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Che noia l’Italcinema, mostra solo artisti e intellò

Due camere, cucina e una grande libreria. È la nuova variante del cinema-circoletto italiano. Libri, scrittori, artisti, editori, premi letterari… Dove tirano i film dei nostri registi in gara, e anche fuori, alla Mostra di Venezia lo si capisce dall’arredamento delle case. Del resto, sono tutte opere molto domestiche, persino claustrofobiche, «si esce poco la sera, compreso quando è festa» cantava Lucio Dalla. È tutto un lavaggio di panni e di rese dei conti tra le quattro mura e si capiscono subito il ceto, le professioni e le ambizioni dei protagonisti. Tinelli traboccanti di libri. Scaffali stipati. Mensole cariche di cd, piu spesso di vinili che fa molto tendenza. Succede anche nei film di autori stranieri, soprattutto europei. In Bunker di Florian Zeller, la coppia (anche nella vita) dell’upper class londinese, immigrata dalla Spagna, è composta dall’archistar interpretata da Javier Bardem e dalla responsabile della narrativa straniera di una casa editrice, cui dà volto e corpo la moglie Penelope Cruz. In Un peu avant minuit di Nicolas Pariser, Melvil Poupaud è un giornalista culturale che dopo la chiusura della sua prestigiosa rivista tiene dei corsi all’università e, in attesa di separarsi dalla compagna, rivede gli ex colleghi che stanno girando una serie tv sul loro magazine e riflette sul suo rapporto con le donne. Non è affascinante l’autoreferenzialità cinephile avvitata nei salotti dell’élite culturale e dell’establishment? Non è cool?

Nell’Italcinema, il fenomeno è persino più conclamato. Ieri è passato fuori concorso Scherzetto di Mario Martone. Un confronto di generazioni e sguardi agli antipodi. Un nonno vedovo, pittore e illustratore affermato, interpretato da Toni Servillo, per tenere il nipotino di cinque anni mentre i genitori sono a un convegno, torna da Milano a Napoli. Ma la vecchia casa dov’è cresciuto e il bambino, anche troppo sveglio, scardinano gli equilibri dell’austero signore facendo affiorare i fantasmi del passato e le frustrazioni del presente, dando vita a un thriller psicologico che si perde tra incomprensioni con l’editore e strani incubi.

Altrettanto opprimente è la storia del personaggio di Luca Marinelli in The echo chamber di Andrea Pallaoro che vorrebbe essere un regista alla Bernardo Bertolucci da cui ha preso l’ultima sceneggiatura. Qui siamo a Londra, Leo è un affermato produttore musicale, proprietario di un lussuosissimo appartamento foderato di cd, vinili e libri, assillato da una fortissima discopatia e dalla dipendenza dalla cocaina. Il salotto ospita anche pianoforte, chitarre e un essenziale studio di registrazione dove si può incidere; perciò, anche qui si esce «di rado», come cantava Adriano Celentano, e la cinepresa indugia sulla carta da parati, sulle porte chiuse e sulle docce del protagonista. Una volta che mette il naso fuori, è per provocare un grave incidente con la propria Jaguar.

Niente, di operai in Panda, nell’Italcinema che sfila qui al Lido, invece non se ne vedono. E nemmeno artigiani che caricano il furgone. In Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, si vede invece il salotto pieno di ninnoli e scaffali di libri dell’editor di narrativa interpretato da Lino Musella, figlio succube della nevrotica Vanessa Scalera che, al contrario di Servillo, da Napoli sale a Milano. Lui avrebbe tanto voluto fare lo scrittore e vincere lo Strega, «ma non ce l’ha fatta e ha ripiegato sull’editoria», serpeggia la mammina. Così, la sera della Vigilia di Natale, deve fare buon viso all’autoinvito dello scrittore (Tommaso Ragno) che si è fatto precedere da una cassa di champagne per brindare al nuovo contratto con la casa editrice di Musella. I cin cin non addolciranno la drammatica resa dei conti tra madre e figlio.

