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Conti sotto accusa perché Sanremo non è woke

Un Festival di Sanremo più sociale e meno social. Più nazionalpopolare e meno mainstream. Più comunitario e meno community. Sembrano sfumature: non lo sono. Intanto. Alla terza serata, più movimentata e vivace e con ospiti di qualità, da Mogol a Ubaldo Pantani, da Eros Ramazzotti a Alicia Keys, anche gli ascolti sono risaliti. Archiviata la Champions League di Inter e Juventus, che non poteva non incidere sebbene i detrattori tendessero a minimizzarne gli effetti, il 60,6% di share registrato giovedì è il più alto per una terza serata dal 1990: era televisiva pre-piattaforme, per intenderci (il fatto che lo share elevato sia abbinato a 9,5 milioni di telespettatori, inferiori ai 10,7 dell’anno scorso, share del 59,8%, dipende dalla platea totale ridotta di due milioni rispetto al 2025, quando la terza serata andò in onda il 13 febbraio).

Carlo Conti che sa far di conto sembra una battuta e forse lo è. Ma non tanto per i calcoli dell’Auditel, quanto perché, al suo quinto Sanremo, l’ultimo, senza possibili ripensamenti, lavora di addizione e sottrazione. Gestisce l’accumulo e i vuoti, qui aggiunge e lì toglie. Nel brogliaccio del 76º Festival della canzone italiana balza all’occhio la grande assenza della cultura woke. Niente appelli delle minoranze, niente bandiere arcobaleno. Niente Ghali, Rosa Chemical, Big Mama. La critica lamenta la mancanza di guizzi, la carenza di fenomeni, il copione prevedibile e poco eventizzato. Sarà. Si può fare un Festival senza proclami e monologhi militanti? Senza lamentare le discriminazioni e i vittimismi di qualche nicchia? Conti ha creduto di sì. Ha creduto alla possibilità di un Festival normale, per la gente comune. Sapendo che poteva andare incontro al rischio noia. Al suo quinto Sanremo ci ha provato, ci sta provando, con buona pace di una fetta della sala stampa che, senza i piagnistei per le donne emarginate, per le apparizioni del premier Giorgia Meloni e le pressioni di Fratelli d’Italia sul cast attuale e futuro, non riesce a stare. Ieri è toccato allo «scandalo» del Mogol novantenne rientrato a Roma sull’elicottero dei Vigili del fuoco, lui che ha scritto il loro inno… E pazienza se la stampa accredita un Festival immaginario, parallelo. Un FantaSanremo.

Il vero scandalo è un altro. Imputano al direttore artistico di aver chiamato LauraPausinichenoncantaBellaciao. Di aver invitato AndreaPuccicomicodidestra. Imperdonabilissimo. La critica «tragicizza» la crisi del Festival, ha scritto Francesco Piccolo su Repubblica. Pensiamo all’edizione del 2027, questa è già archiviata, hanno titolato. Il format è superato, Sanremo non è più nello spirito del tempo, hanno decretato da altre cattedre. Semplicemente: non piace a lorsignori. Che il direttore artistico abbia provato a lavorare su un copione diverso, magari senza inventare niente di clamoroso, non è ipotesi considerata. Semplicemente, parlando più alle famiglie che ai single. Più agli eterosessuali che ai non binari. L’insistenza su Pippo Baudo avrebbe potuto far capire. Anche la scelta di farsi affiancare da Laura Pausini, ovviamente. Ma era meglio Giorgia. Laura o Giorgia: è qui la differenza tra nazionalpopolare e mainstream. L’altra presenza fissa è Max Pezzali, per dire. Se si danno i premi alla carriera a Caterina Caselli, Fausto Leali e Mogol ci si è dimenticati di Amedeo Minghi e Tullio De Piscopo.

La critica «tragicizza», si diceva. E non vede l’addizione. Una co-conduttrice fissa più altri uno o due per ogni sera (Can Yaman, Pilar Fogliati e Lillo Petrolo, Irina Shayk e Ubaldo Pantani, Bianca Balti, Nino Frassica…). Più i superospiti, gli attori le attrici e i comici, gli atleti olimpici, i cori, le sorprese nella serata delle cover, i momenti di riflessione e tutto il resto per un racconto pachidermico e massivo. No, la critica vede «la sottrazione», ciò che manca. Quelle cose lì, gli appelli, la frasetta sparata dopo la canzone, i proclami un tanto al chilo. La guerra in Ucraina. Il genocidio. Il body shaming. La dimenticanza di Gaza, secondo Ermal Meta, premiato dall’Accademia della Crusca. Che, grazie a Dio, quello delle tre religioni monoteiste, ha pontificato solo nell’apposita conferenza stampa.

