sansonetti-cavevisioni.it

«Il Cav non resterà defilato Il futuro? Poche luci»

L’ultimo berlusconiano rimasto. Si definisce così, Piero Sansonetti, direttore del Riformista, giornalista di sinistra di mille battaglie. Garantista, pacifista e frequente ospite dei talk show di Rete 4.

Sansonetti, la rapidità dell’incarico a Giorgia Meloni e l’unità manifestata dalla delegazione di centrodestra al Quirinale sono buoni segnali?

«Non credo che la rapidità sia sinonimo di efficienza. L’unico governo possibile è con questa maggioranza. Quanto sarà forte e duraturo è un altro discorso. Non sono molto ottimista».

La linea essenziale della premier incaricata comincia a pagare? Silvio Berlusconi ha rispettato il protocollo senza prendersi la scena.

«Rimanere senza governo adesso non è possibile. Ma penso che Berlusconi possa restare in seconda fila dieci minuti, un quarto d’ora al massimo. È uno che pensa spesso qualcosa che gli altri non vorrebbero pensasse».

In seconda fila può fare il padre nobile?

«Vediamo».

Quindi, non si può mai stare tranquilli?

«No, perché la politica è una cosa complicata. Non è che bastano due numeri o un algoritmo per risolvere le crisi. Neanche la vittoria elettorale elimina la battaglia politica».

Quale battaglia?

«Quella fra le due destre. Come ci sono tante sinistre, ci sono anche due destre. Quella liberale di Berlusconi e quella radicale di Meloni. Che su tante cose non vanno d’accordo».

Per esempio?

«Meloni è statalista, Berlusconi è liberista. Sulla guerra non c’è bisogno di sottolineare quanto siano divisi. Come pure sulla giustizia. Non tanto per la scelta del ministro, quanto per il fatto che Berlusconi è garantista e Meloni no. Il garantismo è più complicato del rispetto delle regole. È una filosofia che Berlusconi ha e la Meloni non ha».

Dopo anni di governi tecnici o del presidente, stavolta c’è una maggioranza solida.

«È solida in Parlamento, non nel Paese. I voti raccolti dal centrodestra sono meno della metà di quelli espressi. Naturalmente, dal punto di vista politico, non cambia nulla perché ha vinto in maniera netta le elezioni in base alla legge vigente. Dopodiché ha preso 12 milioni di voti, ma ce ne sono altri 13 milioni andati altrove. Quindi c’è un’Italia abbastanza spaccata e il governo che sembrava lanciato su un’autostrada si fa lo stesso, ma dovrà arrancare su un vicolo di campagna».

Si stava celebrando il ritorno della politica.

«Che invece è faccenda complessa. Ci vogliono pensiero politico, cultura politica, tradizione politica. Bisogna conoscere tattiche, strategie, compromessi».

Sta dicendo che i componenti di questo governo sono ignoranti?

«Ricordo Palmiro Togliatti, Aldo Moro, Amintore Fanfani, Bettino Craxi: vogliamo fare un paragone o lasciamo stare? In Italia negli ultimi trent’anni ho conosciuto solo due statisti, che non ho mai votato perciò posso dirlo: sono Romano Prodi e Silvio Berlusconi».

Stavamo celebrando anche la rivoluzione femminile a Palazzo Chigi.

«Questo lo apprezzo, chiunque la incarni. È un fatto positivo, di rottura del senso comune e dei pregiudizi».

È uno smacco per la sinistra che la prima donna premier sia di destra?

«La sinistra non s’è mai posta questo problema. Non tanto di promuovere le donne che lo meritano, quanto di avere un metodo di selezione che non sia maschilista».

L’egocentrismo di Berlusconi è una mina vagante nella coalizione?

«Dobbiamo partire dal fatto che la destra in Italia non è mai esistita. Sì, ci sono stati Luigi Einaudi e Giovanni Malagodi, che erano due personaggi abbastanza isolati. La destra l’ha fondata Berlusconi, come si può prescindere da lui?».

Gli elettori cominciano a farlo, cambiando i rapporti di forza.

«È così, però la politica si fa con il pensiero e le idee».

A un certo punto bisogna cedere il testimone?

«Se si vuole liberare la destra da Berlusconi, bisogna inventarne una nuova. Dubito fortemente che sappiano inventarla Meloni e Salvini? E anche sui numeri, senza Forza Italia non possono governare, quindi non si può prescindere».

Le inquietudini di Berlusconi vanno lette alla voce psicodramma o alla voce tattica?

«Alla voce mancanza di programma comune. Sulla guerra la Meloni è atlantista, mentre il resto della coalizione non lo è altrettanto. Poi ci sono differenze sulle tasse e sulla giustizia. Se si fa un governo di coalizione si tratta, ma se Meloni non vuole trattare rischia di andare a sbattere. La Dc trattava con gli alleati anche quando aveva il 40 per cento».

I criteri però erano chiari: autorevolezza, competenza, alto profilo. Invece ci si stava incagliando sul ministero di Licia Ronzulli.

«Non vedo molti che spiccano sul livello della Ronzulli. Anzi, vedo che chi spicca non può entrare, come Vittorio Sgarbi che poteva essere un ottimo ministro, forse l’unico conosciuto in Europa».

Ha informazioni su chi ha fatto uscire gli audio di Berlusconi su Zelensky?

«Credo che non si saprà mai. Forse qualcuno a cui Berlusconi ha fatto qualche sgarbo».

Non sarà stato lui stesso?

«Questo non credo. Sicuramente metteva in conto che, parlando a 50 persone, quelle parole potevano uscire. Lo stesso dicasi per il foglio con gli appunti sulla Meloni. Berlusconi può essere tutto, ma è difficile che abbia paura delle sue opinioni».

