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«A Bologna Lepore impone un totalitarismo ambiguo»

Bologna tornata al clima degli anni Settanta? Anche ieri, durante lo sciopero indetto dagli studenti al grido di «No Meloni day», nel capoluogo dell’Emilia Romagna dove domani e lunedì si vota per il rinnovo del governo regionale, si sono bruciati manifesti e urlati slogan violenti. Ne ho parlato con Davide Rondoni, forlivese di nascita e bolognese d’adozione, poeta, scrittore, presidente del Comitato per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di san Francesco.
Com’è Bologna vista da un poeta?
«È una signora che non vuole invecchiare, ma non ci riesce».
Non vuole accettare lo scorrere del tempo?
«È difficile accettare di non essere la città che pensava d’interpretare la storia e ammettere che, invece, ti supera da tutte le parti».
Mi fa qualche esempio?
«Francesco Guccini cantava Dio è morto in un’osteria il cui affitto era pagato dai frati e oggi partecipa ai pellegrinaggi con il cardinale Matteo Zuppi».
Che tipo di pellegrinaggi?
«È andato a Roma con la diocesi. Chi ha fatto cantare per anni i ragazzi con il pungo alzato oggi si accorge che deve dialogare con il cardinale e va ai pellegrinaggi con lui».
Altri esempi?
«Quest’estate il New York Times ha dipinto Bologna come un mortadellificio. La capitale del comunismo ha generato la città del consumismo».
A proposito di sorpassi della storia, si è parlato di ritorno degli anni Settanta.
«Non so se sia un ritorno o una permanenza. Bologna è sempre stata città di estremismi, ben ospitati prima dal Pci e ora dal Pd, all’interno della inevitabile dialettica che c’è nella cultura marxista tra chi è ortodosso e chi è avanguardia. Questo scenario, più che un ritorno, determina una stagnazione della mentalità di quel decennio. La città che si professa più progressista in realtà è la più conservatrice».
I toni delle dichiarazioni, da «camicie nere» a «zecche rosse», sembravano quelli di allora.
«Questi sono elementi espressivi. La questione vera l’aveva già evidenziata Pier Paolo Pasolini, che qui attaccano alle finestre del Comune, ma non leggono, quando diceva che Bologna era una città senza senso dell’alterità. Ciò che veramente non appartiene al sistema generato dai tre grandi poteri – gli eredi del Pci, la massoneria e la curia – è mal sopportato».
In una città roccaforte della sinistra manifestazioni di segno diverso non sono tollerate?
«Il problema non sono le manifestazioni che, anzi, possono essere funzionali a questo teatro. Ci sono altre situazioni poco tollerate».
Per esempio?
«Non c’è la libertà che si crede. È capitato che Unipol, uno dei colossi economici italiani, abbia annullato una conferenza scientifica perché la mia partecipazione è stata considerata scomoda».
Cioè?
«A una riunione che preparava una conferenza sulle frontiere della medicina tra umanesimo e scienza, mi è stato detto che non si poteva fare perché il mio nome era scomodo».
Scomodità dovuta a cosa?
«Mi definisco cattolico di rito romagnolo, quindi un po’ scomodo per tutti lo sono. Per solidarietà altri relatori si sono ritirati ed è saltato tutto».
Alla manifestazione di ieri si sono urlati slogan come «Meloni boia», «Piantedosi boia» e si sono bruciate foto del premier con il volto imbrattato di vernice rossa.
«Sono esternazioni di una piccola e rumorosa minoranza, mantenuta in vitro dal Pd con spazi e prebende, che si agita in modo noioso e senza più alcun senso della complessità. È un peccato perché in mezzo ci sono anche ragazzi animati da buone intenzioni».
Il sindaco Matteo Lepore non perde occasione per dare della fascista al premier: serve a compattare i militanti, è una forma di propaganda o che cos’altro?
«È mancanza di cultura. Già nel 1973 Pasolini diceva che era fuorviante continuare a parlare del fascismo storico. Lui come Augusto Del Noce vedevano il dilagare di un’altra forma di fascismo: l’omologazione a una civiltà consumistica e individualistica».
C’è anche un po’ di propaganda in vista del voto di domani?
«La politica è un teatro nel senso anche nobile del termine, tutto si svilisce quando diventa teatrino. Bisogna capire quale parte recita Lepore gridando “al lupo al lupo”, mentre è l’interprete di un totalitarismo strisciante ancor più soffocante».
