia sportiva. Spalle larghe perché fronteggia l’opposizione interna al partito capeggiata da Licia Ronzulli che, per un breve intervallo, era riuscita a sostituirlo con Alessandro Cattaneo alla guida dei deputati azzurri. Ci ha pensato un mese fa Silvio Berlusconi a restituirgli il ruolo. L’altro ieri, però, è finito anche lui sotto accusa per il mancato raggiungimento della maggioranza alla Camera nel voto sullo scostamento di bilancio da inserire nel Documento di economia e finanza (Def) per aumentare di un punto il taglio del cuneo fiscale.

Perché la votazione sul Def è andata male? La maggioranza di centrodestra è già in crisi?

«Ma quale crisi! Sottolineo che non doveva accadere e che occorrerà essere più attenti a particolari votazioni nelle quali sono previste maggioranze dei presenti che non tengono conto dei colleghi in missione, cioè impegnati in ambito istituzionale. Non doveva succedere. Detto ciò, 12 ore dopo è stato colmato l’errore e il Def è stato votato con una maggioranza netta. Tutti i partiti di maggioranza sostengono il Documento di economia e finanza varato dal governo con il contributo del Parlamento. Questo documento definisce le azioni in ambito economico e sociale per il 2023, ma ben più per i prossimi anni, in ossequio alla volontà di Forza Italia e del governo di imprimere una svolta allo sviluppo del nostro Paese dopo le crisi drammatiche quali la pandemia, la guerra in Ucraina, il costo dell’energia e delle materie prime».

Che strascichi potrà lasciare nella maggioranza questo «brutto scivolone»?

«Assolutamente nessuno, in quanto, tutti i partiti della maggioranza lavorano per lo stesso obiettivo che è quello di far uscire il Paese dalla crisi nel più breve tempo possibile. Ognuno dei tre partiti su cui poggia la maggioranza ha la propria storia e le proprie peculiarità, ma la forza di questa coalizione sta proprio nel saper sommare le caratteristiche positive di ciascuno, concretizzate in un programma comune e indiscutibilmente premiate dagli elettori il 25 settembre».

Forza Italia sta superando il momento di difficoltà legato allo stato di salute di Silvio Berlusconi. Si avvicina il giorno del suo completo ristabilimento?

«I medici sono cauti e noi rispettiamo il loro giudizio. Detto questo l’ho sentito più volte in questi giorni, è attento a tutte le questioni, quelle del nostro partito così come quelle parlamentari, fornendo suggerimenti e indicazioni utili per le nostre attività. Quindi con immenso piacere lo sentiamo, come sempre, vicino e sul pezzo».

Nel momento di massima crisi qualcuno nel partito ha cominciato a fare progetti sul futuro?

«È normale sentirsi in apprensione per la temporanea indisponibilità del proprio leader. Mai però ci siamo sentiti in crisi. Che Berlusconi sia Forza Italia e Forza Italia sia Berlusconi non è una novità, e nessuno può pensare di sostituirlo. Berlusconi è un leader che da trent’anni domina la scena politica italiana e internazionale, è unico e anche gli avversari più agguerriti in questi giorni hanno lo hanno ammesso. Un protagonista ineguagliabile della vita del nostro Paese».

Quanto è opportuno parlare di una Forza Italia senza Berlusconi?

«Berlusconi c’è, questa è la realtà. È lui che detta la strada a noi di Forza Italia ed è lui che guarda al futuro indicando e discutendo con noi su come affrontare le sfide che abbiamo davanti in un periodo storico, politico e sociale molto complicato».

Carlo Calenda ha parlato anche di fine della Seconda repubblica e di una Forza Italia in fase di scioglimento.

«Calenda con quelle dichiarazioni pare abbia portato sfortuna a sé stesso. Da settimane ormai i due galli del pollaio, Calenda e Renzi, si beccano e, come sembra, non possono coesistere decretando nei fatti il fallimento del “loro” terzo polo».

Un altro passaggio chiave è stato il ritrovamento dell’unità attorno alla linea governista del partito?

«Berlusconi ha inventato il centrodestra di governo. Giorgia Meloni è stata ministro di un governo presieduto da Silvio Berlusconi. Oggi un governo di centrodestra guida il nostro Paese. Come si può pensare che Forza Italia non sia un partito governista. Lo è stato quando il presidente Mattarella ha promosso un governo di unità nazionale a causa del dramma dovuto dalla pandemia. Lo è ancor di più ora che grazie anche a Forza Italia ha vinto le elezioni lo scorso 25 settembre».