Riavvolgendo rapidamente il nastro della Mostra, in Nessun dolore di Gianni Amelio Alessandro Borghi fa il libraio in un chiosco dalle parti del Vaticano. Ma per una catena di accadimenti finisce per trovarsi, accondiscendente, la casa ribollente di extracomunitari. Gli intellettuali, buoni per definizione, sono protesi all’accoglienza. Ma i libri ci (e li) salveranno perché, quando la comune di clandestini che si è impossessata della mansarda con soppalco del mite bancarelliere, la abbandonerà portandosi via mobili e suppellettili, lascerà lì, sparsa sul parquet tutta la sua biblioteca privata. Davvero una scena catartica. Nel primo film italiano in concorso, il sopravvalutato Succederà questa notte di Nanni Moretti, è Louis Garrel, l’insistente amante di Jasmine Trinca, ad avere una libreria a poche centinaia di metri dal chiosco di Borghi, nel quartiere Prati. Un luogo, un simbolo, un circoletto. Non sarebbe meraviglioso scoprire che, mentre interpretavano contemporaneamente un ruolo simile nei rispettivi set, Borghi e Garrel si sono scambiati qualche romanzo? Anzi, potrebbe essere l’idea di un nuovo film, magari diretto dalla neo-regista Valeria Golino che in quello di Amelio è una professoressa democratica che regala i libri che le avanzano al bravo e superaccogliente personaggio di Borghi. Trama: due attori che stanno interpretando in due film diversi due librai con negozi poco distanti tra loro si conoscono e iniziano a scambiarsi libri e consigli di lettura. Non è una bella storia? Il cinema che supera la realtà. Anzi, la realtà che diventa cinema. No, il cinema che si fa realtà. La realtà che si fa cinema…

Chiamate l’ambulanza.

 

La Verità, 11 settembre 2026

L’Italcinema in Mostra scommette sui sentimenti

Da zero a otto nel rapido volgere di una stagione. Sono i film italiani invitati ai Festival: zero erano quelli richiesti in febbraio alla Berlinale e in maggio a Cannes, otto quelli in concorso e fuori concorso (senza contare quelli delle «sezioni minori»), alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia che inizia oggi con Ink di Danny Boyle, sul miracolo editoriale del Sun, e con la consegna del Leone d’oro alla carriera a George Clooney. Cioè: in primavera le principali rassegne europee hanno ritenuto di ignorare il nostro cinema, mentre a fine estate la Biennale ha iscritto alla competizione cinque film italiani, un quarto del totale dei concorrenti per il Leone d’oro. Inevitabile chiedersi: il cinema italiano è improvvisamente rinato, (sempre che prima fosse davvero defunto)? L’83ª edizione sarà il riscatto dei registi, produttori e attori del Belpaese? O, proseguendo con i quesiti, la rassegna veneziana è diventata troppo provinciale o, perlomeno, particolarmente attenta ai codici dell’ospitalità domestica? Alla presentazione del cartellone a fine luglio, il direttore artistico Alberto Barbera aveva attribuito la differenza di atteggiamento dei festival verso l’Italcinema a una questione di tempistiche produttive. Con la sola eccezione di Succederà questa notte di Nanni Moretti, gli altri film non erano pronti e la difficoltà della Mostra non è stata trovare i titoli giusti, ma esser costretti a rifiutarne alcuni per mancanza di spazio. Perciò, se di reale rinascita si tratta lo sapremo solo al termine della manifestazione, il 13 settembre. Nel frattempo, possiamo provare a capire cosa ci aspetta leggendo tra le righe delle sinossi e a cogliere qualche convergenza, da verificare con la visione delle opere.