Quale sarebbe?
«Come il fascismo imponeva di non usare parole inglesi nel linguaggio corrente, così oggi il comune di Bologna impone la terminologia gender».
Asterischi e schwa nei documenti?
«Esatto. Lo fa anche l’università».
Che strascichi ha lasciato l’alluvione?
«La popolazione è incazzata. Dar la colpa alla pioggia è strano perché metà della città si è allagata e l’altra metà no».
Com’è possibile?
«Alcune manutenzioni non fatte hanno generato il disastro in una parte della città».
Da anni si sapeva che il torrente Ravone era a rischio esondazione ma, nonostante studi e allarmi, non si è fatto nulla?
«Non sono un tecnico, ma mi pare che le cose siano andate in modo diverso a seconda degli interventi fatti o non fatti».
L’amministrazione comunale accusa l’indifferenza del governo centrale.
«Credo che la manutenzione dei fiumi sia di competenza degli enti locali».
La Corte dei conti ha documentato riguardo alla precedente alluvione che la Regione ha speso solo il 10% dei fondi per il territorio, ma si continua ad attribuire le colpe del dissesto al riscaldamento globale.
«Il riscaldamento globale c’è e purtroppo possiamo fare poco visto che sia l’America che la Cina sono assenti alla Cop 29 in corso in questi giorni. Tuttavia, bisogna capire se la causa di questi eventi è il riscaldamento globale o qualcosa che avremmo potuto fare noi, come enti locali».
Cosa pensa del provvedimento che impone il limite di velocità a 30 km orari in città?
«So che si stanno raccogliendo le firme per promuovere un referendum abrogativo. Rallentare una città già lenta, con i dati degli incidenti in calo, non mi pare una bella idea. Conservatorismo è anche continuare a promuovere un’ideologia anziché basarsi sulla lettura della realtà».
Il sindaco ha un modello cittadino in testa?
«Bisognerebbe chiederlo a lui. A me pare che il fallimento colossale di Fico Eataly world, milioni di euro pubblici e privati buttati, dimostri che sotto le idee che si vogliono affermare a ogni costo, si vogliano favorire soprattutto degli interessi commerciali. Sarebbe bastato chiedere alla gente per strada per capire che quel tentativo non poteva funzionare».
Il modello è la città green?
«A giudicare dai tanti poveracci che dormono sotto i portici, di green a Bologna c’è poco. Di green c’è molta erba spacciata insieme a molte pasticche nella zona universitaria e nei dintorni della stazione dove, non a caso, si susseguono episodi anche gravi di criminalità».
Qual è la formazione del sindaco?
«È cresciuto nell’area di Unipol con cui ha lavorato anche all’estero. Con un gioco di parole, si potrebbe dire che è un(i)pol d’allevamento. Sono più di sinistra io di Lepore».
Le sardine sono sparite?
«Hanno fatto quello che dovevano salvando il Pd dalla débâcle nelle elezioni regionali del 2020. Sparendo, si sono dimostrate quello che erano, un fenomeno elettorale».
Come convivono la sinistra tradizionale e quella antagonista?
«
Si giustificano e sostengono a vicenda. Da un lato il Comune garantisce alle sigle estreme spazi cittadini e impunità nelle varie azioni e occupazioni, dall’altra i centri sociali fanno il lavoro duro quando serve. È un antagonismo finto».
La vicesindaco Emily Clancy era alla manifestazione dei centri sociali contro quella di CasaPound.
«Esatto».
Ecologismo spinto, presenza dei centri sociali e frequenti attacchi al premier configurano una gestione militante della città?
«Penso che faccia comodo questa immagine perché, secondo me, al 97% dei bolognesi non frega molto di questa militanza. Bologna è una città seduta, l’attività degli estremisti interessa una piccola parte della popolazione. La maschera di progressismo serve a mantenere tutto fermo. Si coprono le aggregazioni più radicali, si fanno dei provvedimenti ecologisti di facciata, ma si mantiene la politica di sempre. È la strategia di tutta la sinistra da 40 anni. Lepore è un derivato non un agente promotore. Ricordiamoci che Stefano Bonaccini aveva vinto le primarie nel partito, Elly Schlein ha prevalso con il voto allargato. Questo fa capire che il partito viene usato da altre forze».
Domani e lunedì si vota, l’Emilia Romagna è contendibile?

