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«La sinistra ha mollato i deboli e rincorso i ricchi»

Lui assicura di averlo sempre detto. Di aver sempre ammesso di essere un radical chic, amico dei potenti. «Del resto, la mia biografia e la mia professione sono queste. Ci sono le foto. E ci sono i libri e gli articoli che ho scritto. Sono amico di molti operai e anche dell’ingegner Carlo De Benedetti. Continuerò a frequentare sia loro che lui dicendo sempre come la penso. Non ho mai immaginato di poter essere un leader della sinistra. Tanto meno di poter contribuire a quello che sarà un cammino di risalita lungo, incerto e faticoso. Non illudiamoci». Lui è Gad Lerner, volto e firma del giornalismo militante, da Lotta continua al Tg1, dal Manifesto a La7 passando per programmi come Profondo nord, Milano, Italia e L’Infedele. «No, non c’è stato un motivo scatenante della mia autocritica – parola sovietica. O forse sì, la querelle sul Rolex, che è servita solo a consolidare l’etichetta di radical chic». Strenuo oppositore di Matteo Salvini, mi riceve in corso Sempione, dove sta preparando uno speciale sulla morte di Soumaila Sacko, il migrante del Mali ucciso il 2 giugno in una baraccopoli vicino a Rosarno: «Potrebbe essere uno dei miei ultimi lavori in Rai. Vedremo chi arriverà qui. Anche su questo non mi faccio illusioni. Lo dico senza vittimismo, grato a quest’azienda nella quale sono tornato a lavorare per volontà di Carlo Verdelli».

Perché la sinistra sta sparendo?

«Quando si patiscono sconfitte storiche si finisce sottotraccia. Mi auguro che i dirigenti superstiti non s’illudano di tornare presto al governo, con qualche scorciatoia. I terreni vanno arati e coltivati con pazienza per vedere se quello che c’è sotto può riprendere a dare frutto. La sinistra italiana non ha saputo tutelare le classi subalterne».

È un fenomeno globale?

«Certamente. Un conto è organizzare un movimento di lavoratori in un pianeta che al tempo di Carlo Marx aveva 1,5 miliardi di abitanti, un altro è farlo ora che ne ha sette. Le braccia che si offrono vantaggiose ai datori di lavoro si sono moltiplicate. Questo rende difficile tutelare la retribuzione e la dignità dei lavoratori. Non solo nei mestieri umili e manuali, ma anche in quelli qualificati come il nostro, che oggi è proletarizzato».

La sinistra ha abbandonato la battaglia contro le diseguaglianze.

«Per decenni si è pensato che la risposta alla difficoltà dell’economia fosse lasciare briglia sciolta agli imprenditori, liberalizzando i contratti e rendendo più flessibili gli orari. Oggi l’Italia è uno dei Paesi europei con più negozi aperti 7 giorni su 7. In Germania il sabato e la domenica sono chiusi, ma l’economia va molto meglio».

Hai parlato di ansia di legittimazione…

«Per arrivare a governare, i partiti di sinistra si sono alleati con le famiglie capitaliste in nome di una presunta maggiore competitività delle aziende. Riducendo i salari e le garanzie dei lavoratori si sarebbero aumentati i margini e l’economia ne avrebbe tratto vantaggio. È stata una gigantesca illusione».

Dicevi che ha smesso di occuparsi dei ceti subalterni.

«Nella seconda metà degli anni Novanta i dirigenti del partito che per la prima volta conoscevano i rappresentanti dell’alta finanza subirono una sorta d’infatuazione. Ricordo il compiacimento con cui Massimo D’Alema raccontava l’incontro con l’inavvicinabile Enrico Cuccia, immaginando alleanze quasi fosse il portavoce dell’intera borghesia, mentre era l’espressione di un’oligarchia molto ristretta che badava più al controllo delle aziende che al loro futuro».

Tu eri vicino a Romano Prodi.

«Simpatizzavo per lui perché, da democristiano scafato con un passato all’Iri, non aveva la sindrome del parvenu. Ma intratteneva rapporti da pari a pari con i big del capitale».

Eri vicino anche a De Benedetti e Agnelli.

«Sono frequentazioni nate dal lavoro. Per i giovani giornalisti entrare nelle loro stanze era un traguardo. Di alcuni protagonisti dell’establishment sono diventato amico, pur conservando la diversità della mia storia rispetto alla quale sono curiosi, come io della loro».

Senza la legittimazione dei poteri forti la sinistra non sarebbe mai entrata nella stanza dei bottoni.

«Dopo aver governato Bologna, Firenze, Milano, Roma e le regioni era legittimo che persone di buona capacità amministrativa aspirassero a governare il Paese. Questo implica sempre un momento di rassicurazione dei poteri forti. Persino Luigi Di Maio è andato alla City di Londra prima del 4 marzo. E ora Matteo Salvini ha incontrato Tony Blair. Negli anni Novanta in questo sforzo di rassicurazione c’è stato un eccesso di zelo».

Intanto i ceti medi e piccoli hanno cominciato a sentirsi più difesi dai movimenti populisti.

«Lo sperano, vedremo come andrà. In Italia tra il 1919 e il 1922 è già successo che le masse dei lavoratori sconfitte si siano spostate nel campo del fascismo. Allora passò l’idea che l’unico modo di difendere gli interessi dei più deboli fosse puntare sulla nazione, grande proletaria. Oggi questa illusione ritorna con lo slogan “prima gli italiani” che Salvini ha preso da Casa Pound».