Complessivamente, restando alla rappresentanza italiana, si nota la tendenza a concentrarsi sui sentimenti, sui rapporti interpersonali dentro e fuori le famiglie o nell’impatto con qualche ospite inaspettato. In un certo senso, la chiave la offre proprio Moretti col suo film tratto da Legami di Eskhol Nevo: evita i temi politici e narra i diversi rapporti tra gli inquilini di un condominio in cui le persone si sfiorano, si incontrano e si confrontano, attraversate dal desiderio, elemento sorprendente che anima o spegne le relazioni. C’è da scommettere che il recupero della politica, in panchina nel film, avverrà nell’incontro con i giornalisti visto il ritorno a Venezia del controverso regista romano a 37 anni dalla polemica per Palombella rossa, allora proposto solo nella Settimana della critica. Anche Edoardo De Angelis attinge a un romanzo, Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini, in cui un ragazzo lascia Napoli per motivi di lavoro trasferendosi a Milano dove, in occasione delle festività natalizie, lo raggiunge l’invadente madre (Vanessa Scalera). In L’estranea di Paolo Strippoli, un’altra madre possessiva è interpretata da Jasmine Trinca che, nella speranza di ricucire il rapporto con la figlia, piomba nella sua casa per rivelarle un segreto sempre tenuto nascosto. Al centro di Echo chamber di Andrea Pallaoro, tratto dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, c’è la tormentata storia d’amore tra una fisioterapista e un produttore cinematografico con problemi di droga. In Scherzetto, il film fuori concorso di Mario Martone, l’equilibrio di un nonno artista e solitario (Toni Servillo) è messo a repentaglio dal nipotino di cui deve improvvisamente occuparsi. Un altro equilibrio che va in frantumi per l’avvento di un altro bambino è quello del protagonista di Nessun dolore di Gianni Amelio (in programma domani), un uomo (Alessandro Borghi) che ha una bancarella di libri vicino al Vaticano. Ma il fatto che il bambino sia Nordafricano innesca un apologo sul senso di colpa e il dovere dell’accoglienza. Se ne parlerà, sebbene sia fuori concorso. L’ultimo film italiano che, invece, compete per il Leone d’oro è Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis che narra di un medico che dopo esser sfuggito al destino dei desaparecidos, torna in Argentina per testimoniare contro il regime militare. Non casualmente programmato alla fine della rassegna, il più politico dei lungometraggi italiani, conferma la preferenza per le riflessioni private dei nostri cineasti. Mentre sono invece i loro colleghi stranieri a cimentarsi con i temi più strettamente politici. Come si vedrà con l’atteso Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor, i due registi israeliani già premi Oscar 2025 con No other land, che hanno filmato «l’uccisione di massa di palestinesi a Gaza programmata da Israele». Oppure con Dau, del regista dissidente russo Il’ja Chrzanovskij, osteggiato dal governo ucraino e, infine, con Musk, il lungo documentario di Alex Gibney sull’imprenditore-inventore americano.

In chiusura, tornando all’Italcinema, tutti i film in concorso e i principali fuori sono prodotti o coprodotti da RaiCinema e attori come Jasmine Trinca, Valerio Mastandrea, Adriano Giannini, Alessandro Borghi e Valeria Golino sono presenti in due opere. Il circoletto è sempre vivo e «lotta insieme a noi».

 