«Come dimostrano esperienze recenti, di roccaforti inattaccabili non ce ne sono. Altre città della regione non sono governate dalla sinistra. Penso che Elena Ugolini sia un’ottima candidata e che la gente inizi a stufarsi di questo finto progressismo conservatore».
Che differenza c’è tra la Bologna di Prodi, capitale dell’Ulivo, e la Bologna di Lepore?
«Col tempo l’esperienza dell’Ulivo, erede del cattocomunismo italiano e bolognese, ha dimostrato tutta la sua vacuità. Si è messo un cappello cattolico a un altro tipo di potere. Non servendo più, si sono tolti il cappello cattolico. Infatti, mi sembra che le ultime uscite di Romano Prodi sul Pd siano un po’ stizzite. In realtà, da decenni prevale l’immobilismo; anche l’episodio di Giorgio Guazzaloca è stato più interno alla sinistra che una vera alternanza con il centrodestra».
La Chiesa in che modo si fa sentire?
«La Chiesa non può essere interpretata politicamente. Molti vorrebbero Zuppi sindaco della città».
Perché è una figura politica?
«Non direi così. Ha la sua storia legata alla Comunità di Sant’Egidio, ma di questi tempi la Chiesa non si schiera. Credo che politicamente sia poco influente. Con le opere di carità invece è una presenza reale».
Lei è presidente del Comitato per le celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di San Francesco: come valuta il pronunciamento dei frati di Assisi in favore della candidata di centrosinistra alle elezioni regionali in Umbria?
«Dalla lettera che hanno scritto al Corriere della Sera mi sembra che più che i frati si sia schierato il Corriere. Penso che san Francesco è di tutti e sta con tutti».

 

La Verità, 16 novembre 2024

La squadra che colorò di terra rossa gli anni ’70

È una notevole sorpresa che 46 anni dopo emergano tante curiosità e aneddoti e retroscena dalla memoria dell’unica Coppa Davis vinta nella Santiago del Cile del dittatore Augusto Pinochet. È noto che fu disputata superando le feroci polemiche della vigilia, ottenendo la liberazione di alcuni prigionieri politici, discutendo se danneggiava di più il dittatore il blocco delle esportazioni Fiat o della trasferta della nazionale di tennis. Chi c’era allora ricorda anche il Pci, già partito della fermezza e deciso a imporre il diktat dei migliori anche nel tempio della racchetta, sostenuto perfino da Domenico Modugno che canta contro la frenesia per l’insalatiera e Paolo Bertolucci che, solitamente serafico, si preoccupa: se ci si mette pure lui è finita. Alcune vicende si ricordano, ma Una squadra, la docuserie ideata scritta e diretta da Domenico Procacci, prodotta da Fandango, Sky e Luce Cinecittà (in onda sulla non visibilissima Sky Documentaries) è ugualmente un piccolo grande capolavoro. Una sceneggiatura naturale che l’intero nostro cinema stenta a produrre in anni di sforzi e impegno. Un film ricco di pregi. Il primo è raccontare un’epoca, i controversi Settanta, nella visuale parallela dello sport. È un’alternativa di sentimenti, di priorità e di traguardi rispetto alla memoria ufficiale quella che snocciolano i protagonisti, ottimi narratori, più generosi per indole e abitudine Adriano Panatta e Paolo Bertolucci di Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli e Nicola Pietrangeli, ma tutti ben disposti a ricordare e svelare particolari inediti dell’epopea. Ma è anche una strabiliante differenza cromatica a emergere dagli spezzoni degli archivi, nelle tinte degli anni di piombo, del bianco e nero dei telegiornali prima dell’avvento della tv a colori nel febbraio 1977, appena un mese dopo quella storica impresa. Così, nella ricostruzione dei filmati, il rosso della terra di quelle vittorie (e sconfitte) esplode nella sua brillantezza, diffondendo un sentore di alterità e ribellione al grigiore dell’ideologia imperante. La trasferta nel Sudafrica dell’apartheid per la semifinale persa del 1974 – allora, curiosamente nessuno protestò – con la scoperta che la camera dell’hotel non aveva la televisione perché non c’era in tutto il Paese, per evitare che i neri s’informassero e continuassero a restare segregati. O la storia di un’altra amara sconfitta nella finale in Cecoslovacchia del 1980, disputata tra le manifestazioni e i pugni chiusi e con arbitri che favorirono la squadra della nazione ospitante.