E da Donald Trump. Enrico Lucci dice che «una persona che arriva dal Ghana non può avere gli stessi diritti di un italiano che aspetta da 15 anni una casa popolare».

«È solo una frase d’effetto perché una persona in attesa da 15 anni per la casa non viene mai scavalcata da chi è appena arrivato dal Ghana. In Rai c’è la corsa ad allinearsi. Ho trovato esilaranti i proclami di Carlo Freccero che, testuale, ha detto di esser diventato sovranista».

Freccero è fuori dalla Rai e è su queste posizioni da ben prima del 4 marzo.

«Lo so, è vicino a Grillo. Adesso arriva Lucci. Sono riposizionamenti consueti».

Per un apolide è normale essere globalista?

«Lo è. Da ebreo sono geloso delle mie tradizioni e della mia identità».

Ma non credi nella heimat, la piccola patria.

«Di heimat ne ho più d’una. Un intellettuale viennese come Karl Kraus diceva che sangue e suolo insieme fanno solo venire il tetano».

Il globalismo della Silicon Valley cosa fa venire?

«Chi vuole condizionare il nostro modo di pensare fa paura. Dietro l’elezione di Trump c’è lo strapotere di Twitter e di Facebook».

Il primo ad avvantaggiarsene fu Obama.

«Certo. È difficile farne a meno. I social vanno usati, ma la razionalità è un’altra cosa. La storia del mio Rolex la conosci?».

A grandi linee.

«A luglio, dopo l’iniziativa di don Ciotti, mi faccio fare una foto da mio figlio con la maglietta rossa sul terrazzo di Milano. Subito sui social cominciano a parlare di una villa a Portofino o a Capalbio. Mentre l’unica casa che possiedo è una cascina nel Monferrato di cui ho appena finito di pagare il mutuo. Poi si puntano sul Rolex. Lo vedi questo? In acciaio, roba del ’92. Ma il radical chic non può difendere i migranti».

Ciò che più spaventa della new technology è l’omologazione. Il Pd è diventato un partito radicale di massa come preconizzava Augusto Del Noce?

«Credo che il Pd si sia battuto troppo poco per i diritti civili, a cominciare dal mancato voto di fiducia sullo Ius soli. Avrebbe dovuto essere un partito più femminista e più deciso nella battaglia contro l’omofobia. Su questo abbiamo opinioni diverse».

Non mi pare siano queste le emergenze del Paese. In Gran Bretagna Jeremy Corbyn sta allargando i consensi, perché da noi Leu ha preso il 3%?

«Credo per la scarsa credibilità del gruppo dirigente, composto da persone che, quasi tutte, avevano attraversato la fase della ricerca dell’accordo con l’establishment. Saranno altri a prendere il loro posto».

Chi saranno i nuovi leader?

«Spero vengano dal sindacalismo, dalle categorie dei lavori umili, dal volontariato, le attività di aiuto alle persone. E da coloro che, dopo aver realizzato che la ricetta di “prima gli italiani” ci avrà fatto diventare più cattivi e più poveri, sappiano trasferire in politica le loro energie».

Cosa pensi della candidatura di Nicola Zingaretti?

«Mi sembra una persona con un percorso politico rispettabile. Ma temo insufficiente a rappresentare la novità che la sinistra aspetta».

Che cosa hanno evidenziato gli applausi e i fischi ai funerali di Stato di Genova?

«Uno stato d’animo in parte reale e in parte costruito. In quelle manifestazioni ha trovato riscontro la falsa operazione di addebitare al Pd il crollo del ponte. Poi si è scoperto che nel 2008 anche Salvini aveva votato per la concessione».

Il giorno dopo però ha ammesso l’errore, altri non l’hanno fatto. Com’è stata raccontata dai media questa vicenda?

«I grandi giornali si sono dimostrati reticenti perché, in tempi di penuria di pubblicità, sono stati condizionati dagli investimenti degli azionisti di Autostrade per l’Italia. Abbiamo avuto un’altra prova che, per molti anni, direttori di testate e protagonisti dell’informazione sono stati confidenti di grandi capitalisti e nello stesso tempo consiglieri dei dirigenti della sinistra».

Tra i protagonisti dell’informazione ci sei anche tu. Come mai pochi giorni fa hai ammesso che servono biografie diverse dalla tua per rifondare la sinistra?

«È evidente: i leader devono avere uno stile di vita e un rapporto con le classi subalterne diverso da quello che ho io. Noi radical chic possiamo impegnarci per contrastare l’incattivirsi che abbiamo intorno. Se la Rai vorrà continuare a farmi lavorare sarò ben lieto. Ma altri devono rappresentare politicamente le esigenze di una maggiore giustizia sociale».

Ti aspettavi che qualcuno raccogliesse pubblicamente la tua provocazione?

«In molti mi hanno chiamato o scritto dicendomi che ho toccato il nostro punto dolente. Ma riconoscere che siamo inadatti a rappresentare la sinistra del futuro per me non è una pulsione masochistica. È un’ovvietà».