Certo che no. Sta di fatto che l’alleanza, e vedremo il governo, è sottoposta a uno stress test bipolare: un giorno il Cavaliere è filoputiniano un altro è euroatlantico?

«Non c’è dubbio. E con questi contraccolpi bisogna affrontare la più grave crisi economica dal dopoguerra. Capisce perché non sono ottimista?».

Berlusconi non si rassegna a vedere un altro, anzi, un’altra a Palazzo Chigi?

«Non credo lo disturbi la Meloni premier. Credo sia convinto che oggi in Italia non esista una destra non berlusconiana. E lo penso anch’io».

Non gli elettori, però.

«Ogni elettore pensa con la testa sua e vota per la sua opinione. Qui parliamo sempre di numeri modesti, nessuno ha il 40 per cento del 90 per cento degli elettori come aveva la Dc. Il Pci da solo prendeva 13 milioni di voti».

Tuttavia, rispetto alle elezioni degli ultimi anni, a cominciare da quelle del 2013 quando centrodestra, centrosinistra e 5 stelle pareggiarono, stavolta c’è una maggioranza chiara.

«Però con meno voti di quelli che prese ognuno di quegli schieramenti. Quello che io non capisco è cosa vuole esattamente Meloni. Nel 1994 Berlusconi voleva smantellare il cattocomunismo e favorire la rivoluzione liberale. Così superò Achille Occhetto che rappresentava la conservazione. Oggi non mi pare sia così. Meloni è stata scelta perché è rimasta all’opposizione tanti anni, ma Draghi non è la conservazione. Infine, Liz Truss non è Margaret Thatcher e la nuova destra europea non si vede. Meloni dovrebbe far tesoro del caso Truss».

Di fronte alle turbolenze Meloni ha fatto bene a tirare dritto?

«E che doveva fare? È stata molto prudente all’inizio, poi si è un po’ irrigidita, sbagliando».

Quando?

«Nell’elezione dei presidenti delle camere. Capisco l’intenzione di volersi dimostrare forti, ma lasciando una presidenza all’opposizione avrebbe mandato un segnale di distensione. Ha compiuto un doppio gesto di sfida scegliendo Ignazio La Russa, il più simpatico dei fascisti, e Lorenzo Fontana, un clericale sconosciuto. Inoltre, non è che l’alternativa alla Ronzulli fosse Winston Churchill. I compromessi si fanno».

La sua forza non è proprio il rifiuto di compromessi?

«Sul piano dell’immagine sì. A volte ha dei riflessi un po’ fascisti. Uso questa parola perché so che non si offendono come non mi offendo io quando mi dicono comunista».

La riforma della giustizia è più facile con Carlo Nordio o con Maria Elisabetta Casellati?

«Dal punto di vista della persona credo con Nordio. Sul piano della politica con la Casellati, perché Forza Italia è l’unico partito garantista che c’è in Italia».

Si è appena fatta la riforma Cartabia, la giustizia è una priorità di questo momento?

«È evidente che la priorità è frenare la povertà e impedire una recessione travolgente, perché la recessione ci sarà comunque. La riforma della giustizia non è un’emergenza, ma è la più importante e urgente riforma dello Stato perché in questi anni la magistratura ha assunto un potere non democratico devastante».

Che voto darebbe alla squadra di governo, stando ai nomi che si conoscono?

«Darei un cinque. Ripeto, non ho capito il no alla Ronzulli e a Sgarbi. Molti dei ministri che sono stati indicati sono persone non note e quindi somiglia un po’ a un governo 5 stelle».

Parliamo della sinistra: c’è ancora in Italia?

«In tutta Europa le maggioranze tra destra e sinistra si giocano su 2 o 3 milioni di voti. In Italia la crisi della sinistra è molto grave a causa dell’irruzione dei 5 stelle, un movimento qualunquista che non c’entra con la sinistra, ma che le ha rubato casa».

Il sorpasso sul Pd è imminente?

«Può darsi che lo sia nei sondaggi, ma a mio avviso il M5s è destinato a morire. Oltre ai voti del reddito di cittadinanza non ha nient’altro».

A sinistra la via maestra per affrontare la povertà è l’assistenzialismo?

«No, il lavoro e il welfare. Fra assistenzialismo e diritti sociali c’è un abisso».

Qual è il suo giudizio sulla segreteria di Enrico Letta?

«In campagna elettorale è stato molto debole. Da democristiano non ha capito che stava guidando un partito di sinistra. La sua sola proposta di sinistra, la cosiddetta patrimonialetta, una tassa sui redditi sopra i 5 milioni per favorire iniziative in favore dei giovani, l’ha subito ritirata. Dopo la sconfitta, invece l’ho visto più sicuro. Credo che il Pd debba ricordarsi di essere un partito socialdemocratico».

Il momento di maggior sincerità è stata un’ammissione d’impotenza quando Letta ha detto: «Non siamo riusciti a connetterci con chi non ce la fa»?

«Non è stata un’ammissione d’impotenza. Nel numero dei voti raccolti il Pd non ha subito un tracollo, anzi. Ha perso ben prima, quando ha deciso di non essere più un partito socialista, ma dopo la fine della Dc ha cercato di legittimarsi rappresentando la borghesia. Non funziona. Può funzionare nella raccolta del potere, ma non per un partito politico che ha all’origine un’idea socialista».

Quanto tempo ci vorrà perché ristabilisca quella connessione?

«Il non essere al governo lo aiuterà molto, il caso Meloni insegna. Aiuta tutti i partiti, in particolare aiuterà un partito di sinistra».

Che mesi ci aspettano?

«Di guerra, in senso reale e metaforico. Per il momento non riesco a vedere luci».

 

La Verità, 22 ottobre 2022