Chi ha avuto vent’anni in quel decennio deve evitare la trappola della nostalgia e del confronto con i sogni e le promesse di allora, di com’è andata e di come siamo oggi, anche tennisticamente parlando. Un altro dei pregi della serie è rammentarci che quella nazionale era composta dal numero 4, 7, 12 e 24 del mondo (nell’ordine, Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli): classifiche che neppure oggi, in una delle nostre migliori stagioni, possiamo vantare. E che, sempre loro, in cinque anni arrivarono quattro volte a disputarsi la famosa insalatiera.

Nessun Eden però, nessun idillio o magica armonia avvolge lo spogliatoio, attraversato invece da rivalità, mutismi, attriti. Anche di Panatta con Pietrangeli, il campione dal quale eredita il testimone, e che la prima volta che lo vede giocare gli fa: «A regazzì, guarda che la palla corta l’ho inventata io». Battibeccheranno diverse altre volte sebbene Pietrangeli venga accolto come un salvatore dopo la gestione di Orlando Sirola che, come condizione per convocarlo, chiede a Panatta di tagliarsi i capelli. Figurarsi: niente Davis. Sei sicuro?, gli chiede suo padre. «Sì, gioco a tennis con i capelli o con la racchetta?». «E quindi, niente Davis?». «No, niente… Mio padre era uno che faceva le pause e pesava le parole. Dopo un po’ disse: “E se te lo chiedo io?”. Se me lo chiedi tu, va bene».

In realtà, il quartetto è composto da «una doppia coppia». «Io e Corrado, finito di allenarci, andavamo a casa, in famiglia» (Zugarelli), «Si erano sposati a ventun anni, peggio per loro» (Panatta). Erano stili e filosofie di vita opposte. Dopo un torneo di esibizione in Argentina, si deve tornare in Italia. Corrado sceglie un volo di linea, Panatta e Bertolucci passano da Parigi a salutare delle amiche e scialacquano il lauto premio per i biglietti del Concorde che però parte da Rio de Janeiro, giusto il tempo di rinforzare l’abbronzatura a Copacabana. Paolo e Adriano vivono insieme come Sandra e Raimondo, uno è lo chef l’altro rassetta. Invece, sul campo Paolo prepara il punto e Adriano lo chiude, prendendosi gli elogi del pubblico meno competente. Quando Panatta eccede con il suo egocentrismo, Bertolucci gli oppone un distacco che lo manda in tilt. Come durante una finale a Buenos Aires contro Guillermo Vilas, in uno stadio tutto per l’argentino, quando Paolo, l’unico che può sostenerlo, si becca gli insulti dell’amico che lo coglie distratto.

La sceneggiatura naturale è la storia dei viveur campioni. Criticato dal pubblico per quanto avrebbe potuto dare se si fosse concentrato sullo sport, Adriano prende il centro del film. Una sera è al cinema seduto vicino a Loredana Bertè in minigonna inguinale e ginocchia piantate sullo schienale della poltrona davanti. Si accendono le luci dopo il primo tempo e dalla galleria si alza una voce: «A Panà, e grazie ar cazzo che non vinci mai». Invece, si sposa e comincia a vincere. Agli Internazionali di Roma batte il solito Vilas («Salvare al primo turno 11 match point per l’avversario e poi vincere il torneo non so se capiterà ancora»), mentre tra un set e l’altro Gianni Minà lo interroga su tattica e stato emotivo. A seguire conquista Parigi dopo aver sconfitto Bjorn Borg. La mattina della finale, però, in spogliatoio non si trovano le scarpe. Mancano poche ore all’inizio del match e in Francia non vendono le Superga. Telefonata all’amico di Roma, apertura del negozio, corsa a Fiumicino, consegna delle scarpe al caposcalo che le passa a un pilota in partenza… Alla fine, dopo un’altra sbruffonata, Panatta sconfigge Harold Solomon e sale al numero 4 della classifica mondiale. «Il giorno dopo», confida, «avevo una strana malinconia, perché l’appagamento dura poco e si pensa subito a un nuovo traguardo». Nel dicembre di quell’anno si va a Santiago del Cile… Panatta convince Bertolucci a indossare le magliette rosse per mandare un segnale. Vincono e tornano in Italia, ma dopo le feroci polemiche l’accoglienza è tiepida. Ricorda Barazzutti: «Sembrava avessimo sparato al gatto invece di aver vinto una Coppa Davis».

 

La Verità, 18 maggio 2022