 

 La Verità, 9 settembre 2018

«Il governo? Dipende da quanti Pd ci saranno»

«È molto probabile che, la sera del voto, non avremo la minima idea di che governo si potrà insediare da lì a qualche settimana»: previsione di Luca Ricolfi, datata 3 marzo. Sociologo, docente di Analisi dei dati all’università di Torino, editorialista del Messaggero, osservatore tra i più lucidi delle cose della politica, allergico agli sconti a destra come a sinistra (vedi le sue analisi sul sito della Fondazione David Hume). Ci siamo rivolti a lui per interpretare le più clamorose elezioni anti establishment degli ultimi decenni e tracciare qualche scenario futuro.

Per trovare un altro risultato così dirompente bisogna tornare al 1994. Allora iniziò la Seconda repubblica, sta nascendo la Terza?

«No, stiamo tornando alla Repubblica “di mezzo” (fra la prima e la seconda), quella che è esistita fra le elezioni politiche del 1992 e le elezioni del 1994, al tempo in cui tutto cominciò a cambiare, grazie al referendum sulla preferenza unica, a Mani pulite, all’esplosione della Lega, alla nuova legge elettorale (il compianto Mattarellum). Non tutti lo ricordano ma, allora, gli studiosi di comportamenti elettorali congetturarono che l’Italia fosse ormai divisa in tre: la Padania, egemonizzata dalla Lega (Forza Italia non era ancora nata), l’Etruria, egemonizzata dal Pds, il Mezzogiorno, ancora saldamente in mano alla Dc. Oggi la carta geopolitica è tornata a essere quella di allora, con i 5 stelle al posto della Dc».

Quali sono i fattori di maggior novità del voto del 4 marzo?

«C’è molta più chiarezza di prima: il Centronord vuole proseguire sulla via della modernizzazione del Paese, timidamente intrapresa in questi anni, ma lo fa con sensibilità diverse, rappresentate dal centrodestra e dal Pd. Il Sud vuole continuare a sussistere nell’unico registro che un ceto dirigente irresponsabile è stato in grado di prospettargli: assistenza, assistenza, assistenza».

Concorda con chi sostiene che le urne ci consegnano un’Italia geograficamente e socialmente bipolare: nel Sud della disoccupazione e della povertà ha vinto il M5s, nel Nord dove si teme per la sicurezza ha vinto la Lega.

«Concordo, ma solo in parte. Oggi il voto del nord sembra ad alcuni soprattutto anti-immigrati, ma a mio parere esprime invece, molto di più, l’ennesima rivolta antifisco e anti burocrazia».

Sarà difficile mantenere le promesse di flat tax e reddito di cittadinanza. È per questo che, sotto sotto, né Lega né M5s smaniano di governare?

«Non so se davvero esitano, a me sembrano piuttosto smaniosi entrambi. Il mancato mantenimento delle promesse penso sia messo in conto da tutti, tanto basterà dire: noi volevamo ma gli alleati, ma l’Europa, ma la situazione, eccetera eccetera».

Code all'indomani del voto per richiedere il reddito di cittadinanza

Code all’indomani del voto per richiedere il reddito di cittadinanza

Si è votato in marzo, quando non ci sono sbarchi d’immigrati. Se si fosse votato in maggio, la Lega avrebbe superato anche il Pd di Matteo Renzi?

«L’ho sostenuto in un’intervista a Sky pochi giorni fa. Votare a marzo ha attutito i danni subiti dal Pd, checché ne dica Renzi, che si è lamentato di non aver potuto votare prima: se si fosse votato la primavera scorsa non avrebbe potuto giocare la carta Marco Minniti».

Che però, a sorpresa, è stato sconfitto.

«Il fatto ha stupito anche me, ma forse io ho un pregiudizio positivo nei confronti di Minniti, che mi pare uno dei pochissimi ministri che sanno di che cosa parlano».

Con Lega e M5s è nato anche un nuovo bipolarismo politico che sostituisce quello composto da Forza Italia e Pd, ora residuali?

«No, il sistema per ora è quadripolare e instabile. Lega e M5s rappresentano solo la dialettica interna alle forze antieuropee. Un vero bipolarismo richiederebbe il compattarsi di due aggregazioni più ampie e robuste: ad esempio centrodestra contro mutanti».

Chi sono i mutanti?

«Pd e 5 stelle, Organismi politicamente modificati (Opm) costruiti a partire dal ceppo antico del socialismo e del comunismo».

Un ceppo che germoglia sempre meno. La sinistra è in declino dovunque in Occidente. La crisi di quella italiana ha fattori specifici più gravi?

«La sinistra non è affatto in declino, semplicemente sta assumendo forme che i media (e pure gli studiosi, devo ammettere) si rifiutano di riconoscere per quello che sono. Quella che continuiamo a chiamare sinistra è semplicemente la sinistra ufficiale, ovunque amata e votata dai ceti medi riflessivi, istruiti e urbanizzati, e dal mondo della cultura. Ma esiste anche un’altra sinistra, trasgressiva e populista, prediletta dai giovani e da una parte dei ceti popolari, che si esprime in forme nuove: Podemos in Spagna, Syriza in Grecia, 5 stelle in Italia, France insoumise oltralpe, per citare i casi più importanti. Quel che sta succedendo è che, in molti paesi, tranne il Regno Unito, la sinistra populista sta diventando più forte di quella ufficiale, riformista, benpensante, assennata e politicamente corretta».

Com’è possibile che non ci si interroghi sul fatto che il Pd tiene nei centri storici e scompare nelle periferie e tra i lavoratori?