Lei è stato capogruppo alla Camera per un anno dall’ottobre 2021: che cosa ha portato alla sospensione dell’incarico dell’ottobre scorso? 

«Il mio incarico nei fatti è terminato con la fine della legislatura, quindi non c’è stata alcuna sospensione».

Le motivazioni vanno individuate negli equilibri interni a Forza Italia o c’entrano, in qualche modo, anche le vicende collegate alla sospensione da presidente della Fin?

«Gli equilibri interni li definisce Berlusconi nell’interesse del partito. E per nulla può entrarci la mia seconda passione, oltre la politica, di dirigente sportivo, perché se fosse per lo sport dovrei essere un “Superman della politica”. Basta andare sul sito della Federazione italiana nuoto per vedere il numero di medaglie e di successi organizzativi che in vent’anni sono stati conseguiti sotto la mia presidenza».

Considerando che il Coni dovrebbe esserle riconoscente per i risultati della Fin da lei presieduta, che speranze ha che le accuse sulla ristrutturazione della piscina del Foro Italico vengano definitivamente fugate?

«Le ribadisco che non esiste nessuna accusa in tal senso. È vero che nel gennaio 2014 fu avanzata dal Coni un’accusa nei riguardi della Federazione nuoto ed è inconfutabile che, pubblici ministeri e giudici seppur nella sola fase preliminare, si sono dovuti interessare al caso. Ma è altrettanto certo che ben sei magistrati hanno con chiarezza determinato “in fatto e in diritto” che la federazione ha avuto comportamenti corretti e rispettosi delle leggi. Quindi abbiamo solamente ricevuto complimenti».

Berlusconi l’ha voluta nuovamente a capo dei deputati del partito nell’ottica di un avvicinamento alla linea di Giorgia Meloni?

«Conosco Giorgia Meloni da oltre venti anni. Giovane consigliere della provincia di Roma eletta nel 1998; brava, “secchiona”, dotata di forte volontà, di evidente capacità e determinazione. La stima che ci lega proviene da quegli anni di governo di centrodestra locale romano che rappresentò la prova generale dei governi nazionali di centrodestra poi susseguitisi. Io sono un militante di Forza Italia che rappresenta un pilastro del governo Meloni, per la vocazione che il mio partito ha nel popolarismo europeo, nell’atlantismo, nel liberismo e nella cultura cristiana. È scontato che anche il mio contributo di capogruppo in Parlamento sia utile a valorizzare la coesione della coalizione che sostiene Giorgia nel cammino di governo in un periodo non semplice per l’Italia, per l’Europa e per l’intero pianeta. E le elezioni europee del 2024 già si vedono all’orizzonte».

Il coordinatore del partito Antonio Tajani ha annunciato una convention a Milano per il 5 e 6 maggio prossimi: con quale obiettivo?

«È la prima convention da quando il centrodestra è tornato al governo. I nostri ministri, viceministri, sottosegretari, parlamentari hanno grandi responsabilità ed è giusto che incontrino dirigenti e militanti per discutere su quanto fatto e su ciò che ci attende nel prossimo futuro. Oltre alle elezioni amministrative quelle europee dovranno vedere Forza Italia protagonista».

C’è il pericolo che in quell’occasione si cristallizzino le correnti, governisti da una parte e ronzulliani dall’altra?

«Ma che dice. In Forza Italia c’è un solo indiscusso leader, Silvio Berlusconi. E Berlusconi è governista. Vuole un governo forte e risoluto su ogni tema che favorisca la ripresa economica, la competitività delle aziende, il lavoro, specialmente quello giovanile, e le famiglie. Vuole un governo che porti a 1000 euro entro fine legislatura le pensioni minime. E vuole che l’Europa diventi un continente che possa competere con i mercati internazionali per favorire il futuro delle nuove generazioni».

Nei giorni scorsi si è registrato l’ingresso in Forza Italia dell’ex M5s Giancarlo Cancellieri e Tajani ha parlato di nuovi arrivi dal Pd.

«È vero, Forza Italia è molto attrattiva, se è vero come è vero che un deputato europeo del Pd importante come Caterina Chinnici ha espresso il desiderio di entrare nel nostro gruppo parlamentare a Bruxelles. Ma altri ne giungeranno».