La Verità, 2 settembre 2026

Sorrentino-Servillo e una grazia che sa di politica

Dicendolo in napoletano, la fregatura per Paolo Sorrentino e Toni Servillo, la seconda o, forse, la prima coppia del cinema italiano per longevità e creatività (l’altra, molto competitiva, è quella formata da Gennaro Nunziante e Luca Medici/Checco Zalone) è che il Leone d’oro della Mostra di Venezia a un film sull’eutanasia l’aveva già preso l’anno prima Pedro Almodóvar con La stanza accanto. Inopportuno darne un altro quest’anno a un’opera sullo stesso tema. La grazia, da oggi in 500 sale cinematografiche, è un grande film con qualche difettuccio, uscito come un proiettile dalla testa e dalla penna del regista premio Oscar, autore unico anche della sceneggiatura, scritta già qualche anno fa e portata sul set solo nella primavera scorsa. Non ci fosse stato quel premio dell’anno prima, forse sarebbe emerso dal Lido con qualcosa più della Coppa Volpi per Servillo che, diciamolo, è bravo, certo, ma ormai, come in certe sussiegose interviste, tipo quella al Venerdì di Repubblica intitolata: «Che fai? Penso», più che interpretare recita – o celebra – sé stesso. Dietro l’ottima resa, a volte i lunghi e collaudati sodalizi hanno come effetto collaterale quello di non riuscire a fugare un retrogusto di déjà vu. Senza l’Almodóvar dell’anno prima, forse La grazia avrebbe potuto aggiudicarsi il Leone d’oro, e magari sarebbe approdato alle sale in tempo utile per competere per l’Oscar al miglior film straniero al posto del pur interessante Familia, già escluso dalla shortlist.
Tuttavia, un’opera così è sempre grasso che cola per il cinema italiano e per il dibattito sui grandi temi di attualità che il cineasta Sorrentino ha sempre il pregio di affrontare. Ad Aldo Cazzullo che lo ha intervistato ha detto che non era sua intenzione riportare l’eutanasia al centro dell’attenzione come invece suggerisce Avvenire, ma se il film «facesse da volano alla riapertura della discussione» ne sarebbe «orgoglioso». Alla Mostra di Venezia, invece, scegliendo il sottotono, ha ammesso di auspicare che il suo lavoro possa alimentare la riflessione sul tema, «ma non so se il cinema abbia ancora questo potere». Dubbio più che legittimo, sebbene per esempio il fresco primato assoluto d’incassi di Buen camino dimostri che ce l’ha, soprattutto quando è accompagnato dalla grazia della leggerezza, della semplicità e della capacità di parlare a tutti come ha la commedia firmata da Gennaro Nunziante e Luca Medici.
Restando nell’alveo del cinema intellettualmente più ambizioso – non dico d’autore perché anche Nunziante lo è alla grande – i precedenti in materia di eutanasia, oltre al citato Almodóvar sono numerosi e altisonanti, dal Denys Arcand di Le invasioni barbariche al Clint Eastwood di Million dollar baby, dal Marco Bellocchio di La bella addormentata sul caso di Eluana Englaro (sempre con Servillo) al François Ozon di È andato tutto bene. Questo per dire che il grande cinema è da sempre massicciamente schierato in favore dello staccare la spina e che le eccezioni come, per esempio, Brado di Kim Rossi Stuart, non godono delle stesse attenzioni.
La grazia di Sorrentino, si diceva, è un grande film con qualche difettuccio (un balletto pleonastico, qualche indugio autocompiaciuto) e momenti memorabili (la sfilata sul piazzale del Quirinale del presidente portoghese, le intemperanze dell’amica di De Santis interpretata da Milvia Marigliano, l’agonia del cavallo nelle scuderie del Quirinale). Soprattutto ha un’idea furba nella definizione del protagonista. Chi è davvero l’enigmatico Mariano De Santis, ritagliato sulle rughe di Servillo, il capo dello Stato ribattezzato «Cemento armato» che, giunto nell’ultimo semestre del settennato deve ugualmente firmare la legge sul fine vita e pronunciarsi sulle istanze di grazia di due detenuti? «Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani», è il vago identikit tracciato da Servillo al Lido quando l’hanno interrogato sull’identità del suo personaggio. Tagliando corto, è un misto di Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano (molto meno individuabili i tratti del tradizionalista Oscar Luigi Scalfaro). In sintesi, De Santis è un Mattarano, o un Napolitella. Forse più il primo del secondo perché, pur essendo democristiano di appartenenza, alla fine, davanti al dilemma morale scelto come innesco narrativo, si comporta come un presidente di sinistra o post-comunista. Davanti alla figlia, l’ottima Anna Ferzetti, pure lei fine giurista, che lo sollecita a esaminare il dossier sull’eutanasia con la domanda «di chi sono i nostri giorni?», lui si arrovella nel dubbio amletico: «Se firmo sono un assassino, se non firmo sono un torturatore». Opposto «al narcisismo» e alla tendenza «a mostrare i muscoli» come denuncia Servillo, i nostri politici dovrebbero coltivare il dubbio. Non tutti però soddisfano l’attore protagonista perché se in materia si fanno «due passi avanti e tre indietro» allora no, non va bene, spiega nelle numerose interviste, dando alla campagna promozionale un tratto di opposizione antigovernativa. Insieme alla grazia come istituto giuridico concessa dal capo dello Stato a uno dei detenuti che ne fanno richiesta, il dubbio etico-filosofico è l’atteggiamento auspicato dal titolo: «La grazia è la bellezza del dubbio», dice il Papa con rasta e scooter (Rufin Doh Zeyenouin) a De Santis. Il quale, incalzato dalla figlia, lo risolve concludendo che «i nostri giorni sono nostri», distanziandosi dal titubante presidente democristiano interpretato fino a quel momento. Insomma, comportandosi più da Napolitano che da Mattarella.
Perché un uomo che abbia una formazione cattolica sa che non è così. Che i nostri giorni non sono nostri anche solo per il fatto che veniamo al mondo senza deciderlo. Ci troviamo fatti. E, se così è, non può essere nella legge di natura disfarci. E sa anche che, fra le tante, esiste la grazia divina che «trae bellezza dalle cose brutte» (Grace, U2). Che, però, non è contemplata nel copione di Sorrentino.