«Me lo sono chiesto anch’io, e ne è venuto fuori un libro (Sinistra e popolo, Longanesi 2017). Però la vera domanda forse è anche quest’altra: perché del problema ci accorgiamo solo ora visto che il distacco fra sinistra e popolo è in atto da almeno 40 anni?».

Augusto Del Noce diceva che il partito comunista sarebbe diventato un grande partito radicale di massa. L’apparentamento con Emma Bonino ne è stata l’ultima piccola conferma?

«Sì, quello di partito radicale di massa è un concetto che descrive a pennello l’evoluzione del comunismo dal Pci al Pd renziano. Ne parla anche Marcello Veneziani nel suo ultimo libro (Imperdonabili, Marsilio 2017). Il Pd è diventato una sorta di macchina per proclamare diritti, e anche un rifugio identitario per i ceti alti e medi, bisognosi di impegno per espiare la colpa di non essere poveri. Una mutazione che l’alleanza con la Bonino ha reso evidente, per non dire plateale. Ma a questo tipo di evoluzione (o involuzione?) ha contribuito anche una certa dose di stupidità autolesionista, una quasi inspiegabile incapacità di capire il punto di vista della gente comune: come si può pensare, nell’Italia di oggi, di attirare consensi con l’antifascismo e lo ius soli? Se ci fossero pulsioni fasciste e nostalgiche Casa Pound e Forza Nuova avrebbero avuto un risultato decente, non i pochi decimali (0.9 e 0.37%) che qualsiasi simbolo buttato sulla scheda finisce per raccogliere».

Emma Bonino alla convention del Pd al Lingotto di Torino

Emma Bonino alla convention del Pd al Lingotto di Torino

Che responsabilità hanno gli intellettuali nel distacco tra la classe dirigente del Pd e la sua area tradizionale di riferimento?

«Negli ultimi 30 anni, intellettuali e mondo della cultura molto si sono preoccupati di veder rappresentati loro stessi e i loro interessi, e pochissimo di convincere il Pd a rappresentare anche i ceti popolari. Questa è una delle differenze fra Prima e Seconda repubblica: gli intellettuali della prima pretendevano di conoscere meglio dei dirigenti del Pci quali fossero i veri interessi della classe operaia; a quelli della seconda è premuto assai di più che gli eredi del Pd rappresentassero il loro mondo incantato. Ci sono riusciti benissimo».

Che giudizio dà di Renzi come amministratore, comunicatore e stratega politico?

«Non voglio infierire, l’ho già criticato a sufficienza in questi anni. Anzi, voglio dire che, se solo avesse fatto meno il bullo e avesse provato ad ascoltare chi lo criticava stando dalla sua parte, oggi ricorderemmo le non poche buone cose che ha fatto, dal jobs act a industria 4.0. Il dramma dell’Italia è che questo modesto Pd è pur sempre la miglior sinistra disponibile sul mercato, visto quel che offrono 5 stelle e Leu».

Cosa pensa dell’esperienza di Liberi e uguali? A chi è maggiormente attribuibile la colpa della scissione?

«Un’operazione politica penosa, nei contenuti e nelle persone. Quello che non capisco è perché abbiano scelto come capo una figura scolorita come quella di Pietro Grasso: chiunque altro, tranne forse il demonizzatissimo Massimo D’Alema, avrebbe portato a casa più voti. Quanto alla scissione, non so se è stata una colpa, forse è stata un atto di chiarezza».

Quanto il successo di M5s e Lega complica il rapporto con l’Europa?

«Meno di quanto si pensi. Noi continuiamo a fare uno sbaglio: pensare che il problema siano le autorità europee. No, il problema sono i mercati, come si è visto nel 2011, quando le autorità europee lodavano Giulio Tremonti e Silvio Berlusconi, e sono bastati tre mesi di impennata dello spread per capovolgere tutto».

Che scenario intravede? Se la sente di fare delle percentuali dei possibili governi?

«No, non me la sento. Credo che molto dipenderà dal Pd, ovvero da quanti Pd vi saranno fra qualche mese. Se ve ne sarà uno solo, non si potrà che tornare al voto. Se ve ne saranno due, vedremo se la spunterà quello assistenzialista, che vuole dare una mano al sud (e ai 5 stelle), o quello sviluppista, che vuole dare una mano al centronord (e quindi al centrodestra)».

Quanto un governo a guida Di Maio con il sostegno del Pd aggraverebbe il bilancio dello Stato?

«Molto, perché anche il Pd è tentato dalla spesa in deficit».

Dobbiamo rassegnarci all’ennesimo governo del Presidente?

«Speriamo di no, abbiamo già dato. E poi Sergio Mattarella mi pare più arbitro di Giorgio Napolitano, che era chiaramente un giocatore in campo».

Quali sono le prime riforme che suggerirebbe al nuovo governo?

«Sgravi fiscali sui produttori, alimentati da una lotta senza quartiere contro gli evasori totali».

Che cosa consiglierebbe a Silvio Berlusconi che si chiede «adesso dove si va»?

«Di decidersi a scovare un successore».

Se si rivotasse entro un anno le tendenze del 4 marzo uscirebbero radicalizzate o ridimensionate?

«Dipende: se nel frattempo non succede nulla avremo un Parlamento fotocopia. Ma qualcosa succederà. Basta che non sia un nuovo 2011».