Perché a suo avviso non riusciamo a liberarci di questo dibattito su fascismo e antifascismo?

«È davvero stucchevole. Ogni anno il 25 di aprile c’è chi vuole misurare il grado di “libertà e democrazia” del prossimo. L’opposizione, o chi per essa, facendo così dimostra di non aver argomenti seri da trattare e si perde in polemiche di altri tempi. Può essere mai possibile che Forza Italia stia al governo con chi non professa sentimenti di democrazia, comprensione e tolleranza nei confronti di chi ha idee diverse dalle nostre?».

Che problemi pone alla nascita del nuovo partito repubblicano su modello americano il fatto che Fratelli d’Italia sia nel gruppo dei conservatori e riformisti e Forza Italia nel Ppe?

«Le elezioni europee rappresenteranno uno spartiacque. Il centrodestra di governo, modello Italia, vorrà, secondo la mia opinione, esportarlo anche in ambito europeo. Non so in quale forma possa accadere, ma sono sicuro che avverrà una svolta. Forza Italia è già parte della maggioranza in Europa in quanto parte del Partito popolare europeo e un governo con conservatori e liberali sarebbe auspicabile».

Se il voto del 2024 premiasse i partiti europei moderati, una maggioranza composta da Ecr e Ppe consentirebbe una più facile gestione del patto di stabilità e dell’immigrazione?

L’immigrazione è un problema molto più complesso della valutazione dei singoli paesi e partiti. Se l’Europa non vara un piano globale e comune, che eviti di lasciare soli i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, in futuro sarà una vera tragedia. Occorrono subito politiche, in particolare riguardo all’Africa, di cui tutta la comunità internazionale deve farsi carico».

 

La Verità, 29 aprile 2023

«Il Cav non resterà defilato Il futuro? Poche luci»

L’ultimo berlusconiano rimasto. Si definisce così, Piero Sansonetti, direttore del Riformista, giornalista di sinistra di mille battaglie. Garantista, pacifista e frequente ospite dei talk show di Rete 4.

Sansonetti, la rapidità dell’incarico a Giorgia Meloni e l’unità manifestata dalla delegazione di centrodestra al Quirinale sono buoni segnali?

«Non credo che la rapidità sia sinonimo di efficienza. L’unico governo possibile è con questa maggioranza. Quanto sarà forte e duraturo è un altro discorso. Non sono molto ottimista».

La linea essenziale della premier incaricata comincia a pagare? Silvio Berlusconi ha rispettato il protocollo senza prendersi la scena.

«Rimanere senza governo adesso non è possibile. Ma penso che Berlusconi possa restare in seconda fila dieci minuti, un quarto d’ora al massimo. È uno che pensa spesso qualcosa che gli altri non vorrebbero pensasse».

In seconda fila può fare il padre nobile?

«Vediamo».

Quindi, non si può mai stare tranquilli?

«No, perché la politica è una cosa complicata. Non è che bastano due numeri o un algoritmo per risolvere le crisi. Neanche la vittoria elettorale elimina la battaglia politica».

Quale battaglia?

«Quella fra le due destre. Come ci sono tante sinistre, ci sono anche due destre. Quella liberale di Berlusconi e quella radicale di Meloni. Che su tante cose non vanno d’accordo».

Per esempio?

«Meloni è statalista, Berlusconi è liberista. Sulla guerra non c’è bisogno di sottolineare quanto siano divisi. Come pure sulla giustizia. Non tanto per la scelta del ministro, quanto per il fatto che Berlusconi è garantista e Meloni no. Il garantismo è più complicato del rispetto delle regole. È una filosofia che Berlusconi ha e la Meloni non ha».

Dopo anni di governi tecnici o del presidente, stavolta c’è una maggioranza solida.

«È solida in Parlamento, non nel Paese. I voti raccolti dal centrodestra sono meno della metà di quelli espressi. Naturalmente, dal punto di vista politico, non cambia nulla perché ha vinto in maniera netta le elezioni in base alla legge vigente. Dopodiché ha preso 12 milioni di voti, ma ce ne sono altri 13 milioni andati altrove. Quindi c’è un’Italia abbastanza spaccata e il governo che sembrava lanciato su un’autostrada si fa lo stesso, ma dovrà arrancare su un vicolo di campagna».

Si stava celebrando il ritorno della politica.