 

La Verità, 15 gennaio 2026

Sorrentino usa la grazia per parlare di eutanasia

La grazia è un film toccato dalla grazia. Uscito come una fucilata dalla testa e dalla penna di Paolo Sorrentino. Un film che sa divertire e anche commuovere, inaspettatamente. Un film con personaggi ad alta definizione e dialoghi di elevata densità. Un film con momenti strazianti e struggenti. E con scene memorabili come la rovinosa caduta del vecchio presidente del Portogallo investito da un diluvio nel cortile del Quirinale durante la visita al suo omologo italiano. Certo, non è un film perfetto, con qualche eccesso, qualche passaggio pleonastico e qualche inevitabile ridondanza recitativa. Per esempio, in Toni Servillo che interpreta un presidente della Repubblica tra Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. E che, non a caso, in conferenza stampa sottolinea «l’importanza di un rilancio narrativo, il regalo di un personaggio totalmente nuovo, che ci ha evitato di adagiarci sul già fatto». Un film, infine, e questo è forse il suo pregio maggiore, che riesce a trattare in modo leggero un tema pesante come l’eutanasia, sul quale è difficile procedere per certezze assolute, tanto più per un artista come Sorrentino.
Mariano De Santis è un grande giurista ed ex magistrato, autore di un codice di procedura penale di 2046 pagine, divenuto presidente della Repubblica. È un uomo ancora innamorato della moglie Aurora, morta alla vigilia dell’elezione e, ora che sta per iniziare il semestre bianco durante il quale i suoi poteri si riducono, la nostalgia di lei non gli dà tregua in un Quirinale, sempre più «luogo di solitudine». Una solitudine acuita dal tradimento di quarant’anni addietro, con chi egli non ha mai saputo. Dopo di allora, anche se marito e moglie hanno continuato ad amarsi, De Santis è rimasto fermo a quel tradimento. Così, ora lo vediamo avvolto nelle sue malinconie e nell’indecisionismo dal quale tenta di smuoverlo la figlia Dorotea, una bravissima Anna Ferzetti, anche lei raffinata giurista. Le responsabilità incombono, soprattutto De Santis è invitato a firmare la legge sull’eutanasia. Per la quale, da Presidente democratico cristiano, non può non confrontarsi con il Papa; un Papa nero con lunghi rasta grigi, raccolti in una coda di cavallo, interpretato da Rufin Don Zeyenouin, che, dopo aver detto che le domande contano più delle risposte, come un contraddittorio Bergoglio, lo esorta a non firmare la legge. «Non sei mai stato capace di leggerezza», lo rimprovera la vulcanica amica storica (una formidabile Milvia Marigliano) confermando il soprannome di «cemento armato» che si porta dietro. «Sono l’uomo più noioso che conosco», dice lui di sé stesso. Tutto il colore e l’estrosità della vita erano nella moglie che non c’è più. Fortunatamente, la figlia gli impedisce di perdersi nelle malinconie e lo incalza con i faldoni delle istanze di grazia. Quella di una donna che ha ucciso il marito violento e torturatore («era un malato psichico terminale, l’ho liberato dalla sua schiavitù, la mia è stata una forma di eutanasia»), e quella presentata dai cittadini di Moncalieri per un professore amato dai suoi alunni che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. E soprattutto con il testo sull’eutanasia di fronte al quale è come paralizzato. «La domanda finale è solo una», stringe Dorotea, «di chi sono i nostri giorni?».
«Mi sono ispirato al Decalogo di Krzysztof Kiesloski, un autore che procede per dilemmi morali», spiega il regista nell’affollata conferenza stampa. «Lo spunto mi è venuto dalla cronaca quando ho saputo che Sergio Mattarella aveva concesso la grazia a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. I dilemmi morali sono un ottimo motore narrativo. Da lì, mi sono soffermato sul presidente della Repubblica e sul suo potere di concedere la grazia. Che, oltre a essere uno strumento giuridico, può essere anche un atteggiamento verso il mondo e la vita. Ho immaginato questo Presidente come una persona innamorata della moglie, ma poi anche della figlia e del diritto. Penso che la costante ricerca delle certezze porti a frequentare il dubbio come, secondo me, dovrebbero fare i politici fino a trasformarlo in una decisione etica e responsabile». Neanche Sorrentino, però, ha certezze granitiche: «La riflessione sull’eutanasia non è un’alternativa tra il bene e il male, ma più spesso è una domanda su quale sia il male minore. Tra la domanda semplice su di chi sono i nostri giorni e la risposta altrettanto semplice che dice che sono nostri, c’è il muro della vita».
Altro tema classico del cinema sorrentiniano, anche quest’opera si sofferma sullo scorrere del tempo e la trasmissione di valori tra generazioni. Fino a un certo punto della vita sono i genitori a insegnare, ma poi tocca ai figli condurre i genitori, riflette De Santis quando scioglie i dubbi sul testo della controversa legge: «I nostri giorni sono nostri». Insomma, il protagonista è un Mattarella che alla fine si avvicina molto a Napolitano, come confermerebbero le sue origini partenopee? Servillo: «Non c’è il riferimento a un unico personaggio che ha ricoperto il ruolo di Capo dello Stato. Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani». Già. Ma un presidente democristiano sa che i nostri giorni non sono nostri perché non veniamo al mondo per nostro volere, ma ci troviamo fatti.
Alla fine, il produttore di Freemantle, Andrea Scrosati, regala una notizia: «Sorrentino mi ha fatto leggere questa sceneggiatura quattro anni fa, ma poi ha voluto realizzare Parthenope. Ora quello che ho visto sullo schermo è ancora meglio di quella sceneggiatura». Quando arriverà nelle sale, il 15 gennaio, il film potrebbe alimentare il dibattito sull’eutanasia? «Me lo auspico, ma non so se il cinema abbia ancora questo potere», ammette il regista. Di sicuro, quella data lo escluderebbe dalla corsa agli Oscar. Ma forse la conquista di un grande premio alla Mostra potrebbe suggerire di anticiparne l’uscita.