 

La Verità, 11 marzo 2018

«I social network creano tanti egomostri»

È il più controverso opinionista del momento. Irriducibile agli schemi consolidati. Ha innescato la verve di Giampiero Mughini, il disappunto di Flavio Briatore, le critiche del Foglio e quelle di Antonio Di Pietro dicendo che «Mani pulite fu un colpo di Stato», gli attacchi di Wired, Linkiesta, Minimaetmoralia e siti vari. Pur essendo filosofo di professione, Diego Fusaro, 34 anni, nativo di Torino, autore Einaudi e Bompiani, molto presente sui social oltre che in tv, non trascende mai. Marxista e anticapitalista convinto ma al contempo sostenitore della famiglia tradizionale, è accusato di essere un intellettuale della supercazzola, depositario di tesi abborracciate. Alcuni suoi post sono fulminanti: «Hallowen, festa mondialista»; «E tutto divenne merce, anche l’utero in affitto»; «La sinistra è passata dal Quarto stato al terzo sesso».

Un altro felice aforisma è «I selfie della gleba e i nuovi egomostri». Anche lei quanto a ego non scherza.

«Spero di non essere anch’io un egomostro come coloro che critico. Credo in quello che dico e ci metto sempre la faccia, in un’epoca di pavidi che si nascondono dietro pseudonimi o frasi fatte».

 

Fusaro: «Selfie della gleba e i nuovi egomostri»

Fusaro e la cultura del narcisismo: «Selfie della gleba e i nuovi egomostri»

Si definirebbe marxista conservatore o reazionario marxiano?

«Se proprio devo farlo, mi definisco allievo indipendente di Hegel e di Marx. Secondo Hegel, il rivoluzionario è colui che supera conservando o conserva superando».

Come nasce Diego Fusaro?

«Nasco a Torino da una famiglia di umili origini. I nonni paterni erano emigrati dal Veneto per lavorare alla Fiat, i nonni materni contadini. I miei genitori fanno tutt’altro rispetto a me. Decisiva è stata la scoperta della filosofia al liceo. L’incontro con Costanzo Preve mi ha permesso di avviare una rilettura che tenesse insieme Hegel, Marx e i Greci. Vivo a Milano, dove insegno allo Iassp (Istituto alti studi strategici e politici). Ho fondato Interesse nazionale, un’associazione il cui motto è “Né mondialisti né nazionalisti”, che pubblica una rivista e gestisce una scuola filosofica».

Da Marx e Hegel ha preso l’anticapitalismo.

«La mia coscienza infelice di anticapitalista ha idee di sinistra e valori di destra».

Può dettagliare?

«Idee di sinistra: lavoro, diritti sociali, comunità solidale, attenzione per gli oppressi, uguaglianza. Valori di destra: identità, nazione, patria, famiglia, lealtà, religione. Tutte quelle cose che fanno sì che a destra dicano che sei comunista e a sinistra che sei fascista».

Il superamento delle categorie novecentesche la rende difficilmente incasellabile. Potrebbe essere una strategia: si diverte?

«Non ho mai voluto farmi incasellare in uno schema o in un partito. Non è per divertimento, ma perché amo pensare con la mia testa».

 Certe sue argomentazioni sembrano pagare un tributo al complottismo.

«Complottismo è il modo di classificare qualsiasi lettura divergente da quella dominante. In quest’ottica Socrate, Marx e tutta la filosofia che cerca l’essenza dietro l’apparenza sono complottisti».

L’origine del disastro dove va cercata?

«Nel capitalismo che dal 1989 non ha più alcun limite morale né geopolitico. L’89 è l’anno orribile della storia recente».

È l’anno in cui la democrazia si è estesa e il benessere è diventato una possibilità per tutti.

«Questa è la narrazione dell’1% di ricchi che anche il 99% ha accettato come vera. Non mi pare che il benessere sia stato messo a disposizione di tutti. Negli ex Paesi comunisti la povertà è aumentata a dismisura».

Auspica un ritorno al mondo diviso tra Est e Ovest e alla cortina di ferro?

«Ragiono dialetticamente. Non penso di ripristinare quello che è andato perduto, la polis e il comunismo. La storia procede e conviene adoperarsi per migliorare il presente, affinché l’uomo non sia vittima del mercato e ritrovi il suo posto nel mondo».

Nell’89 è finito l’inganno comunista ed è nata l’Europa, che per lei è una sciagura.

«Finito il comunismo, al capitalismo sfrenato mancava disintegrare gli stati, ultimi baluardi della difesa del bene comune. L’Europa è servita a questo».

Vorrebbe l’espansione dei sovranisti?

«Io non parteggio. Penso che la sovranità sia ineludibile per una politica democratica a sostegno anche delle classi più deboli. Senza sovranità vince il libero mercato, la competitività e quindi il più forte».

Come si sconfigge l’idolatria del mercato?

«Intanto riconoscendo che è una vera religione che minaccia tutte le altre, pretendendo d’imporre universalmente i suoi simboli. Siamo nell’epoca in cui non si possono esporre crocifissi o veli islamici, ma solo merci di qualsiasi tipo e in modo selvaggio».

Nel suo libro Pensare altrimenti scrive che «il dissenso come rifiuto dell’autorità e del potere costituisce il fondamento della civiltà occidentale». Poi è arrivata la globalizzazione. Cos’è andato storto?