Se invece si vuol guardare quello che è successo all’Ariston, i contenuti non sono mancati. Il voto alle donne nel dopoguerra con l’ultracentenaria Gianna Pratesi. La guerra alla guerra con il «Make music not war» di Laura Pausini che ha interpretato insieme ai bambini dello Zecchino d’oro e di Caivano Heal the world, l’inno pacifista di Michael Jackson. L’appello contro la violenza giovanile insieme a Paolo Sarullo, un ragazzo in sedia a rotelle dopo un’aggressione fuori dalla discoteca. Il momento dedicato alle dipendenze giovanili da droga, alcol e social con il professore e youtuber Vincenzo Schettini. La presenza di Bianca Balti, già ospite l’anno scorso, con la possibilità di testimoniare la sua battaglia contro il tumore al seno.

Un’altra narrazione è possibile. Il Festival sociale condivide senza militanze. Il Festival comunitario rappresenta senza schierare e sventolare bandiere. Si può fare attraverso momenti non iscritti nel mainstream prediletto dal giornalone unico? Sembra di no: «Il Festival non sta funzionando», «Il Festival che delude punta sull’anno prossimo», «Un Sanremo piccolo piccolo, senza idee», «Lo show di Conti arranca il femminismo arretra». Stizzirsi perché il direttore artistico e conduttore non voleva cavalcare il solito spartito, più che un’occasione persa è la conferma che si conosce solo quello. E che quello spartito è un imperativo, così è se vi pare. Invece no. Achille Lauro senza tutine glitterate e in abito bianco ha cantato Perdutamente in omaggio alle vittime di Crans-Montana. Un Fedez concentrato ha duettato con Marco Masini raccontando che si può superare il Male necessario. In Parole Parole Fulminacci si è lasciato corteggiare da Francesca Fagnani a ruoli rovesciati rispetto all’originale di Mina e Alberto Lupo. È un Festival della canzone italiana. Normale. Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci

 

La Verità, 28 febbraio 2026

«La Cappa dei media in tilt per una premier donna»

S’intitola It’s the ideology, stupid! la ricerca sul rapporto tra l’orientamento dei giornalisti e quello degli italiani realizzata dal professor Luigi Curini, politologo, analista dei media e docente di Scienza politica alla Statale di Milano. È una ricerca del 2019 che Curini aggiorna costantemente e che, come conferma il Reuters institute digital news report di quest’anno, attribuisce all’Italia il più basso livello di fiducia riposto dagli italiani nei giornali (35%) rispetto alla media europea (42%). Il titolo cita l’espressione di Bill Clinton «It’s the economy, stupid!» durante la campagna elettorale del 1992. Ma, trattandosi di giornali, fa venire alla mente anche «È la stampa, bellezza!» di Humphrey Bogart in L’Ultima minaccia (1952).

Professore, il varo del governo Meloni cambia il rapporto tra informazione e politica?

«Negli ultimi anni stampa e televisione sono state molto condiscendenti verso i governanti. Con l’arrivo di Giorgia Meloni questo allineamento è destinato a sparire, facendo tornare i giornalisti ciò che devono essere, “i cani da guardia del potere”. Ultimamente, più che cani erano cagnolini pronti a scodinzolare per le decisioni prese dai potenti».

In questi primi giorni a che tipo di narrazione assistiamo?

«Vediamo due tendenze. Rispetto all’atteggiamento non simpatetico durante la campagna elettorale verso il centrodestra e Giorgia Meloni in alcuni giornali è in atto un riposizionamento. Segnalo a titolo esemplificativo le aperture di credito di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa. Vanno registrate a prescindere che si tratti di aperture genuine o dettate da interessi. La seconda tendenza, invece, è la conferma di una chiusura dovuta soprattutto all’allarme su alcuni diritti cari alla sinistra».