«Che invece è faccenda complessa. Ci vogliono pensiero politico, cultura politica, tradizione politica. Bisogna conoscere tattiche, strategie, compromessi».

Sta dicendo che i componenti di questo governo sono ignoranti?

«Ricordo Palmiro Togliatti, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Bettino Craxi: vogliamo fare un paragone o lasciamo stare? In Italia negli ultimi trent’anni ho conosciuto solo due statisti, che non ho mai votato perciò posso dirlo: sono Romano Prodi e Silvio Berlusconi».

Stavamo celebrando anche la rivoluzione femminile a Palazzo Chigi.

«Questo lo apprezzo, chiunque la incarni. È un fatto positivo, di rottura del senso comune e dei pregiudizi».

È uno smacco per la sinistra che la prima donna premier sia di destra?

«La sinistra non s’è mai posta questo problema. Non tanto di promuovere le donne che lo meritano, quanto di avere un metodo di selezione che non sia maschilista».

L’egocentrismo di Berlusconi è una mina vagante nella coalizione?

«Dobbiamo partire dal fatto che la destra in Italia non è mai esistita. Sì, ci sono stati Luigi Einaudi e Giovanni Malagodi, che erano due personaggi abbastanza isolati. La destra l’ha fondata Berlusconi, come si può prescindere da lui?».

Gli elettori cominciano a farlo, cambiando i rapporti di forza.

«È così, però la politica si fa con il pensiero e le idee».

A un certo punto bisogna cedere il testimone?

«Se si vuole liberare la destra da Berlusconi, bisogna inventarne una nuova. Dubito fortemente che sappiano inventarla Meloni e Salvini? E anche sui numeri, senza Forza Italia non possono governare, quindi non si può prescindere».

Le inquietudini di Berlusconi vanno lette alla voce psicodramma o alla voce tattica?

«Alla voce mancanza di programma comune. Sulla guerra la Meloni è atlantista, mentre il resto della coalizione non lo è altrettanto. Poi ci sono differenze sulle tasse e sulla giustizia. Se si fa un governo di coalizione si tratta, ma se Meloni non vuole trattare rischia di andare a sbattere. La Dc trattava con gli alleati anche quando aveva il 40 per cento».

I criteri però erano chiari: autorevolezza, competenza, alto profilo. Invece ci si stava incagliando sul ministero di Licia Ronzulli.

«Non vedo molti che spiccano sul livello della Ronzulli. Anzi, vedo che chi spicca non può entrare, come Vittorio Sgarbi che poteva essere un ottimo ministro, forse l’unico conosciuto in Europa».

Ha informazioni su chi ha fatto uscire gli audio di Berlusconi su Zelensky?

«Credo che non si saprà mai. Forse qualcuno a cui Berlusconi ha fatto qualche sgarbo».

Non sarà stato lui stesso?

«Questo non credo. Sicuramente metteva in conto che, parlando a 50 persone, quelle parole potevano uscire. Lo stesso dicasi per il foglio con gli appunti sulla Meloni. Berlusconi può essere tutto, ma è difficile che abbia paura delle sue opinioni».

Certo che no. Sta di fatto che l’alleanza, e vedremo il governo, è sottoposta a uno stress test bipolare: un giorno il Cavaliere è filoputiniano un altro è euroatlantico?

«Non c’è dubbio. E con questi contraccolpi bisogna affrontare la più grave crisi economica dal dopoguerra. Capisce perché non sono ottimista?».

Berlusconi non si rassegna a vedere un altro, anzi, un’altra a Palazzo Chigi?

«Non credo lo disturbi la Meloni premier. Credo sia convinto che oggi in Italia non esista una destra non berlusconiana. E lo penso anch’io».

Non gli elettori, però.

«Ogni elettore pensa con la testa sua e vota per la sua opinione. Qui parliamo sempre di numeri modesti, nessuno ha il 40 per cento del 90 per cento degli elettori come aveva la Dc. Il Pci da solo prendeva 13 milioni di voti».

Tuttavia, rispetto alle elezioni degli ultimi anni, a cominciare da quelle del 2013 quando centrodestra, centrosinistra e 5 stelle pareggiarono, stavolta c’è una maggioranza chiara.