 

La Verità, 28 agosto 2025

Trevisan: «Il potere è in mano agli infottenitori»

Niente da fare, non c’è verso di fargli togliere gli occhiali da sole nemmeno quando gli scatto qualche foto con il cellulare. «Gli occhi non si devono vedere», dice. Vitaliano Trevisan li ha azzurri chiarissimi, come quelli di certi husky siberiani. Nelle rare foto in cui si vedono, velati di tristezza, sembrano contraddire il piglio che promana dalla pelata, dalla basettona, dalla mimetica. Attore, drammaturgo, sceneggiatore, scrittore radicato nella periferia vicentina, Trevisan ha raccontato i suoi 57 anni molto irregolari nell’ultimo libro, Works (Einaudi, 2016): praticamente un’autobiografia. «È un mémoire centrato sul tema del lavoro», precisa. «Su consiglio di un amico ho aspettato di superare i 50 per scriverlo». L’amico è uno dei pochi che resiste alla sua misantropia e anche nel libro vi compare come «l’Eccezione», figlio di un vecchio assistente di Mariano Rumor, già potente ministro e presidente del consiglio democristiano, l’unico a non aver fatto carriera per l’assoluta incapacità a trarre vantaggio dalle sue frequentazioni. Tale padre, tale figlio.

In Works, Trevisan racconta quarant’anni di lavori sempre diversi e quasi mai soddisfacenti. Manovale, lattoniere, muratore, cameriere, costruttore di barche a vela, gelataio in Germania, geometra, venditore di mobili, portiere di notte, fino al raggiungimento di una certa stabilità come scrittore e drammaturgo, sua vera ambizione. Sempre con un’attività di spacciatore sottotraccia. Sempre nella provincia veneta, martoriata da uno sviluppo urbano selvaggio. Sempre dentro un conflitto irrisolto col mondo attorno. Deragliamenti, ricoveri in psichiatria, matrimonio scoppiato. Da qualche anno vive a Crespadoro, paesino di 1300 abitanti sotto le Prealpi, dove si arriva risalendo la valle del Chiampo, quella delle concerie.

Capannoni tra le villette. Paesaggio devastato, senza logica e desolato come la tua scrittura.

«Vero: paesaggio devastato. Ma l’assenza di logica mi piace, dà l’idea di una forza naturale. Se ce l’avesse, una logica, m’infastidirebbe di più. L’anarchia ha un certo fascino».

Come hai scelto di venire quassù?

«Non mi piaceva più stare in periferia e il centro mi ha sempre fatto schifo. Qui siamo vicini alle montagne e l’aria è buona».