Si riferisce a una possibile ridiscussione della legge 194?

«Per esempio. Su alcune tematiche identitarie questo governo potrebbe favorire una narrazione diversa da quella politicamente corretta finora in auge».

Restando all’atteggiamento di giornali e tv nota qualche eccezione al fuoco di sbarramento?

«Da anni nei media è in atto una polarizzazione affettiva che va oltre lo schieramento ideologico. È la logica dell’appartenenza tribale, dello schema amico contro nemico. Questa prospettiva non si modifica nel breve periodo. Non bastano ravvedimenti episodici per mutare lo scenario».

Pur dissentendo su gran parte dei contenuti, Concita De Gregorio ha scritto che «è nata una fuoriclasse» e Michele Serra ha parlato di «rispetto».

«Un aspetto dirompente è che Giorgia Meloni è donna. Dopo che per decenni si è denunciata la sottorappresentazione femminile, davanti a una premier donna sebbene di un altro schieramento, è impossibile rinnegare ciò che si è detto finora. Questo produce un drammatico corto circuito nei politici e nei media di sinistra. Non possono avere un approccio sprezzante come avrebbero di fronte a un uomo».

Se alcuni opinionisti si mettono in discussione anche la sua ricerca sottotitolata «Cittadini, giornalisti e il calo della fiducia nella stampa» necessita di un ricalcolo?

«La posizione dei giornalisti italiani è costante da trent’anni. Giornalisti politicamente orientati quando scrivono potrebbero essere oggettivi. Invece l’italiano medio continua a percepire una distanza tra il suo pensiero e il modo di esprimersi in tv o sui social degli operatori dell’informazione. Se ora lo faranno in modo meno partigiano questo potrebbe aumentare la fiducia verso i giornali. Vedremo».

Abbiamo citato Ferrara, De Gregorio, Serra: è troppo ottimistico dire che quella che Marcello Veneziani chiama la Cappa inizia a incrinarsi?

«Direi di sì. La densità della Cappa deriva da fattori prima internazionali che nazionali. Ora abbiamo un governo politico differente, con un mandato chiaro deciso dagli elettori. Osserviamo cosa farà nei primi 100 giorni e se questo potrà ridurre lo spessore della Cappa. La quale, però, non sarà di certo spazzata via perché gli elementi internazionali non muteranno fino alle elezioni americane del 2024».

Quelle imminenti di midterm non potranno modificare questo scenario, per esempio sulla guerra in Ucraina?

«La situazione in America riguardo all’invasione dell’Ucraina è particolarmente fluida. Ci sono posizioni eterogenee in entrambi gli schieramenti. Ma pur ipotizzando che i repubblicani ottengano una larga vittoria al Senato, e non è scontato, un cambiamento di linea potrebbe avvenire solo fra cinque o sei mesi».

Tornando in Italia, nei confronti di Giorgia Meloni si sta riproducendo lo schema visto con i governi di Silvio Berlusconi?

«La vera differenza è proprio la Meloni. Indipendentemente dalla statura politica, avere una donna premier cambia le carte in tavola. È triste dirlo: non possono attaccare Giorgia Meloni come facevano con Berlusconi proprio perché è donna. Questo mette in parte al riparo il governo stesso. Verosimilmente i media mainstream sarebbero altrettanto clementi davanti a un premier uomo, chiaramente gay. Mentre lo sarebbero di meno davanti a un cinquantenne eterosessuale, magari cattolico e con diversi figli».

Secondo l’ultima indagine di Worlds of journalism study in una scala sinistra-destra i giornalisti italiani sono quelli più a sinistra. Perché, secondo lei?

«Per un mix di due ragioni. La prima riguarda la caduta del Muro di Berlino, cioè la fine del comunismo inteso come minaccia alla libertà. Fino al 1989, l’esistenza del Muro creava una maggiore eterogeneità di posizioni perché anche coloro che avevano simpatie di sinistra erano comunque anticomunisti. Pensiamo, in Italia, alle differenze tra socialisti e comunisti. Caduto il Muro, ovunque cresce la tendenza a omogeneizzarsi. Su questo scenario si innesta in Italia la presenza del più grande partito comunista occidentale che, grazie alla strategia gramsciana dell’egemonia culturale, riesce a coinvolgere intellighenzia e mondo dell’informazione».