«Siamo entrati nel totalitarismo perfetto che fa apparire come imperfetti tutti quelli passati».

Perché più pervasivo, più scientifico o più seducente?

«Perché riesce a colonizzare le coscienze e devitalizza la possibilità del costituirsi del dissenso, dilatando il pensiero unico».

Che si affermerebbe grazie alla dittatura del mercato alla quale servono gli «atomi seriali». Ce ne fa l’identikit?

«È il profilo antropologico dell’uomo in balia del capitalismo contemporaneo. Un tempo il dominato era il proletario di fabbrica, che aveva una sua coscienza di classe, una stabilità territoriale, dei valori e una capacità rivendicativa come raffigurato nel Quarto stato. Oggi in luogo del proletariato c’è il precariato. Una massa amorfa di atomi erranti, flessibili, senza identità, coscienza di classe e progettualità».

Ai quali vengono contestate le certezze esistenziali e psicologiche, la famiglia e le altre appartenenze.

«Sono individui sradicati, permanentemente mobili e sciolti da ogni solido legame comunitario, dalla famiglia allo stato nazionale. La famiglia è il primo bersaglio. È la comunità delle comunità, come diceva Aristotele: colpire quella per arrivare alle altre. Se hai radici sei meno gestibile dal potere».

Il Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Il Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo

Cito: «La sinistra è passata dal Quarto stato al terzo sesso».

«Nella mia concezione la sinistra doveva essere agente della trasformazione verso una società emancipata. Invece il progresso cui assistiamo è quello del capitale che trasforma tutto per rinsaldare sé stesso. Ci sarà un motivo se negli ultimi trent’anni tutte le conquiste della sinistra sono state contro le classi più deboli».

Esemplifichi.

«Il pacchetto Treu con la precarizzazione del lavoro, le liberalizzazioni del governo D’Alema, il jobs act del governo Renzi. Se la sinistra smette di interessarsi a Gramsci e Marx, allora conviene smettere d’interessarsi alla sinistra».

Imputa al M5s di non avere un collegamento con il mondo intellettuale.

«Il Pd ha gli intellettuali e non ha il popolo, i 5 stelle hanno il popolo ma non gli intellettuali. Questa è la tragedia della politica italiana».

E il terzo sesso? Perché attacca anche l’ideologia gender?

«Perché non è altro che la distruzione dell’identità e l’imposizione dello sradicamento sul piano della sessualità. Il tutto a beneficio del capitalismo flessibile contemporaneo che non vuole uomini, donne, famiglie e prole, ma solo atomi unisex che nell’ambito erotico danno luogo al godimento deregolamentato. Esattamente come deregolamentato è il mercato, con competitor individualizzati e senza vincoli solidali».

Facesse il consigliere politico chi sceglierebbe tra i leader in circolazione?

«Credo che se tornasse in vita anche Machiavelli faticherebbe a trovare un principe».

Se lo trovasse, per rilanciare l’Italia da dove lo farebbe cominciare?

«Dalla cultura. Che è il fondamento del nostro Paese ed è ciò che abbiamo dimenticato. Rilancerei il liceo e gli studi classici».

Come si diventa personaggio televisivo?

«Non credo di esserlo, sono uno studioso che viene talvolta interpellato in tv».

Il suo apparire antipatico sembra una scelta.

«Non credo di esserlo, lo sono?».

Arriva una certa alterigia…

«Credo nelle cose che dico perché studio. Procedo con la docile forza della ragione, non sarò trovato ad alzare il tono della voce. Mi spiace se risulto antipatico. Tra tanti personaggi buffi, mi piace non corrispondere a questo canone».

In un’epoca in cui si esulta per la fine delle ideologie, otto anni dopo riscriverebbe Bentornato Marx?

«Lo scriverei tale e quale perché le analisi di Marx continuano a essere imprescindibili per capire le contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Solo con Marx si è miopi, senza Marx si è ciechi».

Ha letto l’intervento su Studi cattolici di suor Monica Della Volpe, nipote del grande filosofo marxista Galvano, a proposito degli ultimi giorni di suo zio? Le chiese di dettarle le riflessioni finali di un libro perché molto malato: «Alla fine non c’è più né Marx né Engels, c’è solo Gesù Cristo».

«È una questione interessante che aveva già colto Pasolini. Il contrario del comunismo non e la religione perché il comunismo stesso lo è. Il contrario della religione è il capitalismo ateo, materialista, cinico e individualista. Non c’è da stupirsi se dei comunisti guardano con rispetto a Cristo. Il dramma è quando certi comunisti aderiscono al capitalismo rinnegando Marx e Cristo. Si potrebbe fare un lungo elenco, che risparmiamo per carità di patria».

Ritenendo il dissenso la genesi della civiltà occidentale, Gesù Cristo sarebbe fuori perché fece dell’unità con l’autorità la sua forza.

«C’è un unico momento nel vangelo in cui Cristo si adira, dissente e diventa quasi violento: la cacciata dei mercanti dal tempio. Di questo oggi c’è più che mai bisogno».

C’è qualcosa che le trasmette ottimismo?

«Nulla. Nelle tendenze obiettive non vedo nulla di positivo. Sono ottimista con la volontà, come lo era Gramsci».