È il posto giusto dove ambientare la tua misantropia?

«Non sono misantropo. Frequento il mondo. È il posto dove compensare queste frequentazioni».

Come trascorri le giornate?

«Adesso sto scrivendo una pièce teatrale. Una cosa per me. S’intitolerà Il delirio del particolare. È la storia di una vedova che torna nella sua vecchia casa disegnata, dal grande architetto Carlo Scarpa. Per venderla deve fare l’inventario. Così, inizia il recupero della memoria. Quando l’avrò finita la manderò in lettura a un po’ di persone che mi leggono volentieri».

A differenza di Goffredo Fofi che si rifiutò di farlo, consigliandoti di lasciar perdere il teatro di parola che considerava morto?

«Se è per questo, non ho mai ascoltato i consigli di nessuno. Quei testi sono stati miracolosamente portati a teatro da Toni Servillo e Anna Bonaiuto, da Ugo Pagliai e Paola Gassman».

Per Goffredo Fofi «il teatro di parola è morto»

Per Goffredo Fofi «il teatro di parola è morto»

Tornando alle tue giornate?

«Scrivo un paio d’ore al mattino e un altro paio al pomeriggio. Poi vado a far legna. In casa ho delle stufe. Facendo legna da alberi morti mi scaldo e mi tengo in esercizio».

Il boscaiolo è un lavoro che ti mancava. La frase finale del libro – «Tutto ciò che potrebbe incriminarmi è frutto d’invenzione» – serve a pararti il culo?

«L’ufficio legale dell’Einaudi mi ha detto che per questo basta che sia un racconto autobiografico. Quella frase mi piaceva. È l’opposto di quella che si legge abitualmente all’inizio delle opere di fiction, dove ogni “riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale”».

O causale?

«Appunto. È un gioco, una cosa per divertirsi, quando si può».

Quassù la tua miglior compagnia è la solitudine?

«Ho un cane, un fox terrier tedesco. Si chiama Dean, da Dean Martin, in omaggio a un amico nato nel giorno del suo compleanno, mentre io sono nato nel giorno del compleanno di Frank Sinatra».

Con Servillo e Matteo Garrone, per il quale hai scritto e recitato in Primo amore, i rapporti sono proseguiti?

«No. Avevano degli ego troppo grandi per me».

Toni Servillo ha portato in scena alcuni testi di Vitaliano Trevisan

Toni Servillo ha portato in scena alcuni testi di Vitaliano Trevisan

Cos’è successo?

«Basta così».

Con chi mantieni buoni rapporti?

«Con Alessandro Haber e Andrée Ruth Shammah. Al Franco Parenti abbiamo fatto Una notte in Tunisia, poi l’adattamento de Gli innamorati di Carlo Goldoni».

Vivi di questo?

«Sì. Faccio anche degli spettacoli, come lettore e attore. Serate con musicisti. C’è una drammaturgia, non si tratta solo di alternare un brano di lettura a un brano musicale».

Leggi, guardi la televisione?

«Leggo La Gazzetta dello Sport e ascolto Radio 24».

Spiega.

«Sulla Gazzetta scrivono bene di cose futili. Ed è sempre meglio che scrivere male di cose serie».

E Radio 24?

«Mi dà la prospettiva sul mondo degli industriali. Siccome il mondo è dominato dall’economia, conoscere la lingua dei dominatori aiuta a difendersi. I dominatori sono grandi comunicatori, quelli che Jeremy Rifkin chiamava gli insaporitori, esaltatori di sapidità. Oggi la radice dell’economia è nella comunicazione. È la comunicazione, e la pubblicità, a produrre posti di lavoro attraverso la profusione di parole. Gli infottenitori comandano».

Infottenitori?

«Loro. Esiste l’infotainment, crasi di information e entertainment. In italiano si dice informazione e intrattenimento, da cui deriva infottenimento. Chi lo pratica è un infottenitore. Non è una semplice traduzione dall’inglese. In italiano l’espressione rimanda al verbo fottere. Questo per dire come la penso. E anche per dire come lavoro sul linguaggio, rispetto a chi conia calembour facili e molto gettonati nei social».

Con i quali che rapporto hai?

«Normale. Senza allergie e senza euforie. Ho una pagina Facebook, dove pubblico foto, citazioni da letture, qualche raro intervento sull’attualità che quasi mai viene colto».