Negli altri Paesi occidentali il giornalismo è meno schierato?

«Se si confronta il giornalismo italiano con quello anglosassone si riscontrano due differenze. In primo luogo, una minor capacità d’interpretazione dei dati. In Italia il data journalism non si è ancora affermato e i giornalisti, in possesso di una formazione prevalentemente umanistica, sono meno efficaci nell’interpretare i dati. In secondo luogo, il giornalismo anglosassone ha una maggiore propensione investigativa, finalizzata alla costruzione del racconto e non legata allo sfruttamento immediato. Questo implica un impiego di risorse di cui i media italiani raramente dispongono».

I media sono prodotti o produttori di establishment?

«Entrambe le cose. Sono prodotti della narrazione dominante, univoca e omogenea, la varietà di opinioni è scomparsa. Una sola narrazione è legittima e i media, per isteresi organizzativa, ovvero la difficoltà di un’organizzazione complessa a modificarsi, continuano a riprodurla. Come una profezia che si auto-adempie e si auto-rafforza. Spiega bene questa situazione la parabola dei ciechi e dell’elefante».

In due parole?

«Un cieco tocca la proboscide, un altro tocca le zanne e ognuno di loro si fa un’idea parziale di come sia l’elefante. Quando ritrovano la vista, ovvero fuor di metafora, ci sono le elezioni, si scopre com’è davvero l’elefante e si resta spiazzati».

È ciò che è successo con l’elezione di Donald Trump nel 2016?

«E anche con la Brexit: questi due eventi hanno sconfitto la narrazione dominante. Altrimenti nella propria bolla si sentono ripetere solo gli argomenti in cui si crede. Tuttavia, quando il pensiero unico scopre che i cittadini votano diversamente non mette in dubbio la propria narrazione, ma dà la colpa agli elettori ignoranti».

Come considerare il fatto che l’informazione tv è in larga parte gestita da giornalisti di formazione progressista?

«È una questione di offerta: se la maggioranza delle palline dentro la boccia è rossa è probabile che quella estratta sarà rossa. Ma è anche un fattore di domanda. Siccome la narrazione ha propensione all’auto-affermazione, la richiesta dei produttori televisivi sarà in linea con il mainstream. Anche questo è un meccanismo destinato a riprodursi. Romperlo è costoso, rischioso e richiede molto coraggio»

Sulla pandemia chi dissentiva dalla linea ufficiale lockdown e vaccini è stato etichettato come i deplorable di Hillary Clinton?

«Siccome il mainstream è la verità, chiunque dissenta ha torto per definizione. E se continua a farlo è un analfabeta funzionale, un deplorevole. Se ha credenze forti invece è un complottista. È la teoria del capro espiatorio. Targarlo come complottista serve a escluderlo dall’arena della discussione».

Anche la maggioranza degli italiani contraria all’invio di armi all’Ucraina non è rappresentata nei telegiornali.

«La dinamica è la stessa. Chi ha una posizione critica sulla guerra frutto dell’aggressione della Russia o è escluso o viene rappresentato come una macchietta. Si concede spazio sempre alle stesse persone, delegittimate dal pensiero unico».

La frase di Humphrey Bogart «È la stampa, bellezza!» si concludeva con «E tu non ci puoi fare niente»: una sentenza. Dobbiamo rassegnarci a un’informazione partigiana?

«Nel breve periodo temo non si riesca a fare nulla. Gli incentivi a cambiare possono venire dal mercato editoriale. Se gli italiani che non comprano i giornali iniziassero a comprare quelli che rappresentano idee diverse sarebbe un segnale che qualcosa può cambiare».

È ancora attuale Bertolt Brecht del 1953: «Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo»?

«Chi è convinto della propria verità non ammette compromessi. E se il popolo non lo capisce peggio per lui: lo dovrà imparare perché le élite non cambiano idea».

Neanche con questo nuovo governo si smuoverà qualcosa?

«In un paio di legislature qualcosa potrebbe cambiare, magari per interessi. Ci sono i fondi pubblici per l’editoria e i posti da strappare in Rai… Si spera sempre in ravvedimenti sinceri, ma per cambiare il sistema possono andar bene anche quelli dettati dal tornaconto».

 

La Verità, 29 ottobre 2022