La Verità, 5 novembre 2017

Barbara Alberti: «Vi racconto una maternità eversiva»

Una maternità rivoltosa. Una gravidanza eversiva. Un’esperienza che rovescia formule, stereotipi e dogmi femministi e del radicalismo montante. Una cultura che, mentre stabilisce il diritto a eliminare il nascituro sgradito, allo stesso tempo lo pretende sempre e comunque, quando ha deciso così. C’è tutto questo nelle 148 paginette che si leggono di corsa di Non mi vendere, mamma!, l’ultimo racconto pubblicato da Barbara Alberti per Nottetempo. Un inno alla maternità in cui il nascituro educa la madre surrogata, spingendola a ribellarsi al destino segnato. Un libriccino che fa a pezzi la gestazione per altri, «l’utero in affitto», con il linguaggio schietto dell’autrice, irregolarissima tra gli irregolari. Scrittrice, sceneggiatrice, opinionista televisiva, già femminista, con breve parentesi lesbica, Barbara Alberti si ribella anche lei all’idea di una sinistra che mette i diritti individuali riguardanti la sfera privata davanti a quelli sociali.

Il suo racconto è la storia d’amore tra un feto e una mamma per altri, che sono i coniugi Trump. Come le è venuto in mente?

«Mi sa che non lo so. Se lo sapessi sarei Arianna, avrei in mano il filo impossibile che lega conscio e inconscio, pensiero e creazione. Io mi racconto delle storie, e le storie raccontano me. Mi è sempre successo, fin da piccola, quando mi mandavano in soffitta perché non volevo dire le preghiere . Certo trovavo sconvolgente questa sopraffazione del ricco sul povero, pagare una donna perché diventi il “forno” – sì, lo chiamano così – di un figlio che cresce dentro di lei, ma non è biologicamente suo – atroce alleanza fra capitale e scienza – avrei voluto scriverne, ma non sapevo come. Poi Chico – il bambino – ha cominciato a parlare, ed ecco il libro».

Insomma, una storia ambientata dentro l’utero, quanto sottovalutiamo ciò che scorre tra una mamma e la creatura che porta in grembo…

«Non so se la sottovalutiamo. Retorica se ne fa tanta. E gli antiabortisti ne abusano senza scrupoli. Il fatto è che è un rapporto insondabile, su un milione di madri, e di figli che stanno per nascere, credo si viva in un milione di modi diversi. Ho avuto due figli, senza mai farlo apposta. E quando mi sono accorta che c’erano ricordo lo stupore, il panico, ma soprattutto l’esplosione della fantasia, all’idea di questo piccolo extraterrestre di cui non conoscevo la forma – che ero io, e lui era me – prima che nascessero, ogni tanto sognavo che mi parlavano. Le mie attese sono state un lungo sogno. Senso di responsabilità, zero. Era una specie di società segreta, fuori dal mondo».

Perché nel suo racconto è il feto che educa e svezza la madre?

«La parola “feto” mi fa impressione. Scrivendo lo immaginavo come un piccolo Dioniso, che viene a sovvertire il mondo spiritualmente poverissimo di una madre abituata a obbedire. Diventa il suo piccolo maestro di ribellione, portandola a una visione più alta, più libera, più coraggiosa, dove non contino solo i soldi. Le fa dono dell’immaginazione, e con essa del senso della rivolta».

Una volta le femministe proclamavano «l’utero è mio e lo gestisco io». Oggi con la gestazione per altri l’utero è di un committente, di un datore di lavoro, del denaro, del mercato…

«Il mercato è il dio più stupido al quale si sia mai arresa l’umanità. Nessun idolo del passato ha mai goduto di tanti sacrifici umani. Nessun dittatore, né Hitler, né Stalin, ha mai fatto tante vittime. È una sudditanza assurda, cui ci stiamo adattando tutti, un sistema che sovverte le coscienze e annienta l’idea stessa dei diritti umani. Che una pratica schiavistica come l’utero in affitto passi per una battaglia libertaria, è surreale».

Melania e Donald Trump. Nel libro di Barbara Alberti, scritto 8 mesi, fa ricorrono all'utero in affitto

I coniugi Trump. Nel libro di Barbara Alberti, scritto in giugno, ricorrono all’utero in affitto

Parliamo dei Trump: lei li ha coinvolti nel suo racconto come archetipo del male assoluto. Conferma questa idea dopo che sono stati eletti?

«Archetipo dell’onnipotenza del danaro. L’ultimo capriccio di un vecchio sguaiato pescecane, supportato da milioni di voti. La cosa terrificante è che tanti americani si siano identificati in lui. Ha vinto Ubù re, il paradossale personaggio di Alfred Jarry, il demente pericoloso, “buono a nulla e capace di tutto” che prende il potere – un uomo vicino al Ku klux klan, che vuole innalzare i muri fomentando gli istinti più incivili».

Durante la campagna elettorale – e anche ora è confermato – però si è visto come Trump fosse paradossalmente più a sinistra di Hillary Clinton. Mentre lui teneva comizi davanti alle fabbriche lei prendeva l’aperitivo con Lady Gaga. E poi quella appoggiata dalla grande finanza era Hillary…

«Che io abbia paura di un Trump come presidente degli Stati Uniti, non significa che sia dalla parte di Hillary. I Clinton sono un’altra desolante incarnazione dell’arroganza della pericolosità della volgarità del potere. Magari il problema fosse Lady Gaga. È una frivolezza rispetto alle tremende scelte di Hillary in politica estera. Quanto a Trump che arringa gli operai, sembra una trovata di Brecht, o di Chaplin. Lo sfruttatore che si fa paladino immaginario dei diritti degli sfruttati… nonsense insostenibili, che sono la realtà in cui viviamo».