Televisione?

«Non la possiedo. La guardo quando sono in trasferta, in qualche hotel. Non mi manca».

C’è qualche autore o scrittore che segui con più assiduità?

«Sto leggendo delle interviste a David Mamet. E poi seguo Eyal Weizman, un architetto israeliano che vive a Londra e si occupa di architettura forense, di edifici danneggiati nelle guerre».

Che cosa t’interessa?

«Trovo stimolante la sua analisi, e quella di Hannah Arendt, dei limiti del male minore, la filosofia adottata da molti governi europei o dalle Ong per applicare le leggi sull’asilo politico. Ci vorrà tempo, probabilmente, ma prima o poi capiremo che, alla fine, l’umanitarismo del male minore avrà aumentato il numero dei morti».

Cosa te lo fa dire?

«Esemplifico. Più le imbarcazioni delle Ong si avvicinano alle coste libiche, più favoriscono le partenze. Se devono percorrere 100 miglia dalla riva, i profughi si procurano un certo tipo di barca. Se devono percorrerne solo 10 si butteranno sopra il primo gommone che trovano. È una questione di metodo e l’informazione è decisiva. Il male minore ci spinge a salvare quelli che stanno morendo in quell’istante, dimenticando che in questo modo, in tempi lunghi, ne moriranno di più».

Hai una soluzione?

«Non è compito mio, ci dovrebbe essere la politica. In più vedo un’altra cosa».

Sentiamo.

«Nei Paesi occidentali la disoccupazione giovanile continua a crescere, mentre i lavori più duri e malpagati li fanno i profughi che riescono ad arrivarci. Questo significa che la nostra società ha bisogno di quelle persone che fuggono».

L’immigrazione è un disegno del capitalismo?

«Non dico questo. Sono due fatti che esistono e interagiscono, anche senza che ci sia nulla di organizzato a priori».

Segui la politica?

«Perché dovrei se non voto?».

Tra Thomas Bernhard, Giacomo Leopardi e Charles Bukowski in chi ti riconosci di più?

«Bukowski no. Gli altri due li sento più vicini. Se vuoi un autore americano, potrei dire William Burroughs».

Hai visto quanto ha venduto il libro di Alessandro D’Avenia su Leopardi?

«Ho visto. Ma un libro che inizia con “Caro Giacomo” m’induce a non proseguire».

È un libro rivolto ai giovani che a migliaia seguono i suoi spettacoli teatrali.

«A migliaia vanno anche agli incontri con Mauro Corona».

C’è una bella differenza. In Works scrivi: «Non credo in dio, ma credo nel peccato, imperdonabile, di essere venuto al mondo». Hai fastidio di vivere?

«Sì».

Andrée Ruth Shammah ha prodotto alcuni spettacoli di Vitaliano Trevisan

Andrée Ruth Shammah ha prodotto alcuni spettacoli di Vitaliano Trevisan

Non hai rimpianti per qualche occasione perduta?

«Avrei potuto fare il medico o l’infermiere, visto che il sangue non m’impressiona. O l’attore».

Hai rifiutato qualche invito?

«Non ho intrapreso quelle strade quando avrei potuto».

La politica avrebbe potuto dare un senso?

«È un mondo lontano dalle mie possibilità».

E il cristianesimo?

«Anche il cristianesimo lo è. Non sento in me la possibilità di credere in qualcosa. Fede, scienza, psicanalisi».

Però credi nel destino sciagurato di esser nato. Un evento di cui non siamo noi a decidere né il dove né il quando. Tutto per caso?

«Esiste il caso. Ed esiste il modo di reagire di fronte alle questioni che il caso ci pone. Questo, a lungo andare, forma un destino».

Che però, non derivando da un dio, è caotico, giusto?

«Giusto: c’è il caos. Tutto il resto è un tentativo umano di dare una parvenza di ordine. Se devo pensare a un disegno lo vedo nello sviluppo della specie che potrà portare all’autoestinzione. Le premesse ci sono. Oppure all’espansione senza fine. Negli anni Sessanta si facevano viaggi spaziali per trovare nuovi mondi dove vivere in futuro. Oggi non se ne parla più. Ma magari si ricomincerà a farlo».

Che cosa ti tiene lontano dal suicidio?

«I farmaci, nel senso ampio del termine».

 

La Verità, 14 maggio 2017