«Però con meno voti di quelli che prese ognuno di quegli schieramenti. Quello che io non capisco è cosa vuole esattamente Meloni. Nel 1994 Berlusconi voleva smantellare il cattocomunismo e favorire la rivoluzione liberale. Così superò Achille Occhetto che rappresentava la conservazione. Oggi non mi pare sia così. Meloni è stata scelta perché è rimasta all’opposizione tanti anni, ma Draghi non è la conservazione. Infine, Liz Truss non è Margaret Thatcher e la nuova destra europea non si vede. Meloni dovrebbe far tesoro del caso Truss».

Di fronte alle turbolenze Meloni ha fatto bene a tirare dritto?

«E che doveva fare? È stata molto prudente all’inizio, poi si è un po’ irrigidita, sbagliando».

Quando?

«Nell’elezione dei presidenti delle camere. Capisco l’intenzione di volersi dimostrare forti, ma lasciando una presidenza all’opposizione avrebbe mandato un segnale di distensione. Ha compiuto un doppio gesto di sfida scegliendo Ignazio La Russa, il più simpatico dei fascisti, e Lorenzo Fontana, un clericale sconosciuto. Inoltre, non è che l’alternativa alla Ronzulli fosse Winston Churchill. I compromessi si fanno».

La sua forza non è proprio il rifiuto di compromessi?

«Sul piano dell’immagine sì. A volte ha dei riflessi un po’ fascisti. Uso questa parola perché so che non si offendono come non mi offendo io quando mi dicono comunista».

La riforma della giustizia è più facile con Carlo Nordio o con Maria Elisabetta Casellati?

«Dal punto di vista della persona credo con Nordio. Sul piano della politica con la Casellati, perché Forza Italia è l’unico partito garantista che c’è in Italia».

Si è appena fatta la riforma Cartabia, la giustizia è una priorità di questo momento?

«È evidente che la priorità è frenare la povertà e impedire una recessione travolgente, perché la recessione ci sarà comunque. La riforma della giustizia non è un’emergenza, ma è la più importante e urgente riforma dello Stato perché in questi anni la magistratura ha assunto un potere non democratico devastante».

Che voto darebbe alla squadra di governo, stando ai nomi che si conoscono?

«Darei un cinque. Ripeto, non ho capito il no alla Ronzulli e a Sgarbi. Molti dei ministri che sono stati indicati sono persone non note e quindi somiglia un po’ a un governo 5 stelle».

Parliamo della sinistra: c’è ancora in Italia?

«In tutta Europa le maggioranze tra destra e sinistra si giocano su 2 o 3 milioni di voti. In Italia la crisi della sinistra è molto grave a causa dell’irruzione dei 5 stelle, un movimento qualunquista che non c’entra con la sinistra, ma che le ha rubato casa».

Il sorpasso sul Pd è imminente?

«Può darsi che lo sia nei sondaggi, ma a mio avviso il M5s è destinato a morire. Oltre ai voti del reddito di cittadinanza non ha nient’altro».

A sinistra la via maestra per affrontare la povertà è l’assistenzialismo?

«No, il lavoro e il welfare. Fra assistenzialismo e diritti sociali c’è un abisso».

Qual è il suo giudizio sulla segreteria di Enrico Letta?

«In campagna elettorale è stato molto debole. Da democristiano non ha capito che stava guidando un partito di sinistra. La sua sola proposta di sinistra, la cosiddetta patrimonialetta, una tassa sui redditi sopra i 5 milioni per favorire iniziative in favore dei giovani, l’ha subito ritirata. Dopo la sconfitta, invece l’ho visto più sicuro. Credo che il Pd debba ricordarsi di essere un partito socialdemocratico».

Il momento di maggior sincerità è stata un’ammissione d’impotenza quando Letta ha detto: «Non siamo riusciti a connetterci con chi non ce la fa»?

«Non è stata un’ammissione d’impotenza. Nel numero dei voti raccolti il Pd non ha subito un tracollo, anzi. Ha perso ben prima, quando ha deciso di non essere più un partito socialista, ma dopo la fine della Dc ha cercato di legittimarsi rappresentando la borghesia. Non funziona. Può funzionare nella raccolta del potere, ma non per un partito politico che ha all’origine un’idea socialista».

Quanto tempo ci vorrà perché ristabilisca quella connessione?

«Il non essere al governo lo aiuterà molto, il caso Meloni insegna. Aiuta tutti i partiti, in particolare aiuterà un partito di sinistra».

Che mesi ci aspettano?

«Di guerra, in senso reale e metaforico. Per il momento non riesco a vedere luci».

 

La Verità, 22 ottobre 2022