C’è un rovesciamento di prospettiva anche in materia di maternità e famiglia. L’utero in affitto è una battaglia di sinistra?

«Quale sinistra? Quella di Gramsci, o quella di oggi? È il trionfo del mercato. Gli uomini come cose. “La negazione della relazione”, come scrive Marina Terragni in Temporary mother, dove rivela un giro di affari sui 10 miliardi».

Nichi Vendola con il suo compagno Eddy Testa

Nichi Vendola con il suo compagno Eddy Testa

Nichi Vendola, ex leader di Rifondazione comunista ritiene che la gestazione per altri sia un atto d’amore.

«Non voglio unirmi al linciaggio smodato contro Nichi Vendola. Fra i tanti personaggi famosi che sono ricorsi alla maternità surrogata, tenendolo accuratamente nascosto, lui è l’unico che si sia esposto, ben sapendo di attirarsi critiche e insulti. Me lo ricordo ragazzo, fervido, ispirato, con una tensione morale assoluta. Un vero comunista – questa parola è stata demonizzata e ridicolizzata, ma continua a esprimere l’idea più alta della convivenza umana. Vendola ha sempre sostenuto princìpi nei quali credeva profondamente, e anche adesso, quando parla di “atto d’amore”, credo che lo pensi. Ma è un abbaglio. Avere un figlio doveva essere un desiderio così grande, da fargli sostenere qualcosa d’insostenibile. Come dice il bambino Chico: “Difatti è pieno di donne povere che vanno dalle miliardarie e dicono: mi fai un figlio, per favore? E la miliardaria: Ma certo! È un atto d’amore”. L’esposizione di Vendola ha favorito la credenza per cui sarebbero soprattutto i gay a ricorrere all’utero in affitto, mentre per la maggior parte si tratta di ricche coppie etero. Non sempre sterili. Chico: “Oggi che un figlio si può comprare, i ricchi si risparmiano il disturbo”».

Altri sottolineano l’aspetto strumentale di questa pratica. Una donna presta il suo organo più intimo dietro compenso, separando i corpi dai propri sentimenti altrettanto intimi come la naturalezza della maternità. L’utero in affitto è una protesi robotica inventata dall’egoismo dell’uomo e del mercato?

«Sì, una protesi robotica, che nega il rapporto fra madre e figlio durante la gestazione, questa misteriosa identità, che per nove mesi è comune. Anche se la maternità è cosa più insondabile e varia, e trascende la carne. La protagonista di un mio libro, che ha un rapporto di maternità elettiva con una ragazza, dice “Non ho figli, ma sono madre per natura e fortuna. Madre non vuole dire parto e frattaglie. Madre è colei che al buio ti tiene stretto, e racconta. Madre è quella che ti distrae dalla paura”».

Un feto che si rivolge alla madre oltre che essere una denuncia della gestazione per altri, è anche un messaggio pro life, o no?

«Ah, “feto”… il termine è corretto, ma lo sento medicale. Chico, questa creatura anarchica e beffarda, col suo umorismo rivoluzionario, è per prima cosa un’invenzione letteraria, è un inno al libero arbitrio, a una vita diversa dal modello comune. Quando la madre si rifiuta, come vorrebbe lui, di scappare insieme, rompendo l’accordo con gli orrendi Trump, e gli dice: “Ma la capisci la parola impossibile?”, lui risponde: “No. Appena la capisci, sei già pronto a farti comandare. Che vuol dire pro life? La vita a tutti i costi? No. Tutti quelli che si battono per chi non è ancora nato, odiano quelli che sono già nati. In America sparano sugli avversari. Solo noi donne sappiamo cosa ci costa l’aborto. Non lo sa la chiesa, non lo sanno gli antiabortisti. È il più paradossale dei suicidi, la donna uccide sé. Ma nessuna forza al mondo può obbligarci a mettere al mondo un figlio che non vogliamo. È un diritto atroce e sacrosanto. La nostra libertà è terribile, e comportava fin dall’inizio questo insindacabile arbitrio, e che un giorno dicessimo la vita è affar nostro, nessuno può entrare fra noi e il figlio che abbiamo concepito. Non so se è giusto. È un fatto. Non si discute».

Il nascituro non ha voce, né parlata né cantata. Cosa pensa del promo del Festival di Sanremo?

«Mamma mia quant’è brutto! Per realizzare visivamente quell’idea non ci voleva il computer, ma Federico Fellini, o Stanley Kubrick, o Paolo Sorrentino… Ci voleva il poeta, l’invenzione, l’interpretazione. Così è osceno e sinistro. Degno di Sanremo».

C’è qualcosa o qualcuno che, quando ci pensa, la fa sorridere e la riconcilia con la vita?

«Non mi sono mai deconciliata. L’animale è forte in me – mi piace essere viva. Come Chico, continuo a inseguire il riso di William Blake: “Quel riso che dalla culla alla tomba sorridere si può una volta sola/ quando è sorriso, ha fine ogni miseria”».

 

La Verità, 8 gennaio 2017